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documentari

Licia Colò, nuovo “Kilimangiaro” per parlare del mondo. Fra vip e filmati

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  • Tags: documentari, Licia Colò, Televisione
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Licia Colò, presentatrice alla scoperta del mondo - Credits: ANSA

Licia Colò, presentatrice alla scoperta del mondo - Credits: ANSA

Adesso anche Licia Colò ci propone incontri ravvicinati. Niente pettegolezzi voyeuristici, però: non sono nel suo stile.

Parliamo del nuovo programma che la conduttrice presenterà a partire da domenica prossima, in prima serata su Raitre. Titolo? “Kilimangiaro. Gli incontri ravvicinati di Licia Colò”.

Otto puntate già registrate, a metà strada tra l’intrattenimento e il viaggio turistico.

Panorama.it ha visionato alcuni filmati e segmenti della trasmissione e ve li racconta in anteprima, con commenti e anticipazioni della stessa Licia Colò.

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  • marida caterini
  • Mercoledì 22 Giugno 2011

Life, arriva su Retequattro la serie di documentari culto della BBC

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  • Tags: Bbc, documentari, Retequattro, Televisione
  • 2 commenti

life

Arriva da questa sera, sugli schermi di Retequattro l’evento dell’anno: il programma Life, prodotto dalla BBC che racconta sotto forma di intrattenimento e in maniera spettacolare la vita degli animali.

Un evento che ha fatto il giro delle tv nel mondo e ha conquistato recentemente sei candidature agli Emmy Awards. Panorama.it ha intervistato Marc Gunton, direttore creativo della Natuarl History Unit, il più importante dipartimento del mondo di riprese televisive dedicato alla natura e agli animali.

Life sbarca su Retequattro
Life sbarca su Retequattro
Life sbarca su Retequattro
Life sbarca su Retequattro
Life sbarca su Retequattro

Life sbarca su Retequattro
Life sbarca su Retequattro
Life sbarca su Retequattro
Life sbarca su Retequattro
Life sbarca su Retequattro

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Life sbarca su Retequattro


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  • marida caterini
  • Mercoledì 14 Luglio 2010

Cinque documentari e un itinerario nella memoria in Sicilia

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  • Tags: documentari, sicilia
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Rosa Balistreri

Di Elena Beninati

LA GALLERY

Cinque autori diversissimi, se non fosse per l’appartenenza alla stessa terra, protagonisti di un excursus storico e narrativo attraverso opere ed ambientazioni siciliane. Ritratti d’artista finanziato dal POR SICILIA 2000-2006 e curato dall’associazione culturale CLAC, è il progetto che attraverso cinque film e monografie li lega insieme.
Rosa - Cantatrice del sud regia di Dario Riccobono e Massimo La Magna, è il documentario dedicato alla tormentata cantautrice di Licata, soprannominata “Voce della Sicilia” a causa dell’inconfondibile timbro forte e penetrante che la rese famosa nei teatri di tutta Italia.
Rabbia e orgoglio nella voce viscerale di Rosa Balistreri, apprezzata dal poeta Ignazio Buttitta, da Sciascia, Guttuso e Dario Fo. Donna di fiato e forte personalità, memoria di antiche canzoni dialettali di sicilia, ma non indifferente al mondo della cultura, tant’è che il drammaturgo Salvo Licata scrisse apposta per lei lo spettacolo La ballata del sale.
Filippo dalle mille teste di Laura Schimmenti invece è il film cha affronta l’ossessione solitaria dello scultore autodidatta Filippo Bentivegna, passato alla storia dell’arte per le sue visionarie sculture di legno e pietra. Il film documentario ne ripercorre la figura svelando il fascino delle creature scultoree nate nel suo giardino. Fotografie, vecchie pellicole e testimonianze dei critici che lo hanno annoverato fra gli esponenti dell’Art Brut, ne restituiscono l’immagine folle del personaggio da tutti conosciuto come “Filippo rì mille testi.”
Ad un altro poeta di inizio secolo, Lucio Piccolo di Calanovella, è invece dedicato Lucio Piccolo/Mondo lirico del regista palermitano Marco Battaglia.
Il nobilissimo Lucio Piccolo, cugino del più noto Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che per la sua dedizione alle lettere lo apostrofò “Lucio Grammatico” , distinguendosi da Sciascia che ne apprezzo di più l’ironia e gli affibbiò l’epiteto “Lucio teologo”, fu scoperto da Montale, diventando sin da subito un caso letterario nazionale.
Al drammaturgo e regista Nino Martoglio, autore realistico dalle mille sfaccettature linguistiche, ovvero alla sua perduta produzione filmica neorealistica, è dedicato invece Sperduti nel buio di Gianluca Donati e animato da Luigi Ricca.
Il ciclo si chiude con Il principe puparo di Andrea Zulini, un omaggio alla tradizione siciliana dell’Opera dei Pupi, e in particolare alla famiglia di Ignazio Puglisi, detentrice di memorie e di una delle più antiche tradizioni siciliane.

