Non era un eroe né si sentiva tale. Era un ragazzo di ventisei anni che voleva semplicemente fare il suo lavoro, il giornalista. Ma la camorra non gliel’ha permesso. Giancarlo Siani il 23 settembre 1985 è stato ucciso con dieci colpi di pistola, appena giunto sotto casa al Vomero con la sua Citröen Mehari verde: l’unico giornalista ucciso dalla camorra. E agli ultimi suoi quattro mesi di vita Marco Risi ridà voce con il film Fortapàsc, che il 27 marzo esce nelle sale italiane. Fortapàsc è un termine volutamente storpiato in napoletano che evoca il Fort Apache della tradizione western, per indicare lo stato di costante assedio da parte della malavita sotto cui si trovava la realtà campana.Interpretato da un ottimo Libero De Rienzo (lo stesso di Santa Maradona), Siani era giornalista - anzi, “abusivo, precario e a rischio” - al quotidiano Il Mattino, prima alla cronaca di Torre Annunziata, regno del boss Valentino Gionta, quindi a quella di Napoli. Tutto, in quel periodo, ruotava intorno agli interessi per la ricostruzione del dopo terremoto e Giancarlo vedeva, e capiva. Come un giglio nel fango, si muoveva fra camorristi, politicanti corrotti, magistrati pavidi e carabinieri impotenti.
Il regista di Mery per sempre riporta con lucido realismo e senza sensazionalismo la storia e la solitudine che avvolgeva il giovane, la sua umanità e normalità, senza stereotipi. Il cast è equilibrato con i toni del film e accanto a De Rienzo troviamo Valentina Lodovini nei panni di Daniela, la ragazza di Siani, e Michele Riondino in quelli di Rico, un amico e collega.
“Rimasi molto colpito dall’uccisione di Siani, mi chiesi subito cosa avesse fatto questo ragazzo che vedevo nelle immagini ferito a morte, come sorpreso, sembrava appoggiato come qualcuno che non avesse nulla da nascondere né alcun motivo per proteggersi” racconta Risi. “Non era una vittima predestinata, e non si aspettava certo di essere colpito all’improvviso”.
A pochi giorni dal boom di ascolti per la trasmissione di Fabio Fazio con Saviano, la vicenda di Siani è ancora molto attuale. “Sappiamo tutti quanto la Campania sia costantemente sotto osservazione per ciò che vi accade” prosegue il regista. “Ma mentre in Gomorra tutto appare disperato, nel nostro caso e nonostante alla fine è la speranza ad essere uccisa, io mi auguro che lo spettatore possa provare il desiderio di somigliare al nostro protagonista. Fortapàsc è per me un film necessario – soprattutto nella Napoli umiliata e offesa di oggi – perché Giancarlo Siani può diventare un raggio di luce, una nuova speranza”.
Il trailer di Fortapàsc da YouTube:
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Non si placano le polemiche su Gomorra, il film di Matteo Garrone tratto dal best seller di Roberto Saviano, che rappresenterà l’Italia alla notte degli Oscar 2009. Lo scorso aprile al Festival di Cannes era stato un addetto ai lavori, il regista napoletano Pasquale Squitieri, a criticare il film con toni aspri. Ma questa volta ad accendere la miccia è un rappresentante dell’italianità che col cinema ha poco a che fare: Fabio Cannavaro, il capitano della nazionale campione del mondo in Germania nel 2006 e ora in forza al Real Madrid, in un’intervista al settimanale Chi. “Spero che vinca l’Oscar, ma non gioverà all’immagine dell’Italia. Abbiamo già tante etichette negative”, afferma il campione di Napoli. L’indiscrezione passa ad alcune agenzie alcuni giorni prima della pubblicazione. E giù fiumi di inchiostro sui giornali e levate di scudi in difesa del film. Oggi però il fuoriclasse napoletano fa marcia indietro nel suo sito ufficiale. “L’affermazione che il film Gomorra leda all’immagine italiana all’estero non è virgolettata e quindi dichiarazioni non attribuibili a Fabio Cannavaro, ma ad interpretazioni personali del giornalista”, puntualizza. “La mia voleva essere una difesa nei confronti di chi non ha niente a che fare con la camorra e con quelli che vogliono investire in modo onesto, insomma di tutta la gente per bene che vive in quei territori, e la mia paura è che invece all’estero Napoli e la Campania vengano associate alla Mafia, alla spazzatura e non invece alle tante cose belle che ci sono”. Eppure c’è chi trova del tutto plausibili le ragioni della sua “entrata a gamba tesa” su Gomorra. “Cannavaro è un laico del mondo del cinema, estraneo al mondo dello spettacolo e per questo le sue opinioni possono risultare più innocenti. Credo che la sua uscita sia stata guidata più da amor patrio che spirito polemico, anche se è stata letta dai media in questo senso. Ma qualche ragione Cannavaro ce l’ha”, dice a Panorama.it il professor Mario Morcellini, preside di Scienze della comunicazione alla Sapienza. “Se il libro e il film possono indiscutibilmente avere un impatto positivo per la coscienza nazionale, d’altra parte il trasferimento in ambito internazionale può provocare un effetto opposto ingigantendo involontariamente alcune parole, soprattutto sugli spettatori non colti del film. Certo l’immagine dell’Italietta ormai non è più dominante, ma resiste e purtroppo dobbiamo ancora farci i conti”.
Il VIDEO servizio:
Roberto Saviano ancora non immaginava le conseguenze del suo Gomorra: il premio come miglior opera prima, gli applausi e le polemiche, le minacce di morte, la vita blindata e sotto scorta. Ma quando ancora l’autore stava raccogliendo materiale e stava scrivendo le prime pagine del libro, i due autori teatrali Mario Gelardi e Ivan Castiglione si erano già interessati all’opera. E - in tempi non sospetti - avevano chiesto a Saviano di comporre una versione per la scene. Quell’adattamento di Gomorra è ora approdato in palcoscenico, prodotto dallo Stabile di Napoli, e rappresentato in apertura della programmazione 2007/2008. Con Ivan Castiglione sul palco a vestire i panni dello stesso Saviano e con Mario Gelardi come co-autore e regista. Lo spettacolo resterà in cartellone fino al 18 novembre 2007.
Nel frattempo, arriva in libreria La camorra sono io (Graus Editore). È un testo teatrale a firma di di Roberto Russo (già andato in scena al Teatro La Perla di Napoli) che distoglie lo sguardo dalle responsabilità criminali dei clan per indagare invece le spesso taciute corresponsabilità dell’intera società napoletana. Tra le vittime della faida di Scampia e i boss in ascesa, compare nell’opera di Russo anche “il Borghese”: l’uomo qualunque, che in una sorta di outing rivendica la propria ideale appartenenza a un modo di agire compiacente e omertoso, tipico del Sistema Camorra. Una visione amara, quella dell’autore, per dire che a Napoli non c’è innocenza, perché non esistono zone franche. Il libro sarà presentato Mercoledì 7 novembre 2007 alle ore 18.00, alla Fnac di via Luca Giordano 59 a Napoli.