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IL DISCO. Le tipologie di coloro che hanno almeno per una volta ascoltato i Sigur Rós sono due: quelli che li considerano dei lagnosi e quelli che li considerano dei geni assoluti. Ma il bello della musica è che produce opinioni differenti. Sotto l’albero di Natale però, c’è un regalo che potete farvi ed è proprio quello di Hvarf / Heim, l’ultima fatica sonora della band che arriva dal freddo islandese. In realtà questo è un doppio cd nel quale potrete trovare, oltre ad alcuni loro brani storici, anche tre preziosi inediti. Nel secondo cd, in particolare, le canzoni prendono forma acustica e quindi decisamente più sognante. Il tutto è accompagnato anche da un dvd (venduto a parte), dal titolo Heima che racconta il viaggio attraverso alcuni concerti fatti dai Sigur Rós nella loro magica Islanda nell’estate del 2006. Il film/documentario, perché di questo si tratta, è stato anche presentato alla Festa Internazionale del Cinema di Roma ed è uno splendido affresco della loro terra d’origine. Per capire meglio chi sono e cosa mettono in musica questi geniali artisti dell’estremo Nord Europa, può bastare il commento della rivista Melody Maker: “La musica dei Sigur Ros è come il suono di Dio che piange lacrime d’oro in Paradiso”.
I LIBRI. Nel 2008 saranno dieci anni che Lucio Battisti non c’è più e la casa editrice Arcana, nella collana Songbook, ha deciso di dedicare al cantautore due volumi. Il primo dal titolo Ma c’è qualcosa che non scordo. Lucio Battisti. Gli anni con Mogol, di Renzo Stefanel e Specchi opposti. Lucio Battisti. Gli anni con Panella, di Ivano Rebustini, entrambi i libri sono a cura di Franco Zanetti.
IN TOUR. Dopo l’uscita dei nuovi brani, prima solo sul loro sito internet e poi anche nei negozi (il prossimo 28 dicembre), i Radiohead sono pronti ad immergersi nel live. La band inglese sarà in Italia per due sole date ed entrambe a Milano (all’Arena Civica), il 17 e il 18 giugno. All’inizio di gennaio, invece, tornano in Italia i Within Temptation. La band olandese si esibirà il 10 gennaio all’Estragon di Bologna e il giorno successivo al Live Club di Trezzo sull’Adda, nei pressi di Milano.

La scena è sempre la stessa. Noi che raggiungiamo l’artista, nel caso specifico Fabri Fibra, in uno studio della casa discografica, la Universal, per parlare dell’uscita di un nuovo album.
Presentazioni e strette di mano. Siamo di Panorama.it, molto piacere… “Ah Panorama (sorride Fabri), vi devo tanto”.
Per via delle copertina di un anno e mezzo fa?
Sì, quella copertina mi ha aiutato in qualche modo.

C’era scritto “il suo primo disco”, nel senso che era il primo con una major.
Vero. Ma chissà quante persone avranno pensato “che culo questo, al disco d’esordio e già sbanca”. Non era però la prima esperienza in senso assoluto. Fabrizio Tarducci, ora Fabri Fibra, porta con sé la classica storia di chi, rischiando parecchio, ce l’ha fatta. Partito a 28 anni (ora ne ha 31) dalla sua Senigallia, nelle Marche, dove vendeva saponette per alberghi e, in pratica, lavorava in magazzino, passato per l’Inghilterra, dove si guadagnava il pane in una fabbrica di penne, è arrivato a Milano nel 2005 non avendo ancora un contratto in tasca. Erano i giorni dei provini con la Universal e di Applausi per Fibra (Guarda il video), il singolo che lo ha lanciato. Intanto, mentre aspettava la risposta della casa discografica, mandava curricula in giro. Il programma era di provare, se entro 6-7 mesi non ci fossero stati risultati, sarebbe tornato a casina. Poi, come dice lui stesso, “la gente mi ha premiato”.

Senta, lei dice di essere un “bugiardo” (così si intitola l’album, il quarto della sua carriera). Ma a noi sembra che dica un sacco di verità.