I documentari, proiettati in anteprima a Palermo, partecipano nelle sezioni speciali per documentari al festival di Taormina, al Festival del cinema di Marzamemi e al Festival di Ischia. E il 19 luglio, dalle 21,30 saranno proiettati nell’atrio del Convitto Nazionale M. Cutelli in Corso Vittorio Emanuele a Catania. Ingresso libero.

LA GALLERY

  • redazione
  • Giovedì 19 Giugno 2008

Monsanto: il documentario (scomodo) partito dal web

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  • Tags: documentari, giornalismo, Marie-Monique-Robin, Monsanto, Ogm
  • 3 commenti

“Dieci anni fa non avrei mai potuto fare questo documentario. Oggi con Internet invece è stato possibile. Questo dimostra che un’inchiesta solida è ormai alla portata di tutti”. O quasi. Basta avere vent’anni di esperienza nel giornalismo d’inchiesta, un solido produttore alle spalle e avvocati agguerriti in grado di parare qualsiasi colpo inferto dal nemico. Tutti parametri che Marie-Monique Robin possiede. Molti suoi colleghi pensarono che la sua carriera di giornalista freelance avesse raggiunto l’apice nel 1995 con l’assegnazione del prestigioso Prix Albert Londres (il Pulitzer d’oltralpe) per un suo documentario sul traffico d’organi (Voleurs d’yeux), ma ora dovranno fare i conti con la sua ultima impresa: Le monde selon Monsanto (Il mondo secondo Monsanto), un reportage estremamente discusso in Francia dopo la sua diffusione sul canale televisivo Arte l’11 marzo scorso. In poco meno di due ore, l’inchiesta di Marie Robin riassume tre anni di indagini sulla Monsanto, primo produttore mondiale di sementi convenzionali e di organismi geneticamente modificati (Ogm). Un colosso dell’industria agrochimica (i suoi guadagni per il 2007 ammontano a 723,5 milioni di euro, +107% rispetto al 2006), spesso al centro delle polemiche che condizionano il dibattito attorno agli Ogm.
“Intendiamoci, il mio documentario non è contro gli organismi geneticamente modificati” spiega l’autrice a Panorama.it “anche se ormai sono convinta che sul lungo termine rischiano di distruggere la biodiversità. Il mio film è soprattutto il ritratto di un’azienda leader degli ogm: mi interessava capire in quale misura il suo passato illumina le sue pratiche attuali”.

Qualche esempio?
Ce ne sono tanti. Prendiamo i PCB, quei derivati chimici clorati che per cinquant’anni serviranno da liquido refrigerante nei trasformatori elettrici. Sin dal 1937, i leader di Monsanto sapevano che i PCB rappresentavano un rischio grave per la salute umana, ma non hanno fatto nulla finché nel 1977 non fu comprovata la loro alta tossicità. Ad Anniston (Alabama), la città dove la Monsanto produceva i PCB, 3 517 persone, in stragrande maggioranza nera, hanno trascinato in tribunale l’azienda perché vittime di un cancro o di un ritardo di crescita. Vinceranno la loro causa. Ora, i quarant’anni di silenzio della Monsanto sui TBC devono farci riflettere sui presunti effetti positivi di altri prodotti messi sul mercato dalla medesima compagnia. Già alla fine degli anni ’90, il ministro della Giustizia degli Stati Uniti aveva vietato alla Monsanto di spacciare il fertilizzante Roundup, per un prodotto biodegradabile e non tossico.

Qual è il ruolo di Internet nella realizzazione di questo documentario?
Tutto il film ruota attorno a Internet e al materiale incredibile raccolto on line. E il mio lavoro ha prodotto a sua volta un effetto a cascata. Da marzo scorso, oltre al mio blog ne sono stati creati altri 500 dedicati al documentario.

Alcuni accusano Internet di offrire una quantità eccessiva di informazioni, spesso poco credibili. Al contrario nel suo documentario la Rete occupa un ruolo centrale. Come giustifica questo atto di fiducia?
L’atto di fiducia è nato in seguito alle scoperte incredibili realizzate su Internet e che mi hanno consentito di costruire per la prima volta nella mia carriera giornalistica un’inchiesta con informazioni raccolte a partire dalla Rete. Solitamente questo genere di documentari costringe il regista a effettuare sopraluoghi o girare interviste per poi passare alla realizzazione vera e propria. Nel caso di Monsanto è accaduto il contrario. La scelta dei miei viaggi è sempre stata dettata dai risultati raggiunti durante la fase di ricerca su Internet. Non appena raccoglievo materiale in sufficienza, mi recavo all’estero per una verifica sul terreno. Il film è il risultato di tre anni di inchiesta trascorsi tra il mio domicilio e tre continenti.

