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Twitter? “I teenager non lo usano”. I videogiochi finora regno dei maschi? “L’arrivo della Wii ha generato un’abbondanza di giochi per ragazze”. E internet? “Gli adolescenti navigano solo per divertimento o per lavoro quando sono a scuola”. Non sono i risultati di un accurato sondaggio su un “focus group” selezionato da una stimata società di analisti. Si tratta invece delle osservazioni di un ragazzo di 15 anni incaricato dalla banca d’affari Morgan Stanley di descrivere il mondo dei teenager dall’interno. Il suo report è stato un successo inatteso tra i manager londinesi, rilanciato per mail e diffuso a valanga nella city. Tanto che il Financial Times lo ha pubblicato in prima pagina sull’edizione cartacea, ricevendo un’ondata di telefonate. Già, perché i dettagli sono piuttosto interessanti. Il punto di vista del quindicenne è lucido e tagliente. Soprattutto sulla musica: i teenager, scrive l’affilata penna, “sono piuttosto riluttanti a pagare per la musica (la maggior parte non ha mai comprato un cd) e la gran parte (8/10) scarica illegalmente dai siti di file sharing. I metodi legali che utilizzano i teenager per ascoltare musica sono la radio; i canali televisivi musicali (…) e i siti per lo streming musicale”. Più che i dati contano osservazioni sul comportamento dei teenager talvolta sottovalutate nei sondaggi.
L’inquisitore informatico mostra il successo di social network, musica e video sul web. Ma si aggiunge alla schiera di chi sottolinea il fatto che gli utenti non sono abituati a pagare su internet. Eppure le cifre sono notevoli. Facebook è cresciuto dell’85 per cento nel 2008: sono iscritte persone da più di 170 paesi, incluso l’Antartide. Secondo l’autore del report, twitter non è usato dagli adolescenti: l’anno scorso, comunque, ha registrato un boom del 700 per cento. YouTube ha 260 milioni di utenti e offre cento milioni di video ogni mese. E l’enciclopedia online Wikipedia è arrivata a 50 milioni di articoli. La partecipazione del pubblico è consistente. Ma, almeno nelle nazioni occidentali, non ha ancora generato gli utili di altri mass media.
“Tu musica siempre estara en mi corazon, el verdaderon Rey del Pop, lloro tu partida“. “It’s so weird to know he’s not alive anymore“. “Le plus grand des artistes de Dance Music malgré ses dérapages! R.I.P. King of the Pop
Ditemi che non è vero, vi prego…“. Facebook si riempie di omaggi in ogni lingua per il grande Jacko. Incredulità, dolore, commozione. E anche qualche sparuto attacco a una figura che se nella musica è stata indiscutibile, nella vita, per le sue scelte ambigue, ha fatto spesso discutere. Come la rasoiata di Machiels Andy: “He was a great musician.. but one child abuser less is always good news”. Ovvero, era un grande musicista ma… un pedofilo in meno è sempre una buona notizia.
Nel social network delle facce il gruppo “R.I.P Michael Jackson (We Miss You)” vuole addirittura costruire un mausoleo internettiano per Michael Jackson, la più grande “statua di Facebook”, spingendo tutti a iscriversi per realizzare la più grande pagina di FB.
Ovviamente il fan club americano della star è preso d’assalto ed è difficile in questo momento accedervi. Nel fan club italiano “Michael Mania” tutta la disperazione degli utenti: “Sono al lavoro, dopo una notte passata a seguire le notizie che arrivavano… a piangere… ho gli occhi gonfi… non mi concentro… i miei colleghi si chiederanno perché… ma non mi interessa… è andata via una parte di me e sto male dentro” scrive lucianosimona. E anche rabbia per come negli ultimi anni Jacko era stato trattato e per la speranza ormai svanita di rivederlo in concerto: “È finito tutto! Non inizierà mai ciò che stava per travolgerci tra pochi giorni! Non ha avuto la soddisfazione, di chiudere la sua vita come sempre avremmo voluto: su un palco, osannato da noi, e rivalutato finalmente e giustamente…” dice blukaos.
