

di Marco Giovannini
«Quando il primo studio mi ha rifiutato il film, ci sono rimasto male. Ma quando me lo hanno rifiutato tutti, invece, mi sono rincuorato: se non piace ai dirigenti, allora deve essere veramente diverso da qualsiasi altro film»
Il regista Matthew Vaughn racconta con umorismo la difficile avventura del suo film Kick-ass, destinato, negli intenti di Mark Millar, autore dell’omonima serie a fumetti, «a ridefinire i film dei supereroi, così come Pulp fiction di Quentin Tarantino ha fatto con i crime movie».
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Laura Pausini in concerto a Hollywood (Kika)
Laura Pausini si è esibita ieri al Seminole Hard Rock Live, a Hollywood. La cantante ha recentemente ricevuto due nomination - Best Female Pop Vocal Album e Record of the Year - ai prossimi Latin Grammy Awards, che si svolgeranno a Los Angeles il prossimo 5 novembre. GUARDA LA FOTOGALLERY
17/07/2009 - Ieri sera a Los Angeles l’Inter ha presentato le nuove maglie.
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credits: AP Photo/Jae C. Hong
Di Matteo Buffolo
Una volta, Hollywood era solo una piccolo città e i “padri fondatori” dell’industria cinematografica americana volevano pensare agli impiegati anche nei tempi più duri. Per questo, nel 1921, Charlie Chaplin e altri luminari, al motto di “We take care of our own” (Noi ci prendiamo cura di noi stessi), hanno fondato quell’associazione di mutuo soccorso che poi è cresciuta fino a diventare il Motion Picture Relief Found e hanno aiutato tante star e tanti lavoratori dell’industria cinematografica.
Ora, però, dopo più di 80 anni di onorato servizio, il board di gestione del fondo - da anni allargato anche ai lavoratori della televisione - è incappato in una dura controversia: chiudere o non chiudere la storica “country home”, una casa di riposo ospedaliera a Woodland Hills in Mulholland Drive. Da sessant’anni, anziani attori, personaggi dello spettacolo e lavoratori dell’industria cinematografica venivano in questa struttura della San Fernando Valley a trascorrere i loro ultimi anni.
Ma ora la struttura deve essere chiusa, come ha stabilito il comitato di gestione dell’MPTF, fra i cui membri ci sono Steven Spielbeg, Warren Beatty, Michael Douglas e Kevin Spacey,. Troppo pesante il deficit da 10 milioni di dollari l’anno. “Mette a rischio la solvenza dell’intero istituto di carità”, hanno fatto sapere i gestori con un comunicato, nel tentativo di giustificare una mossa che lascia a casa 290 dipendenti e “sfratta” 100 degenti di lungo termine. “Abbiamo studiato questo problema per tre anni - ha detto Ken Scherer, il presidente dell’organizzazione - Questo deficit operativo ci ha fatto decidere che la cosa migliore fosse chiudere il programma e investire quei soldi in modo da poter raggiungere più persone”.
Ma in molti non ci stanno: in 200, fra cui John Schneider - ovvero Bo, il biondino dei due fratelli Duke di Hazzard - hanno manifestato davanti al quartier generale del fondo e un’ulteriore protesta è stata organizzata alla vigilia della notte degli Oscar, quando, prima di un party, i picchettatori hanno accolto ospiti del calibro di Tom Cruise, Jennifer Aniston, Cameron Diaz e Leonardo Di Caprio con un coro di pernacchie. Un modo per protestare anche contro gli stipendi dei dirigenti del MPTF: 600mila dollari l’anno per l’amministratore delegato David Tillman, 400mila per il direttore finanziario Frank Guarrera e aumenti del 20 per cento pochi mesi prima della decisione di chiudere la casa di riposo.
“Quello che infastidisce molti dei lavoratori dell’indotto di Hollywood - ha detto lo storico del cinema americano Marc Wanameker - è che nel management del Fondo ci sono persone come Katzenberg (il numero uno del colosso DreamWorks) o Spielberg, che guadagnano centinaia di milioni all’anno e nessuno di loro è corso in soccorso di un’istituzione così radicata”.

Se il 2008 almeno in Italia è stato l’anno di Facebook, con una crescita del 963%, il 2009 lo sarà ancora di più. Il popolare social network creato nel febbraio del 2004 dallo statunitense Mark Zuckerberg, all’epoca diciannovenne e studente presso l’università di Harvard è infatti letteralmente esploso nel nostro paese. Tutto merito delle potenzialità del mezzo. Dentro Facebook oltre che crearsi una rete di amici o semplicemente ritrovare i vecchi compagni di scuola si può discutere di fatti di cronaca e politica, perfino di mafia. Il Facebook nostrano, benché bannato da molte società perché considerato un ostacolo alla produttività, prosegue imperterrito nella sua corsa al successo. Si è aperto perfino alla letteratura, l’ultima iniziativa è il concorso per San Valentino su iniziativa di Dario Flaccovio Editore che prevede l’inserimento di un racconto di tremila battute nel gruppo da loro creato. Ma la grande novità dell’anno appena incominciato è il cinema.
