- Tags: Associazione-Meter, Bbc, censura, don-Fortunato-Di-Noto, La-Mollindustria, Luca-Volonté, operazione-Pretofilia, opinione, pedofilia, prete, querelle, server, Sex-Crimes-and-The-Vatican, vaticano, vescovo, videogame
-

“Ancora una volta il clero è al centro delle polemiche per gli abusi ai danni dei minori. Il Vaticano ha creato una task force per garantire l’impunità dei preti pederasti. Assumi il comando delle operazioni pretofile: consolida l’omertà, insabbia le indagini, contieni lo scandalo finché l’attenzione mediatica non sarà calata. Non lasciare che la giustizia secolare si intrometta negli affari della Chiesa!“.
Queste le istruzioni per l’uso di Operazione Pretofilia, il videogame satirico realizzato da La Mollindustria, collettivo milanese famoso anche fuori dall’Italia per la sua originale forma di attivismo videoludico.
Ispirato al documentario della Bbc Sex Crimes and The Vatican - che tanto scalpore aveva fatto già quando Anno Zero di Michele Santoro aveva deciso di mandarlo in onda in prima serata, il 31 maggio scorso - nel giro di due settimane Operazione Pretofilia ha scatenato un polverone di polemiche: pubblicato il 23 giugno (stessa data del contestatissimo Boy Love Day, la giornata dell’orgoglio pedofilo), è stato prima rimosso e poi è tornato online.
Nel mezzo c’è stato di tutto e di più: un’interpellanza urgente di Luca Volonté alla Camera; la mobilitazione dell’Associazione Meter di don Fortunato Di Noto; il governo che decide di allertare la Polizia Postale in nome della legge 38/2006; l’Avvenire che ricollega il videogioco allo spettacolo (saltato) “La Madonna piange sperma” e parla di “una strategia perseguita scientificamente e con ogni mezzo per distruggere dalle fondamenta la civiltà e la fede cattolica”; gli ideatori che, sotto pressione, ritirano il gioco dal sito “nella speranza che la macchina poliziesca si possa ancora arrestare”.
Tutto ciò mentre nella blogosfera crescono le proteste indignate per questa nuova “caccia alle streghe” e, grazie al passaparola, proliferano i siti mirror che permettono di scaricare comunque il videogioco. Tra questi c’era anche www.lucavolonte.eu, sito clonato dalle pagine web del parlamentare Udc e poi sequestrato dalla polizia postale. Un’iniziativa di “image-guerrilla” messa in campo da Les Liens Invisibles allo scopo di aumentare il “ranking della rivolta, opponendo la visibilità degli oscurati a quelle delle forze oscurantiste”.
Di qui la reazione della Lega Cattolica Anti-diffamazione che esprime sostegno morale “ad uno dei pochi politici che ha sempre difeso con coraggio i Cattolici” e annuncia una querela a Paolo Pedricini di Molleindustria per un’intervista a Liberation in cui paragonava la Chiesa italiana alla mafia.
Alla fine, Operazione Pretofilia è tornato online con alcune scene sfocate: è bastato trasferirlo su un server localizzato negli Stati Uniti, paese in cui i contenuti del videogioco non sono considerati illegali. Secondo alcuni esperti anche in Italia non c’erano gli estremi per una violazione della legge. Restano comunque aperte tutta una serie di domande: un videogioco satirico può costituire reato d’opinione o istigazione alla pedofilia? Basteranno mai le leggi (e le polemiche) nazionali a regolamentare una piattaforma globale e virale come Internet? E, soprattutto, anche in Italia sta prendendo piede la censura online?
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_disegno_corbis2.jpg)
Solo dopo l’assegnazione del Golden pen of Freedom 2007, il presitigioso premio della World Association of Newspapers, Yahoo! ha ammesso le proprie responsabilità e si è scusata con Shi Tao, il giornalista condannato a dieci anni di carcere per aver inoltrato via mail un documento riservato del Partito comunista cinese. Quello di Tao è forse il più clamoroso, ma non l’unico caso di ’spifferata’ fatta da grandi corporation al governo di Pechino: anche Google e Microsoft in più occasioni hanno trasmesso informazioni sulle attività di dissidenti, senza farsi troppi scrupoli sull’utilizzo dei dati forniti.
La foglia di fico dietro cui si nascondono un po’ tutti è il rispetto delle leggi locali e la sicurezza dei dipendenti. Poco importa, poi, se tutto ciò sia in aperto contrasto con la mission - orgogliosamente sbandierata in Occidente - di potenziare la conoscenza e la libertà umana. Business is business, anche nella web 2.0.
