
Rencontres d’Arles 2010
Andrés Duprat curatore della mostra dell’argentino León Ferrari, ospite d’onore ai Rencontres d’Arles, dice che la fotografia non va più considerata come un espressione a sé, ma che è interessante vederla inserita nelle altre arti: scultura, pittura, collage.
Una contaminazione molto presente nelle opere dell’anticlericale Ferrari, ma poco o niente nelle altre sessanta mostre che fino al 19 settembre trasformeranno Arles nella capitale della fotografia.
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Alessandro Haber in Vola Vola - Credits: Ufficio Stampa Volpe & Sain
Alessandro Haber (o meglio il suo avatar, per dirla alla James Cameron) è il protagonista di “Vola Vola”, il primo film girato interamente nel mondo alternativo di Second Life.
L’attore, che non nasconde la sua poca dimestichezza con la tecnologia, parla della singolare pellicola, presentata in anteprima nazionale al Filmforum di Gorizia, festival promosso dall’Università di Udine chiuso ieri. Ecco la nostra chiacchierata.
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The Australian Pink Floyd Show di Genova, spettacolo tributo al gruppo - Credits: MarcoMarchelli©kikapress.com
C’è qualcosa di estremamente romantico, a mio parere, nella causa che i Pink Floyd hanno intentato nei confronti della EMI, la loro casa discografica.
Perché in sostanza, al di là dei cavilli, quello che non piace agli autori di “Dark side of the moon” è che le piattaforme digitali vendano la loro musica canzone per canzone.
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LA GALLERY
In questo 2007 che sta per chiudere i battenti c’è un oggetto-simbolo che ha compiuto sessant’anni: è la Polaroid, la prima macchina fotografica istantanea. Brevettata nel 1929, fu in grado di sviluppare le foto in soli sessanta secondi proprio nel 1947.
Un miracolo della tecnica merito di Edwin Land, che inventò l’istantanea per soddisfare un capriccio della figlioletta un po’ impaziente, a cui non piaceva dover aspettare qualche giorno per lo sviluppo e la stampa dei negativi. Almeno, questa è la leggenda che viene tramandata. “Fatto sta che è ancora oggi una magia: agli occhi di un bambino, ma anche di un adulto, vedere apparire l’immagine sul rettangolo di carta, appena dopo lo scatto, è esaltante”, commenta Maurizio Galimberti, il più famoso polaroid-fotografo d’Italia.
Galimberti scatta solo con la sua Polaroid “integrale” da oltre vent’anni: “Ho cominciato nel 1983, e da allora non l’ho più lasciata. È una pellicola che permette una visione molto artistica, e ha la sua grandezza nel colore: trasmette contemporaneità, sangue, emozione”.

La tecnica di Galimberti è particolare. Quando deve fotografare una persona, le appoggia la Polaroid al corpo, creando un contatto fisico tra la macchina e il soggetto. “Per raccontare il suo volto, io lo abbraccio”, spiega. In questo modo nascono i suoi ritratti così speciali (guarda la gallery): ha immortalato “a mosaico” Monica Bellucci, Wim Wenders, l’amministratore delegato della Ferrari Jean Todt, facendoli sempre emergere in modo diverso rispetto alle fotografie tradizionali. Ma Galimberti non ritrae soltanto persone: il suo penultimo lavoro, pubblicato dalla casa editrice Damiani, è New York Polaroid. “Una città inquietante, in cui si può essere uno, nessuno e centomila” spiega il fotografo citando Pirandello. L’ultimo suo lavoro, invece, dal titolo Metamorfosi (il catalogo della mostra mostra è pubblicato da Electa), raccoglie sessanta immagini, in cui ritratti e paesaggi vengono affiancati.
Nel corso dei decenni, praticamente tutti i più grandi maestri dell’obbiettivo hanno ceduto almeno una volta al fascino della Polaroid. E c’è un libro che raccoglie molti scatti celebri: è il Polaroid Book, pubblicato dalla casa editrice Taschen. Tra le foto, quelle di Ansel Adams, David Hockney, Helmut Newton, Jeanloup Sieff e Robert Rauschenberg.

