
Sarò appagato quando avrò raggiunto l’obiettivo professionale che mi sta tanto a cuore. Sarò contento quando avrò al mio fianco la persona amata. Mi sentirò sereno quando i miei figli saranno sistemati. Potrò rilassarmi quando sarò in pensione. Ragioniamo così: pensiamo che la felicità sia un traguardo da tagliare. Che la possiamo conseguire una volta che siamo riusciti a ottenere un risultato. Continua

Il peggiore nemico di noi stessi? Indovinato: siamo noi.
Siamo noi che ci abbattiamo, umiliamo, scoraggiamo, delegittimiamo. Siamo noi che permettiamo agli altri di farci male, o impediamo loro di farci del bene. Nella mia attività di coach mi sono trovato di fronte a centinaia di casi di persone che sono efficientissimi e sanguinari carnefici di se stessi. Si alzano al mattino pensando a tutto ciò che potrà andare male durante la giornata, così la iniziano con il morale a terra e con il piede sbagliato. Si presentano alle persone trasmettendo totale mancanza di fiducia sia in se stessi, sia negli altri; e perché mai gli altri dovrebbero fidarsi di chi non si fida né di loro, né di se stesso? Si lamentano di tutto, non trovano una soluzione per niente. Quando, finalmente, vanno a dormire si fanno l’ultimo regalo, passando mentalmente in rassegna i momenti peggiori di una giornata di m… e ripetendosi, per l’ennesima volta, il mantra motivazionale “Sono un fallito, non valgo nulla”. E così facendo si preparano mentalmente perché l’indomani sia altrettanto brillante. Continua
Alcuni lo chiamano “l’effetto colibrì”. Come, in teoria, il battito d’ali di un minuscolo colibrì nell’Amazzonia può causare un uragano in Italia, così un piccolo cambiamento nella tua quotidianità può provocare una grande rivoluzione nella tua vita.
Altri lo chiamano “l’effetto palla di neve”. Oppure “effetto valanga”. Perché una piccola palla di neve può, rotolando lungo il pendio, crescere fino a diventare una travolgente valanga.
Comunque lo si chiami, è il metodo dei piccoli passi. L’unico capace di portarci a raggiungere i nostri obiettivi. Perché ci consente di suddividere i grandi compiti in piccole mansioni.
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Questa mattina guardavo un uccellino su un albero. Sembrava attaccato al ramo: quello dondolava, sospinto dal vento, e la creaturina sopra a dondolare anche lei.
Poi ha spiegato le alucce e ha spiccato il volo. Ha lasciato il ramo e si è innalzato in cielo.
Una scena semplice, banale. Ma che mi ha fatto riflettere. Sul possesso. E sulla libertà.
Come l’uccello, anche noi dobbiamo abbandonare i nostri rami per volare. Cioè dobbiamo evitare di restare attaccati a ciò che ci impedisce di progredire.
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Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Chi si somiglia si piglia. Chi va con lo zoppo impara a zoppicare. Chi va al mulino s’infarina. E potremmo continuare ad oltranza, citando detti della saggezza popolare che enfatizzano un concetto: noi ci adeguiamo all’ambiente in cui ci troviamo.
Si dice, a ragione, che basta una mela marcia per far marcire l’intero cesto. Per fortuna è vero anche il contrario: se stai in un ambiente positivo, costruttivo, stimolante diventi una persona migliore. Ecco perché è così importante scegliere l’ambiente in cui stiamo.
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Sappiamo tutti cosa significhi stare bene, in forma, fisicamente: essere tonici, energici, senza quei dolorini alla schiena o al ginocchio che ci rovinano la qualità della vita.
Ma non tutti sappiamo cosa significhi essere in forma psicologicamente.
La risposta è una sola: significa quanto riesci a gestire le tue emozioni. E a rimanere, nonostante tutto, ottimista e positivo.
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Dire Ti amo è facile. Far capire all’altro che lo ami davvero è molto più complesso.
Ed è facile che nascano incomprensioni, fraintendimenti, dissidi. Tra persone che si vogliono un bene dell’anima, ma che non riescono ad esprimerlo.
Capita così che uno dei due rimproveri all’altro di non dimostrare il suo affetto. E capita di ascoltare conversazioni tra sordi come
questa:
Lei: Non è vero che mi ami!
Lui: Ma che dici? Sai benissimo quanto ti amo!
Lei: Sì, lo dici, ma solo a parole! I fatti vanno in senso contrario…
Lui: Come? Se l’altra sera ti ho invitata fuori a cena…
Lei: Sì, ma non mi aiuti mai nei lavori di casa! Tocca sempre a me spaccarmi la schiena!
Lui: Se hai bisogno dimmelo, se posso ti aiuto!
Lei: C’è bisogno che te lo dica? Non hai gli occhi per vederlo da solo? E poi ci sono tante cose in te che non mi piacciono. Non mi fai più i regali come prima, non mi coccoli più come prima, quando sei con me sei distratto, e anche quando dici che mi ami mi sembra che le tue parole vengano solo dalla bocca, non dal cuore…
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Ci piace avere ragione. Ci piace dimostrare che la nostra posizione, le nostre idee, il nostro gusto è migliore di quello altrui.
Io ho ragione, tu hai torto: spesso questa frase, o altre simili, ci fanno in qualche modo sentire superiori. Perché noi siamo più bravi, più intelligenti, più perspicaci; mentre gli altri, poveretti, non ci arrivano. O arrivano in ritardo.
Voler primeggiare, anche nelle discussioni, è umano. Fa parte dello spirito competitivo insito in noi. E fa anche parte di un certo senso di giustizia, di correttezza, e a volte anche di affetto che è dentro di noi.
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