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Francia

La realtà parallela di Domenech: “Avremmo vinto il Mondiale se…”

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  • Tags: Francia, Henry, Italia, L'Equipe, Materazzi, Raymond Domenech, Zinedine-Zidane
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Immagine simbolo della finale mondiale 2006: Zinedine Zidane esce dal campo, espulso / Epa

Immagine simbolo della finale mondiale 2006: Zinedine Zidane esce dal campo, espulso / Epa

Con i “Se” e con i “Ma” la storia non si fa. Qualcuno lo spieghi a Raymond Domenech. L’allenatore della nazionale francese ha sfoggiato ancora una volta il suo rancore verso l’Italia per la finale persa ai rigori nel mondiale del 2006. Continua

  • emanuele rossi
  • Giovedì 28 Gennaio 2010

Monica si mette a nudo: se toccate il mio tasto sbagliato, vado in cortocircuito

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  • Tags: amore, attrice, esclusiva, Francia, Monica-Bellucci, nudo, Roma, Vincent-Cassel
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Guarda le FOTO di Monica

Il suo appartamento di Roma è su un piano alto del quartiere Parioli: luminoso, con una grande terrazza. Ci sono in giro foto di Monica con suo marito Vincent Cassel o di Monica e Deva, quasi 5 anni, la loro figlia. Monica Bellucci, 44 anni, attrice, è alta, porta scarpe con tacco, ha un viso piccolo e una frangia lunga.
Com’è sua figlia Deva?
Ha un carattere più possessivo del mio, ma è molto meglio di me. La possessività fa soffrire nella vita, per questo ha scelto me per aiutarla a smussare questo suo lato.
Non l’ha scelta.
Ci siamo scelte.
Abita con lei?
Sempre, viaggia con me quando lavoro, siamo appena state due mesi a New York, mentre giravo un film con Nicolas Cage, L’apprendista stregone (qui la GALLERY). Parla già tre lingue. Quando avrà 6 anni, dovrò scegliere per lei una base più stabile: Parigi, Londra o New York.
Suo marito Vincent che padre è?
Meraviglioso, e ciò mi rassicura tanto. Vedere Vincent con Deva è stupendo. So che, qualsiasi cosa mi succeda, lui c’è.
Vivete spesso lontani. Non si sente abbandonata?
No, è così da quando ci conosciamo. Fa parte del nostro ritmo di vita. Siamo abituati a non vederci, io sono molto solitaria, ho bisogno di momenti miei per ritrovarmi. Prima vivevo totalmente questa solitudine. Da quando c’è la bambina non più, perché Deva è sempre con me. Però mia figlia è arrivata in un momento in cui la volevo ed è diventata il sole della mia vita.
È vero che ha vissuto passioni distruttive?
Ho vissuto passioni distruttive, ma anche costruttive. Siamo tutti fatti a tasti. Dipende quale tasto viene toccato. C’è il tasto della follia, dell’autodistruzione, della creatività. Ma quando si tocca il tasto sbagliato, posso andare in cortocircuito.
Che cosa le è successo?
Ho avuto rapporti in cui, invece di andare verso qualcosa di positivo, la passione mi faceva andare verso la distruzione. Passione deriva da “pasco“, parola greca che significa soffrire. I francesi hanno l’espressione che spiega la situazione: “je suis tombé amoureux“, sono caduto innamorato. Quando sei preda della passione, sei fuori di te, senza controllo. Se ne esci, e se ne esci viva, ti fa bene. In qualche modo impari tante cose di te: le tue debolezze, quelle brutte, quelle in cui dici una cosa e ne fai un’altra, quelle in cui razionalmente capisci che devi scappare a gambe levate perché stai andando verso qualcosa che per te è tutto sbagliato e invece continui a stare lì. Sei in una situazione di schizofrenia tra la parte razionale e la parte emotiva, è pericolosissimo, una specie di droga. Il tuo corpo e la tua emotività sono legati a un’altra persona, vivi in funzione sua. È terribile. Terribile e meraviglioso. L’importante è uscirne viva. Dopo impari ad avere compassione per te stessa in quanto essere umano con le sue fragilità. Diventi più tollerante verso tutti perché hai visto le tue, di debolezze.
Qual è stato il buco nero in cui è caduta?
