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I blogger? Sono solo narcisisti digitali. Il web partecipativo? Milioni e milioni di scimmie esuberanti che stanno dando vita a una foresta infinita di mediocrità. Google? La versione 2.0 del Grande Fratello. Wikipedia? Un’enciclopedia fatta da ignoranti per ignoranti.
Non usa certamente mezzi termini Andrew Keen, imprenditore della Silicon Valley e autore di un pamphlet polemico, The Cult of the Amateur, con cui attacca a piede spinto il tanto celebrato Web 2.0: “Nell’attuale cultura dell’auto-pubblicazione, in cui chiunque ha un’opinione la esprime su un blog o su YouTube, la disinformazione prevale sull’opinione degli esperti”.
Il saggio traccia i contorni di uno scenario a tratti apocalittico: prendendo piede l’assunto secondo cui online tutto debba essere gratuito e prodotto dal basso, si finisce col distruggere l’intero sistema dei media tradizionali. E le prime vittime sono proprio la professionalità e le competenze acquisite con lo studio e l’esperienza. È così che, mentre ci lasciamo alle spalle la possibilità di avere una comprensione condivisa della realtà (quella mediata dagli esperti), si impone una “cultura del narcisismo digitale in cui si utilizza Internet per diventare noi stessi le notizie, l’informazione”.
Il tutto in nome del mantra dell’utopia 2.0 - interattività e condivisione - le cui origini vanno rintracciate nel Cluetrain Manifesto del 1999, con le sue provocatorie 95 tesi sull’economia emergente (famosissima la prima: “i mercati sono conversazioni”). E proprio queste tesi sono il bersaglio polemico di Keen: “un concentrato del disprezzo per l’autorità proprio della controcultura sessantottina e dell’ottimismo libertario proprio del web 2.0″. Ecco allora il battagliero Keen proporre un contromanifesto, in cui ribalta l’ideologia tecnoentusiasta: 10 punti “in favore del pubblico e della qualità”, e contro il “finto egalitarismo” di chi crede che essere democratici equivalga a dare spazio e credibilità all’opinione di chiunque.
Ovviamente, le posizioni di Keen stanno scatenando reazioni infuriate nella blogosfera anglosassone: il suo punto di vista è stato bollato come snob, conservatore, nostalgico, riduttivo. E c’è addirittura chi ha messo online un wiki in cui raccogliere le tante inesattezze contenute nel libro. Il dibattito ha preso piede anche in Italia con blogger che riconoscono alla destra americana la capacità di individuare “con sagacia i temi di attualità su cui giocare” e altri che raccolgono l’invito di Keen a “sovvertire la sovversione”.
Andrew Keen intervistato dalla Cnn
- Tags: boomy, cominciaitalia, digg, editoria-sociale, fainotizia, giornalismo, lamianotizia, notizie-flash, oknotizie, slashdot, technotizie, web 2.0
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Le notizie? Cerchiamole, scriviamole e diffondiamole da soli, senza aspettare che siano i media tradizionali a selezionarle per noi.
È questo il senso dei siti di editoria sociale, dove gli utenti mettono in rete notizie che poi vengono votate dagli utenti che ne decidono il livello di importanza e di interesse.
Una forma di democrazia mediatica in cui l’agenda setting, cioè la decisione di quali notizie dare e con quale gerarchia, è stabilita direttamente da chi legge (a proposito di social network leggi anche Web 2.0, voce del verbo condividere). Su Panorama.it, ogni articolo è accompagnato dalla voce “condividi”, che permette ai lettori di segnalare e condividere su altri web gli articoli pubblicati.
OkNotizie di Alice, per esempio, è un sito che raccoglie le segnalazioni di articoli e news comparsi su altri siti, spesso blog. Con un sistema di votazioni (ok per il positivo e no per il negativo) ogni utente può far salire o scendere le notizie degli altri e stabilire così una gerarchia dinamica di temi. È un veicolo interessante per far emergere storie che magari sui quotidiani online si perdono, per non parlare di quelle che non ci arrivano nemmeno. OkNotizie rappresenta una versione italiana dell’americano Digg (e il nome non sembra scelto a caso, visto che il verbo to dig significa scavare), cui somiglia anche graficamente. Esistono altri esempi nostrani di editoria partecipata o, per chiamarla con un nome che sta diventando popolare, citizen journalism, il giornalismo fatto dai cittadini.
Su Boomy, per esempio, siamo tutti giornalisti. Basta registrarsi per poter cominciare a proporre articoli sugli argomenti più disparati e vederseli pubblicati automaticamente, a meno che non abbiano contenuti reputati offensivi. La missione del sito, la cui redazione valuta il materiale per argomenti, è quella di realizzare il sogno della totale libertà di stampa agevolando in maniera semplice la circolazione delle idee. E per chi sogna di fare questo mestiere, scrivere su Bloomy può essere un modo per esercitarsi. Gratis, si intende…
Anche Cominciaitalia è un giornale fatto dagli utenti. Ogni articolo può essere letto, commentato e votato in positivo o in negativo. I voti ricevuti stabiliscono le sorti di ogni testo, e la sua collocazione all’interno del sito: merita di stare nell’home page o solo nella sezione interna relativa all’argomento trattato?
L’elenco è lungo. Ci sono Fainotizia, il sito di giornalismo partecipato di Radio Radicale, LaMiaNotizia, che si definisce un Emotyblog e consente di pubblicare notizie sul sito senza doversi prima registrare, Notizie Flash, che dichiara di seguire l’esempio di Digg.
E se in America esistono anche siti di editoria sociale tematici, come Slashdot, che promette “notizie per nerd” dal mondo della tecnologia, anche l’Italia non si fa mancare un sito di “news esplosive dal mondo che verrà”. Con Technotizie anche i nerd italiani trovano pane per i loro denti.