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editoria

Non è tutto fluoro quello che luccica - Emilio Macchia
Terza tappa del nostro viaggio all’interno del mondo dell’editoria indipendente in Italia.
In questo capitolo ho incontrato Emilio Macchia, giovane talento nostrano in prestito in Olanda che si diletta a realizzare progetti editoriali al limite del concettuale.
Innanzitutto, chi è Emilio e di cosa si occupa?
Emilio Macchia, progettista. Si occupa di ricerca e progettazione grafica per enti ed eventi culturali. Collabora con artisti, designer, enti pubblici o privati. Sovente, nell’ambito della ricerca personale, realizza progetti non commissionati.
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La cover del primo numero di Bolo Magazine

Nel precedente episodio riguardante il fenomeno dell’editoria indipendente in Italia avevamo incontrato Sibilla che ci aveva descritto il progetto TEMA Magazine.
Seconda tappa del nostro viaggio è BOLO Magazine, altra Fanzine completamente autoprodotta e distribuita in tutto il mondo.
Abbiamo incontrato Marco Nicotra: creatore, editore e finanziatore del progetto.
Innanzitutto perchè BOLO. Da dove prende spunto il nome?
La fase di scelta del nome è del logo sono state brevissime. Non avevo voglia di perdere mesi in dettagli bensì di passare subito al sodo.
BOLO è il primo e ultimo nome che mi è venuto in mente; stranamente non ho avuto indecisioni con altri candidati. Mi serviva una parola italiana che avesse un suono curioso se pronunciato da un inglese - il contrario rispetto alla tendenza generale di questi anni - ed ecco BOLO.
Il bolo alimentare è quello che abbiamo in bocca mentre mastichiamo, un miscuglio schifoso che generalmente nessuno vuole vedere. In questo caso ad essere mescolati sono i diversi stili di rappresentazione - fotografia, illustrazione, collage, grafiche… -
Che ruolo hai nel progetto e quanti siete a seguirlo?
Sono solo io; quindi copro tutti ruoli.
Sono art director e designer junior allo stesso tempo, editore e distributore. Mi occupo anche della parte di public relations che è quella che quotidianamente porta via più tempo.
Aggiorno quotidianamente anche il sito e il blog di BOLO dove si possono trovare tante informazioni circa il mondo dell’editoria autoprodotta
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Nero Magazine
The Book Affair, fiera di editori indipendenti provenienti da tutto il mondo, s’è tenuta in occasione dell’apertura della 54esima Esposizione Internazionale d’arte della Biennale di Venezia.
Un evento organizzato da Automatic Books, casa editrice indipendente veneziana e gestita da un quartetto di giovani creativi e intraprendenti: Elena Xausa, Tommaso Speretta, e Lorenzo Mason e Marco Campardo di Tank Boys.
Gli editori hanno mostrato le loro produzioni sui colorati banchetti di Metricubi, alternando presentazioni informali a performance nel cortile antistante.
Non sono mancati neanche momenti di puro divertissement come il Books brunch il venerdì e i dj-set la sera. Un modo come un altro per avvicinare il microcosmo delle fanzine ad un pubblico il più vasto possibile.
Ne abbiamo parlato a lungo con l’organizzatore Lorenzo Mason.
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Dovrà fare solo pochi passi il 12 aprile, quando traslocherà dal suo ufficio nella sede del New York Times sull’Ottava avenue al grattacielo della Condé Nast di Times square.
Ma di strada ne ha fatta parecchia Stefano Tonchi, 50 anni, se si pensa che solo nel 1994 ha abbandonato l’Italia e ora occupa una delle poltrone più importanti del giornalismo internazionale.
Se si parte dal liceo classico Forteguerri di Pistoia e si arriva alla poltrona di direttore del mensile americano W, quello con le copertine più ambite dalle dive globali, da Jennifer Aniston (nell’ultimo numero) a Megan Fox (nel penultimo), a Madonna e a tutte le altre prima.
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La crisi, certo. Con la pubblicità che crolla. E internet, con la sua velocità, il “citizen journalism” e i tanti blog che si sostituiscono agli editoriali. La lista dei possibili “killer” del giornalismo è lunga. Ma è proprio vero che il giornalismo morirà con la fine dei giornali? E che “l’ultima copia del New York Times” sarà mai stampata? Tutte domande sulle quali si interrogheranno i partecipanti del prossimo “Festival internazionale del giornalismo” di Perugia, in programma da questa mattina al 5 aprile. Cinque giorni intensi, di dibattiti, incontri, tavole rotonde. Per interrogarsi sul destino di una professione che, per restare “testimone dei tempi”, ai tempi non può che adattarsi. E così nei tanti eventi che costelleranno le giornate della città umbra interverranno professionisti affermati del giornalismo di ieri, oggi e domani.