Facebook sta infatti per diventare in Italia un film ad episodi. Il titolo è già stato scelto: Feisbum! ResisteRete?. Una sorta di docu-movie per spiegare il paesaggio variegato del social network più famoso del mondo. Si articolerà in 8 episodi che verranno girati da giovani registi, esordienti e non. Un test dunque interessante non solo per l’argomento scelto ma anche come banco di prova per i nuovi talenti del cinema italiano. Nel cast ci saranno anche anche Laura Luchetti, Serafino Murri, Alessandro Capone. Il film giocherà le carte dell’ironia tipica della commedia italiana raccontando l’universo che gira intorno a chi è iscritto a Facebook. Sogni, inganni, relazioni familiari e sentimentali. Una fotografia insomma del nostro paese che attraverso la rete vive con un linguaggio tutto sua la globalizzazione in atto. Una curiosità. Anche Hollywood sembra essere interessata a Facebook. Sony Pictures e Aaron Sorkin, il creatore della serie The West Wing, hanno confermato che stanno preparando un film sull’argomento. Ma niente da temere. Sarà incentrato sul suo inventore Mark Zuckerberg.
Paul Newman
Poche parole per annunciare la scomparsa a 83 anni di uno dei più straordinari attori di Hollywood: “Stamani alle 7,30 ho ricevuto una mail dall’America che mi ha fatto sapere che Paul Newman non è più tra noi” ha detto Vincenzo Manes, presidente della fondazione Dynamo Camp di Limestre, un gruppo che fa parte dell’organizzazione internazionale di solidarietà fondata da Newman. È scattato, fra i presenti, un applauso durato alcuni minuti. La notizia è stata confermata da una portavoce di famiglia. Era malato di cancro ai polmoni.
Quella di Newman è una carriera che ha attraversato 60 film e due premi Oscar. Occhi azzurri, fascino da vendere e tanta autoironia, l’attore è nato il 26 gennaio del 1925 a Shaker Heights (Ohio) da una famiglia di americani di seconda generazione. Nel 1943 ha già fatto qualche esperienza di recitazione in alcune compagnie teatrali dell’Illinois e Wisconsin. Non manca all’appuntamento con la seconda Guerra Mondiale decidendo di arruolarsi in Marina. Ma per lui nessuna prima linea a causa del suo daltonismo.
Comincia ad aggiudicarsi alcuni ruoli sia in tv che in teatro, dove conosce quella che diventerà la sua seconda moglie: l’attrice Joanne Woodward che sposerà nel 1958, dalla quale avrà tre figli e con la quale ha vissuto fino all’ultimo. Allo stesso tempo, per perfezionare la sua recitazione, si iscrive all”Actor Studio’. Il vero battesimo da attore arriva con la versione teatrale del film Picnic. Proprio per questo ruolo viene notato dalla Warner Bros che lo mette sotto contratto. Arriva così il suo primo film, Il calice d’argento: un discutibile kolossal epico-religioso che fu letteralmente stroncato dalla critica. Andrà molto meglio con il secondo, Lassù qualcuno mi ama (1956), dove interpreta il pugile Rocky Graziano.
Dopo sette nominations, nel 1986 vince un Oscar onorario e l’anno successivo quello come miglior attore per Il colore dei soldi di Martin Scorsese. Tra i suoi capolavori, La gatta sul tetto che scotta di Richard Brooks, con Elizabeth Taylor, e un film di culto come La stangata, in accoppiata con Robert Redford.
La stangata (in italiano)
Per molti la vera anima di Newman è in un lavoro del 1961 come Lo spaccone, nel personaggio di un giocatore di biliardo rampante quanto cinico e indifeso. Un ruolo che gli sarebbe stato proposto 25 anni dopo da Martin Scorsese ne Il colore dei soldi, dove torna a fare un Eddie Falson invecchiato, ma ancora più disincantato, e maestro di biliardo e di vita di un impacciato Tom Cruise.
Il colore dei soldi (in inglese)

“Allah Ouakbarh!”, “Dio è grande!”. A Ouarzazate, “grande” Dio lo è stato davvero. Non ci è voluto molto: sono bastate una catena di cime montagnose innevate, oasi e dune a perdita d’occhio per trasformare un pugno di casbah di color ocra in una delle città più ambite dall’industria cinematografica mondiale. Hollywood ne è ormai sicura: La Mecca non si trova in Arabia Saudita, ma in questo paesaggio da urlo immerso nel sud del Marocco.
