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Bangkok, ucciso fotografo italiano. Assalto dell’esercito: le camicie rosse si arrendono - Foto
Negli scontri di questa mattina a Bangkok l’esercito thailandese ha sparato su tre giornalisti stranieri, uno è morto. Si chiamava Fabio Polenghi, viveva a Milano e per molti anni ha collaborato con l’agenzia Grazia Neri.
“È stato con noi dal 2004 al 2009″, dice Michele Neri, direttore dell’agenzia fotografica chiusa qualche mese fa.
Era un uomo appassionato del proprio lavoro. Timido, delicato, soprattutto mite. Generoso, sia umanamente che professionalmente. Un grande viaggiatore.
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Dovrà fare solo pochi passi il 12 aprile, quando traslocherà dal suo ufficio nella sede del New York Times sull’Ottava avenue al grattacielo della Condé Nast di Times square.
Ma di strada ne ha fatta parecchia Stefano Tonchi, 50 anni, se si pensa che solo nel 1994 ha abbandonato l’Italia e ora occupa una delle poltrone più importanti del giornalismo internazionale.
Se si parte dal liceo classico Forteguerri di Pistoia e si arriva alla poltrona di direttore del mensile americano W, quello con le copertine più ambite dalle dive globali, da Jennifer Aniston (nell’ultimo numero) a Megan Fox (nel penultimo), a Madonna e a tutte le altre prima.
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Una delle foto scattate da Richi subito dopo il terremoto
È la notte del 27 febbraio, Santiago del Cile viene svegliata dal terremoto. Richi, studente di 18 anni, corre al computer e posta su Twitter: “Está temblando”, “Es fuerte”. Poi prende il BlackBerry, fugge da casa e continua a scrivere. “Estoy vivo despues de este terremoto”, “Aaaaaah que horrible el terremoto, el edificio se movia todo”. Scatta qualche foto e la trasmette. Continua

La crisi, certo. Con la pubblicità che crolla. E internet, con la sua velocità, il “citizen journalism” e i tanti blog che si sostituiscono agli editoriali. La lista dei possibili “killer” del giornalismo è lunga. Ma è proprio vero che il giornalismo morirà con la fine dei giornali? E che “l’ultima copia del New York Times” sarà mai stampata? Tutte domande sulle quali si interrogheranno i partecipanti del prossimo “Festival internazionale del giornalismo” di Perugia, in programma da questa mattina al 5 aprile. Cinque giorni intensi, di dibattiti, incontri, tavole rotonde. Per interrogarsi sul destino di una professione che, per restare “testimone dei tempi”, ai tempi non può che adattarsi. E così nei tanti eventi che costelleranno le giornate della città umbra interverranno professionisti affermati del giornalismo di ieri, oggi e domani.
Con un occhio privilegiato ai protagonisti internazionali: da Seymour Hersh, firma del New Yorker, premio Pulitzer che ha messo in imbarazzo l’esercito americano due volte: a My Lai nel ‘69 e ad Abu Ghraib nel 2004. E poi Javier Moreno, direttore di El Paìs, primo quotidiano spagnolo, che discuterà con Ezio Mauro, direttore di Repubblica, sul ruolo dei giornali nella formazione dell’opinione pubblica. Ci sarà un focus sull’economia, con il dibattito tra il neodirettore del Sole 24ore Gianni Riotta e John Lloyd del Financial Times. Ma anche voci “dal fronte” come Ayman Mohyeldin di Al Jazeera, l’unico straniero a Gaza durante i bombardamenti israeliani, o Petra Reski, la tedesca del Die Zeit autrice di Mafia libro sulla ‘ndrangheta. E poi moltissimi italiani, da Sergio Romano a Marco Travaglio. Una schiera che convertirà Perugia per giorni nel “sancta sanctorum” della stampa. Non solo per i nomi, ma anche e soprattutto per i tanti giovani delle scuole di giornalismo che seguiranno eventi e interviste e riporteranno tutto sui loro giornali e siti. Per chi non potrà essere a Perugia ma vorrà seguire l’evento i modi saranno molti: le dirette saranno trasmesse dal sito il Cannocchiale, approfondimenti sulla web tv dello Iulm di Milano e sul quotidiano online La Sestina. Ci saranno anche un gruppo su Facebook e un blog dedicati all’evento.