Quando sono arrivato a Milano e ho avuto successo con Tradimento (il disco precedente, ndr) e la successiva tournèe, ho avuto un blocco psicologico. Tutto quello che dicevo e che scrivevo era ascoltato da tutti.
C’è qualcosa che l’ha infastidita particolarmente?
La reazione della gente che ruota intorno al mondo dello spettacolo. Non sono mai stato considerato come persona. Nel momento in cui sono arrivato al primo posto in classifica tutti mi hanno cercato, ragazze comprese. Quando hai il successo tutti vogliono collaborare con te. E mi sono chiesto perché ora e non prima? Faccio un esempio, da piccolo ero grassissimo e le ragazze non mi cagavano. Le prime storie le ho avute a 18 anni. Adesso che 4 o 5 al giorno ti chiamo perché ti vogliono vedere, mi fa schifo. Ecco, queste sono le domande che mi sono fatto in questo disco. Se per i giovani d’oggi la missione è diventare famosi, per fare la vita del vip, siamo messi male. Quella vita lì è tutta finta. È la bugia più grossa che esista.
La società che descrivi è complicata.
Partecipiamo una sorta di Truman Show. I muri che ci circondano sono di cartone. Gli entusiasmi sono finti. E io ho detto che il mondo dello spettacolo è bugiardo. È bugiardo perché, per esempio, una ragazza può pensare di risolvere tutti i problemi facendo la velina. Poi con Vallettopoli ti accorgi che la velina è costretta a fare certe cose, a combinare i servizi fotografici. Devi stare attenta a stare sempre nella pagina del gossip.
Però, a volte, basta dire la verità e non essere bugiardi.
Non è così. Se tu fai la musica devi regalare dei sogni. Devi dire che l’amore è eterno, che stare con te è stato bellissimo. Se tu fai una musica di rottura, come la mia, non va bene. Io faccio incazzare la gente. Il brutto è che sono da solo. Prendiamo i Negramaro che sono quasi costretti a fare gli intellettuali. Sembra che abbiano riscritto la Divina Commedia. Tutto ciò è nauseante. Non vedo in circolazione uno specchio dei nostri tempi.
Dunque ciò che è prodotto dal mondo dello spettacolo è tutto falso?
Ma sai quanto si odiano gli artisti? Quanti problemi ci sono nei live. Voglio uscire prima io. Con quello non suono? La differenza è che io queste cose le dico, gli altri no. Fanno finta di volersi bene.
Una curiosità ce la toglie? Nel disco ha demolito un po’ di personaggi, tipo Laura Chiatti e dj Francesco (che non si chiama più così, ma Francesco Facchinetti). Qualcuno di loro si è fatto sentire per lamentarsi?
Secondo me sono tutti traumatizzati. Però non ci posso far niente se a Buona Domenica parlano sempre del fatto che la Gregoraci si sposerà con Briatore e vivrà in uno yacht lussuoso. E lo farà dopo tutto quello che abbiamo sentito su di lei. Io non giudico nessuno, dico solo che in Italia succedono queste cose qua.
Sei un bravo cronista allora.
Vero, infatti, nel disco dico che volevo fare il giornalista.
Magari di Panorama?
Non sarebbe male. Come la vedete?

Crisi economica e mancanza di coraggio vanno a braccetto. Il mercato discografico è in grave difficoltà. Non è una nostra convinzione, ma sono i fatti (e soprattutto i dati) a dirlo. Nel mondo, e in Italia in modo particolare, si vendono sempre meno dischi, con un calo, dal 2004 ad oggi, del 30 per cento del mercato. Per ovviare alle perdite, le grandi case discografiche non trovano di meglio che rifugiarsi nelle solite e ripetitive raccolte (con l’aggiunta di qualche inedito così da indurre tutti a comprare). In questo periodo ne esce una al giorno. Ma se da un lato c’è questo continuo proliferare di doppi e tripli cd, dall’altro c’è un mondo, quello delle cosiddette etichette indipendenti, che mostra i denti e il coraggio che manca alle major, puntando su due fattori che spesso fanno la differenza: sperimentazione e qualità.