Il forum dell’altro sito italiano “Michael Jackson FanSquare” omaggia il loro divo aprendo con questa frase: “Grazie per averci insegnato a sognare e a credere nei sogni“.
Benedetto XVI sbarca su Internet. Dopo aver chiesto ai fedeli nella sua ultima udienza del mercoledì di esprimere la propria fede anche in rete, il papa sceglie un portale dall’indirizzo accattivante e difficile da dimenticare:Pope2you.net.
Il Vaticano, insomma, scopre la forza di Internet in tutte le sue molteplici forme e applicazioni. Chi si collega al sito del Pontefice, infatti, può entrare anche nella pagina del Papa su Facebook e su Youtube. Non solo. Insieme al portale è stata creata una «Wikicath» e un’applicazione iPhone. Una passione per la rete utile sicuramente per stare al passo con i tempi. Oppure come sostengono, invece, i più scettici per attrarre a sè anche una porzione di fedeli, i più giovani, protagonisti di un’emorragia preoccupante negli ultimi anni dalla Chiesa. Sempre nel discorso pontificale è stato messo l’accento in particolare sul bisogno di portare avanti anche in rete “una cultura del rispetto”. E il sito papale è in linea con questo pensiero. Colori accattivanti, foto di giovani sorridenti e quella immancabile del Pontefice. Le funzioni del sito appaiono subito chiare anche ai meno esperti. Con Facebook si tranno inviare cartoline virtuali che ritraggono il Papa, con Youtube si potranno seguire tutte le sue apparizioni video, con l’applicazione iPhone si potrà seguire l’attività del Pontefice in diretta, mentre su Wikicath vengono spiegate le sue parole sulle nuove tecnologie.

Maledetto tag, episodio del film Feisbum con Giulia Bevilacqua
Opere che vogliono essere guardate con occhi diversi. Come da slogan, sono queste a popolare il MIFF, il Festival internazionale del film di Milano che, alla sua nona edizione, dal 7 al 19 maggio raccoglie nella capitale della moda e del design pellicole indipendenti. E per indipendente non si intende per forza produzioni low budget, ma lavori prodotti e finanziati per più della metà da una compagnia di produzione diversa da un “major studio” come Paramount o Warner Bros (sono indipendenti capolavori come The Pianist o The Hours o Il Paziente Inglese, poi distribuiti da major).
I migliori cineasti internazionali presentano le loro pellicole in anteprima, ma quest’anno la manifestazione avrà una veste nuova e diventa MIFF Awards: il nuovo evento, infatti, integra i criteri di selezione degli Oscar americani al programma di un festival. I film candidati al Cavallo di Leonardo, l’Oscar ambrosiano, non hanno l’obbligo di uscire in sala per poter essere ammessi alle candidature ma saranno delle prime e durante il festival verranno proiettati per il pubblico i vincitori.
Apre il cartellone, in premiere mondiale, Feisbum, l’instant movie che racconta come le nostre vite, i nostri comportamenti e le nostre interrelazioni siano cambiate con l’utilizzo di internet e soprattutto dei social network come Facebook. Sarcastica, la pellicola è divisa in otto episodi dai titoli significativi, da Maledetto Tag a Default, girati da giovani registi esordienti e non, tra avventure e disavventure di utenti: amori, truffe, mascheramenti, chat, sogni e rapporti familiari. Nel cast Giulia Bevilacqua, Pietro Taricone, Primo Reggiani, Caterina Guzzanti.
Tra i film candidati, invece, c’è Lymelife di Derick Martini, con Alec Baldwin, panoramica sui rischi, negli anni ‘70, del sogno americano, o My One and Only di Richard Loncraine, con Kevin Bacon, Renée Zellweger, Chris Noth (fotografia di Marco Pontecorvo), storia di una donna alla ricerca di un uomo ricco e generoso che si occupi di lei e dei suoi figli. Tra i rappresentanti italiani Zoe di Giueppe Varlotta, con Francesco Baccini, Serena Grandi, Andrea G. Pinketts: una ragazzina, alla fine della Seconda Guerra mondiale, alla disperata ricerca del padre partigiano per informarlo degli abusi perpetrati dai tedeschi nei villaggi vicini.