La perdita di me. Quando la tua vita non è più in funzione di te in modo razionale, ma in funzione di qualcosa che ti ossessiona, vai in cortocircuito. Uno stato come di malattia, in cui ero in bilico tra la vita e la morte. Mi sentivo morire nel momento in cui questa persona era assente, vivevo in funzione sua, ero schiava d’amore.
Come è uscita da questa dipendenza?
Non è successo una volta sola. Comunque da una relazione una volta sono fuggita io, un’altra volta la vita mi ha diviso da questa persona e la distanza ha fatto sì che potessi liberarmi. Ma sempre mi si è aperto un mondo ed è per questo che gli uomini sono importanti per me. Ho imparato tanto attraverso loro. Amare vuol dire uscire da te, mettersi in uno stato di non protezione.
Vincent l’ha guarita? È stato l’amore sano?
Uno degli amori sani, ma ci sono stati anche amori sani da cui sono fuggita. La mia fortuna è avere avuto mia figlia in un momento in cui ho avuto tanto dalla vita, con alle spalle storie che mi hanno permesso di capire meglio chi fossi. Ho avuto relazioni diversissime. Non una o due, molte di più. Storie in cui mi sono annoiata benché andasse tutto bene, uomini che mi davano tutto quello che un uomo ti può dare: erano belli, generosi, però me ne sono andata.
Perché? Si stancava?
Perché ogni storia è a parte. Sono contenta che mia figlia sia arrivata nel momento in cui sono diventata una donna adulta, pronta alla calma necessaria per avere un figlio: quella forma di devozione, di amore, di pace che ci vuole per essere madre.
Vincent la protegge?
Anche se è estremamente indipendente e ha la sua vita, stiamo lunghi periodi senza vederci, lui lavora e io lavoro, so che umanamente c’è. È la persona con cui sto, ma è anche un amico, si prende cura di me, protegge mia figlia. Ma è una relazione sempre sul filo del rasoio, so che può finire in qualsiasi momento.
Il suo rapporto con Vincent non è mai stato distruttivo?
Quella con Vincent è una relazione che dura da 14 anni, una passione fatta di luce. Ci sono passioni fatte di luce e altre fatte di buio. La passione fatta di luce interagisce con la realtà, anche con le cose pratiche, come poter formare una famiglia, l’amore, il rispetto, la razionalità e soprattutto avere un’idea reale della persona con cui stai, non una proiezione.
In un’intervista ha detto che vuole vivere, ha lavorato talmente tanto…
Per me vivere è anche lavorare. Non ho mai fatto una divisione tra lavoro e vita, il mio lavoro non è un obbligo, ma un piacere. Mi permette di lavorare quando mi va, se mi va e con chi mi va. È una creazione continua, una forma di passione, un’altra esternazione di me.
Non vive il dissidio delle madri che lavorano? Il senso di colpa di non essere sempre con sua figlia?
Per ora no, faccio un lavoro da gitana, ma mia figlia viene con me ovunque. Quando frequenterà la scuola, dovrò organizzarmi una base. E quando dovrò viaggiare per un film porterò con me anche un professore.
Che cosa vorrebbe da lei sua figlia?
Fino a poco tempo fa non aveva neanche idea che lavorassi. Suo padre le chiese: “Che cosa fa papà?”. E lei: “Papà fa l’attore”. E la mamma? “La mamma è una mamma”. A me quella cosa è piaciuta tanto. “Anch’io voglio essere una mamma” mi dice sempre.
Vorrebbe un altro figlio?
Ho già Deva, il mio lato materno è appagato, ma se arrivasse un altro figlio sarei contenta.
Farebbe mai figli, come l’attrice Sarah Jessica Parker, con utero in affitto e ovodonazione?
Non mi esprimo, per le donne la maternità è un fatto troppo personale.
L’attrice Rachel Weisz sostiene che il botox dovrebbe essere vietato agli attori, perché ne congela l’espressività. Che cosa ne pensa?
È un argomento legato a come ti senti dentro di te. Io non mi sono mai fatta il botox, perché non sono ancora ossessionata dal tempo che passa. Sono più ossessionata dalla vecchiaia, dalla malattia o dalla morte.
Come si sente nel suo corpo che, con l’età, cambia?
Oggi sento di poter sopportare i miei difetti, ma non so se sarà lo stesso tra 10 anni.

