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“Parole parole parole”, come dice Shakespeare in Amleto, citando Mina con tre secoli d’anticipo. Parole come palline di mercurio che saltano, sfuggono, creano legami ibridi. E che rivoluzione, quando si uniscono alle immagini, non più come semplici didascalie, ma loro stesse opere d’arte, Parole in Libertà.
È Filippo T. Marinetti, agli inizi del Novecento, a creare con il suo chiassoso Zang Tumb Tumb una nuova lingua che supera i confini tra arte verbale e arte visiva. Lo segue in questa avventura modernista un manipolo di “parolibero-futuristi”, da Umberto Boccioni a Fortunato Depero, da Giacomo Balla allo spericolato drappello dei futuristi russi e il vecchio quadro di bella pittura esplode, fra parole disseminate, urlate, assemblate o appiccicate con i collages.
Queste relazioni pericolose o affinità elettive fra arte e lingua sono indagate in una mostra che rimarrà aperta fino al 6 aprile 2008 al Mart di Rovereto, La parola nell’arte. Sottotitolo: Ricerche d’avanguardia nel ‘900. Dal Futurismo ad oggi attraverso le collezioni del Mart (qui la gallery).
Ottocento i lavori esposti, impaginati in undici sezioni: le prime sono una sorta di “prologo” storico sulle avanguardie del primo Novecento, dai futuristi al movimento Dada, dall’espressionismo al ready made di Duchamp, al capogiro di senso della famosa pipa di René Magritte con la scritta che dichiara: Ceci n’est pas une pipe, questa non è una pipa.
Poi la mostra prosegue per aree tematiche, dal Gruppo 63 alla Pop Art, dal video storico della lezione di Joseph Beuys a Perugia (tre delle mitiche lavagne usate, coperte dai segni dell’artista sono in mostra), alle parole cancellate di Emilio Isgrò o alle Scritture illeggibili di popoli sconsciuti, un alfabeto sognato dal computer. Ecco la trapunta di parole in Braille tessuta, tassello dopo tassello, da Alessandra Cassinelli; poi il video dove ciò che sempre parla in silenzio è il corpo di Alighiero Boetti: la mano destra tratteggia parole che la sinistra ritrascrive leonardianamente con un percorso a rovescio. In analogia c’è l’autoritratto di Lucio Fontana, Io sono un santo, subito negato dal retro dove c’è scritto io sono una carogna: una doppia verità che testimonia anche nelll’arte la fertile ambiguità delle parole.
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“L’arte dell’avvenire sarà potentemente pubblicitaria” disse Fortunato Depero nel 1931. Aveva ragione. Come da manifesto futurista, Depero si applicò ad ogni forma artistica, dalla pittura alla scultura, dalla poesia al teatro, passando attraverso l’architettura e l’editoria. Sempre con la stessa violenta energia. Creò manifesti, locandine, disegni, collage. E cartelloni pubblicitari e copertine. Era il 1928 quando l’artista tornò a New York per tenere le prime mostre personali negli Stati Uniti e realizzò una serie di copertine per Vanity Fair e Vogue; a New York scrisse il manifesto dell’arte pubblicitaria futurista, che diede alle stampe nel 1931.
Le forme e i colori di Depero non influenzarono solo il mondo dell’arte, ma anche il gusto comune: proprio quello su cui la pubblicità deve fare leva. Rovereto celebra ora il suo più grande cittadino e il Mart - il Museo d’arte moderna e contemporanea - racconta un Depero Pubblicitario, esponendo la sua ricca collezione di opere dell’artista integrata anche da “pezzi” italiani e americani provenienti da collezioni private. La réclame è una necessità per Depero, che reclamizza come primo prodotto lo stesso Depero.
La mostra DeperoPubblicitario: dall’auto-réclame all’architettura pubblicitaria prende il via insieme a un’altra occasione per fare un viaggio nella creatività del secolo scorso: Maestri del ‘900 da Boccioni a Fontana: la collezione di un raffinato cultore dell’arte moderna.
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“Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno”. “Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Così inneggiano due comandamenti del manifesto futurista del 1909 firmato da Marinetti: lo squarcio nel mondo dell’arte provacato dalla loro mitragliata innovativa è stato dirompente. Basta con il “passatismo”, i “chiari di luna” e le biblioteche che sanno di muffa. Le coordinate della classicità, dalla piramide visiva alla costruzione armonica, che avevano saldamente mantenuto le radici nelle opere d’arte, sono state rotte una volta per tutte. Cosa ne penserebbero i futuristi adesso che si sono trasformati loro stessi in “classici” e questa mostra Il futuro del futursimo aperta a Bergamo alla Gamec fino al 24 febbraio 2008 ne ritrova nipoti e nipotini in una vastissima costellazione?
Prendete Ciò che mi ha detto il tram, il quadro di Carlo Carrà del 1911, dove una sorta di sferragliante drago moderno si fa largo fra l’impressionante caos di una futuribile “città che sale” , e confrontatelo con le opere di Damien Hirst, l’artista famoso per i suoi animali in formaldeide, con le quotazioni più alte sull’odierno mercato artistico, con Beautiful, Chaotic, Psychotic, Madman’s, Crazy, Psichopathic, Schizoid, Murder Painting del 1995. Nell’artista inglese ecco le stesse linee di forza del quadro di Carrà, rese solo con tracciati di colore rosso per rissumere in una macchia cromatica vorticosa lo psicotico movimento contemporaneo.
Il progetto dei curatori Giacinto Di Pietrantonio e Maria Cristina Rodeschini Galati punta alla ricerca di tutte le terminazione nervose del radicalismo futurista: circa duecento opere di centoventi artisti, per spingersi fin dentro alla contemporaneità. Lo sberleffo di Michelangelo Pistoletto e la sua Venere degli stracci del 1967, dove la riproduzione di una Venere di Milo, posta di fronte al visitatore dal suo “lato b”, esamina quasi volesse annusarli una montagna di abiti usati , ha la stessa audacia della ribellione di una scultura di Umberto Boccioni negli anni Dieci del Novecento, dove le membra umane hanno assunto la forma di linee fluide con creste per rendere le velocità del passo di corsa. Le spavalderie odierne di Maurizio Catellan, autore dei fantocci di bambini impiccati a Milano, terranno come quelle del futurista Fortunato Depero? E così nel guardare opere di John Cage, Mario Schifano, Bruce Nauman, Thomas Ruff, Lucio Fontana, fino al mostro sacro Andy Warhol, si può scoprire che la loro creazione è un futurismo in versione vintage.
Il tourbillon di immagini in mostra, senza pretese di esaustività, fa ritrovare legami, intrecci, accavallamenti dove trionfa la famosa immaginazione “senza fili” teorizzata da Filippo T. Marinetti, wireless si potrebbe dire oggi, a testimonianza che la costruzione futurista del mondo è ancora in atto e il futuro del futurismo deve ancora arrivare.
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