Certamente il mercato della Polaroid è stato danneggiato dall’avvento delle macchine fotografiche digitali, a cui non solo la massa dei fotografi occasionali, ma anche molti professionisti si sono convertiti, visti i vantaggi dal punto di vista economico. Ma allora perchè la Polaroid non solo sopravvive, ma mantiene intatto il suo fascino? “Perchè è unica”, risponde subito Galimberti: “Ventitré strati di materia chimica che si combinano insieme, attraverso 5500 reazioni chimiche, nel giro di un secondo, e l’immagine che compare e prende forma poco a poco: non so se mi sono spiegato. Se non è una magia questa…”
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Un enorme “totem della comunicazione” che mette insieme stelle e microchip, polvere di fosforo ed etichette intelligenti, maestria artigianale e tecnologie senza fili. L’arte in tutta la sua imponenza spettacolare, ma anche una riflessione sulla sua portata interattiva nell’era digitale. Questo e altro ancora è Il Grande Muro di Stelle, opera “comunicante” di Piero Fantastichini ospitata fino al prossimo 20 dicembre nel cortile dell’Accademia di Belle Arti di Roma. L’installazione è frutto dell’incontro “fatale” tra il poliedrico artista romano e Derrick De Kerckhove, direttore del McLuhan Program in Culture & Technology di Toronto.
Il monolite si presenta come un parallelepipedo (largo 6 metri e alto 8 metri) su cui sono installate 36 tele che raffigurano 12mila chip e 500mila stelle. Una superfice resa luminosa dai materiali utilizzati: resine, oro a foglia, argento, polvere di fosforo. E questo è il lato più artigianale dell’opera, accanto al quale, però, si muove una dimensione del tutto innovativa. Lungo la superfice, l’artista ha nascosto una serie di etichette RFID in grado di trasmettere dati e immagini su ulteriori dettagli nascosti nell’opera. Gli spettatori dotati di palmare o portatili predisposti alla connessione senza fili potranno così “navigare” ed esplorare l’opera anche dai propri monitor, seguendo le tracce segnalate da Fantastichini. “Ecco allora che il muro diventa penetrabile. E simbolicamente non delimita più lo spazio ma lo apre all’interpretazione”, spiega Chiara Sottocorona, esperta di nuove tecnologie.
“Il grande muro di stelle si pone come il firmamento elettronico del nostro ambiente cognitivo” sottolinea De Kerckhove “È un mondo che contiene un’infinità di livelli cognitivi e strati emozionali”. Al centro di questo mondo si trovano i tag, ovvero le etichette utilizzate per organizzare l’informazione online, ma anche i chip invisibili utilizzati per trasmettere dati: “Piero Fantastichini ci riporta alla logica del tag e al principio dell’ipertinenza (la capacità di un ipertesto di moltiplicare i significati pertinenti, ndr). È all’interno di questi due nuovi orizzonti che possiamo oggi spiegare le dinamiche di costruzione dell’arte che segue i movimenti del sapere ipertestuale, i rapporti tra le persone e fra le persone e l’opera d’arte nella società”.
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- Tags: digitale, Flickr, fotografia, jonathan-keller, losanna, mostre, musée-de-lelysée, noah-kalina, scoopt, spazio-forma, svizzera, tous-photographes, william-ewing, youtube
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Hai un apparecchio digitale o un cellulare dotato di fotocamera? Allora anche tu puoi essere uno degli artisti le cui foto vengono esposte al Musée de l’Elysée di Losanna. Sì, perché oggi tutti possono essere fotografi (o quanto meno provarci) e la mostra “Tous photographes!” (guarda la gallery) è lì a dimostrarlo.
Con l’avvento della fotografia digitale sono sempre meno le barriere tecniche tra professionista e amatore. Basta una buona (e non buonissima) conoscenza dei mezzi informatici e un po’ di fantasia (e di capacità) e si può giocare di ritocco, fotomontaggio, sovrapposizione o ricampionatura di immagini. Uno sbizzarrirsi di pixel in libertà. Per sentirsi tutti un po’ fotografi, scegliendo magari di condividere la passione per lo scatto in siti come Flickr, o ricavandone anche un business con agenzie fotografiche amatoriali come Scoopt. La creatività è quanto di più democratico ci sia. Così il direttore del museo svizzero, William Ewing, ha deciso di consacrare a questo fenomeno un’esposizione, interattiva e in progress. Dall’8 febbraio sono esposte immagini inviate, tramite un apposito form presente sul sito del museo, da fotoamatori di tutto il mondo. Ogni settimana avviene la selezione casuale di un centinaio di nuove foto, che vanno a sostituire le precedenti e a comporre il patchwork di immagini in continuo mutamento sui muri della galleria. Il fotografo selezionato riceve indietro una foto di come appare la sua opera in mostra. E questo fino al 20 maggio (c’è invece tempo fino al 5 giugno 2007 per partecipare alla rassegna-concorso Videominuto organizzata dal Museo Pecci di Prato: leggi l’articolo).