Con un occhio privilegiato ai protagonisti internazionali: da Seymour Hersh, firma del New Yorker, premio Pulitzer che ha messo in imbarazzo l’esercito americano due volte: a My Lai nel ‘69 e ad Abu Ghraib nel 2004. E poi Javier Moreno, direttore di El Paìs, primo quotidiano spagnolo, che discuterà con Ezio Mauro, direttore di Repubblica, sul ruolo dei giornali nella formazione dell’opinione pubblica. Ci sarà un focus sull’economia, con il dibattito tra il neodirettore del Sole 24ore Gianni Riotta e John Lloyd del Financial Times. Ma anche voci “dal fronte” come Ayman Mohyeldin di Al Jazeera, l’unico straniero a Gaza durante i bombardamenti israeliani, o Petra Reski, la tedesca del Die Zeit autrice di Mafia libro sulla ‘ndrangheta. E poi moltissimi italiani, da Sergio Romano a Marco Travaglio. Una schiera che convertirà Perugia per giorni nel “sancta sanctorum” della stampa. Non solo per i nomi, ma anche e soprattutto per i tanti giovani delle scuole di giornalismo che seguiranno eventi e interviste e riporteranno tutto sui loro giornali e siti. Per chi non potrà essere a Perugia ma vorrà seguire l’evento i modi saranno molti: le dirette saranno trasmesse dal sito il Cannocchiale, approfondimenti sulla web tv dello Iulm di Milano e sul quotidiano online La Sestina. Ci saranno anche un gruppo su Facebook e un blog dedicati all’evento.
Tra le tante iniziative, tutte gratuite, che avranno luogo nei cinque giorni del festival, tutte elencate nel programma sul sito della manifestazione, segnaliamo la mostra di due fotoreporter: Cina, il ritorno della concubina di Axelle de Russé che ha vinto nel 2007 il Canon Female Photojournalist Award al Festival di fotogiornalismo di Perpignan e Ragazzi dietro le sbarre di Hazel Thompson, che sempre a Perignan ha vinto nel 2006 il CARE International Award for Humanitarian Reportage. E poi lo spazio molto ampio dedicato al giornalismo sui nuovi media, con la presenza molto mediatica dei “Vanguard journalist” di Current, la webTv fondata da Al Gore, e poi una tavola rotonda dedicata all’uso di Facebook, Twitter e affini nel dialogo con il lettore. Un’altra tavola rotonda sarà dedicata alle sinergie tra giornale, sito e tv: il “super media” che dovrebbe salvare il giornalismo.
Per molti settimanali, superare la soglia dei 2.500 numeri è un traguardo importante. Conoscendo la crisi profonda in cui versa da almeno un decennio la stampa internazionale, possiamo parlare di mezzo miracolo. Ma nel caso di Jeune Afrique, magazine panafricano lanciato quasi cinquanta anni fa nel continente meno avanzato del pianeta, il miracolo è accertato. L’uomo della provvidenza si chiama Bechir Ben Yahmed, un Citizen Kane africano che in mezzo secolo ha fatto del Groupe Jeune Afrique la più importante azienda multimediale panafricana.
L’avventura di Jeune Afrique nasce alla fine degli anni ‘50 in Tunisia. L’Africa è in subbuglio e il colonialismo entra in crisi. Dopo un passaggio nella delegazione che ha consentito al paese arabo di conquistare la sua indipendenza nel 1956 e una fugace apparizione nel regime di Bourguiba, Ben Yahmed torna alla sua eterna passione: il giornalismo. Il 17 ottobre 1960 nasce Afrique Action che, come si legge nel numero speciale dedicato al 2.500° numero, “si batterà per l’indipendenza di tutti i paesi del Terzo Mondo ancora colonizzati, per lo sviluppo, contro le ingiustizie sociali e per la democrazia”. Passa un anno e il giornale cambia pelle: appare Jeune Afrique (soprannominato JA dagli appassionati) che, dopo il trasferimento della redazione a Parigi (1964), diventa il magazine più letto dagli africani.