Tra le tante iniziative, tutte gratuite, che avranno luogo nei cinque giorni del festival, tutte elencate nel programma sul sito della manifestazione, segnaliamo la mostra di due fotoreporter: Cina, il ritorno della concubina di Axelle de Russé che ha vinto nel 2007 il Canon Female Photojournalist Award al Festival di fotogiornalismo di Perpignan e Ragazzi dietro le sbarre di Hazel Thompson, che sempre a Perignan ha vinto nel 2006 il CARE International Award for Humanitarian Reportage. E poi lo spazio molto ampio dedicato al giornalismo sui nuovi media, con la presenza molto mediatica dei “Vanguard journalist” di Current, la webTv fondata da Al Gore, e poi una tavola rotonda dedicata all’uso di Facebook, Twitter e affini nel dialogo con il lettore. Un’altra tavola rotonda sarà dedicata alle sinergie tra giornale, sito e tv: il “super media” che dovrebbe salvare il giornalismo.
Il logo di Wikipedia
C’è anche Roberto Saviano tra i vincitori della 50° edizione del Premiolino, il più antico e prestigioso premio giornalistico italiano, assegnato ogni anno a personalità che si sono distinte nel mondo dei media per il loro impegno, la professionalità, l’indipendenza, il lavoro al servizio del cittadino. L’albo d’oro pullula di nomi illustri, da Montanelli a Brera, da Sergio Zavoli a Giorgio Bocca, da Oriana Fallaci a Ennio Flaiano. Quest’anno però tra i premiati c’è una novità: Wikipedia, l’enciclopedia online scritta dagli utenti della Rete. “La scelta”, racconta Giancarlo Galli, giornalista e presidente del Premio, “è scaturita da una discussione tra noi vecchi rimbambiti giornalisti, che abbiano negli occhi la carta stampata e pensiamo che tutti dipendano da quella. Vi siamo legati anagraficamente ma col fluire del tempo abbiamo lentamente preso atto dell’esistenza della tv prima e dei nuovi media poi”.
Chi ha proposto la canditura di Wikipedia?
È venuta fuori una voce che credo di poter attribuire a Enrico Mentana. Noialtri, che siamo sì vecchi ma non proprio rimbambiti, sapevamo tutti che cos’è il prodotto, pur ignorando chi siano gli autori, e abbiamo deciso di fare un salto e proiettarci nel futuro. Tutti siamo in buona misura debitori a Wikipedia per le informazioni che fornisce. E con un voto abbastanza ampio, anche se non unanime, c’è stato un consenso intorno a questa candidatura, segno di una maturità di questo premio che si proietta nei prossimi 50 anni.
Ma non si tratta di un premio anti-giornalistico? Infondo chi collabora a Wikipedia non è un giornalista, tutti possono farlo.
Con la crisi che la carta stampata e i media tradizionali stanno attraversando, questa scelta secondo me è un segnale positivo: bisogna guardare in avanti e non mettersi a fare Amarcord. Ed è anche il segno che tutti noi possiamo farci partecipi dell’informazione; non ci siamo ancorati a vecchi schemi o vecchie glorie. Per il Premiolino mi pare una prova di vitalità.
Come celebrate i 50 anni?
La storia non va dimenticata, perciò grazie alla generosità del nostro sponsor, che da tre anni è Birra Moretti, pubblichiamo dopo anni di silenzio un volume che la ripercorre. È un bel volume che testimonia tutti i nomi dei vincitori, che sono circa 500-600, e in cui si mettono in risalto alcune figure particolarmente significative. In questi anni abbiamo sempre cercato di premiare un giornalismo di denuncia, di avanguardia e sensibilità verso la società civile e ci proponiamo di continuare a farlo.
Abbiamo chiesto a Frieda Brioschi, Presidente di Wikimedia Italia, che ritirerà il premio in rappresentanza di tutti i Wikipediani, come ha appreso la notizia.
È stata un’incredibile sorpresa. Un giorno trovo una mail di Gian Antonio Stella (giornalista del Corriere della Sera e membro della giuria n.d.r.) che mi scrive: “Ho una bella notizia da darle: mi richiami subito. Stella mi ha detto che la giuria era molto contenta e che tutti usano Wikipedia.
E’ un premio anti-giornalistico?
Direi che noi forniamo un servizio anche ai giornalisti. Il fatto che questo premio non vada a un sito che fa del giornalismo è un segnale abbastanza chiaro. Per me significa che c’è attenzione verso quello che sta succedendo, e che i giornalisti non vivono nella loro scatoletta, ma sono ben calati nella realtà che li circonda. Credo che il premio testimoni che su Wikipedia si trovano informazioni di buona qualità.