Primo esempio: Gianmaria Testa, cantautore cuneese molto apprezzato in Francia (come il suo conterraneo piemontese Paolo Conte), non notissimo in Italia, ma vincitore del miglior album del 2007 al Premio Tenco. Testa, “silenzioso capostazione” (è la qualifica che si dà lui stesso), ha battuto, sul palco del Tenco, la concorrenza di nomi importanti, come Morgan, Battiato, Cristicchi e Silvestri.
Altro esempio: Ascanio Celestini che ha recentemente vinto il Premio Ciampi, come miglior disco d’esordio. È un caso che entrambi pubblichino i loro album per la Fandango? La risposta, a questo punto, è assai semplice: no! Le piccole etichette sono quelle che meglio rispondono a un mercato che cambia in modo vorticoso e che, allo stesso tempo, hanno avuto la voglia e l’intelligenza di puntare su prodotti diversi, sperimentando nuove idee. Di sicuro nessuna major avrebbe mai pensato di mettere sul mercato un esperimento musicale ardito come quello di John De Leo, Vago Svanendo. La Carosello Records l’ha fatto. Ma la lista di esempi di piccole case discografiche che hanno sfornato talenti è lunga. Un nome per tutti è quello dei Subsonica che, nati e cresciuti con la Mescal, sono approdati nel 2004, cioè alla vigilia della pubblicazione di Terrestre, alla Emi (non senza beghe legali). Tutto questo per dire che nella musica italiana c’è chi sta fermo ad aspettare (non si sa ancora cosa) e chi si muove con scaltrezza, conciliando incassi e qualità.
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Mettere insieme un disco e un libro che descrivono gli stessi luoghi, gli stessi personaggi e le stesse atmosfere. È stato questo l’obiettivo di Tibe, uno dei protagonisti più apprezzati della cultura italiana indipendente che ha deciso di regalare al pubblico non solo le sue visioni sonore, decisamente sperimentali e psichedeliche, ma anche un romanzo dalle tinte forti: un noir vero e proprio.
Per la realizzazione del disco, Tibe (ascoltalo su MySpace) si è avvalso della collaborazione di nomi della scena alternativa nostrana. Come Andy dei Bluvertigo, Emidio Clementi (ex voce dei Massimo Volume e ora apprezzato scrittore). E poi Pietro Pirelli e Livio Magnini, anche lui Bluvertigo. Hotel Lamemoria, questo il titolo dell’intero progetto di Tibe, è stato da poco pubblicato dalla Piccola Biblioteca degli Oscar Mondadori. Ma oltre all’album e al libro, ancora più suggestivo è il live di Hotel Lamemoria, nel quale, come dice lo stesso autore “la storia abbandona il romanzo e prende forma attraverso le canzoni presenti nel disco e suggestivi momenti di reading tratti dal romanzo e sapientemente sonorizzati”.
Ad accompagnare il trentenne artista varesino al pianoforte, che dal 2002 si occupa anche si installazioni visive e musicali, c’è il maestro Zeno Gabaglio al violoncello (anche elettrificato). Tutto per un’ora di musica sognante.

Si chiama Soldati il secondo album di Andrea Parodi. Il 32enne di Cantù che, negli anni e con tanta gavetta, si è ritagliato un spazio importante nella musica italiana. Ora è tornato a distanza di cinque anni dal suo esordio discografico: Le piscine di Fecchio. In questo album, il cantautore brianzolo, caro a Bocephus King, è riuscito a unire (come la critica unanimemente ha riconosciuto) la tradizione sonora italiana con quella americana, Dylan, Springsteen e Tom Petty, in particolare. Il tutto amalgamato da testi che sono diventati un concept dal quale vengono fuori storie di guerra e di vita tragica (fondamentale e commovente quella di Tania che, su commissione del ministero della cultura, va come ricercatrice del folklore in Bolivia per raccogliere informazioni per Che Guevara. Ed è qui che trova la morte ad appena 29 anni).