Che rapporto ha con l’alimentazione?
Sono una a cui piace vivere. Non mi sacrifico con la ginnastica, il cibo. Se c’è un film in cui devo ingrassare, ingrasso, come quando ho girato Sangue pazzo di Marco Tullio Giordana.
Che impressione le ha fatto Vincent con 20 chili in più e rasato a zero in Nemico pubblico numero 1? Riusciva lo stesso ad andare a letto con lui?
Non era poi così orrendo e per fortuna nei rapporti vai al di là del fisico e subentrano altre cose. Io preferisco sempre la testa.
Lavorare all’estero com’è per lei?
Adoro tutto questo mio movimento. Sono un po’ come uno squaletto che, per sopravvivere, deve muoversi sempre.
L’ultimo film che ha girato a New York è per bambini, ‘apprendista stregone…
Un film che finalmente mia figlia potrà vedere, perché tra Irreversible, La passione di Cristo, Malèna… non ha visto niente.
Ecco perché non credeva che lei facesse l’attrice… Quando bacia un attore sul set a che cosa pensa?
Alle battute che dovrò dire quando ho finito di baciarlo.
Molte donne, superati i 40, vanno in crisi e si sentono appassite.
Io non mi sento vecchia per niente. Una quarantenne oggi è nel pieno della sua esistenza, conosci meglio la tua persona, puoi ancora fare tutto, cambiare carriera, mestiere, fare ancora figli e vederli invecchiare.
Non ha paura che il tempo le porti via il privilegio di essere il sex symbol Monica Bellucci?

Con il tempo che passa si va verso una trasformazione che è anche rilassante. Quali privilegi posso perdere? Che non farò più il ruolo della moglie e dell’amante, ma della madre e della nonna. E allora? Possono essere parti meravigliose, forse anche migliori di quelle che ho fatto finora. Sono madre di una figlia che oggi ha 5 anni e tra un po’ ne avrà 20, beh, meraviglioso. Sono molto orgogliosa di andare verso altre scoperte.
In realtà molte attrici vivono questo dramma…
Il dramma è quando hai 40 anni e vuoi averne 20, restare legati a qualcosa che non esiste più. Ma se accetti il tempo che passa, va tutto bene.
Meg Ryan era una donna stupenda, prima di ritoccarsi.
Hollywood mette uno stress che in Europa non c’è. Guardi Charlotte Rampling, Catherine Deneuve, Isabelle Huppert: lavorano sempre e continuano ad avere ruoli sensuali.

  • silvia.grilli
  • Martedì 18 Agosto 2009

Il fotoreportage? Un atto di resistenza civile

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  • Tags: Festival-internazionale-di-fotoreportage, Francia, Jan-Grarup, Jean-François-Leroy, Munem-Wasif, Paolo-Pellegrin, Pascal-Maitre, Perpignan, Philip-Blenkinsop, Stanley-Greene, Visa-pour-limage
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Festival Fotoreportage di Perpignan
Da un lato i numeri e la convinzione di essere sempre (o quasi) dalla parte della ragione; dall’altro un’industriale editoriale in crisi e il sospetto che l’appuntamento annuale più importante del fotogiornalismo internazionale debba trovare una nuova linfa creativa. In mezzo c’è lui, Jean-François Leroy, l’anima del Festival internazionale di fotoreportage Visa pour l’image di Perpignan (Francia), che quest’anno ha festeggiato la sua ventesima edizione. “Vent’anni sono tanti” assicura Leroy con tono trionfale. “Ma una cosa è sicura: non intendo fermarmi qui”. All’indomani della serata conclusiva, per il direttore di Visa pour l’image è giunta l’ora dei bilanci. Sul breve, come sul lungo termine. Perché una cosa è sicura: per i fotografi impegnati a scattare i lati più oscuri e meno noti del pianeta Terra, sono tempi duri. Ovviamente, star come Paolo Pellegrin, Stanley Greene o Philip Blenkinsop hanno poco da temere. Ben più arduo si annuncia invece il compito di un esercito di fotografi talentuosi, ma resi precari dalle scelte strategiche di un’industria editoriale sempre meno disposta ad acquistare servizi “impegnati”. Leroy lo sa. E non esita a puntare il dito contro “editori ormai schiavizzati dalle notizie people e convinti, a torto, che il fotoreportage non è più redditizio”. A suo favore parlano i numeri. In vent’anni, ha presentato 600 esposizioni e organizzato 120 eventi, passando da 123 accrediti professionali rilasciati nel 1989 a 3.500 nel 2007 e coinvolgendo oltre 250 agenzie contro sette nell’anno della caduta del Muro di Berlino. “Quest’annata poi è stata eccezionale”. Come dargli torto. La qualità dei reportage presentati nella settimana dei professionisti (dal 30 agosto al 7 settembre) e poi successivamente al grande pubblico (dall’8 al 14 settembre) è stata altissima. Basta dare un’occhiata alla nostra photogallery: dallo sguardo di Philip Blenkinsop (Premio Visa 2009) sui terremotati cinesi agli scatti di Paolo Pellegrin sui rifugiati iracheni, dalle testimonianze insopportabili di Jan Grarup in Darfur e di Pascal Maitre nell’Africa dei Grandi Laghi (Rwanda, Burundi e Congo/Kinshasa), fino all’asso emergente Munem Wasif (premio del Miglior giovane fotografo), il Festival di Perpignan ha mantenuto tutte le sue promesse. Eppure le critiche non sono mancate. C’è chi parla di un formato troppo ripetitivo (il tema del colloquio: “Crisi dell’informazione, crisi del fotogiornalismo?” è lo stesso della passata edizione), chi invece se la prende con una selezione di foto e storie poco coerenti fra loro e sempre orientate a mettere in mostra la solita litania di guerre e disastri umanitari. Ma Leroy non ci sta: “Visa non è al servizio della cronaca rosa, ma votata all’impegno civile. E poi che colpe ho se l’editoria non fa più il suo lavoro?”