Dopo la raccolta di fondi andata a buon fine, quindi, un altro motivo per gioire?
La raccolta di fondi si è conclusa bene, abbiamo superato anche se di poco il tetto previsto che erano i 6 milioni di dollari necessari per il funzionamento del progetto per quest’anno. Era cominciata molto in sordina, ma la lettera aperta del nostro fondatore Jimmy Wales, che ha sottolineato i rischi del mancato raggiungimento della cifra, tra cui quello molto reale di considerare l’inserimento della pubblicità, ha dato una scossa alla campagna. Quando vi hanno comunicato la vittoria del premio vi siete accorti che su Wikipedia mancava una voce sul Premiolino, è vero?
Che figura avremmo fatto a non parlarne nemmeno? Ho subito messo un annuncio sul bar di Wikipedia per dire che la voce non esisteva. Immediatamente è stato scritto un primo decoroso abbozzo e tra ieri e oggi è già cresciuta parecchio. Potere della community…
La premiazione si terrà il 4 febbraio a Palazzo Marino a Milano alla presenza del sindaco Letizia Moratti.

“Dieci anni fa non avrei mai potuto fare questo documentario. Oggi con Internet invece è stato possibile. Questo dimostra che un’inchiesta solida è ormai alla portata di tutti”. O quasi. Basta avere vent’anni di esperienza nel giornalismo d’inchiesta, un solido produttore alle spalle e avvocati agguerriti in grado di parare qualsiasi colpo inferto dal nemico. Tutti parametri che Marie-Monique Robin possiede. Molti suoi colleghi pensarono che la sua carriera di giornalista freelance avesse raggiunto l’apice nel 1995 con l’assegnazione del prestigioso Prix Albert Londres (il Pulitzer d’oltralpe) per un suo documentario sul traffico d’organi (Voleurs d’yeux), ma ora dovranno fare i conti con la sua ultima impresa: Le monde selon Monsanto (Il mondo secondo Monsanto), un reportage estremamente discusso in Francia dopo la sua diffusione sul canale televisivo Arte l’11 marzo scorso. In poco meno di due ore, l’inchiesta di Marie Robin riassume tre anni di indagini sulla Monsanto, primo produttore mondiale di sementi convenzionali e di organismi geneticamente modificati (Ogm). Un colosso dell’industria agrochimica (i suoi guadagni per il 2007 ammontano a 723,5 milioni di euro, +107% rispetto al 2006), spesso al centro delle polemiche che condizionano il dibattito attorno agli Ogm.
“Intendiamoci, il mio documentario non è contro gli organismi geneticamente modificati” spiega l’autrice a Panorama.it “anche se ormai sono convinta che sul lungo termine rischiano di distruggere la biodiversità. Il mio film è soprattutto il ritratto di un’azienda leader degli ogm: mi interessava capire in quale misura il suo passato illumina le sue pratiche attuali”.
Qualche esempio?
Ce ne sono tanti. Prendiamo i PCB, quei derivati chimici clorati che per cinquant’anni serviranno da liquido refrigerante nei trasformatori elettrici. Sin dal 1937, i leader di Monsanto sapevano che i PCB rappresentavano un rischio grave per la salute umana, ma non hanno fatto nulla finché nel 1977 non fu comprovata la loro alta tossicità. Ad Anniston (Alabama), la città dove la Monsanto produceva i PCB, 3 517 persone, in stragrande maggioranza nera, hanno trascinato in tribunale l’azienda perché vittime di un cancro o di un ritardo di crescita. Vinceranno la loro causa. Ora, i quarant’anni di silenzio della Monsanto sui TBC devono farci riflettere sui presunti effetti positivi di altri prodotti messi sul mercato dalla medesima compagnia. Già alla fine degli anni ’90, il ministro della Giustizia degli Stati Uniti aveva vietato alla Monsanto di spacciare il fertilizzante Roundup, per un prodotto biodegradabile e non tossico.
Qual è il ruolo di Internet nella realizzazione di questo documentario?
Tutto il film ruota attorno a Internet e al materiale incredibile raccolto on line. E il mio lavoro ha prodotto a sua volta un effetto a cascata. Da marzo scorso, oltre al mio blog ne sono stati creati altri 500 dedicati al documentario.