Un conto è raccogliere documenti, ben altro impegno è quello di trovare il bandolo della matassa…
Il caso Monsanto assomiglia a un puzzle: assemblare i pezzi non è stato facile. Capisco che l’impegno non sia a portata di tutti, ma sono una giornalista e questo sforzo è parte integrante del mio lavoro. Anzi, è quella decisiva. Anche perché su Internet si trova di tutto: dai documenti giornalistici e scientifici più grotteschi a quelli più subdoli, votati a ingannare il cittadino con teorie in apparenza credibili ma che alla luce di analisi razionali non reggono il passo della scienza. Viceversa, era mio scrupolo verificare molto accuratamente le accuse o i sospetti formulati contro la multinazionale. La complessità e la sensibilità del caso Monsanto si misurano con gli avvocati che ho dovuto arruolare per rendere il mio film inattaccabile sul piano giuridico.

È stata la sua prima volta davanti alle telecamere
In tutti i miei film, sono sempre rimasta dietro l’obiettivo. Due sono state le ragioni principali che mi hanno spinto questa volta a mostrarmi alla telecamera: la prima, vedendomi navigare sulla Rete, volevo convincere il telespettatore che ciò che stavo facendo lo poteva fare anche lui. Nel contempo, le sequenze che riprendono la mia navigazione sui siti mi consentono oggi di proteggermi da futuri processi. Infatti il documentario riposa interamente su ricerche altrui trovate sulla Rete e verificate sul campo. È il caso del “principio sostanziale di equivalenza” e delle dichiarazioni cruciali riportate nel documentario da James Maryanski, l’ex coordinatore per la biotecnologia della Food and Drug Administration (Fda), riguardo il periodo in cui gli ogm furono regolamentati negli Stati Uniti.

Il suo film ha 828.000 link di riferimento su google.fr oltre a registrare visite record sul sito di Arte. Un fenomeno senza precedenti ampliato dalla discussione in Francia sulla nuova legge per gli ogm. Quali le reazioni della Monsanto?
Ufficialmente è prevalso il no comment. Ma ironia del destino, Monsanto France si starebbe muovendo su Internet e guarda caso mai in maniera frontale. Poche settimane fa, un giardiniere che utilizza il Roundup, l’erbicida più venduto al mondo, mi ha mandato una mail in cui mi racconta di aver ricevuto da Monsanto una lettera in cui si precisa che, nonostante le informazioni diffuse nel mio documentario, il Roundup rimane un prodotto sicuro. Altro esempio, nel mio blog ci sono pseudonimi tipo Gatacca che non cessano di mettere in dubbio il mio lavoro. Presto ho scoperto che si trattava di persone che passano le loro giornate a frequentare forum per difendere alcune multinazionali del settore. Infine il caso più eclatante riguarda l’Afis, l’associazione francese per l’informazione scientifica da cui ho subito una vera e propria campagna diffamatoria. Due settimane fa uno dei membri del consiglio di amministrazione della Fis si è dimesso denunciando l’influenza della Monsanto sull’associazione!

Che ruolo spetta ai politici?
Proteggere la salute pubblica. Ma non è facile. Da anni negli Stati Uniti la Monsanto gode di appoggi preziosissimi nell’organo di controllo per la sicurezza degli alimenti e dei farmaci (Fda) oppure presso il ministero dell’Agricoltura. Questo grazie a un sistema ben rodato chiamato “revolving doors” per cui funzionari pubblici vanno ad occupare posti importanti nel privato con l’incarico di seguire vicende delicate come gli ogm che gestivano nel settore pubblico. Nemmeno l’Europa è al riparo di questo gioco delle sedie. L’80% dei membri che compongono l’EFSA, il comitato scientifico incaricato di consigliare l’Ue prima dell’autorizzazione dell’introduzione sul mercato degli Ogm, lavora sotto contratto con aziende di biotecnologie come Monsanto, Aventis o Bayer. La stessa commistione tra scienza, politica e affari si è verificata in Francia. Basta leggere in questi giorni gli articoli dedicati al progetto di legge sugli Ogm. Un parlamentare della maggioranza ha evocato la forza di persuasione fenomenale della Monsanto su alcuni suoi colleghi favorevoli agli Ogm.

