
Nella foto (Ap) la piccola Rubina Ali Qureshi si nasconde mentre un uomo demolisce la sua casa
Con un Oscar, ma senza un tetto. La loro vita sta diventando più avventurosa di quella dei personaggi da loro interpretati, ma il lieto fine sembra un’ipotesi lontana. Azarhuddin Ismail e Rubina Ali Qureshi, due dei bambini attori (interpretavano la ragazza Latika e il fratello del protagonista Selim) che hanno commosso il mondo in “The Millionaire“, da mesi fanno notizia per le loro vite, uguali a quelle di tanti altri coetanei degli slum di Mumbai, una metropoli da 14 milioni di abitanti, molti dei quali vivono in baracche. Come quelle di Garib Nagar, la baraccopoli in cui si trovavano le case fatiscenti dei due baby attori, che sono state demolite perché abusive. “Non sto bene” ha detto Rubina al reporter dell’Associated Press, “non so neanche dove dormiremo”. Una settimana prima era toccato alla baracca della famiglia di Azarhuddin.
Il fatto che si tratti delle abitazioni di due attori protagonisti di un film che ha incassato otto oscar e 320 milioni di dollari al box-office non ha cambiato i piani urbanistici dell’amministrazione cittadina. Si tratta solo dell’ultimo caso in cui le vite di Rubina e Azhar sono finite sotto i riflettori dopo i premi di Hollywood. Mentre le due star adulte di “The Millionaire”, Freida Pinto e Dev Patel, ottengono copertine e parti in megaproduzioni, per i piccoli tornati negli slum da cui erano stati scelti dalla produzione del film la vita pare non essere cambiata. Con la sola differenza di avere giornalisti e telecamere pronti a riprendere ciò che gli accade. Prima hanno fatto scalpore gli schiaffi dati dal padre al piccolo Azhar che si rifiutava di concedere l’ennesima intervista, poi lo “scoop” di un tabloid inglese: “Il padre di Rubina la venderebbe per 200mila sterline”. Adesso la demolizione delle case. I produttori del film hanno ribadito più volte che avrebbero garantito ai giovanissimi attori l’ingresso a scuola e una casa confortevole. Hanno anche donato 750mila dollari a un fondo di carità per i ragazzi di strada di Mumbai. Finora, però, la vita da “Millionaire” rimane un miraggio per i due bambini di Garib Nagar.

di Raffaele Panizza
In via Morigi 8, nel cuore della Milano romana, c’è un palazzo nobiliare del Quattrocento occupato da una trentina di squatter dal palato fine. “Un raro esempio di equilibrio tra architetture stratificatesi nei secoli” recitano i libri di urbanistica rinascimentale ricordando il vincolo posto nel dopoguerra dalla sovrintendenza delle belle arti. “Una proprietà prestigiosa da rivendere a 8 mila euro al metro quadrato” secondo il punto di vista della Paribas, la banca francese che ha acquistato l’immobile dal comune e ne sta decidendo la destinazione.
Ma non sarà facile procedere alla messa in vendita. Ribattezzata Casa Morigi dai suoi creativi inquilini, piccola porzione altolocata dei 5 mila squatter censiti in Italia dalla polizia, la palazzina è diventata una “residenza sociale” che, oltre a dare un tetto (finemente stuccato) a un popolo di artistoidi dai 24 ai 60 anni, ospita sedi di associazioni, compagnie teatrali, mostre, dibattiti e festival. Ci vive anche il regista cileno Marco Bechis, che ha concepito l’idea del suo film La terra degli uomini rossi proprio grazie alla quotidiana frequentazione con Survivor international, l’associazione per la difesa delle popolazioni tribali che ha sede all’interno del condominio aperto.
Da quando, dopo il G8 di Genova del luglio 2001, molti centri sociali di sinistra si sono trasformati in club di musica elettronica e le esperienze di occupazione dura sono rimaste in mano all’area anarchica, alcuni gruppi in Europa hanno imboccato una terza via. Niente pitbull per i corridoi, bricchi di vinaccio abbandonati per terra e slogan politici urlati col megafono. Al loro posto studenti fuori sede, creativi del web e precari con un alto livello d’istruzione ma scarso furore sovversivo. Tanto che se un agente della Digos facesse irruzione per lo sgombero, invece che materiali insurrezionali, troverebbe un po’ di varechina per le pitture, un internet point e un panciuto signore serbo che organizza corsi di fisarmonica a orecchio per chi non sa leggere gli spartiti.
“Condividiamo spazi e momenti solo quando ce n’è davvero la necessità” sostiene Claudio Raimondo, attore e presenza storica di Casa Morigi. “Per il resto, se dobbiamo dirci qualcosa, usiamo le email”. Ecco lo spirito fricchettone declinato nell’era dei contatti labili.
La tendenza è nata a Londra, città delle 100 mila case sfitte, dove circa un anno fa gruppi di squatter hanno occupato tre dimore nel quartiere di Hampstead. Una in Ingram avenue, residenza da 22 stanze valutata 4 milioni di sterline. Un’altra da 10 milioni al numero 89 di Winnington road, già di proprietà del presidente indonesiano Suharto e confiscata in seguito a vicende giudiziarie. E poi la casa occupata di Myfair, già soprannominata Posh squat (squat fighetto, ndr) per i rigidi orari da galleria d’arte imposti al pubblico, in una palazzina tra l’ambasciata americana e gli hotel di Park lane di un membro della famiglia sovrana di Abu Dhabi.
Anche a Parigi la tendenza è la stessa. In place Rio de Janeiro, nel costoso VIII arrondissement, un palazzo di cinque piani è stato occupato da 30 giovani dell’associazione Jeudi noir per protestare contro il caroaffitti. “Con qualcuno si riesce a scambiare una parola” lamenta Virginie stringendo la figlia di due anni “ma la maggior parte degli occupanti ha la porta della stanza chiusa e ci si vede solo sulle scale”.
Dalla residenza sociale si è già passati al residence asociale. E se mai in Europa qualcuno varerà un piano per la costruzione di nuove case popolari, riconsegnare le chiavi al portiere sarà davvero dura.