
Amy Winehouse - Credits: La Presse
A pochi giorni dalla scomparsa di Amy Winehouse, e con un pizzico di tatto, ci chiediamo: quali sono le artiste hanno le carte giuste per ereditare il suo successo, nel suo stesso genere musicale?
Come già detto, ai dettagli scabrosi sulla sua morte preferiamo parlare di musica. Della sua musica, e della Musica - quella con la M maiuscola - senza di lei.
Per questo motivo, proveremo a proporre - timidamente - alcuni nomi di artiste in grado di coglierne l’eredità.
Partendo da giovani - ma anche affermati - talenti in lingua inglese (non solo del Regno Unito), principesse della nuova scena soul jazz internazionale: donne di capacità e carisma capaci di radicarsi nel grande pubblico, naturalmente.
Chi manca all’appello? Chi non lo merita? Scopriamo insieme le nostre nove protagoniste selezionate per voi.
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Alla fine è sbottata. La vocalist gallese, che quest’anno che ha dominato le classifiche con l’album Rockferry, non ha retto l’ennesimo giornalista che la paroganava a Leona Lewis, la superstar inglese di X-Factor. A fare le spese dell’ira funesta di Duffy è stato un reporter americano che alla fatidica domanda “Ma lei si sente la nuova Leona?” è stato travolto da un fiume di parole. “Sarebbe come dire che tutti gli articoli sono uguali perché in ognuno ci sono le virgole, i punti e le parentesi”, ha sibilato la cantante. Che ha aggiunto: “Mi fa diventare pazza sentire che le persone mi paragonano a Amy Winehouse e a Leona Lewis. Mi etichettano come una di loro, senza nessun rispetto per la fatica, la determinazione e la visione artistica che ogni giorno metto in campo”. La 24enne, è davvero arrabbiata e ripete ossessivamente che vuole essere riconosciuta per il suo sound, ben diverso da quello delle colleghe. Ha deciso, quindi, di togliersi tutti i sassolini dalla scarpa, rivendicando la sua forte personalità: “Perché dovrei essere qualcun altro? Io non sono uguale a nessuno e voglio essere semplicemente me stessa”. La cantante di Mercy, però, si contraddice subito dopo0 ammettendo che alcuni paragoni, specialmente se appartengono alla top five delle sue icone musicali, le fanno molto piacere e gratificano il suo ego, come è successo di recente: “Sono stata paragonata a Diana Ross l’altro giorno, e questo per me è stato un vero complimento. Ho letto, poi, che qualcuno pensa io sia la versione femminile di Otis Redding, cosa che mi fa sentire molto bene, visto che lui è uno dei miei eroi”. In realtà, quindi, a Duffy non dispiacciono i paragoni, purchè vadano nella direzione che lei preferisce. Quello che davvero Duffy non sopporta sono le colleghe. Probabilmente si sente troppo brava e cerca di allontanare le possibili rivali. Che sia solo invidia?
Duffy: il clip di Warwick Avenue
Ormai è un giallo internazionale. Il pezzo portante della colonna sonora del nuovo film di James Bond, Quantum of solace, potrebbe essere interpretato da Duffy, che prorio ieri a Londra si è lasciata scappare un commento ambiguo al riguardo: “Una signora non rivela mai i suoi segreti”. Duffy è in ordine di tempo la quarta vocalist contattata dalla produzione per incidere il brano top del nuovo James Bond. La prima scelta era cadura su amy Winehouse, ma le sue condizioni psocofisiche hanno suggerito al produttore Mark Ronson di abbandonare il progetto. Poi è stata la volta di Beyoncé, ma le trattative con la moglie del rappe Jay-Z si sono arenate dopo pochi giorni. A un certo punto è spuntata anche l’ipotesi Leona Lewis, la star di X Factor nella versione inglese, ma anche con lei l’accordo non è stato trovato. Duffy che ha esordito quest’anno al primo posto in Inghilterra con il cd Rockferry è stata protagonista di un bizzarro episodio nei camerini di uno show tv. La bionda vocalist avrebbe incontrato nel backstage Johnny Rotten dei Sex Pistols, uno degli idoli della sua infanzia, che però non l’avrebbe nemmeno salutata. Anzi, stando ai testimoni le avrebbe pure chiuso la porta del camerino in faccia. Da qui il pianto isterico di Duffy che offesa e umiliata ha continuato a singhiozzare per un paio d’ore.
Duffy: Warwick Avenue

L’etichetta di “Amy Winehouse del Galles” non le piace per niente, ma di cose in comune con la cantante di Rehab Duffy ne ha parecchie: la voce soul, la passione per il sound degli anni 60 e il successo travolgente. “Si figuri che il mio vero nome è Amy” rivela con un filo di voce, pochi minuti dopo aver appreso via email che la sua Mercy (in Italia, un tormentone radiofonico) è per la terza settimana consecutiva al top della classifica inglese. “Niente male come esordio per una ragazza di campagna cresciuta in un paese senza edicole e negozi di dischi” sibila ironica. “In questi momenti tornano alla memoria quelli che ti avevano consigliato di fare un altro mestiere o quelli che ripetevano come un mantra che di voci retrò ce n’erano già abbastanza”.