![Le sale dell'esposizione al [url=http://www.elysee.ch/]Musée de l'Elysée[/url] di Losanna © Yves André](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10054/normal_13_yvesandre2007.jpg)
Tra i fotoamatori selezionati, Noah Kalina, ventiseienne di Williamsburg (Brooklyn) è l’emblema della new generation digitale. Il suo lavoro è un video composto da 2.356 autoritratti scattati quotidianamente dall’11 gennaio del 2000 al 31 luglio del 2006. Messi in fila tramite un software per la fotografia digitale, uno dietro l’altro, con un intervallo di sei immagini al secondo, Noah ha ottenuto “everyday“, un filmato tanto facile da realizzare quanto geniale e sorprendente. Il suo volto in progressivo mutamento: stesso sguardo, fisso e quasi ipnotico, ma i lineamenti in lenta evoluzione e i capelli che cambiano taglio. Il filmato, caricato il 27 agosto scorso su YouTube, il sito di condivisione di video, è stato visto finora quasi 6 milioni di volte e ha raccolto oltre 24 mila commenti. Un vero boom.
Noah si è ispirato per il suo lavoro al video “me” di Ahree Lee, che con la stessa tecnica ha ritratto se stessa per tre anni, postando poi il relativo video su AtomFilms e su YouTube. Su questa scia sono nati tanti video simili, un fenomeno di cui si è occupato anche il New York Times, come quello di Jonathan Keller, che espone il progetto nel suo sito.”È una rivoluzione o solo un’evoluzione?”: è questa la domanda che vuole porre William Ewing attraverso la mostra Tous photographes!. Ewing, che è anche curatore della rassegna in corso al Forma di Milano “Faccia a Faccia. Il nuovo ritratto fotografico” (leggi la recensione) dedicata all’evoluzione del ritratto alla luce dell’era digitale, si dà anche una risposta. “È una rivoluzione”.
Guarda la gallery
- Tags: Chris-Dorley-Brown, digitale, Forma, fotografia, losanna, Milano, mostre, musée-de-lelysée, Nathalie-Herschdorfer, noah-kalina, ritratto, Suzanne-Opton, william-ewing
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![La foto di copertina è di Michael Najjar</p> <p>Al [url=http://www.formafoto.it/_com/asp/list.asp?g=m&s=c&l=ita]Forma[/url]di Milano[br]<br /> [i]fino al 17 giugno[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10054/normal_facciaafaccia_libro.jpg)
La chiarezza è sostituita con l’ambiguità, il realismo con l’iperrealismo. In altre parole: il ritratto fotografico convenzionale è morto. Lo dicono William A. Ewing e Nathalie Herschdorfer, rispettivamente direttore e curatrice associata del Musée de l’Elysée di Losanna, in Svizzera. E lo annunciano con la mostra Faccia a Faccia. Il nuovo ritratto fotografico, di cui sono curatori, in corso fino al 17 giugno al Forma, Centro Internazionale di Fotografia di Milano.
Oltre cento immagini (eccone alcune) in cui la nuova generazione di fotografi riflette luci e ombre dell’epoca attuale, fatta di bisturi, creme e martellante voglia di protagonismo. Visi patinati, ritocatti, rielaborati. Denudati, sovrapposti, esasperati. Sulle pareti del Forma si susseguono ritratti che sono anche il frutto di elaborazioni digitali, fotoritocchi, fotomontaggi o ricampionature delle immagini. E anche video, come quello di Noah Kalina, composto da 2.356 autoritratti scattati quotidianamente, per sei anni, e messi in fila in un filmato sorprendente. Sono disarmanti, invece, i volti dei soldati americani immortalati da Suzanne Opton. I soggetti non indossano le loro divise, sono distesi in terra e, così raffigurati, mostrano tutta la vulnerabilità che normali pose avrebbero mascherato.
L’immagine composita di Chris Dorley-Brown, “volto del 2000″, è formata invece da 2000 scatti di visi, tutti di abitanti del villaggio inglese di Haverhill. L’insieme di volti, da quello del bambino di due anni a quello dell’anziano di 70, compongono un viso unico, dolce, che per l’autore raffigura la bellezza.
Strategie di rappresentazione innovative, a volte toccanti, altre raccapriccianti, ma sempre e comunque d’impatto. Per una ritrattistica inedita che fa vacillare l’idea di “volto inteso come specchio dell’anima” e che, secondo Ewing (curatore anche della mostra Tous photographes!: leggi l’articolo), è curiosamente più vicina alla ritrattistica del XIX secolo che non a quella del XX.
Alcune immagini della mostra Faccia a Faccia. Il nuovo ritratto fotografico