Dai presidenti ai ministri, dai diplomatici agli imprenditori, gli articoli pubblicati su JA sono per molti lettori una miniera d’oro. “Jeune Afrique è un’impresa editoriale fuori dal comune” spiega a Panorama.it Dominique Mataillet, vice caporedattore in forza al giornale da oltre vent’anni. “Da sempre, il magazine deve fare i conti con un mercato, quello dell’informazione panafricana, poco attraente per il settore pubblicitario. I mezzi che possiede un grande quotidiano come Le Monde o il New York Times ce li possiamo scordare”. La soluzione? “Offrire un prodotto artigianale di altissima qualità e avere la fortuna di lavorare con un direttore come Bechir Ben Yahmed. Se non fosse stato per Jeune Afrique, avrebbe potuto dirigere qualsiasi grande giornale francese. Anche i suoi più feroci nemici gli riconoscono un’intensità di lavoro fuori dal normale, una scrittura giornalistica raffinatissima e capacità imprenditoriali straordinarie”. Tutte doti che hanno permesso a Jeune Afrique di vincere le sue sfide. Tra quelle più difficili, Mataillet insiste “sull’apparizione negli anni ‘90 di un numero impressionante di giornali africani a basso costo che ci ha costretto ad orientarci verso un pubblico più elitista e, soprattutto, le pressioni che la trentina di giornalisti che compongono la redazione deve subire dal mondo esterno. Per qualsiasi giornale nazionale, queste pressioni si limitano alle forze politiche o ai poteri economici di un solo paese. Nel nostro caso, dobbiamo confrontarci con una cinquantina di nazioni”. Non c’è giorno che passa senza che dall’Africa non piombi nella sede di JA una richiesta di intervista a tale ministro o oppositore di un paese africano. A questi si aggiungono uomini d’affari, diplomatici, rappresentanti della società civile, artisti etc. “Non conto più le volte in cui i giornalisti sono costretti a respingere le sollecitazioni”. Non tutte però. Da anni, i detrattori di Jeune Afrique accusano la direzione di eccedere nei ‘publi-redazionali’. Un’inchiesta del giornale satirico Le Gri-Gri International ha rivelato nel 2005 una lista di regimi amici (tra cui Marocco, Algeria, Rwanda, Gabon, Mauritania) disposti a versare centinaia di migliaia di euro nelle casse del giornale per pubblicare articoli e reportage a loro favorevoli. “Sono accuse come tante altre” taglia corto Mataillet. Amicizie a parte, Jeune Afrique rimane un magazine in cui il lettore può scovare notizie sull’Africa che nessun altro giornale è in grado di offrire. Con circa 100.000 copie distribuite ogni settimana in oltre 80 paesi, JA può inoltre contare su un sito internet frequentatissimo (un milione di visitatori al mese) e il successo ottenuto dal magazine anglofono The Africa Report lanciato nel 2005. Per Ben Yahmed, sono due trionfi in più che gli hanno consentito di abbandonare la guida della redazione con una certa serenità. Oggi il giro d’affari del gruppo supera i 30 milioni di euro. Niente male per un giornale sulla cui longevità nessuno avrebbe mai scommesso un dinaro.
Il premier Silvio Berlusconi
“A gennaio l’Italia presiederà il G8. In quell’occasione porteremo al tavolo dei Grandi una proposta di regolamentazione di internet, visto che manca in questo settore una regolamentazione uniforme”: è una dichiarazione del premier Silvio Berlusconi che stamane ha visitato il polo tecnologico delle Poste italiane. Secondo fonti ministeriali, quando a gennaio l’Italia assumerà la presidenza di turno, il presidente del Consiglio avrà una serie di contatti per valutare l’opportunità, insieme agli altri Paesi, di inserire in agenda questo argomento: è un tema delicato, più volte affrontato alle Nazioni Unite e all’Organizzazione del commercio internazionale, che richiede la massima concertazione. Ma il popolo della rete è impensierito. Già sono partite iniziative per la mobilitazione: il blog Netizen clandestino propone di “oscurare il sito con un a pagina nera, il logo, il video ed il testo del nostro messaggio” e di allargare la protesta registrando un video con la canzone “B-landestino”. Per raccogliere velocemente adesioni e facilitare il passaparola in rete non poteva mancare il gruppo di Facebook: ormai è uno spazio che riunisce più di quattro milioni di italiani. Ma il social network più famoso del momento è stato scelto anche da Fiorello Cortiana, membro della Consulta sulla governance di Internet, per annunciare ai suoi amici di Facebook: “Sto dicendo a Berlusconi che internet non accetta alcuna regolamentazione ma ha bisogno di una Costituzione, una Carta dei diritti di internet, una piattaforma aperta per più stakeholder (partecipanti, ndr)”.