L’effetto di questa complicità tra stati con ansia da controllo e corporation assetate di utenti è che Internet sta pericolosamente cambiando volto: “Il virus della repressione si sta diffondendo - spiega Tim Hancock di Amnesty International - Il modello cinese di un’Internet che permette la crescita economica senza libertà di espressione o privacy ormai si va affermando. Cinque anni fa erano solo una manciata di paesi, ora alcune dozzine di governi bloccano siti e arrestano blogger”. Dati più precisi sull’espansione del fenomeno ci arrivano dall’ultima mappatura di Open Net Initiative: dall’India al Marocco, dallo Yemen al Sud Corea, dall’Etiopia al Vietnam, sono almeno 25 gli stati che applicano raffinati sistemi di filtraggio. Ma nessuno è senza colpe, dicono i ricercatori dell’ONI: spesso i software migliori sono realizzati negli Stati Uniti e poi rivenduti agli organismi governativi di mezzo mondo. E così gli strumenti diventano sempre più pervasivi: siti oscurati, blog cancellati, monitoraggio ossessivo delle chat, restrizioni sui motori di ricerca o sull’accesso a Wikipedia (solo qualche giorno fa la versione cinese dell’enciclopedia collaborativa è stata ripristinata). Nel mirino non ci sono solo i contenuti, ma anche gli applicativi che permettono la condivisione di risorse (di recente in Thailandia sono stati bloccati Skype e YouTube).
Per fortuna, le associazioni di difesa dei diritti civili si sono attivate in tempo, andando oltre la semplice denuncia e facendo leva sull’aspetto virale e collaborativo della rete per combattere questa nuova deriva oscurantista: manuali di sopravvivenza per blogger (come questo di Reporter sans frontieres), software alternativi (si veda FlickrAccess, un’estensione per Firefox che consente di aggirare i filtri in Iran e Cina), librerie online (come la coraggiosa Kotobarabia, primo store mediorientale online a diffondere letteratura proibita). Tra le iniziative di maggiore successo c’è poi irrepressible.info di Amnesty International. Lanciata lo scorso anno, la campagna invita chiunque possieda un un blog o un sito web a ripubblicare frammenti di materiale censurato attraverso un badge che recita: “Qualcuno non vorrebbe vedere pubblicato questo…”. Forse non basterà un badge ad evitare il carcere ai cyberdissidenti, ma se non altro le loro denunce potranno continuare a circolare.
- Tags: Antonello-Venditti, Bruce Springsteen, censura, De-André, Freemuse, Gianna-Nanni, Guccini, John-Lennon, Loredana-Bertè, Madonna, Michael-Franti, Musica, Pooh, Sparate-sul-pianista, Vasco-Rossi, Yusuf-Islam
-
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_madonna.jpg)
Antonello Venditti ricorda spesso un aneddoto sulla censura in Italia. Quando, cioè, un giovane funzionario della Rai gli chiese di cambiare il verso della canzone Compagno di scuola che recitava “quella del primo banco che l’ha data a tutti meno che a te”. Verso che poi fu modificato in “filava tutti meno che te”. Un caso che oggi fa sorridere ma che evidenzia come la censura abbia voluto zittire gli artisti che proponevano brani poco graditi perché contenevano riferimenti politici, o, nel caso di Venditti, sessuali, troppo evidenti. Una lista lunga, in Italia e nel mondo. Per questo c’è chi ha dedicato un libro all’argomento: Sparate sul pianista! La censura musicale oggi (Edt), a cura della Ong danese Freemuse. e con una introduzione all’edizione italiana del premio Nobel Dario Fo, che di censura ne sa qualcosa.
Il libro è frutto di una ricerca lunga e documentata. Non si sbaglia certo se si associa la censura a Paesi oppressi da dittature o nei quali non c’è ancora una piena libertà di espressione: è il caso di Afghanistan, Corea del Nord, Cuba, Birmania o Myanmar, per citare alcuni degli esempi analizzati nel testo. Anche in Occidente, però, ci sono casi eclatanti. Emblematico è quello della Clear Channel, proprietaria negli Usa di molte emittenti radiofoniche che, dopo l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre, decise di vietare la messa di onda di brani che in qualche modo potessero causare controversie in riferimento all’attentato stesso. Sotto la scure della censura sono finite canzoni come Imagine di John Lennon, ma anche altre e di altri artisti: Bruce Springsteen, Yusuf Islam (cioè Cat Stevens), Madonna, per esempio. Ancora. In Francia sono finiti nel mirino i rapper, colpevoli di proporre una scomoda controinformazione. Nel libro non si parla dell’Italia, come si fa, invece, sul sito di Freemuse, dove si trova un ampio archivio sulla musica negata in tutto il mondo. Nel nostro Paese la censura è stata particolarmente cattiva con artisti del calibro di Luigi Tenco (quasi tutte le sue prime composizioni), Francesco Guccini (L’avvelenata, per le parolacce e riferimenti al sesso: guarda il video), Francesco De André o I Ribelli (ricorderete Pugni Chiusi che un tempo era Pugno Chiuso, per molti un riferimento troppo politico). E poi ancora, arrivando ai giorni nostri, sotto le forche caudine sono finiti a vario titolo Loredana Bertè, Gianna Nanni, Vasco Rossi, i Pooh. Recentemente qualche problemino, risolto, lo ha avuto anche Daniele Silvestri allo scorso Festival di Sanremo con La Paranza (guarda il video) che nell’attacco dice: “Mi sono innamorato di una stronza…”, in realtà una bazzecola, ma pur sempre criticata.