Tutto inizia nel lontano 1984, quando i produttori di un Diamante sul Nilo convincono Michael Douglas che la sua folle fuga dai cartelli colombiani non si concluderà tra le piramidi di Luxor, ma a Ouarzazate. Apriti sesamo! Oltre agli scenari naturali, gli americani scoprono una manodopera a buon mercato, tecnici discreti e un risparmio del 50 per cento sui costi di produzione. Le star hollywoodiane fanno la coda: da Ridley Scott (Kingdom of Heaven) a Oliver Stone (Alexander), passando per Brad Pitt (Babel) e Penelope Cruz (Sahara), negli ultimi vent’anni Ouarzazate ha accolto decine di megaproduzioni che vedono in prima linea Dino de Laurentiis, proprietario di due studi di produzione. Secondo le cifre fornite dal Centre Cinématographique Marocain (CCM), le ricette raccolte con i set di Ouarzazate avrebbero fruttato 1,5 miliardi di dirham nel 2007 (circa 130 milioni di euro). Una somma astronomica che le case di produzione marocchine si dividono senza tanti scrupoli ai danni dell’economia locale.
Un reportage pubblicato dal settimanale marocchino Tel quel descrive “una città facile da descrivere. La stessa da anni: tre o quattro immensi viali inutili, tre o quattro ristoranti, tre o quattro bazar e un’impressione di abbandono per colui che la visita”. Arrivarci è un inferno: “i voli hanno un ritardo regolare di due ore, dopo di che bisogna percorrere una strada pericolosa e stretta che attraversanole montagne del Tichka. Roba da scoraggiare anche i più testardi”. Ma il peggio deve arrivare: tra le testimonianze raccolte fra la popolazione locale c’è chi non esita a denunciare lo sfruttamento di cui sono vittime gli abitanti di Ouarzazate. “Dalle nostre parti il tasso di disoccupazione giovanile è altissimo. I nostri giovani passano le loro giornate a non fare nulla. Il vuoto viene colmato per due settimane di riprese in cui ci trattano come bestie per 150 dihram al giorno (13 euro, ndr)”. Poi il nulla. Se Ouarzazate si è rivelata una miniera d’oro per il mondo del cinema, un destino ben diverso è stato riservato ai suoi abitanti. Dalla fiction alla realtà, si sa, c’è un abisso.
Capitolo finale per lo sciopero dgli autori Usa. Da domani il paesaggio di Los Angeles e New York non sarà piú costellato dei picchetti di sceneggiatori in sciopero davanti agli studi televisivi e cinematografici. Sceneggiatori e produttori - ha fatto sapere il sindacato WGA - hanno finalmente raggiunto un accordo. E martedí 12 febbraio ci sarà il voto finale da parte dei membri del sindacato, che sancirà la fine della mobilitazione iniziata il 5 novembre scorso.
Da mercoledí Hollywood non soltanto tornerà al lavoro, ma lo farà con molta soddisfazione: “È il migliore accordo raggiunto in 30 anni, risultato dello sciopero di maggior successo degli ultimi 35 anni di vita della WGA” ha detto Patric Verrone il presidente dell’associazione che riunisce gli sceneggiatori della costa ovest degli Stati Uniti. “Non è tutto quello che speravamo e nemmeno tutto quello che meritavamo” ha aggiunto “ma è un accordo che pensa alle future generazioni”.
In soldoni, gli sceneggiatori hanno ottenuto il 2 per cento dei ricavi derivati dai nuovi mezzi di distribuzione del lavoro cinematografico e televisivo (ovvero Internet e gli altri new media). “Non abbiamo ripetuto gli errori del passato” commentano i sindacati “Quando 50 anni fa arrivó la televisione, che era il ‘nuovo’, noi venimmo pagati con una percentuale sugli incassi al cinema. Ora invece abbiamo legato i nuovi introiti ai guadagni derivanti dagli stessi nuovi mezzi. Ogni nuovo media è coperto da questo contratto, anche quelli che verranno in futuro”.
I tre mesi di mobilitazione non sono trascorsi senza problemi per le produzioni tv. Anche se non è stata ancora calcolata una cifra esatta dell’intero danno economico, basti pensare che il solo annullamento della cerimonia dei Golden Globes, sostituita, alla fine di gennaio, da una semplice conferenza stampa di annuncio dei vincitori, era costata almeno 80 milioni di dollari. E a chi ha chiesto dei danni collaterali portati dallo sciopero, ovvero i danni economici causati alle fasce deboli dei lavoratori dello spettacolo, il sindacato ha risposto così: “Il nostro accordo avrà un benefico effetto sull’intera comunità. Anche gli altri sindacati ora avranno piú potere contrattuale e spunteranno accordi migliori. Per tutti”.
Il primo segno visibile della fine dello sciopero sarà la cerimonia degli Oscar, prevista per il 24 febbraio e sino a ieri in forse.