Il dibattito sulla carta dei diritti della rete è aperto da tempo. Due guru del web, Tim O’ Reilly e Jimmy Wales (fondatore dell’enciclopedia online Wikipedia) hanno proposto una bozza di regolamentazione un anno e mezzo fa: un’iniziativa che ha animato un dibattito per alcune settimane, ma è terminato in un nulla di fatto. Nella precedente legislatura la proposta del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Ricardo Franco Levi ha sollevato, invece, la reazione dei blogger italiani: una risposta che lo ha spinto a ritornare sui suoi passi. Ora in Commissione cultura alla Camera è all’esame una nuova proposta di Levi “per la disciplina del settore dell’editoria” che ha già sollevato perplessità nel popolo di internet.
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La canzone B-landestino

Da anni ormai, scandali e capricci dell’alta moda, combinati al lusso sfrenato di questa realtà, fanno la gioia degli editori e dei loro lettori. Ma c’è un limite a tutto. Almeno questo avrà pensato lo stilista Karl Lagerfeld, noto nell’ambiente non soltanto per le sue prodezze artistiche, ma anche per la sua strenua volontà a voler preservare con ogni mezzo l’immagine di Re Mida infallibile su cui ha costruito la sua carriera.
Prendente Arnaud Maillard, ex braccio destro del direttore creativo di Chanel. Contattato da Panorama.it, Maillard ripercorre le disavventure di una carriera iniziata “da Lagarfeld come stagiaire” e giunta quindici anni più tarda alla guida dello studio della Lagerfeld Gallery. Poi, il fatidico maggio 2005. “Di punto in bianco, sono stato licenziato per motivi cosiddetti economici. In realtà, Lagerfeld era venuto a sapere che volevo lavorare per altre griffe”. Risultato: “oggi vivo a Madrid, da esiliato, dopo che lo stilista ha deciso di imporre un veto sul mio nome nel mondo della moda francese”. Le memorie vengono diligentemente trascritte nell’autobiografia che Maillard ha fatto pubblicare in Francia presso l’editore Calmann-Lévy. In libreria dal 19 settembre scorso, Merci Karl! (Grazie Karl!) è ormai al centro di molte attenzioni. E di molte polemiche. Secondo l’autore, “questo libro è in realtà un omaggio a una delle più grandi figure della moda contemporanea”. Certo, dopo il licenziamento improvviso, Maillard non poteva essere così compiacente. E così, dal testo emerge un uomo dotato di generosità “immensa”, ma anche ultra narcisistica, capace di condizionare il suo intero ambiente. Prova ne è, la cura dimagrante che lo vede snellire di 42 kg in tredici mesi. “Sei settimane, otto kg” esordisce lo stilista entrando nel suo ufficio. “Chi può fare meglio qui?”. Il suo sguardo incrocia quello della sua addetta stampa, Caroline Fragner, che per uno strano gioco di specchi si vede costretta a seguire la stessa cura. “Finirà per dimagrire di una quindicina di chili” ricorda nel suo libro Maillard, “tormentata all’idea di deludere lo stilista”.
Frasi di questo tipo hanno spinto Lagerfeld ad esercitare grandi pressioni sulla stampa francese. A Panorama.it, l’addetta stampa di Calmann-Lévy incaricata di promuovere Merci Karl!, Florence Morin, rivela che “i giornali femminili hanno fatto calare un silenzio totale sul libro”. Peggio, secondo Maillard “l’entourage di Lagerfeld ha chiesto al mio editore di togliere alcune frasi o paragrafi”. Il clima che si è venuto a creare attorno a Merci Karl! (da cui è nato anche un blog) riflette la guerra aperta che oppone Maillard al suo ex mentore. Tra un settimana, entrambi saranno chiamati a comparire presso il Conseil de prud’hommes, istituzione giudiziaria francese dove il giovane autore intende ottenere dal suo ex datore di lavoro la liquidazione che gli spetta. “Nonostante quindici anni di sacrifici, non ho visto nemmeno un euro”. Grazie Karl!