Ma oltre all’aspetto prettamente musicale c’è una particolarità che colora questo disco. Parodi è, infatti, un’artista a Impatto Zero, perché ha deciso di intraprendere una personale battaglia contro le emissioni CO2 nell’ambiente. Un ambiente che viene aiutato a rinascere puntando sulla creazione di nuove foreste nel Costa Rica. Se le nostre parole vi hanno incuriosito, vi diamo un motivo in più per comprare Soldati, visto che potrete così avere tra i vostri dischi anche uno che ha un elegante packaging completamente ecologico e stampato su carta riciclata Cyclus. E c’è di più. Tutte le emissioni di CO2 per la realizzazione dell’album sono anch’esse a Impatto Zero. Proseguendo su questa linea, anche il tour, nei suoi numerosi spostamenti (qui sotto le date), avranno un Impatto Zero.
TOUR:
6/11 Radio Voce Spazio
9/11 Napoli – FNAC
10/11 Aversa – Auditorium Bianca D’Aponte
12/11 Milano – Salumeria della Musica con Patricia Vonne
13/11 Ferrara - Circolo Arci Bolognesi con Patricia Vonne
14/11 Firenze – Be Bop con Patricia Vonne
15/11 Roma – FNAC – ore 18.00
15/11 Roma – Big Mama con Patricia Vonne - ore 22
16/11 Cantù (Co) – All’una&35circa con Patricia Vonne
22/11 Pesaro – Fuzz
23/11 Rimini – Centro Grottarossa
30/11 Arcola (Sp) – Pegaso
1/12 Savona – Raindogs
6/12 Roma – Big Mama
14/12 Pavia – Spaziomusica
15/12 Milano - Leoncavallo
21/12 Osnago (Lc) – Locomotiva
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A vederlo in fotografia Robert Wyatt sembra un po’ Babbo Natale. Barba bianca e capelli lunghi, anch’essi bianchi e con scriminatura a sinistra, leggermente cicciotto e un viso simpatico. E un po’ papà Natale lo è, visto che ci ha regalato, il suo nuovo disco: Comicopera, uscito a “soli” quattro anni di distanza dal precedente, Cuckooland, per il quale ne aveva impiegati sei. Come recita il titolo stesso, Comicopera (disponibile anche nella versione doppio vinile) è un’opera, ed è divisa in tre parti. La prima, Lost in noise, racchiude canzoni che l’ex batterista dei Soft Machine, su una sedia a rotelle da 34 anni dopo essere caduto da una finestra scambiata, in una notte di ebbrezza, per una porta, ha scritto soprattutto con la moglie Alfreda Benge. Notevole Stay Tuned di Anja Garbarek. Il secondo atto si intitola The here e the now. Tra le tracce spicca quella composta con l’amico Brian Eno. In quella che è la parte centrale dell’album si parla soprattutto della guerra. Emblematici i titoli: A Beautiful Peace e A Beautiful War. Nella terza e ultima parte, Away with the fairies, Wyatt ha messo insieme alcune cover, tra le quali anche una dei C.S.I. Del Mondo (dall’album Ko de Mondo) e Hasta Siempre comandante, di Carlos Puebla, dedicata a Che Guevara.
Comicopera è stato prodotto dallo stesso Wyatt con l’ormai consolidata collaborazione di Brian Eno, Paul Weller e Phil Manzanera.

Il sound acustico dei Milagro e la riscoperta di un libro fondamentale per chi ama il progressive. Infine, il ritorno dei Mattafix con un singolo dedicato al Darfur.
Milagro . Si chiamo così e vengono dalla bella terra emiliana. Sono un duo che propone un sapiente e calibrato stile acustico. Antonio Capolupo, chitarrista e produttore dell’album e Francesco Cavazzuti, cantante e chitarrista, sono arrivati al loro album d’esordio Dieci Gocce di Veleno (le canzoni del cd sono 11). In scena da due anni, hanno saputo trovare casa in un genere che in molti potrebbero accostare, ma a torto, a quello degli Zero Assoluto. I Milagro, invece, hanno sviluppato una forte componente introspettiva che si sposa sapientemente con le composizioni aperte, naturali e senza forzature. Sulla loro pagina My Space trovate, oltre al singolo Ogni Notte, anche Settembre.
