
"Carmen", una scena delle prove dello spettacolo di Daniel Barenboim e Emma Dante che il 7 dicembre aprirà la stagione scaligera - Foto: EPA/LA SCALA/HANDOUT EDITORIAL/ANSA
Finalmente un argomento per parlare bene della Tv. La notizia è che la prima della Scala il prossimo 7 dicembre farà il giro del mondo. Un evento mai accaduto in passato. Per una volta tv pubblica e tv satellitare si mobilitano per la cultura. Continua

Nuovo appuntamento con gli speciali di Che tempo che fa, in prima serata. Mercoledì 25 marzo Fabio Fazio dedica la trasmissione in onda dalle 21,10 alle 23, su Raitre, a Roberto Saviano. Due ore in compagnia del giovane scrittore napoletano che vive sotto scorta dal 13 ottobre del 2006 e che pure trova il coraggio di portare avanti la propria battaglia a favore della legalità contro i clan camorristici della Campania.
Tutta la serata sarà incentrata sulla letteratura. Si partirà naturalmente da Gomorra, il best seller di cui Saviano è autore, in libreria dal maggio 2006 e sempre in testa nelle classifiche di vendita con due milioni di copie vendute in Italia, traduzioni in 50 paesi, un vero e proprio caso letterario in tutto il mondo con tre milioni e mezzo di copie diffuse dall’Australia all’Islanda, dalla Cina all’Arabia Saudita.
In studio, accanto a Fazio ed a Saviano, ci sarà anche Paul Aster, l’autore della Trilogia di New York, scrittore di culto della letteratura americana contemporanea. E sarà presente anche David Grossman, scrittore e saggista israeliano tra i più ascoltati, noto per il suo impegno a favore di una risoluzione pacifica della questione israeliano-palestinese basata sul dialogo e la conoscenza. Sempre imegnato in articoli e saggi che suscitano sempre un grande interesse all’estero ed accese polemiche in Patria. Due i personaggi in collegamento: da Londra Misha Glenny, autore di McMafia (bestseller internazionale, tradotto in 30 lingue, che racconta di una nuova mafia che non conosce confini e nazionalità e cresce parallelamente alla globalizzazione), e da New York Suketu Mehta, autore di Maximum City (un ritratto della moderna Bombay) che parlerà delle connessioni internazionali della malavita organizzata e della sua globalizzazione. In studio anche Antonio Albanese nelle vesti di Cetto La Qualunque.
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Negli Usa gli autori tv non mollano. Con il loro sciopero bloccano le trasmissioni. E gli americani scoprono che la sagaci battute di David Letterman sono preparate a tavolino da un esercito di creativi assiepati dietro le quinte del Late Show. Sarebbe come se in Italia, improvvisamente, si scoprisse che i rari e oracolari monologhi di Adriano Celentano non sono sempre e soltanto farina del suo sacco. E che dietro al Molelggiato ci sono ben pagati writer che insieme con lui pensano e mettono nero su bianco ciò che tutti noi ascolteremo in poltrona. Oppure che altri conduttori tv, mentre aprono pacchi, proclamano vincite milionarie o accolgono naufraghi, hanno scalette, battute e pause pensate in anticipo fin nel dettaglio.
Chi scrive i testi dietro i riflettori, in America, ce l’ha con i nuovi media. Tutte le repliche delle trasmissioni che vanno on line su youtube ma anche su telefonini e iPod non sono sempre riconosciute ai legittimi ideatori in termini di diritti. Così i creativi chiedono ora più soldi per ricominciare a scrivere le trame e i testi di Lost, Law and Order, Csi, Desperate Housewives, solo per citare alcune delle produzioni più note al pubblico italiano.
Ma cosa succederebbe se anche gli italiani decidessero di imitare i loro colleghi di Los Angeles? Una mobilitazione del genere sarebbe possibile fuori dai portoni di viale Mazzini a Roma o di Cologno Monzese? Lo abbiamo domandato a loro. Per scoprire un mestiere di cui tutti vedono i frutti ma di cui ancora il grande pubblico non conosce meccanismi, oneri e onori.
“In Italia uno sciopero generale degli autori non potrebbe mai succedere” taglia corto Cristiana Mastropietro (Le Invasioni Barbariche, Cronache Marziane, La Macchina del Tempo) “Negli Usa, gli autori sono uniti in una corporazione molto potente che permette loro di rivendicare diritti con una voce sola” spiega “mentre in Italia ci sono contratti e trattamenti molto diversi fra loro, e non si scende in piazza con obiettivi condivisi. Qui da noi “conclude “vale ancora soprattutto la contrattazione individuale, ed è un peccato”.
