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globalizzazione

È il 2009. Sapete dov’è la vostra anima?

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  • Tags: anima, Bono, capitalismo, chiesa, globalizzazione, religione
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Bono Vox degli U2

di Bono

Sono al centro di Manhattan, un posto dove i tassisti suonano i clacson come fossero strumenti musicali e urlare nei ristoranti è uno sport nazionale.

A miglia e miglia di distanza dalla calda brezza di voci che mi avvolgeva una settimana fa, la domenica di Pasqua.

“Sia gloria al tuo nome” cantavano le donne dell’isola, cullandosi avanti e indietro nella piccola chiesa in arenaria. Fui sopraffatto da un’esplosione di colori, da un’ondata di emozioni che mi trascinò con sé verso il mare.

La cristianità, a quando pare, ha un ritmo - che procede in crescendo proprio in questo periodo dell’anno. La rumba del carnevale cede il passo alla lenta marcia della Quaresima, per poi dare spazio agli staccato degli inni pasquali. Dalle orge dei baccanali alle visioni ultraterrene. Dopo quaranta giorni nel deserto, tipo.

Carnevale - le rock star ci sanno fare, col carnevale.

Carne-vale, addio alla carne: un party di commiato. Sono stato a molti carnevali. I brasiliani dicono di essersi inventati il più lungo; di sicuro, il migliore. Non puoi fare altro che lasciarti contagiare dalla febbre, unirti alla parata di festaioli che irrompe per le strade della città, come un fiume che travolge gli argini, in un’esplosione di divertimento che si fa ritmo. È una gioia che non può essere invocata. È forza vitale. È un cuore pieno, traboccante di gratitudine. A voi la scelta…

È con la Quaresima che non sono mai andato d’accordo. Ci ho rinunciato. Quando si arriva alla negazione di sé, faccio fiasco in maniera colossale. La mia idea di disciplina è semplice - lavorare sodo - ma ovviamente è solo un’altra indulgenza.

Poi arriva il passaggio dalla morte alla vita, la Pasqua.

È un momento trascendente, per me - una rinascita di cui ho sempre avvertito il bisogno. Mai con la stessa intensità di qualche anno fa, quando è morto mio padre. Mi tornano in mente l’imbarazzo e il sollievo delle lacrime cocenti sulle guance, mentre mi inginocchiavo nella piccola cappella di un paesino francese, pentendomi della mia natura di figliol prodigo - pentendomi per aver combattuto mio padre tanto a lungo e per essermi lasciato sfuggire troppe volte l’opportunità di conoscerlo meglio. Ricordo la sensazione di quella “pace che sorpassa ogni preoccupazione umana” come una liberazione da un fardello. Tra tutte le feste cristiane, la Pasqua è quella che richiede la fede più grande - ti spinge oltre il profondo rispetto per la Creazione, attraverso lo sconcerto dell’idea di un “nato da una vergine”, fino alla smisurata, inverosimile concezione che la morte non sia la fine di tutto. La croce come un incrocio, un bivio. Che siate o meno religiosi, l’idea di poter ricominciare da capo è irresistibile.

*

Domenica scorsa, il maestro del coro sobbalzava - di volta in volta impetuoso, quieto, tenero e giocoso - al suono dei più virtuosi dei pianoforti e delle melodie. Intonava le sue invocazioni con una splendida voce da tenore, possente come una quercia, mentre al suo fianco un ragazzino lentigginoso si prodigava su conga e tamburello come se avesse sotto le dita una batteria corredata di tutto punto. Il coro dei parrocchiani si levava verso le travi del soffitto, canti di lode a un Dio che aveva apparentemente rinunciato a sovrastare le nostre voci con la Sua.

Per quale motivo mi rifugio tra le mura di un’umile chiesetta o di un’imponente cattedrale? Per vedere se la mia testa funziona come si deve? O il mio cuore? No: per occuparmi della mia anima. Queste meditazioni sono, per me, come il filo a piombo per un capomastro - che verifica se le pareti stanno venendo su dritte o storte. Controllo come funziona la mia vita emotiva con la musica; la mia vita intellettuale, con la scrittura. Ma quando mi metto in cammino alla ricerca della mia anima, non posso che approdare alla religione.

Il sacerdote disse: “Che cosa giova all’uomo guadagnare il mondo intero se perde la propria anima?”. Sentendo queste parole, ciascuno dei pellegrini raccolti nella stanza domandò: “Sono io, Signore?”. In America, in Europa, tutti si chiedono: “Siamo noi?“.