L’isola, canzoni d’autore
È questo il titolo del nuovo album di Pierluigi (Pier) Mazzoleni, pianista, fisarmonicista, cantante e compositore, noto per essere anche il direttore del Centro Emotivo Musicale di Bergamo. “Jazz, jazz…che fatica ’sto jazz”, canta ne Il re del jazz. Ed è proprio il jazz che lo caratterizza. Tra i suoi ascolti preferiti Bill Evans, Keith Jarrett, Cecil Taylor e Michel Petrucciani.
Mattafix per il Darfur
È uscito il 19 ottobre nella versione cd singolo più video Living Darfur dei Mattafix. La band inglese, il cui album (Rhyttm & Hymns) uscirà il 9 novembre, ha dedicato il singolo proprio al dramma che vive il paese africano. Per la prima volta una canzone viene registrata in una zona di guerra. Anche il video (GUARDA) è stato girato in un campo profughi al confine tra Ciad e Darfur, dove più di 200mila persone sono state uccise negli ultimi 4 anni.
Il libro
Senz’altro uno dei testi più importanti, in lingua italiana, per chi ha voglia di capire in profondità il progressive. È il volume di Cesare Rizzi Progressive & Underground, in Gran Bretagna ed Europa ‘67-76, del 2003. Lo stesso Rizzi aveva dato alla luce, nel 1999, un altro libro su questa categoria musicale così complessa dal titolo Progressive. Entrambi pubblicati da Giunti edizioni.

Di Marco De Martino
Dove una volta il faccione del clown Tillie invitava le coppie a entrare nel tunnel dell’amore adesso c’è un condominio. E madam Marie non lavora più nel piccolo chiosco dove leggeva il futuro, come nella canzone Fourth of July. Tutto cambia, persino il sogno americano raccontato da Bruce Springsteen, ma arrivare ad Asbury Park, la città del New Jersey dove lui è cresciuto, è ancora come entrare in una delle sue canzoni. È sempre aperto lo Stone Pony, dove il Boss tenne i primi concerti, che tra qualche giorno ospiterà una serata in onore di Johnny Cash. Sulla passeggiata di legno lungo l’oceano c’è la luna piena, in spiaggia i ragazzi si baciano, e su Ocean avenue sgomma una vecchia Cadillac come quelle che il ragazzo di Born to run voleva guidare per scappare dalla trappola mortale di questo posto senza speranza.
Il Boss è tornato nella città che non ha mai veramente abbandonato in una calda serata d’autunno. È successo quasi in segreto poco prima che iniziasse il tour mondiale che lo porterà a Milano il prossimo 28 novembre, unica data italiana, e Panorama era lì per raccontare quello che ormai è un rito propiziatorio: sempre le tournée della E Street band sono iniziate con concerti di prova dentro il palazzo moresco della Convention hall dove da ragazzo Springsteen andava a sentire gli Who. E accade anche ora che c’è da celebrare Magic, forse il disco più bello di Springsteen dai tempi di The river. Sulla facciata del palazzo sono scolpiti delfini che si aggrovigliano alle ancore, dentro c’è una palestra da meno di 2 mila posti, dove non c’è aria condizionata.
Che si tratti di un affare di famiglia si capisce subito. I vip in fila davanti a un cartello che dice “Solo invitati dalla band” sono donne con le flip-flop, la gonna corta e felpe con la scritta Badlands che nascondono pancette da birra. Gli uomini hanno tirato fuori le T-shirt con su scritto Jersey Boy che portano sopra i pantaloni corti e le sneaker col calzino in vista. Sono i vicini di casa di Rumson, la cittadina a un’ora di macchina da dove abita il Boss. E poi i vigili del fuoco di Little Silver, e gli amici italoamericani di Steve van Zandt, il chitarrista che ormai la gente conosce soprattutto come Silvio nei Sopranos.