Gli editori si giustificano con la crisi finanziaria che la stampa sta attraversando…
Non mi faccia ridere! I giornali appartengono a dei grandi gruppi editoriali e in questi gruppi ci sono titoli che continuano a guadagnare un sacco di soldi. Vent’anni fa l’editoria aveva un obiettivo: equilibrare i conti. Oggi invece mira a profitti colossali. E di grana in giro ce n’è tanta. Se no come spiegare la disponibilità di alcuni editori di sborsare centinaia di migliaia di euro per pubblicare una copertina con Madonna o Brad Pitt e Angelina Jolie?
Forse per compensare perdite registrate altrove…

E io le rispondo che basterebbe creare una tassa sulle notizie people, ovvero i servizi sulle star, per finanziare il fotoreportage. Quando vedo che Stanley Grenne non è nemmeno riuscito a raccogliere otto mila euro per effettuare un servizio in Afghanistan, mi viene da piangere. Eppure l’Afghanistan dovrebbe tirare, o no? Guardi, se fossi in possesso di un magazine non spenderei certo il mio tempo ad acquistare le ultime foto di Britney Spears. Purtroppo non sono un editore. Detto questo, non credo che il fotogiornalismo sia in crisi. Basta osservare il materiale incredibile che il Festival di Perpignan è riuscito a proporre in queste ultime settimane. Gente come Blenkinsop o Kozyrev sono risorse indispensabili per capire come il mondo sta veramente andando.
Va bene, ma intanto ci sono una valanga di giovani fotografi costretti a rischiare la vita per appena mille euro al mese. Che consigli darebbe a questi ragazzi?

Il fotoreportage è innanzitutto un impegno civile. Non bisogna mai dimenticarlo. Certo, una vita da precario non è ipotizzabile, ma in tempi così duri non c’è altra alternativa alla resistenza sociale. Al resto ci pensa il talento. Oggi ci sono sempre più fotografie, ma non significa che ci sono più fotografi talentuosi. Certo, l’avvento del numerico ha consentito a molti di scattare buone immagini, ma per diventare Paolo Pellegrin ci vuole un occhio eccezionale. E questo gli apparecchi numerici non te lo possono offrire.
Durante il festival è emerso un rapporto sproporzionato tra la valanga di fotografi presenti a Perpignan e il numero davvero risicato di servizi che le agenzie fotografiche sono riuscite a vendere. Come se non bastasse, colossi come Magnum hanno dato forfait. Non è che Visa pour l’image sia diventato un festival delle occasioni perse?