Il trailer di Feisbum da YouTube:

Se il 2008 almeno in Italia è stato l’anno di Facebook, con una crescita del 963%, il 2009 lo sarà ancora di più. Il popolare social network creato nel febbraio del 2004 dallo statunitense Mark Zuckerberg, all’epoca diciannovenne e studente presso l’università di Harvard è infatti letteralmente esploso nel nostro paese. Tutto merito delle potenzialità del mezzo. Dentro Facebook oltre che crearsi una rete di amici o semplicemente ritrovare i vecchi compagni di scuola si può discutere di fatti di cronaca e politica, perfino di mafia. Il Facebook nostrano, benché bannato da molte società perché considerato un ostacolo alla produttività, prosegue imperterrito nella sua corsa al successo. Si è aperto perfino alla letteratura, l’ultima iniziativa è il concorso per San Valentino su iniziativa di Dario Flaccovio Editore che prevede l’inserimento di un racconto di tremila battute nel gruppo da loro creato. Ma la grande novità dell’anno appena incominciato è il cinema.
Facebook sta infatti per diventare in Italia un film ad episodi. Il titolo è già stato scelto: Feisbum! ResisteRete?. Una sorta di docu-movie per spiegare il paesaggio variegato del social network più famoso del mondo. Si articolerà in 8 episodi che verranno girati da giovani registi, esordienti e non. Un test dunque interessante non solo per l’argomento scelto ma anche come banco di prova per i nuovi talenti del cinema italiano. Nel cast ci saranno anche anche Laura Luchetti, Serafino Murri, Alessandro Capone. Il film giocherà le carte dell’ironia tipica della commedia italiana raccontando l’universo che gira intorno a chi è iscritto a Facebook. Sogni, inganni, relazioni familiari e sentimentali. Una fotografia insomma del nostro paese che attraverso la rete vive con un linguaggio tutto sua la globalizzazione in atto. Una curiosità. Anche Hollywood sembra essere interessata a Facebook. Sony Pictures e Aaron Sorkin, il creatore della serie The West Wing, hanno confermato che stanno preparando un film sull’argomento. Ma niente da temere. Sarà incentrato sul suo inventore Mark Zuckerberg.
Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook
Sì alle fotografie che mostrano l’allattamento dei bambini, ma soltanto se il seno non è interamente visibile: è la scelta di Facebook, il social network che nel 2007 ha espulso una madre, Kelli Roman, per aver pubblicato la sua immagine durante una poppata del figlio. La risposta è arrivata, ma dopo mesi di protesta e la nascita di un gruppo, “Hey Facebook, breastfeeding is not obscene”. “L’allattamento è un atto naturale e bellissimo” ha spiegato il portavoce di Facebook Barry Schnitt al New York Times, ma “le foto che contengono un seno visibile per intero (fully exposed) violano i termini (del contratto, sottoscritto dagli utenti durante la registrazione, ndr) e possono essere rimosse”.
Eppure ritrovarsi esuli da Facebook non è difficile. Come non è complicato rientrare. Aldo Nove, scrittore, è già stato bandito tre volte dal social newtork, ma ogni volta è ritornato con un nuovo profilo. Una sorte toccata anche al giornalista Daniele Biacchessi. Quando invece Matteo Salvini della Lega Nord è stato espulso da Facebook ha deciso di proporre un’interrogazione parlamentare a Montecitorio: il suo profilo è stato riattivato in poche ore. In nessun caso, però, il social network ha fornito spiegazioni sui motivi dell’esclusione. Anche perché è difficilissimo contattarne i responsabili: i giornalisti di Striscia la notizia sono arrivati fino a Londra, ma non hanno scoperto nulla.
Facebook, però, non è altrettanto vigile con i gruppi “anomali”. Anche quando sostengono esponenti della criminalità organizzata. Sono 5mila i fan di “Riina, il vero capo dei capi“. E settecento sono iscritti al “Bernardo Provenzano fan club“. L’Italia è già finita nel mirino dell’Unione europea per i gruppi xenofobi ostili all’etnia rom: sono stati cancellati in pochi giorni, ma già altri hanno preso il loro posto.