  • joshua.massarenti
  • Giovedì 10 Aprile 2008

Al Festival di Cannes il documentario è très chic

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  • Tags: Andrey-Paunov, Barbet-Schroeder, Cannes, Carmen-Castillo, Cinema, Croisette, documentari, festival, Jacques-Vergès, Leonardo DiCaprio, Michael-Moore, nicolas-philibert, u2
  • Un commento


Guarda la GALLERY di Cannes

Nascono ancor prima del cinema, con la fotografia. E per molti i filmati dei fratelli Lumière L’uscita dalle officine Lumière (1895) e L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat ne fanno già parte. Li si considera produzioni realistiche e piuttosto impegnate, magari talvolta anche noiose, e in Italia sono stati identificati per anni con Piero Angela. Anche se oggi fanno veramente chic. E Cannes lo dimostra. I documentari riempiono infatti la 60esima edizione du Festival. Nessuno dei tanti docu presenti è in concorso, ma si ricordi che Fahrenheit 9/11 di Michael Moore, a metà tra film e documentario, vinse la Palma d’Oro nel 2004. Ai francesi piace sentirsi impegnati. E alle star hollywoodiane ancor di più. Ed ecco, infatti, che Leonardo DiCaprio, lo stesso di Titanic, ha portato alla Croisette The 11th Hour, di cui è creatore, produttore, scrittore e voce narrante: una denuncia ambientalista, realizzata insieme alle registe Leila Conners Petersen e Nadia Conners. Il trio ha intervistato più di cinquanta tra scienziati, filosofi e leader, interrogandoli sullo stato dell’ambiente e dell’umanità.
E anche Moore è tornato, fuori concorso, con Sicko, questa volta a battagliare contro il sistema sanitario e l’industria farmaceutica a stelle e strisce. Al vetriolo, come al solito, tanto che il regista è già sotto inchiesta per il suo viaggio a Cuba - infrangendo l’embargo - per far curare gratuitamente un gruppo di soccorritori dell’11 settembre, rimasti intossicati dalle esalazioni nocive e ora affetti da patologie respiratorie.

He Fengming, invece, è un documentario di oltre tre ore di Wang Bing: il racconto dell’odissea di un’anziana cinese attraverso la Cina comunista del dopoguerra. E tra i fuori concorso anche Young Yakuza di Jean-Pierre Limosin, la storia delle gang giapponesi al di là dei consueti stereotipi, e Retour en Normandie del documentarista francese Nicolas Philibert, il curioso ritornare sui passi, rintracciando le comparse, di Moi, Pierre Rivière di René Allio, film su un giovane che nel 1835 uccise la famiglia, in Normandia, alla cui realizzazione partecipò anche Philibert.
Di tutt’altra pasta, invece, è U2 3D di Catherine Owens e Mark Pellington, 55 minuti in cui Bono e la sua band sono riprodotti in un 3D impressionante, in una raccolta selezionata di immagini dal Vertigo Tour, effettuato nel 2006 in America Latina.
Gli U2 alla serata di gala per la presentazione del loro film [i]U2 3D[/i]. Fortemente voluto dal gruppo irlandese e realizzato da due autori che da tempo lavorano con loro, è un'esperienza unica sul piano visivo e sonoro. Al seguito del tour sudamericano che la band fece nello scorso inverno, i due registi hanno potuto usare una tecnologia rivoluzionaria con due cineprese digitali accoppiate, che consente di vedere le immagini in forma tridimensionale, piombando lo spettatore letteralmente in mezzo al concerto.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]

Sotto la categoria Un Certain Regard sono due i documentari in concorso. L’avocat de la Terreur (L’avvocato del terrore) di Barbet Schroeder, su Jacques Vergès, personalità controversa, sostenitore della causa dell’anticolonialismo, sposato a una delle pasionarie della rivoluzione algerina, Djamila Bouhired, sparito dalle scene per otto anni per ricomparire come avvocato difensore di terroristi d’ogni bandiera, da Magdalena Kopp al Comandante Carlos, fino al collaborazionista con il nazismo Barbie, sconvolgendo la Francia. E Calle Santa Fe della cilena Carmen Castillo: il ritorno a casa della regista, spinta dalla malattia del padre, in un Cile in cui ritrova i luoghi sua militanza e i ricordi di battaglie, sconfitte e morti. Calle Santa Fe è il nome della via in cui venne ucciso nel 1974 il suo compagno.

Nella sezione Cannes Classics quattro documentari a ricordare altrettanti personaggi, soprattutto françaises. Maurice Pialat, l’amour existe è un omaggio di Anne-Marie Faux e Jeanne-Pierre Devillers al grande maestro; Man of Cinema: Pierre Rissient è di Todd McCarthy, sul produttore e talent scout francese; Brando, il racconto di Mimi Freedman e Leslie Greif, attraverso i ricordi di amici come Johnny Depp e Al Pacino, del grande Marlon; il regista Lindsay Anderson, invece, rivive in Never Apologize di Mike Kaplan.
E nella Semaine de la critique, The Mosquito Problem and Other Stories di Andrey Paunov, le tristi vicendi degli abitanti di un villaggio del Danubio, uniti negli anni e nella storia dalle zanzare che sopravvivono a ogni mutamento.

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  • simona.santoni
  • Giovedì 24 Maggio 2007
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