Be’, sì. Siamo noi.

Il carnevale è finito. L’anima del commercio ha reso incandescente il clima e i mercati. I cieli fuligginosi della rivoluzione industriale hanno cambiato luogo ed estensione. Ma adesso, lo scioglimento dei ghiacciai fa ribollire i mari in tempi di rivoluzione hi-tech. Il capitalismo è sotto processo; la globalizzazione, ancora una volta, sul banco degli imputati. Dicevamo che tutto ciò che desideravamo per il resto del mondo era tutto ciò che possedevamo anche noi. Poi ci siamo resi conto che, se ogni essere vivente sulla faccia della Terra avesse avuto un frigorifero, una casa e un SUV, saremmo soffocati nei nostri stessi gas di scarico.

La Quaresima incombe su di noi, che la cosa ci vada a genio o meno. E assieme a lei, speriamo compaia anche una speranza di redenzione - cancellazione dei peccati. Non solo in senso spirituale, ma anche come concetto economico. Al giro di boa di fine millennio, la campagna per la cancellazione del debito, ispirata al concetto ebraico di Giubileo, mirava a concedere ai paesi più poveri un nuovo inizio. Oggi, in Africa, ci sono trentaquattro milioni di bambini in più che vanno a scuola, in larga parte perché i governi dei paesi in cui abitano hanno utilizzato al meglio i soldi svincolati dal debito. Una cancellazione che non ha posto fine alla schiavitù economica, ma ha significato una nuova speranza per molti. Ed è a questi molti - di certo non a pochi privilegiati - che ci deve condurre la ricerca della nostra anima, qualsiasi strada decida di percorrere.

Qualche settimana fa mi trovavo a Washington, quando iniziò a circolare la notizia di possibili tagli al budget del presidente per il sostegno ai paesi in via di sviluppo. La gente diceva che sarebbe stato difficile mantenere promesse fatte a persone che vivono in condizioni terribili a migliaia di chilometri di distanza, quando anche in America c’è tanta, troppa miseria. E ce n’è.

Da poco, però, ho letto che un numero sempre maggiore di cittadini americani si dedica al volontariato, non potendosi permettere di dare una mano con offerte in denaro. E alla fine, grazie a un voto bipartisan del Senato, sembra che il Congresso ristabilirà i fondi tagliati ai paesi in via di sviluppo - un rifiuto ad abbandonare chi paga già un prezzo molto alto per una crisi di cui non è responsabile. In tempi bui e agitati, la gente dimostra ciò che è veramente.

La vostra anima.

In questo periodo di crisi, gran parte del dibattito ruota attorno al valore delle cose, non ai valori. Un aiuto ben speso può essere un ottimo esempio per entrambi - il valore dei soldi e i valori che nascono dai soldi. Fornire medicinali e cure mediche a circa quattro milioni di persone ammalate di AIDS, mettere in atto semplici e ragionevoli misure di assistenza e controllo delle nascite, tentare di debellare malattie letali come la malaria e i rotavirus - tutto questo è una piccola spinta lungo la scalata verso l’autosufficienza, un modo per aiutarci ad avere più amici in un mondo facile all’odio. Non sono elemosine, sono un investimento. Non è carità - è giustizia.

*

Stranamente, mentre usciamo dalla piccola chiesa in arenaria, in fila sotto un sole spietato, penso a Warren Buffett e a Bill Gates, che hanno devoluto parte delle loro ricchezze alla lotta contro l’estrema povertà. Entrambi agnostici, credo. Penso a Nelson Mandela, che ha dedicato la propria vita a sostenere i diritti altrui. Un uomo spirituale, senza dubbio. Religioso? Da quel che mi si dice, non si descriverebbe in questo modo.

Non tutta la musica dell’anima esce dai portoni delle chiese.

Traduzione di Silvia Montis. © 2009 Bono/The New York Times. Questo articolo è originariamente apparso sul The New York Times del 18 aprile. (Distribuited by The New York Times Syndicate)

  • redazione
  • Lunedì 27 Luglio 2009

E se vivessimo in un mondo senza internet?