Intanto vorrei precisare la Magnum è stata rappresentata da molti suoi fotografi. Certo, non ha presentato un suo stand, ma si tratta di una scelta che non spetta a me giudicare. Per il resto mi dispiace per le agenzie, tuttavia la sua domanda andrebbe rivolta al mondo dell’editoria. Chi se non gli editori possono dare una nuova svolta al mercato? Che colpe ho se i capiredattori delle principali testate giornalistiche francesi si lasciano mangiare da Carla Bruni e Nicolas Sarkozy? Come se non bastasse le agenzie sono ormai confrontate all’enorme massa di immagini scaricabili gratuitamente da internet. Tra una foto bellissima, ma costosa, e uno scatto buono e gratuita, la logica editoriale secondo la quale bisogna abbattere il più possibile i costi di produzione favorisce sempre più la seconda opzione. Sono propri fenomeni di questo tipo che giustificano l’esistenza di un Festival come quello di Perpignan. Ogni anno mi batto come un leone per dimostrare al pubblico e agli editori che nel mondo esistono produzioni di altissimo livello professionale, che la qualità delle foto non può essere smerciata per quattro soldi. Sono stufo di sentire in giro che Visa pour l’image propone servizi bellissimi. C…, acquistateli!
Quanto è disposta a predicare ancora nel deserto?
Quando vedo che dopo vent’anni il nostro Festival è in grado di sfornare nuovi talenti come Wasif, non ho la sensazione di girare a vuoto. Se così fossi non starei lì ad organizzare un evento capace ormai di accogliere 180.000 visitatori.
Quindi appuntamento per l’anno prossimo?
Certo, questo festival è come un figlio. L’ho fatto nascere e non intendo abbandonarlo. Né oggi, né domani.
LA GALLERY

  • joshua.massarenti
  • Lunedì 15 Settembre 2008

Scientology in Francia: l’accusa di sequestro e una commissione d’inchiesta

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  • Tags: commissione-dinchiesta, Francia, Martine-Boublil, Scientology
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Il suo incubo si concluderà soltanto tra qualche ora, quando potrà finalmente ritornare a casa, nella sua amata Francia. La storia di Martine Boublil diventa così un piccolo caso, che porta di nuovo sotto i riflettori la Chiesa di Scientology e che oltralpe rilancia un dibattito già aperto da settimane. Con una richiesta forte: aprire una commissione d’inchiesta parlamentare su Scientology, come propone il deputato dell’UMP Georges Fenech.

La donna, 48 anni, di origine tunisina ma francese di nazionalità, ex seguace di Scientology per otto anni, è stata liberata in Sardegna lo scorso 21 gennaio, in un casolare nei monti di Ortobene, vicino a Nuoro. Quando i poliziotti l’hanno trovata, Martine è apparsa ai loro occhi in condizioni igieniche pietose, semivestita, per letto un materasso pieno di vermi, circondata dai rifiuti. Si è salvata perché, nonostante tutto questo, è riuscita a comunicare con l’esterno lanciando dei fogliettini, il suo grido d’allarme tracciato con l’unico oggetto che le era rimasto fra le mani: il rossetto. A impedirle di uscire dal locale c’erano una donna di 44 anni e due uomini di 18. Tutti francesi e tutti accusati di tentativo di sequestro. Il gruppo era arrivato in Sardegna all’inizio dello scorso dicembre. La motivazione ufficiale era che Martine fosse reduce da un’operazione e che nell’isola fosse sbarcata per approfittare di un riposo completo. “Era l’inferno”, racconta invece adesso la donna ripensando a quei giorni in cui le veniva impedito a forza di uscire.
Ma la situazione adesso sembra complicarsi. Secondo le autorità giudiziarie italiane ad ordinare il sequestro della donna sarebbe stato il fratello Claude, medico di professione oltreché figura di spicco nella Scientology francese. Dopo essere stato anche lui accusato dalla giustizia italiana per il sequestro di Martine è stato rimesso in libertà insieme agli altri 3 francesi ed è già tornato in Francia. La donna ha raccontato alla polizia di essere stata condotta a forza da Claude, prima in Normandia, poi nella regione della Sarthe, infine in Sardegna. Il portavoce della chiesa di Scientology di Francia, Danièle Gounord, intervistato da Le Parisien sulla questione, ha parlato di “dramma familiare” escludendo ogni implicazione di Scientology.
Non si sa ancora, però, se Martine, una volta a casa denuncerà il fratello e Scientology. La donna è ancora sotto choc e provata psicologicamente. Ma una sua potrebbe dare formalmente il via ad un’inchiesta congiunta della magistratura italo-francese sul caso.