Alcuni accusano Internet di offrire una quantità eccessiva di informazioni, spesso poco credibili. Al contrario nel suo documentario la Rete occupa un ruolo centrale. Come giustifica questo atto di fiducia?
L’atto di fiducia è nato in seguito alle scoperte incredibili realizzate su Internet e che mi hanno consentito di costruire per la prima volta nella mia carriera giornalistica un’inchiesta con informazioni raccolte a partire dalla Rete. Solitamente questo genere di documentari costringe il regista a effettuare sopraluoghi o girare interviste per poi passare alla realizzazione vera e propria. Nel caso di Monsanto è accaduto il contrario. La scelta dei miei viaggi è sempre stata dettata dai risultati raggiunti durante la fase di ricerca su Internet. Non appena raccoglievo materiale in sufficienza, mi recavo all’estero per una verifica sul terreno. Il film è il risultato di tre anni di inchiesta trascorsi tra il mio domicilio e tre continenti.
Un conto è raccogliere documenti, ben altro impegno è quello di trovare il bandolo della matassa…
Il caso Monsanto assomiglia a un puzzle: assemblare i pezzi non è stato facile. Capisco che l’impegno non sia a portata di tutti, ma sono una giornalista e questo sforzo è parte integrante del mio lavoro. Anzi, è quella decisiva. Anche perché su Internet si trova di tutto: dai documenti giornalistici e scientifici più grotteschi a quelli più subdoli, votati a ingannare il cittadino con teorie in apparenza credibili ma che alla luce di analisi razionali non reggono il passo della scienza. Viceversa, era mio scrupolo verificare molto accuratamente le accuse o i sospetti formulati contro la multinazionale. La complessità e la sensibilità del caso Monsanto si misurano con gli avvocati che ho dovuto arruolare per rendere il mio film inattaccabile sul piano giuridico.
È stata la sua prima volta davanti alle telecamere
In tutti i miei film, sono sempre rimasta dietro l’obiettivo. Due sono state le ragioni principali che mi hanno spinto questa volta a mostrarmi alla telecamera: la prima, vedendomi navigare sulla Rete, volevo convincere il telespettatore che ciò che stavo facendo lo poteva fare anche lui. Nel contempo, le sequenze che riprendono la mia navigazione sui siti mi consentono oggi di proteggermi da futuri processi. Infatti il documentario riposa interamente su ricerche altrui trovate sulla Rete e verificate sul campo. È il caso del “principio sostanziale di equivalenza” e delle dichiarazioni cruciali riportate nel documentario da James Maryanski, l’ex coordinatore per la biotecnologia della Food and Drug Administration (Fda), riguardo il periodo in cui gli ogm furono regolamentati negli Stati Uniti.
Il suo film ha 828.000 link di riferimento su google.fr oltre a registrare visite record sul sito di Arte. Un fenomeno senza precedenti ampliato dalla discussione in Francia sulla nuova legge per gli ogm. Quali le reazioni della Monsanto?
Ufficialmente è prevalso il no comment. Ma ironia del destino, Monsanto France si starebbe muovendo su Internet e guarda caso mai in maniera frontale. Poche settimane fa, un giardiniere che utilizza il Roundup, l’erbicida più venduto al mondo, mi ha mandato una mail in cui mi racconta di aver ricevuto da Monsanto una lettera in cui si precisa che, nonostante le informazioni diffuse nel mio documentario, il Roundup rimane un prodotto sicuro. Altro esempio, nel mio blog ci sono pseudonimi tipo Gatacca che non cessano di mettere in dubbio il mio lavoro. Presto ho scoperto che si trattava di persone che passano le loro giornate a frequentare forum per difendere alcune multinazionali del settore. Infine il caso più eclatante riguarda l’Afis, l’associazione francese per l’informazione scientifica da cui ho subito una vera e propria campagna diffamatoria. Due settimane fa uno dei membri del consiglio di amministrazione della Fis si è dimesso denunciando l’influenza della Monsanto sull’associazione!
Che ruolo spetta ai politici?
