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Takashi Murakami - (Epa)
Takashi Murakami è la Pop art più moderna, più commerciale. L’artista che è riuscito con sagace maestria a tenere contemporaneamente un piede in due - spesso tre - scarpe e uscirne pulito.
Può tranquillamente inaugurare una personale a Londra - una sua mostra alla galleria Gagosian si è da poco conclusa - e il giorno dopo presenziare al lancio di una borsa di Louis Vuitton da lui personalizzata.
O, perchè no, trovare i suoi personaggi nel Doodle di Google, come è accaduto per la celebrazione del solstizio d’estate.
Continua
Alla fine l’Enciclopedia Britannica ha ceduto: si sta aprendo ai contributi degli utenti come Wikipedia. Qualche tempo fa la rivista scientifica Nature aveva stabilito la sostanziale equivalenza tra le due fonti, e il “match” era finito con 162 errori per l’impresa culturale fondata da Jimmy Wales contro i 129 della rivale. Nel frattempo Wikipedia è diventata, ormai, uno dei dieci siti più visitati della rete: nelle ricerche di Google appare spesso tra i primi risultati. Sottraendo pubblico e fama alla concorrente inglese.
Se, da una parte, su internet sembra vincente il “modello wiki” della collaborazione con i lettori, dall’altra invece Britannica prova a migliorarne i punti deboli in una versione, però, separata da quella ufficiale. Esperti e utenti sono stati invitati a partecipare al nuovo progetto, ma ogni loro modifica sarà controllata dai redattori dell’enciclopedia inglese, forte dei suoi 240 anni di tradizione. E, soprattutto, chi aggiunge contenuti (testi, video, fotografie) dovrà “metterci la faccia”, abbandonando l’anonimato tipico di Wikipedia (che, comunqne, imita una tradizione diffusa in ambienti scientifici per il controllo delle ricerche accademiche) Chi vorrà dare contributi per arricchire la Britannica dovrà insomma esporsi con tanto di nome, cognome, foto e l’eventuale titolo che certifichi la competenza in una determinata materia.
Secondo il blog di Britannica, gli studiosi potranno usufruire di un sistema di remunerazione, promuovere il loro profilo, sviluppare una rete globale di esperti e sottoporre i loro lavori “in progress” alle critiche dei lettori. Cambia la musica anche per gli utenti: ora hanno l’opportunità di scrivere tra le pagine dell’enciclopedia più blasonata d’Inghilterra, aggiungendo modifiche, link, materiali originali. E l’attribuzione dei nuovi contributi sarà più visibile. Ma resta comunque a Britannica la parola definitiva sulla pubblicazione online delle proposte di esperti e lettori nella versione “ufficiale”.
Negli ultimi mesi alcune iniziative hanno provato a sfidare Wikipedia, ormai accettata da alcune istituzioni accademiche come strumento didattico e fonte bibliografica. Google ha lanciato Knol, ma è una scommessa che ha bisogno di tempo per crescere (contemporaneamente, Jimmy Wales sfida “big G” con Search Wikia, un motore di ricerca potenziato dalla partecipazione di una comunità di utenti). E la francese Larousse il mese scorso si è affacciata su internet aprendosi ai lettori per contrastare “l’invasione anglofona”.

Lo chiamano marketing virale e, tradotto in italiano, suona più o meno così: “un’evoluzione del passaparola, ma se ne distingue per il fatto di avere un’intenzione volontaria da parte dei promotori della campagna”. Sommato alla partecipazione attiva degli utenti (user generated content) può dare risultati soprendenti, come dimostrano le campagne pubblicitarie di alcune aziende.
Prendete Google. Lo scorso luglio, Gmail - il servizio gratuito di posta elettronica gestito da quello che ormai viene riduttivamente definito motore di ricerca - ha lanciato un’iniziativa aperta a tutti gli utenti della rete: aiutateci a fare un video. Ovvero: date un volto, trovate un’immagine, sintetizzate in un frame il funzionamento e il senso della posta elettronica. Meglio, della nostra posta elettronica. Gmail, appunto. Girate la vostra clip, pubblicatela su Youtube (che è sempre di Google) e poi vedrete.