  • mariazuppello
  • Lunedì 3 Marzo 2008

Gisèle Freund: a cent’anni dalla sua nascita rivivono i suoi Ritratti d’autore

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  • Tags: fotogiornalismo, fotografia, Francia, galleria-Carla-sozzani, Gisèle-Freund, Grazia-Neri, Milano
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[color=red][b]GISÈLE FREUND<br>  Ritratti d'autore[/b][/color]<br>  Nel centenario della nascita, una grande antologica celebra i noti ritratti di scrittori, intellettuali ed artisti<br>  scattati da Gisèle Freund a partire dalla fine degli anni '30.</p>  <p>A cura di Elisabeth Perolini e Grazia Neri<br>  Galleria Carla Sozzani, Corso Como 10 – Milano<br>  Dal 13 gennaio al 24 febbraio 2008<br>  [url=http://www.galleriacarlasozzani.org]www.galleriacarlasozzani.org[/url]

LA GALLERY

La sua passione era la letteratura, ma il sentirsi senza lingua in una nuova patria, la Francia, le impedì di coltivare l’inclinazione originaria. E la fece diventare la prima e più grande fotogiornalista del Novecento. La fotografia “è un linguaggio universale, che tutti capiscono. Mi ha permesso di esprimermi”, scriveva infatti Gisèle Freund nel suo libro Il mondo e il mio obiettivo (1984).
Tedesca di origini ebraiche e membro di un gruppo comunista, la Freund fu costretta a fuggire dalla Germania nazista nel 1936, a 28 anni. E a Parigi superò i limiti di una conoscenza inizialmente precaria del francese grazie alla macchina fotografica, il suo mezzo di comunicazione. Leica in mano, riuscì a catturare i più grandi scrittori, artisti e intellettuali del XX secolo, quando ancora non erano famosi, e diventando celebre con loro. La Freund li ha presi nelle loro espressioni più naturali e vive. Da Frida Khalo a James Joyce, da Samuel Beckett a Evita Perón. Viaggiando di continente in continente. E ora, nel centenario della sua nascita (avvenuta a Schöneberg, vicino Berlino, il 19 dicembre 1908), questi volti immortalati rivivono nella mostra Ritratti d’autore della Galleria Carla Sozzani di Milano.

[color=red][b]GISÈLE FREUND<br>  Ritratti d'autore[/b][/color]<br>  Nel centenario della nascita, una grande antologica celebra i noti ritratti di scrittori, intellettuali ed artisti<br>  scattati da Gisèle Freund a partire dalla fine degli anni '30.</p>  <p>A cura di Elisabeth Perolini e Grazia Neri<br>  Galleria Carla Sozzani, Corso Como 10 – Milano<br>  Dal 13 gennaio al 24 febbraio 2008<br>  [url=http://www.galleriacarlasozzani.org]www.galleriacarlasozzani.org[/url]

A cura di Elisabeth Perolini e Grazia Neri, dal 12 gennaio al 24 febbraio una grande antologica celebra Gisèle, il primo fotografo a essere invitato, nel 1968, a esporre i suoi lavori al Museo d’arte Moderna di Parigi.
L’esposizione cavalca il Novecento, attraverso i suoi protagonisti: Walter Benjamin, Virginia Woolf, Simone de Beauvoir, Colette, Jean Cocteau, Ernest Hemingway, François Mauriac, Jean-Paul Sartre… André Malraux fu la prima commissione importante per la Freund, che lo riprese nel 1935 sul terrazzo della sua casa parigina. “C’era vento” raccontò lei “Malraux si tirava indietro i capelli con mano nervosa, senza accorgersi che avevo scattato più volte mentre lui parlava”.
Ritratti d’autore è anche l’occasione per festeggiare i quarant’anni d’attività dell’agenzia fotografica Grazia Neri.