Proteggere la salute pubblica. Ma non è facile. Da anni negli Stati Uniti la Monsanto gode di appoggi preziosissimi nell’organo di controllo per la sicurezza degli alimenti e dei farmaci (Fda) oppure presso il ministero dell’Agricoltura. Questo grazie a un sistema ben rodato chiamato “revolving doors” per cui funzionari pubblici vanno ad occupare posti importanti nel privato con l’incarico di seguire vicende delicate come gli ogm che gestivano nel settore pubblico. Nemmeno l’Europa è al riparo di questo gioco delle sedie. L’80% dei membri che compongono l’EFSA, il comitato scientifico incaricato di consigliare l’Ue prima dell’autorizzazione dell’introduzione sul mercato degli Ogm, lavora sotto contratto con aziende di biotecnologie come Monsanto, Aventis o Bayer. La stessa commistione tra scienza, politica e affari si è verificata in Francia. Basta leggere in questi giorni gli articoli dedicati al progetto di legge sugli Ogm. Un parlamentare della maggioranza ha evocato la forza di persuasione fenomenale della Monsanto su alcuni suoi colleghi favorevoli agli Ogm.
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“Stiamo attraversando un periodo pieno d’incertezze. Ci chiediamo se saremo in grado di continuare a esercitare questo mestiere”. Al pari di molti suoi colleghi, Jean-Luc Luyssen, della prestigiosa agenzia fotografica internazionale Gamma, non sa più a che santi rivolgersi. Con un pubblico di lettori in netto calo e la fuga dei pubblicitari, la crisi della stampa sta mettendo a dura prova la vita dei fotoreporter e di chi, come Gamma o Sipa, ne garantisce la sopravvivenza. Per superare questi tempi di vacche magre, Brian Storm, giovane producer multimediale decide di dar vita a un progetto che potrebbe donare nuova vita al fotoreportage: abbinare agli scatti dei più grandi fotografi del mondo un corollario di audio e video. Nasce Mediastorm.org, l’ultima frontiera del fotoreportage che sta rivoluzionando, se non salvando, un professione che molti davano per spacciata.
Signor Storm, il fotogiornalismo è davvero così rischio?
Nessuno, tra professionisti della fotografia e del giornalismo, scatta foto e scrive articoli solamente per una questione di denaro. Il fotoreportage è una professione che suscita molta passione in chi la pratica, ti ci butti perché offre esperienze lavorative straordinarie. Detto questo, oggi i media tradizionali come la stampa, a cui i fotoreporter sono vincolati, non garantiscono più i profitti di dieci o quindici anni fa. Tra il calo di lettori e di pubblicità, la crisi del giornalismo cartaceo ha colpito in pieno la categoria.
Qual è la chiave per uscire dal baratro?
Primo: puntare tutto sulla qualità. Così come era successo nel rapporto tra la tv e la radio, internet non ucciderà la stampa, anche se la sta danneggiando con un giornalismo fai-da-te che vede cittadini-utenti diffondere gratuitamente dei contenuti spacciandoli per articoli giornalisti di alto profilo. Questo trend continuerà, e colpirà soltanto il giornalismo di basso rango. A ruota, è necessario per i fotoreporter fare leva sui nuovi mezzi di comunicazione disponibili per far combaciare un’ampia distribuzione dei propri servizi fotogiornalistici con un minimo di sicurezza finanziaria.
Paradossalmente, sarebbe quindi Internet l’antidoto per curare i sintomi della professione?
Non del tutto. Bisogna saper sfruttare i vantaggi che ti offre ciascun mezzo di comunicazione di massa, sia quelli tradizionali come il giornale, il video o la radio sia Internet. Ovviamente, questo spinge i fotoreporter a rivoluzionare il loro modo di lavorare. Oggi non ti puoi più accontentare di recarti in un posto e fotografare. Durante il reportage, è ormai necessario adoperare tutti i supporti tecnologici che ti consentono di arricchire il lavoro sul campo. Questo significa associare alle foto e ai testi del materiale audio e anche video. La stessa testimonianza del fotoreporter raccolta sotto forma sonora e diffusa su internet come sottofondo del servizio fotografico rafforza considerevolmente l’impatto delle immagini.
Ma si puo’ ancora parlare di fotografia?
Certo. Alla base di tutto, ci sono le foto, non immagini filmate. Prendiamo il servizio di Luis Sinco sui reduci americani dell’Iraq, Marlboro Marine. Sono convinto che la sovrapposizione degli scatti con le voci dei protagonisti offre al lettore uno sguardo ancor più cruento sul contesto devastante in cui questi soldati hanno combattuto. Piuttosto che limitarsi a fotografare i soggetti di una storia, l’audio consente di dare loro una voce. Dimenticarli diventa ancora più difficile.