Veri personaggi? Quasi nessuno. Pat Riley, che allenava i Knicks di basket. E Drew Nieporent, socio di Robert De Niro e padrone del ristorante Nobu, che abita in New Jersey. Roba da intenditori, insomma.
“Benvenuti, cavie” dice Bruce salendo sul palco. Sono le 8.30 e si comincia con Radio Nowhere, il singolo del nuovo album che sembra una riedizione delle canzoni di Tommy Tutone, tutta chitarre e new wave anni Ottanta. Quando le luci si accendono, e la E Street band si mette in fila, è difficile non pensare al tempo che passa. A 58 anni Springsteen è il più in forma di tutti, ma il volto della moglie Patti Scialfa tradisce qualche ritocco, Steve van Zandt è un quadrato sotto il quale spuntano due gambe sottili nere quasi da terza età, e il sassofonista Clarence Clemmons si alza raramente dalla sedia dove agita un tamburello. L’unica cosa che non è cambiata è il suono: neppure la disco, il punk, l’hip hop sono riusciti a rendere marginale questa band. Se il rock è morto, Springsteen e la E Street band di certo non se ne sono accorti, anzi.
Anche se il produttore di Magic è Brendan O’Brian, lo stesso di The Rising, il nuovo disco non ha niente della malinconia di quelle canzoni sull’11 settembre. Non ci sono neppure i riferimenti folk di Devils and dust, o gli spiritual e gli inni sindacali di We shall overcome, l’album dedicato a Pete Seeger.
Sin dal titolo Magic è soprattutto un disco politico: “L’ho chiamato così perché quello che sembra vero è una bugia, e le bugie sono la verità: basta vedere la tv” dice Springsteen. Ma invece di predicare le sue convinzioni anti Bush, come fece nel 2004 quando deludendo alcuni dei suoi fan si mise a fare campagna per John Kerry, il Boss si è rimesso a scrivere canzoni pop come quelle di Born to run.
La differenza è che stavolta assieme alle ragazze che ti passano accanto senza guardarti (Girls in their summer clothes) ci sono una ballata dedicata ai reduci dell’Iraq (Devil’s arcade) e un inno dedicato a chi dal fronte non è tornato (Gypsy biker). “Cosa è veramente americano oggi? Gli hot dog, gli hamburger, le intercettazioni illegali e la tortura” dice dal palco Springsteen prima di cantare Living in the future, e ti aspetti una tirata demagogica, ma poi il ritornello è beffardamente allegro: “Non preoccuparti amore, noi viviamo nel futuro e tutto ciò non è ancora successo”.
Nelle sue interviste il cantante teorizza questo metodo: “Queste sono canzoni arrabbiate, ma la leggerezza è fondamentale. Altrimenti starei lì a martellare in testa la gente con il mio spirito apocalittico”.
Ai critici che lo definiscono antipatriottico Springsteen risponde obiettando che i veri antiamericani sono quelli che in questo momento tacciono. Risponde con Long walk home, che è forse la sua nuova canzone più emblematica, la storia di un uomo che torna nella città dove è nato e non viene riconosciuto da nessuno, e non ritrova più neppure uno dei luoghi che gli erano familiari.
E allora ricorda quello che gli diceva suo padre: “Figlio mio, siamo fortunati in questa città, è un posto bellissimo, che circonda le sue braccia attorno a te. E sai che quella bandiera che vola sul palazzo di giustizia significa che certe cose sono scritte nella pietra, cosa siamo e cosa facciamo, e cosa non faremo”. Il riferimento è all’America oggi, ma la canzone potrebbe anche essere stata scritta nel 1977, tanto è springsteeniana. O almeno così pensano quelli che sudano nella piccola Convention hall, e i signori di mezza età che nella sala non sono neanche riusciti a entrare e cantano dalla spiaggia, dimenticando per un paio di ore il tempo che passa.
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Bruce Springsteen è ancora Magic: ecco il nuovo album del Boss