OkNotizie

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  • Tags: chicco-testa, globalizzazione, internet, Philippe-Daverio
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disegno corbis2

Il 9 aprile scorso, a causa di un attacco di ignoti la città di Morgan Hill, in California, si è risvegliata senza Internet. Niente e-mail, niente ricerche in Rete, nessuna possibilità di consultare documenti on-line. Antifurti disattivati, bancomat non funzionanti, carte di credito inutilizzabili. Un ritorno al passato, indietro di vent’anni. Ora fate uno sforzo di immaginazione: che cosa succederbbe se imprvvisamente in tutto il mondo si spegnesse internet? Quali sarebbero le conseguenze di questo immaginario scenario?
È un giorno come tanti. Vi sedete alla scrivania, accendete il computer e vi collegate al web. Ma l’accesso alla rete è impossibile. Per tutti. Che sia stato un virus o un’azione terroristica non importa. Il modem lancia i suoi richiami e poi tace. Nessuna risposta dall’altro lato. E, come in una macchina del tempo, si ritorna a una ventina di anni fa, quando internet era frequentata soprattutto da ricercatori universitari e quasi sconosciuta al pubblico. Adesso, però, un miliardo e seicento milioni di persone non possono accedere al web.
La carta ritorna nell’uso abituale: al posto delle email occorre inviare lettere con francobollo. Per trovare un numero di telefono bisogna sfogliare le rubriche: se poi l’interlocutore abita all’estero, l’impresa diventa ardua. Niente aste online e biglietti lastminute acquistati da casa. Migliaia di aziende inghiottite nel nulla, senza più una vetrina globale. E per sapere cosa succede nel mondo bisogna aspettare i telegiornali o il quotidiano al mattino. Soprattutto, scomparirebbero i motori di ricerca.
Ma come potrebbe cambiare la vita lavorativa? “I due dati oggettivi della globalizzazione sono internet e il telefonino: il tempo reale del lavoro è legato al tempo di internet” dice Philippe Daverio, critico d’arte. Uno strumento insostituibile, dunque: “Tre quarti delle mie ricerche sono su internet: soltanto la Library of congress (la Biblioteca del Congresso Usa, ndr) permette l’accesso a 8 milioni di volumi online: quattro volte di più di tutte le biblioteche di Milano” osserva Daverio. E immagina: “Saremmo tutti del 70 per cento più stupidi. Anzi, imbecilli: l’etimologia della parola è ‘colui che non ha il baculum’, il bastone della ragione”. Ai danni per la cultura si affiancherebbero, poi, i danni economici: “Oggi bastano dodici minuti per cercare il bilancio di una società e le informazioni più rilevanti” sottolinea Chicco Testa, imprenditore. “È un mondo che sarebbe difficile immaginare: rallenterebbe l’intera economia globale”.
Internet ha popolato il mondo con più di cinquecento milioni di computer connessi: una rete fitta attraversata da conversazioni, dati finanziari, informazioni scientifiche. Che unisce gli angoli più remoti del mondo attraverso email e chat. Modificando profondamente le abitudini collettive. Le transazioni internazionali non avvengono più nelle Borse, ma attraverso datacenter che permettono ai mercati finanziari di essere aperti 24 ore su 24: i tabelloni con le quotazioni segnate con il gessetto sono ormai un ricordo. Monster.com negli Stati Uniti e Fayada in India sono alcuni dei siti più noti per trovare offerte di lavoro: gli annunci sui giornali rappresentano una parte limitata dell’offerta complessiva. Ma l’impatto più profondo sarebbe nella vita intima di chi ha affidato a blog, social network e forum i suoi sogni e i suoi pensieri: all’improvviso perderebbe il suo “corpo digitale”, come lo chiama il giurista Stefano Rodotà. Fotografie e appunti online che raccontano una vita svanirebbero in un buco nero se internet fosse inaccessibile. Forse è meglio pensare di fare una copia dei dati affidati a internet. Non si sa mai.
La storia di internet (in inglese, sottotitoli in italiano)

IL FORUM

  • luca.delloiacovo
  • Sabato 2 Maggio 2009

Città al telefono: la globalizzazione in diretta (e in mostra)