Un circolo vizioso? Non proprio. I membri di Facebook possono segnalare i gruppi “offensivi” cliccando su un link in basso a sinistra in ogni pagina (”Report group”). L’avviso arriva ai responsabili del social network. I tempi non sono brevi, ma funziona. Come ha dimostrato il caso di “Noz Zica Srebrenica”: alcuni serbi esaltavano la memoria del massacro di Srebrenica in cui morirono ottomila civili musulmani. Una mobilitazione internazionale partita da Facebook ha portato alla chiusura del gruppo.
Striscia la notizia indaga su Facebook
Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook
Di Marco De Martino
Il mezzo sarà anche genericamente il messaggio, ma per Diablo Cody ogni angolo di internet deve presentare una immagine precisa e diversa di sé. Sul sito ufficiale dedicato ai suoi fan su Facebook per esempio si è voluta mettere in versione tappeto rosso, nell’abito leopardato e gli orecchini col teschio che indossava poco prima di prendere l’Oscar come autrice del film Juno. Ma su Myspace, dove tiene uno sporadico blog, Cody appare in versione amazzone fantasy con in mano una sciabola che sta per colpire l’uomo di turno: “Direi che è tutto, uomo materasso” cita la frase tratta dal film Ubriaco d’amore accanto all’immagine. Mentre su Twitter, il canale preferito dai microblogger, si è messa su una sedia da regista mentre lavora sul suo computer portatile.
E’ arrivata la rivoluzione, quella dei social network digitali, e tutti stanno molto attenti a come presentarsi. L’agonia della scelta di un doppio virtuale è evidente su Facebook: c’è chi sulla propria home page mette una foto in abito da ufficio e chi lo scatto della prima comunione, chi sceglie un fumetto e chi un’immagine coi figli, chi lascia la propria faccia vuota e chi mette il panorama che vede dalla finestra. “E’ come una raccolta di immagini dei test psicologici che raccontano un po’ degli individui e molto della malleabilità di questi nuovi contesti sociali” spiega a Panorama Sherry Turkle, la sociologa del Mit di Boston autrice del saggio Il secondo io, specializzata nelle identità alternative permesse dal mondo virtuale. “Le foto riflettono la concezione che ognuno ha di Facebook: per alcuni è semplicemente un posto dove mantenere le proprie amicizie, altri lo interpretano come un luogo di lavoro, altri ancora come una possibilità per esplorare la propria identità”. Mentre la differenza tra mondo reale e mondo virtuale si assottiglia sempre di più è un nuovo Shaquille O’Neill quello che scoprono per esempio i frequentatori di Myspace o Twitter, dove la stella del basket si presenta mentre cerca di azzannare un pallone, con commenti che non farebbe mai ai giornalisti sportivi: “Buongiorno miei fratelli twitteriani, sono un po’ depresso ultimamente, due giorni fa è morta mia nonna, aveva 92 anni: ora è in un posto migliore”. Il cantante Dave Matthews usa invece una radiografia al posto della sua faccia per fare la cronaca dei momenti più banali della sua vita: “Sto ascoltando il sax, mi è venuta fame, vado a mangiare”.
“Come tutte le relazioni, anche quelle di Facebook hanno diversi stadi di intimità, e la foto rappresenta quello più superficiale” dice Chicco Testa, che dopo essere stato online con un’immagine di sé bambino è ora passato a una foto con i suoi due figli, tutti e tre intenti a scrivere messaggini sui propri cellulari. “Per me Facebook è come un bar, un posto dove detesto parlare di lavoro” aggiunge Dalia Gaberscik, che si occupa di pubbliche relazioni e uffici stampa, e che su Facebook si è fatta ritrarre in un disegno. “Quando l’ho messo online la prima volta, ho aggiunto la frase “Io sono un cartone animato”, che era come dire a chi mi contattava per questioni professionali che per me questo è un luogo dove si gioca”.