[color=red][b]GISÈLE FREUND<br>  Ritratti d'autore[/b][/color]<br>  Nel centenario della nascita, una grande antologica celebra i noti ritratti di scrittori, intellettuali ed artisti<br>  scattati da Gisèle Freund a partire dalla fine degli anni '30.</p>  <p>A cura di Elisabeth Perolini e Grazia Neri<br>  Galleria Carla Sozzani, Corso Como 10 – Milano<br>  Dal 13 gennaio al 24 febbraio 2008<br>  [url=http://www.galleriacarlasozzani.org]www.galleriacarlasozzani.org[/url]

  • simona.santoni
  • Giovedì 10 Gennaio 2008

Eur@dioNantes: la webradio locale che parla all’Europa

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  • Tags: eur@dionantes, Euronews, europa, Francia, internet, Laurence-Aubron, Nantes, radio, web
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Perché quello che succede a Stoccarda non deve interessare chi vive a Nantes e viceversa? Siamo o no tutti europei? Ne è convinta Laurence Aubron, giornalista radiofonica francese che ha deciso di provare a realizzare un’utopia: mettere insieme giovani giornalisti provenienti da ogni parte d’Europa per mandare in onda reportage su temi che possano interessare un pubblico europeo. I ragazzi vengono in pratica formati a diventare giornalisti europei a tutto tondo e a non limitare il proprio raggio d’azione a ciò che succede nel singolo Paese di provenienza (che è un po’ quello che fa in Tv, con altri mezzi e un’altra storia alle spalle, Euronews). L’obiettivo finale, non ancora pienamente raggiunto, è quello di avere un’uguale quantità di contenuti in lingue diverse. E sono già in corso collaborazioni con un’emittente tedesca, una spagnola e una belga.
“La particolarità di Eur@dioNantes è un’informazione pensata in un continuo oscillare tra l’ambito locale e quello europeo”, si legge sul sito della radio. E il progetto “potrebbe essere riprodotto in altre città per formare una rete di media europei”. La formula è quella della libera collaborazione, con un invito esplicito agli utenti a inviare la propria candidatura per entrare a far parte della squadra e poter lavorare per un periodo nella redazione di Nantes.
La radio non trasmette solo notizie, grandi e piccole, da tutta Europa, ma naturalmente anche musica. Ascoltandola si può così scoprire che il brano del momento in Ungheria è Hip hop, cantato dalla ventenne Magdolna Ruzsa e che il gruppo rock Pereza va alla grande in Spagna. Fenomeni culturali o di costume che normalmente non riescono ad attraversare i confini nazionali, su Eur@dioNantes vengono portati alla conoscenza di un pubblico più vasto. E contribuiscono a formare quell’identità europea che ancora stenta ad affermarsi.

  • marta.buonadonna
  • Venerdì 26 Ottobre 2007

C’è un film al telefono: Francia, il successo del Pocket Festival

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  • Tags: cellulare, Cinema, Claude-Miller, Francia, Pocket-Films-Festival, video
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http://www.flickr.com/photos/jetalone/
La tecnologia c’è. Non resta che usarla, reinventando semmai il linguaggio. Il Pocket Films Festival, appena conclusosi a Parigi, è partito da queste premesse. E in tre giorni di programmazione, dall’8 al 10 giugno scorsi, ha mostrato che con un telefono cellulare di ultima generazione si può girare un vero e proprio film e ci si può costruire perfino un festival intorno.
Questo è giunto ormai alla sua terza edizione e il pubblico ha dato la sua benedizione. Più di seimila spettatori al Centro Georges Pompidou hanno assistito alle proiezioni di circa 200 movies in miniatura (durata massima una decina di minuti, minima un minuto) e li hanno applauditi. Dimostrando che la settima arte è capace, se vuole, di inventarsi nuove declinazioni. “La perdita del dettaglio che si ha quando vediamo proiettato un film da telefonino sul grande schermo”, racconta uno dei registi in gara, Aurélien Vernhes-Lermusiaux, “non è un limite ma uno stimolo alla nostra immaginazione“.
E se è presto per gridare al capolavoro, le opere, premiate e non, hanno rivelato un bel po’ di fantasia, equamente distribuita. Il vincitore è stato un francese, Antonin Verrier con Porte de Choisy, otto minuti voyeuristici in cui un lui riprende una lei al chiuso di una camera da letto. Ma al festival, che quest’anno proponeva per la prima volta opere di trenta Paesi, si è visto di tutto. Perfino una mucca in piano ravvicinato in Magic Cow di Tennis Karsten e un mento trasformato in fronte con tanto di occhi finti in Nouveau Message à 16h38 di Julien Lassort (guarda i video in fondo all’articolo).
E che il festival non sia stato un divertissement amatoriale, anche se nel 2006 secondo i dati di Strategy Analytics sono stati venduti nel mondo più di 348 milioni di telefonini con telecamera incorporata, lo dimostrano i nomi in campo. Sostenuto dal Centro Nazionale della Cinematografia francese, la giuria della rassegna era composta da professionisti e presieduta dal regista Claude Miller. Professionisti, del resto, erano anche i “telefonino-registi” di questa edizione. In molti vengono dal cinema, dal teatro, dalle arti visive.
Il cinema al telefono, insomma, non smette di fare adepti. E se noi italiani siamo stati all’avanguardia nel 2006 con il primo documentario di 90 minuti Nuovi Comizi d’amore girato interamente con un NokiaN90 dal regista e fotografo Marcello Mencarini e da Barbara Seghezzi, adesso il mercato sembra essere in piena esplosione (leggi anche Nokia, è tempo di cinema 2.0). E per i “telefonino-registi” del futuro non c’è che da scegliere il festival giusto. Dal nostrano Cortofonino Festival allo statunitense The 4th screen, all’asiatico Mobile Asia, al brasiliano Telemig Arte.mov.