Occhio vispo e look stile Brigitte Bardot, Duffy a 23 anni ha già capito come ci si muove nella giungla del music business: “Il rapporto con i media è il grande gioco delle bugie. Le più gettonate sono: ‘Mi onora il paragone con Winehouse, ho un attacco di panico se penso alla fine di Britney Spears e il mio ragazzo ideale è Justin Timberlake’. In realtà, non mi sento affine ad Amy, non temo di impazzire come Spears perché non fumo nemmeno le sigarette e penso che l’uomo più sexy del mondo sia Mick Jagger”.
Peccato che i tabloid le attribuiscano una cotta fenomenale per il produttore discografico inglese Marc Durston, 35 anni, proprietario in Galles di una tenuta da 2 milioni di sterline (3 milioni di euro) con campo da golf, piscina olimpionica e parco macchine da sogno.
“Certo che, detto così, suona male. In realtà è stata una vera storia d’amore. Finita perché ho scelto di dedicarmi alla carriera. Tra andare al cinema col fidanzato e stare chiusa in casa a comporre un pezzo ho sempre scelto la seconda opzione. Ma so benissimo qual è il retropensiero di tutti i maligni: ‘Duffy ce l’ha fatta perché era la donna di un supermanager’. Non è così, prima di mantenermi con la musica ho svolto lavori umili. Il peggiore? La commessa in una pescheria: decapitavo e pulivo pesci tutto il giorno. E mi beccavo pure gli sguardi maliziosi dei clienti. Uno mi ha invitato a pescare alle 5 del mattino. Gli ho detto no, ma me lo sono trovato lo stesso sotto casa all’alba. Ho fatto anche la cameriera in un ristorante, ma non prendevo mance perché sono incapace di sorridere a comando”.
Insomma, una dura e pura senza macchia… “Non è nemmeno così. Anch’io sono capace di qualche furbizia. Dai 17 ai 20 anni ho cantato in cinque band diverse senza che una sapesse dell’altra. Non è stato carino. La verità è che ho mentito per accumulare esperienza. Ogni gruppo era di cinque elementi, tutti più o meno segretamente innamorati di me. È complicato tenere a bada 25 corteggiatori”.
Parla proprio di tutto Duffy, tranne che della sua improbabile partecipazione alla versione gallese di Pop idol, una sorta di X-factor, il reality show musicale che ha lanciato Leona Lewis.
“Mi sono infilata da sola in un incubo. Le competizioni in tv richiedono un carattere opposto al mio. Al di là del talento e della bella voce, serve un approccio da ragazza che balla sul cubo in discoteca. Io venivo dal profondo Galles con le mie camicette stile vecchio West, i miei jeans sottomarca e gli scarponi pesanti. Le altre ragazze si nutrivano solo di barrette dietetiche, io arrivavo negli studi con una borsa piena di croissant e sandwich pancetta e formaggio. Sembravo una country girl paracadutata nel magico mondo della televisione, il classico elefante nella cristalleria. Ricordo che davanti alla giuria mi sentivo come di fronte al plotone di esecuzione. Mi vedevo brutta, grassa e assolutamente inadatta”.
Di lei, ragazzina ruspante e senza peli sulla lingua, si ricordano bene gli avventori dell’unico pub di Nefyn, nel Galles del nord… “Lo gestivano i miei genitori. Era un posto un po’ rustico, frequentato da pescatori e marinai tatuati che non andavano troppo per il sottile, tra gare di freccette, pinte di birra scura e liti violente sul calcio. A quei tempi facevo la dura, ma in realtà avevo il cuore a pezzi perché i miei si stavano separando. La prima volta che mi hanno annunciato il divorzio ho pianto così tanto da costringerli a tornare sui loro passi. Tre anni dopo è successo l’inevitabile. Non potevano più stare sotto lo stesso tetto”.
A 100 metri dal pub di famiglia c’è ancora oggi il fatiscente karaoke club dove Duffy, a 15 anni, ha scoperto di avere una voce d’altri tempi: “Per salire sul palco c’era una coda interminabile. Le mie amiche, eccitatissime, si prendevano a unghiate per cantare gli ultimi successi pop da classifica, io volevo esibirmi solo con la musica dei Beatles, dei Rolling Stones o di Aretha Franklin. Erano gli artisti che avevo ascoltato sul vecchio giradischi di mio padre. Lui era musicalmente fermo agli anni Settanta. La gente mi odiava perché volevano ascoltare cose più leggere e allegre. Una volta, un ragazzone alto 1 metro e 90, vestito come un boscaiolo, mi si è avvicinato minaccioso, urlando: ‘Ma lo sai che sei una ragazzina nata vecchia? Perché non ci canti qualcosa di Britney Spears?’. E io: perché non so chi è”.