Esattamente l’opposto di quel che pensa Michael Wolff, columnist di Vanity Fair, che invece di una sua foto ha voluto la copertina della sua biografia di Rupert Murdoch, titolo The man who owns the news. O la pierre Tiziana Rocca: “Molti sono in maniche di camicia, allora io per essere diversa ho messo una foto in abito da sera, sul tappeto rosso a una serata con George Clooney e Brad Pitt” racconta.
Ma tra i suoi amici c’è Andrea Casiraghi che invece fa una boccaccia al fotografo. O anche Fabio Borghese, fratello di Alessandra, che ha messo un ritratto del suo antenato Marco Antonio Borghese, detto Scopettone per la sua barba: “Era un principe contadino che ha fatto molte opere di bene. Mi ci sento legato e ha un’immagine che intimorisce e respinge chi mi vuole contattare per lavoro”.
Le immagini virtuali si chiamano anche avatar, parola sanscrita che letteralmente significa discesa e ora denota il proprio doppio nella vita online. Ed è così, come un’estensione della propria persona trasformata in marchio, che lo interpretano i politici americani. Per il suo sito ufficiale su Facebook Barack Obama aveva un’immagine di sé in maniche di camicia che ora ha sostituito con una foto più ufficiale incorniciata dalla scritta: “Grazie”. Una volta Hillary Clinton si era voluta sul palco mentre faceva campagna elettorale, adesso ora che diventa segretario di Stato ha scelto una foto in bianco e nero da statista. Il contrario di Mike Huckabee, che nel suo tentativo di ricostruire il Partito repubblicano si presenta mentre suona la chitarra a un concerto rock.
Su internet c’è anche un sito Facestat.com) dove si può sottoporre la propria foto a una sorta di test di marketing, con dieci sconosciuti che esprimono giudizi sull’immagine, su che età dimostra, su quali valori comunica. Monica Fabris, sociologa e presidente del gruppo Gpf che sta conducendo una ricerca sui network sociali, dice che gli avatar riflettono una scelta di fondo sull’uso dei network sociali: “C’è chi li utilizza per costruire relazioni e chi invece per manipolare la propria identità. Tanto più la foto è naturale, tanto meno si hanno problemi con la propria immagine sociale in un contesto, come quello di Facebook, che permette di stare in relazione costante senza mai mettersi veramente in gioco”.
Ma Sherry Turkle ammonisce: “Tentare un’analisi psicologica generale dei navigatori di internet basandosi sulle immagini che scelgono per rappresentarsi è difficile, ogni caso deve essere esplorato nella sua individualità”.
Anche perché non sempre le immagini presenti su siti sono quelle volute dai proprietari. Per esempio, il sito ufficiale su Facebook di Asia Argento, in cui lei appare con una corona di spine in testa, non è gestito da lei: “Un amico mi aveva messo su Facebook, io non ci sono mai andata e non ho scelto quell’immagine” sostiene lei. Mentre la giornalista Lucia Annunziata sta cercando senza successo da settimane di cancellare una falsa home page di Facebook che ha ingannato persino molti suoi amici, che solo dopo avere chiesto la sua amicizia hanno denunciato la frode.
Perché in certi casi non è l’identità virtuale ma quella rubata che è la più difficile da tutelare nel cyberspazio.
di Guido Castellano
1- Facebook è gratis, ma sapete come si finanzia? Raccoglie e vende alla pubblicità informazioni dettagliate su gusti, consumi, idee degli iscritti. Senza informarli di chi riceve i loro dati.
2- Non garantisce la privacy. Le informazioni possono essere viste da chiunque. Un profilo dettagliato è un invito a nozze per i ladri d’identità, che potrebbero fingersi voi, truffare qualcuno e mettervi nei guai.
3- Nulla impedisce di creare un profilo di un’altra persona. Qualcuno potrebbe impersonare un vostro conoscente, per farsi dare informazioni riservate.
4- Tutti sapranno chi frequentate. Per esempio, la vostra fidanzata potrebbe scoprire che siete amici di quella bionda che giuravate di non conoscere quando vi ha salutato per strada.
5- Ha senso dedicare il proprio tempo a rintracciare i vecchi compagni di scuola o a fare giochini e test? Su Facebook Italia esiste il gruppo Tra Facebook e Msn anche oggi non ho combinato un c…: tenetene conto.