Imagine di John Lennon: il video
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_oliviero_toscani.jpg)
“La censura di oggi è un po’ più sottile di una volta, ma è in realtà è più violenta. Forse solo Internet è l’unico mezzo libero, ma vedrai che dura poco: anche lì i censori riusciranno a metterci sopra le mani”. Così parlò Oliviero Toscani, il fotografo pubblicitario più censurato e amato del nostro Paese, al quale Panorama.it ha rivolto qualche domanda a bruciapelo.
Chi sono oggi i censori?
I mediocri. Quelli che non sono capaci di educare i loro figli. Quelli che non hanno niente da dire. E chiunque sia un po’ più avanti della società in cui vive subisce la loro censura. È normale. È persino un onore essere censurati. Vuol dire che sei più avanti di loro. È sempre stato così nella storia.
Loro? Hai qualche nome e cognome da fare?
Prendi Nolita Pocket, la mia pubblicità, quella con la bambina nuda con il fratellino in braccio. Lo Iap, questo istituto che ha atteggiamenti in stile mafioso denominato Istituto di autodisciplina pubblicitaria, sostiene che istighi alla pedofilia. Che cosa vuol dire? Me lo sai spiegare?
No, ma tu te ne puoi fregare. Sei Toscani. O no?
Certo che me ne frego. Ma quelli dello Iap condizionano i giornali. E, con il loro piccolo potere da burocrati, riescono a impedire che una pubblicità sia pubblicata anche perché gli editori si fanno condizionare. Insomma, il solito circuito vizioso…
Quali sono i temi più censurati?
Il sesso e la religione. Il sesso perché è ancora un grande problema sociale. La religione perché è tremenda, è rimasta ai tempi dell’Inquisizione e continua ad avere un potere pazzesco.
Era più facile lavorare oggi o vent’anni fa?
È uguale, c’è solo un po’ più di autocensura. Certo, quando rivedo le mie foto di Benetton censurate la gente dice: è ridicolo. Ma come, censuravano queste cose qui? E certo che lo facevano! Ti ricordi la mia foto sui preservativi colorati? Tra un po’ anche Famiglia cristiana li regalerà in allegato…
È cambiato il senso del pudore negli anni?
Non è senso del pudore, è ipocrisia. Ipocrisia e mediocrità. Mediocrità e potere. Perché loro, i censori, possono scegliere che cosa pubblicare. Ma alla fine, nella storia, si sono sempre dimostrati per quello che sono: degli imbecilli. Ricordi un censore intelligente o geniale, forse? Guarda la demenza delle televisione degli anni 50. Le mutande no, il reggiseno sì. Le cosce, sì, ma solo fino al ginocchio. Poi le cosce sì, anche fino all’inguine, ma le chiappe no. Tutte stronzate. Ipocrisie, robe dell’altro mondo.
Il potere e l’immagine: parla Toscani

Banned commercial. Il 15 maggio scade il termine per l’iscrizione alla II edizione di “Creatives are bad!”, la mostra dedicata alle pubblicità censurate o mai realizzate nel nostro Paese. Un evento, aperto a tutti i pubblicitari italiani, che è nato da un’idea dell’agenzia MTN Company (con la collaborazione di Comunitàzione.it) e che si svolgerà alla fine di luglio a Cava de’ Tirreni (Sa). Il filone delle pubblicità censurate (o ritirate a causa delle proteste delle più varie associazioni) sta diventando un importante attrattiva in termini di pubblico. Ed è anche un modo per riflettere su come, con l’andar del tempo e a seconda delle latitudini, arretri, si sposti, si trasformi quella cosa impalpabile che è il comune senso del pudore. Roma e Milano hanno recentemente offerto una serie di iniziative sulle pubblicità più contestate della nostra storia (da Jesus a Oliviero Toscani per Benetton, per finire con Ikea). Ma anche su Internet e nelle grandi capitali mondiali gli spot ritirati raccolgono un interesse crescente, quello sì, difficilmente censurabile. Come risulta chiaro dal numero dei clic di questa straordinaria gallery di spot su Youtube.
Leggi anche: Toscani: quanto sono imbecilli questi censori - Jeans Lee: quando la pubblicità scopre il web 2.0 -
Hunday
Zazoo condoms
Durex condoms
Skin skin condoms
Nike
Jup
Xbox 360 (playstation)