OkNotizie

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  • Tags: carlo-ratti, città, conversazioni, design, globalizzazione, mappe, mit, newyork
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traffico telefoni e su protocollo internet da New York verso l'esterno (e viceversa). Rete AT&T. (credits: [url=http://senseable.mit.edu/nyte]Senseable City Lab[/url]).
Esposte al Moma da questa domenica per la mostra Design and the elastic mind, le mappe del progetto New York Talk Exchange guidato da Ratti rivelano molti aspetti della globalizzazione “in diretta”, quella delle parole scambiate al telefono o attraverso computer connessi a internet.
È la rivincita delle città in un mondo che ha dimenticato la notte. Guardare il traffico impalpabile di conversazioni telefoniche e dati che partono da New York verso il resto del mondo (e viceversa) significa ammirare un mappamondo fatto di luci e ombre, dove si “accendono” come stelle alcuni grandi centri urbani del pianeta (come Londra, Toronto, Parigi) e tanti piccoli luoghi periferici. Il web non ha cancellato la geografia, l’identità, le radici. “Una decina d’anni fa, nel bel mezzo della rivoluzione di internet” dice a Panorama.it Carlo Ratti, coordinatore del Senseable City Lab al Mit di Boston “molti studiosi preconizzavano la fine delle città. Sostenevano che la maglia equipotenziale della rete avrebbe annullato tutte le differenze tra una località e l’altra. In realtà si è verificato l’esatto contrario: le città-hub si sono rinforzate. Per questo è molto importante oggi lavorare sulle zone periferiche”.
Traffico telefonico e attraverso protocollo internet da New York all'esterno (e viceversa) durante le 24 ore. Rete AT&T. (credits: [url=http://senseable.mit.edu/nyte]Senseable City Lab[/url]).
L’immagine di “Pulse of Planet” (qui sopra), in mostra a Design and the elastic mind, è un elettrocardiogramma del pianeta che rivela la società delle 24 ore, dove i trader di Borsa lavorano dalle 4 del mattino fino a notte inoltrata. Se al risveglio di New York le conversazioni telefoniche e i dati si infittiscono dal Canada e al Brasile, all’ora di pranzo diventano protagoniste Roma e Milano. “Saranno premiate” precisa il ricercatore del Mit “le località ben inserite nella rete mondiale e provviste di qualità che non si possono distribuire per via telematica: paesaggio spettacolare, clima mite, servizi per il tempo libero, arte e cultura. Città come Aspen, Malibu, Lugano, Tahiti. Oppure Venezia”. Le tecnologie rivelano così nuovi scenari su come progettare gli spazi urbani.
Le conversazioni delle etnie di cinque quartieri di New York. (credits: [url=http://senseable.mit.edu/nyte]Senseable City Lab[/url])
Le telefonate di professionisti e immigrati, i più “chiacchieroni” nella Grande Mela, creano una geografia fluida dove la vita urbana è mondiale e locale allo stesso tempo. “Le conversazioni globali” scrive la sociologa Saskia Sassen “avvengono in cima e alla base dell’economia” (qui il testo in pdf). Giamaicani e Dominicani sono due delle maggiori etnie a New York: le comunicazioni verso la loro terra d’origine diventano più fitte in alcuni quartieri (come il Bronx), quasi periferie della madrepatria dall’altra parte del mare. Si accorciano le distanze fisiche, insomma, e contemporaneamente restano vive le radici affettive.

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  • luca.delloiacovo
  • Sabato 23 Febbraio 2008

The Box, la vera storia della globalizzazione è in un container

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  • Tags: container, economia, Egea, globalizzazione, libri, Marc-Levinson.-Federico-Rampini
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[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/maccanti/]maccanti[/url] by Flickr)[/i]

Non sono i computer o Internet ad aver determinato la globalizzazione, bensì i container. A sostenerlo è Marc Levinson, ex caporedattore dell’Economist, collaboratore di Newsweek, direttore del Journal of Commerce e ora autore del saggio The Box, la scatola che ha cambiato il mondo, pubblicato da Egea.
L’autore spiega come il mondo sia diventato più piccolo e l’economia più grande grazie all’utilizzo commerciale di questa scatola magica, di il libro cui ripercorre la storia, a pratire dal 1965 fino alle conseguenze sui traffici delle merci. Il volume si snoda attraverso aneddoti curiosi e analisi dettagliate di come si sono trasformati nel tempo i commerci internazionali. Ne risulta così una breve e singolare storia dell’economia del secondo Novecento. Che passa per la guerra in Vietnam, attraversa Europa e America, e arriva a spiegare come l’attuale Cina non potrebbe essere la fabbrica del mondo senza usare i container. In definitiva Marc Levinson arriva a mostrare come un banale, brutto parallelepipedo di ferro abbia influito tanto sulla nostra vita quotidiana quanto sulle questioni geopolitiche. Per un assaggio, ecco la prefazione di Federico Rampini (in pdf).

  • antonio.carnevale
  • Giovedì 17 Maggio 2007
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