Nel giro di poco più di un mese - il contest si è chiuso un paio di settimane fa - a Gmail hanno risposto oltre un migliaio di persone da una sessantina di paesi (qui si possono vedere tutti i video e qui c’è invece una mappa, ottenuta con software Google, che indica da quali parti del mondo sono arrivati i filmati). Eccone alcuni:
Così, a costo quasi zero, Google fa parlare di sé in rete, genera traffico su Youtube (solo il video di Gmail final cut, al momento, è stato visto da quasi tre milioni di persone) e spinge gli utenti a usare i suoi prodotti (Gmail, Gmaps, Gearth e Youtube). Il risultato finale (Gmail Final cut) di questa campagna pubblicitaria in cui autori e target coincidono, è una bella clip, montata da quelli di Google mischiando piccoli spezzoni di alcuni dei video arrivati. Eccola:
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_disegno_corbis2.jpg)
Solo dopo l’assegnazione del Golden pen of Freedom 2007, il presitigioso premio della World Association of Newspapers, Yahoo! ha ammesso le proprie responsabilità e si è scusata con Shi Tao, il giornalista condannato a dieci anni di carcere per aver inoltrato via mail un documento riservato del Partito comunista cinese. Quello di Tao è forse il più clamoroso, ma non l’unico caso di ’spifferata’ fatta da grandi corporation al governo di Pechino: anche Google e Microsoft in più occasioni hanno trasmesso informazioni sulle attività di dissidenti, senza farsi troppi scrupoli sull’utilizzo dei dati forniti.
La foglia di fico dietro cui si nascondono un po’ tutti è il rispetto delle leggi locali e la sicurezza dei dipendenti. Poco importa, poi, se tutto ciò sia in aperto contrasto con la mission - orgogliosamente sbandierata in Occidente - di potenziare la conoscenza e la libertà umana. Business is business, anche nella web 2.0.
L’effetto di questa complicità tra stati con ansia da controllo e corporation assetate di utenti è che Internet sta pericolosamente cambiando volto: “Il virus della repressione si sta diffondendo - spiega Tim Hancock di Amnesty International - Il modello cinese di un’Internet che permette la crescita economica senza libertà di espressione o privacy ormai si va affermando. Cinque anni fa erano solo una manciata di paesi, ora alcune dozzine di governi bloccano siti e arrestano blogger”. Dati più precisi sull’espansione del fenomeno ci arrivano dall’ultima mappatura di Open Net Initiative: dall’India al Marocco, dallo Yemen al Sud Corea, dall’Etiopia al Vietnam, sono almeno 25 gli stati che applicano raffinati sistemi di filtraggio. Ma nessuno è senza colpe, dicono i ricercatori dell’ONI: spesso i software migliori sono realizzati negli Stati Uniti e poi rivenduti agli organismi governativi di mezzo mondo. E così gli strumenti diventano sempre più pervasivi: siti oscurati, blog cancellati, monitoraggio ossessivo delle chat, restrizioni sui motori di ricerca o sull’accesso a Wikipedia (solo qualche giorno fa la versione cinese dell’enciclopedia collaborativa è stata ripristinata). Nel mirino non ci sono solo i contenuti, ma anche gli applicativi che permettono la condivisione di risorse (di recente in Thailandia sono stati bloccati Skype e YouTube).
Per fortuna, le associazioni di difesa dei diritti civili si sono attivate in tempo, andando oltre la semplice denuncia e facendo leva sull’aspetto virale e collaborativo della rete per combattere questa nuova deriva oscurantista: manuali di sopravvivenza per blogger (come questo di Reporter sans frontieres), software alternativi (si veda FlickrAccess, un’estensione per Firefox che consente di aggirare i filtri in Iran e Cina), librerie online (come la coraggiosa Kotobarabia, primo store mediorientale online a diffondere letteratura proibita). Tra le iniziative di maggiore successo c’è poi irrepressible.info di Amnesty International. Lanciata lo scorso anno, la campagna invita chiunque possieda un un blog o un sito web a ripubblicare frammenti di materiale censurato attraverso un badge che recita: “Qualcuno non vorrebbe vedere pubblicato questo…”. Forse non basterà un badge ad evitare il carcere ai cyberdissidenti, ma se non altro le loro denunce potranno continuare a circolare.