Pocket Films Festival 2007: il trailer

Alcuni dei video in concorso

Magic Cow


La Balada del Walkman

Nouveau Message à 16h38

  • paolo.manzo
  • Mercoledì 13 Giugno 2007

Addio a Ousmane Sembène, padre del cinema africano

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  • Tags: africa, cinema-africano, Francia, Ousmane-Sembène, Senegal, Venezia
  • Un commento

Una foto di scena del film Moolaadé di Ousmane Sembene

Il Senegal è in lutto. E assieme al Senegal anche tutto il mondo cinematografico africano. È morto sabato scorso, a 84 anni, Ousmane Sembène, il padre fondatore della Settima arte africana. Nato nel 1923 in una povera famiglia di pescatori a Zinguichor (Casamance, sud del paese), Sembène era noto per l’impronta sociale che ha caratterizzato la sua intera carriera artistica. Segnato sin dall’infanzia dalla perversità del sistema coloniale francese, Sembène ha iniziato a dare sfogo alle proprie frustrazioni con il romanzo, la sua prima vera passione. È del 1960 Les bouts de bois de Dieux, storia che ripercorre lo sciopero dei ferrovieri senegalesi e maliani tra il 1947 e il 1948. Seguiranno altri sette romanzi, messi però in secondo piano da una carriera cinematografica folgorante iniziata negli anni ‘60. Dopo un soggiorno a Mosca presso gli studi Gorki, Sembène torna in madrepatria, convinto che soltanto la potenza visiva della Settima arte gli consentirà di accedere a un pubblico di massa in larga misura analfabeta e poco propenso a capire il francese (la lingua predominante in ambito letterario). È cosa fatta nel 1966 con La Noire de…, il primo lungometraggio della storia del cinema africano. Ancora una volta è la Francia, attraverso il tragico destino di una giovane senegalese schiavizzata da una coppia francese, a fare le spese dell’impegno sociale e politico di Ousmane Sembène. Che poi, con Le mandat (capolavoro premiato al Festival di Venezia nel 1968), non risparmia nemmeno la borghesia africana post-indipendentista. Da sempre considerato un regista impegnato nella difesa dei più deboli, Sembène inizia nel 2000 una trilogia “sull’eroismo al quotidiano”, e in particolare sulla donna, protagonista assoluta di un altro capolavoro, Mooladé, che nel 2004 convince la giuria del Festival di Cannes a ricompensare un film durissimo sull’infibulazione con il premio Un certain regard. Membro fondatore del Festival del cinema panafricano di Ouagadougou (Burkina Faso), nel 2005 Sembène affermava di “avere ancora il cuore di un ventenne” e che “un militante rimane giovane per tutta la vita”. Forse questa è l’immagine che più si addice a un regista fuori dal comune. Il commento rilasciato a Panorama.it da Anna Maria Gallone, co-direttrice del Festival del cinema africano di Milano , lascia spazio al ricordo “di una personalità tra le più straordinarie della cultura africana, una delle poche ad aver saputo trasmettere una vera immagine dell’Africa”. Che ieri, a Dakar (Senegal), gli ha dato il suo ultimo saluto.

In questo video, Ousmane Sembène intervistato nel 1993, quando fu premiato al Festival di San Francisco con l’Akira Kurosawa Award

  • joshua.massarenti
  • Martedì 12 Giugno 2007
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