Questa diversità di trattamenti, tradotta in euro significa che c’è chi guadagna da un minimo di 500 euro a puntata fino a un massimo di qualche milione a produzione. Cifre di cui non ci si può certo lamentare, ma soggette comunque a diversi tipo di ingaggio. C’è chi ha rapporti in esclusiva e guadagna anche quando non lavora, e chi invece ha contratti relativi soltanto a una determinata produzione e rischia di non essere pagato se poi l’emittente decide di non mandare in onda le puntate già scritte. Che ognuno coltiva il proprio orticello lo conferma Barbara Cappi (Stranamore, La Fattoria, Sanremo con Bonolis, Il Treno dei Desideri). “Questo fa comodo alle produzioni che così non devono fare i conti con le richieste di una categoria compatta, però fa male alla qualità” spiega Cappi “Non è un caso che nelle rare oasi in cui gli autori sono uniti e sono sempre gli stessi da anni la qualità dei prodotti è maggiore”. Qualche esempio? “I gruppi autoriali di Antonio Ricci, di Fabio Fazio e di Maria De Filippi“.
L’immagine generale è quella di un precariato di lusso, molto legato ai rapporti personali e alle pubbliche relazioni, dove gli autori giocano un po’ il ruolo di cenerentole, destinati - come notava Aldo Grasso - ad adeguare format stranieri alle esigenze della tv nostrana, e con sempre minori possibilità di idearne di nuovi.
Federico Moccia, che prima di raggiungere il grande pubblico con i suoi romanzi è stato uno storico autore tv (da Domenica in alla serie I ragazzi della 3c), è ottimista. “Prima o poi anche noi faremo i conti con youtube e con i nuovi media, è solo questione di tempo perché per ora il web da noi ha un’importanza minore che negli Usa” spiega l’autore di Tre metri sopra il cielo “ma presto succederà quello che è successo qualche anno fa con le repliche tv: prima non venivano pagate agli autori, oggi invece, grazie a una battaglia comune, ne sono riconosciuti i diritti. In Italia” conclude” non mancano le associazioni che se ne occupano, come Siae e Anart“.
Ma l’invisibilità degli autori rischia di rendere invisibile anche la questione del riconoscimento dei loro diritti. Ne è convinto Valter Siti (docente di Letteratura italiana contemporanea all’università dell’Aquila; in libreria con Troppi paradisi, romanzo che indaga anche il dietro le quinte della tv italiana, e autore - in passato - di Al Posto tuo). “Quello dell’autore è un mestiere ombra. In Italia il prodotto televisivo deve risultare in massima parte anonimo. Nel Medioevo le cattedrali non erano firmate perché dovevano essere percepite come opera di Dio, allo stesso modo, oggi, ciò che gli spettatori vedono sul piccolo schermo deve essere percepito come opera della Rai o di Mediaset”. Tanto più che “Il problema del diritto d’autore in Italia non è percepito come centrale nemmeno dalla politica o dalla comunicazione” aggiunge Falvio Andreini, autore televisivo da oltre 20 anni (Passaparola, Scherzi a Parte ad esempio) e membro della commissione Siae e del direttivo dell’Anart. “La Siae” spiega “tutela il diritto d’autore soltanto per alcuni generi televisivi, molti dei quali sono ormai finiti in pensione, come ad esempio il varietà. Ma reality, quiz e talk show” continua “restano tagliati fuori. Prima di pensare alla regolamentazione dei nuovi media” spiega ancora Andreini “l’Italia dovrebbe liberarsi dal peccato originale dello spettacolo, ovvero puntare sulla centralità del prodotto creativo. Tanto per cominciare” spiega Andreini “gli autori dovrebbero diventare più consapevoli del proprio ruolo. Dimostrare che anche loro sono capaci di creare format originali, e ribellarsi alla cultura dei programmi comprati all’estero e adattati nei nostri studi. Solo così si potrebbe finalmente mettere la propria faccia sui prodotti creativi e dunque rivendicarne con più forza i diritti quando finiscono su youtube. Per ora, la tecnologia viaggia più rapida della nostra consapevolezza di categoria. Ma l’ideale” conclude ” sarebbe fare quello che succede all’Ikea: quando uno va a comprare un tavolino o una poltrona, vede di fianco al prodotto anche una scheda che indica chi è il designer e una foto che ti fa vedere che faccia ha. Un’operazione del genere significa un riconoscimento all’autore; un motivo d’orgoglio per l’azienda che produce e anche un approccio più umano per chi compra. Significa insomma associare un nome e un cognome alle cose. Ma in Italia siamo molto indietro e non è certo un fatto nuovo. Chi ricorda ad esempio che La dolce vita l’ha scritta soprattutto… Ennio Flaiano?”
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