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Il potere fa ballare la danza della morte a migliaia di poveri cristi che ogni giorno crepano di fame, di sete e a causa di guerre incomprensibili? Se è così allora noi facciamo ballare i potenti. È questo lo slogan che ha portato la rock band britannica dei Coldplay, sempre più impegnata politicamente su temi sociali, a decidere di inserire sull’homepage del loro sito una versione “alternativa” al video ufficiale di Violet Hill, il primo singolo estratto dal loro nuovo album, Viva La Vida or Death And All His Friends che uscirà in tutto il mondo il prossimo 13 giugno. La clip ufficiale, girata in Sicilia tra gli scenari desolati dell’Etna e davanti al palazzo che servì da sfondo ad alcune scene del Padrino di Coppola, è molto bella ma difficilmente batterà online la versione “alternativa” che, invece, sta già spopolando su youtube.Il video con i politici ballerini dei Coldplay
In poco meno di quattro minuti grazie ad un montaggio astuto che rimescola immagini di repertorio a effetti speciali si vedono ballare e suonare tutti i potenti della terra degli ultimi anni, nel mezzo di immagini di guerre, più o meno celebri e più o meno recenti. Balla George W. Bush, che apre il video con una vocina simile a quella della mitica scimmia di Tarzan, Cita, e poi si mette a dirigere l’orchestra che dà il là alla canzone dei Coldplay. Balla Tony Blair e suona la chitarra acustica mentre la band canta “è stato un lungo e scuro dicembre”, ballano i Clinton scatenati con Bill, naturalmente, al sax, e balla Barack Obama che fa le corna accompagnato dal posteriore invitante di una sua fan. Intanto, sullo sfondo, i morti delle guerre più o meno dimenticate cominciano ad affiorare. Balla Fidel Castro che cade rovinosamente a suon di musica da una scalinata, saluta a suon di musica Hugo Chávez dalla limousine nera nel giorno del suo matrimonio con l’ex moglie Marisabel Rodríguez, balla Robert Mugabe, balla Saddam Hussein, tra un bombardamento e una sfilza di croci di marines statunitensi e di torture. Altri protagonisti sulle note di questo video destinato a diventare cult sono Boris Eltsin, Richard Nixon e, immancabile in chiusura, Osama Bin Laden. Il video è stato prodotto da Mat Whitecross, regista di ottimo livello, lo stesso di “Road To Guantanamo” e direttore artistico anche di “Bigger Stronger”, il video che lanciò nel mondo del rock i Coldplay nel 1999.

Internet? C’è chi la vede come “il più grande marchingegno commerciale di intrattenimento mai inventato prima, spacciato per di più come la quintessenza della democrazia”. E chi, invece, come un’occasione per far ridare centralità a quella cultura popolare fino ad ora sempre emarginata dai media di massa.
Impigliati nella rete di Paolo Landi, (Bompiani) e Cultura convergente di Henry Jenkins (Apogeo) sono due libri - in uscita in questi giorni - che rilanciano il dibattito che accompagna il world wide web fin dalla sua nascita, e che vede opporsi chi (come il più integrato Jenkins) mette in risalto le opportunità creative della rete e chi (come il più apocalittico Landi) prova a smantellarne le contraddizioni e gli entusiasmi troppo esaltati.
La metafora che dà il titolo al libro di Landi è fin troppo esplicita. Eppure, sotto accusa non c’è tanto la rete, quanto “la nostra società e la sua infatuazione per l’intelligenza capitalistica delle nuove tecnologie”, che porta a mascherare “la moltiplicazione dei consumi (…) dietro false ideologie di progresso”. Più che Internet, il vero bersaglio polemico di Impigliati nella rete è una divulgazione troppo spesso orientata verso l’esaltazione acritica e superficiale dei nuovi media.
L’analisi di Landi risulta interessante almeno per i passaggi in cui si denunciano aspetti come la mutazione della politica in rete e il rischio di nuove “forme subdole di persuasione” (il riferimento è a Hillary Clinton e Beppe Grillo ); l’eccesso di informazioni da filtrare (”quando a tutti è concesso di parlare non si riesce a sentire più nessuno”); il predominio del marketing e dell’infotainment sull’apertura e la discussione attenta.
Più scontato, invece, il Landi che, allineandosi su posizioni luddiste molto simili a quelle di Andrew Keen, arriva a negare qualsiasi portata culturale e di circolazione delle idee per Internet (”nei libri e nei giornali le idee, nella rete e in Tv lo shopping”).
Un punto, questo, che trova tutt’altra interpretazione nel volume di Henry Jenkins. Attraverso una serie di case-study molto eteorogenei tra loro - dagli spoiler dei reality show americani alla ricezione delle saghe televisive e cinematografiche (i fan Star Wars, le riscritture collaborative di Harry Potter, il transmedia storytelling nato intorno a Matrix), passando per YouTube e Second Life - Cultura convergente mette bene in luce l’emergere di nuove modalità di consumo e produzione, sempre più attive e reticolari.
Più che alzare steccati tra una presunta cultura alta e una bassa, Jenkins è attento a sottolineare un tratto distintivo delle pratiche pop portate alla ribalta dalla convergenza digitale: dismessi i panni della vecchia audience passiva, i consumatori chiedono a gran voce di poter contribuire attivamente alle forme della propria cultura.
Ecco perché, piuttosto che gridare alla rivoluzione o scandalizzarsi per alcune derive narcisiste ed amatoriali della rete, sarebbe meglio spingere sul terreno della media education. E così mettere le nuove generazioni in condizione di saper interagire con queste forme espressive, senza subirne gli aspetti manipolatori e consumistici denunciati da Landi.