
Asghar Farhadi (credits: ufficio stampa)
“I premi sono utili al film, ma non al cineasta: c’è pericolo che ti mettano in conflitto con te stesso, rischi di essere più teso a riconfermare il successo che a pensare davvero ai film che fai. La sera che vieni premiato puoi anche emozionarti e crederci, ma dal giorno dopo meglio dimenticarti tutto”. Così il regista iraniano Asghar Farhadi commenta la candidatura agli Oscar 2012 del suo ultimo film Una separazione, riflessione profonda sulle ambiguità della giustizia e insieme fotografia toccante di microcosmi familiari fatti di equilibri precari e crisi personali. Sullo sfondo, un Paese in cui fare cinema liberamente, come dimostra il caso Panahi, è sempre più difficile. Continua

About Elly (Mediaplex Italia)
L’Iran del cinema continua a muoversi, nonostante tutto, nonostante un anno fa si svolgessero le elezioni presidenziali e seguissero rivolta e repressione. E dopo I gatti persiani, dopo la recente liberazione del regista Jafar Panahi, ecco che arriva nelle sale italiane (dal 18 giugno) About Elly di Asghar Farhadi, Orso d’argento per la migliore regia al Festival di Berlino 2009. Panorama.it ve ne offre un estratto video in anteprima. Continua

La foto di Pietro Masturzo che ha vinto il World Press Photo 2010
Le fotografie che quest’anno hanno vinto il World Press Photo, il più importante premio internazionale di fotogiornalismo, sono impersonali, anonime, con un’esibita assenza di stile. Niente a che vedere con le immagini crude ed esplicite premiate nelle passate edizioni.
Anche quella giudicata la più bella, la foto dell’anno 2009 - scattata da Pietro Masturzo sui tetti di Teheran - sembra un fotogramma ripreso da una telecamera per la videosorveglianza. Un’immagine difficile da capire senza una dettagliata didascalia.
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A braccetto in compagnia di una telecamera. Se non fosse che l’insolita coppia stavolta non era composta da due turisti qualsiasi ma nientedimeno che dal Presidente del Venezuela Hugo Chavez e il regista statunitense Oliver Stone, che ha firmato film cult come Platoon e Nato il quattro luglio. I due qualche giorno fa sono stati avvivistati nella cittadina venezuelana di Sabaneta nella regione di Barinas, un posto che ai più non dice nulla ma che nell’immaginario venezuelano altro non è che il luogo di nascita del Presidente. Niente di nostalgico nella visita, solo una scena, fra le più importanti della prossima fatica del regista nato a New York 62 anni fa ovvero un documentario interamente dedicato a Chavez. Stone non è nuovo ad esperimenti di questo genere. Nel 2004 aveva girato Looking for Fidel un documentario dedicato a Castro e alla sua esperienza cubana e stavolta fa il bis con un altro discusso leader, stavolta della scena sudamericana. Qualche indiscrezione sul nuovo progetto era già trapelata lo scorso mese su quella bibbia del cinema che è Variety. Stone in quell’occasione aveva rivelato la sua idea di voler raccontare non solo del Presidente Venezuelano ma dell’ascesa della sinistra in genere nel mondo latino-americano. Adesso, però, dalle parole è passato ai fatti, come confermato anche dall’ufficio stampa del Presidente, seguendo Chavez in queste prime scene nel suo ritorno a casa ai piedi delle Ande in una visita ad un impianto di lavorazione del grano. Il film dovrebbe essere pronto alla fine di quest’anno. Stone sembra insomma andare avanti per la sua strada anche se il suo W, dedicato ad ascesa e declino di George W Bush in Italia non ha avuto il successo sperato. Per non parlare poi del recente no del Presidente dell’Iran Mahmoud Ahmadinejad ad un documentario su di lui. Insomma, meglio volgere gli occhi al nuovo continente.
Si combatte a suoni duri e martellanti la nuova guerra virtuale scoppiata nei paesi islamici. Dall’Iran al Pakistan passando per l’intransigente Irak senza dimenticare neanche i paesi più marginali a livello geografico come Egitto e Marocco la musica provocatrice e radicale dell’heavy metal è stata bandita senza mezzi termini. “Mina la fede di un musulmano” dichiarano i fondamentalisti “ e dichiarando che la formula Dio è morto è la negazione di ogni principio islamico”. I fondamentalisti non si riferiscono esplicitamente solo ad una band, nel caso specifico quella iraniana degli Arthimoth il cui vocalist si esibisce indossando magliette inneggianti alla morte di Allah ma a tutta la nuova ondata di gruppi heavy metal. Dai Lazywall del Marocco, agli egiziani Hate of Suffocation fino ad arrivare ai Junoon del Pakistan. Ma a mali rimedi rimedi estremi. Se i vari governi confiscano centinaia di cd e minacciano a suon di manette, le band resistono utilizzando youtube, in una lotta che non è più a questo punto solo musicale. L’eco è arrivata anche in Occidente. All’ultimo festival del cinema e del documentario di Toronto ha riscosso molto successo di critica e pubblico il documentario Heavy metal in Baghdad prodotto da Spike Jonze, una fotografia lucidissima dele traversie della band iraniana Acrassicauda che in scena ne ha passate veramente di cotte e di crude (guarda il video qui sotto), nel 2005 un loro show fu perfino interrotto da una bomba sganciata dagli americani. I quattro della band adesso vivono da rifugiati in Turchia, sostenuti economicamente dalla comunità heavy metal internazionale. Per chi volesse saperne di più poi è uscito negli Stati Uniti un volume che è già diventato cult Heavy metal islam: rock, resistance and the struggle for the soul of Islam del giornalista e storico Mark Levine, una mappa dettagliata dell’altro Islam, quello che al canto del mezzuin preferisce il suono duro della chitarra elettrica.

L’Iran risponderà al film Fitna, critico del Corano, diffuso su Internet dal deputato di estrema destra olandese Geert Wilders. La controffensiva di Teheran consisterà in un documentario per dimostrare “l’incitamento all’odio da parte della Bibbia”. Lo scrive l’agenzia iraniana Fars, precisando che il documentario, intitolato Oltre la Fitna, è in fase di produzione ad opera di “una organizzazione non governativa chiamata Islam e Cristianesimo“.
Nei giorni scorsi l’ambasciatore olandese a Teheran, Radinck van Vollenhoven, era stato convocato al ministero degli Esteri per ricevere una protesta contro il film di Wilders, dal quale il governo dell’Aja ha preso le distanze. Da parte sua, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Mohammad Ali Hosseini, ha condannato l’uscita del film come parte di “una vendetta contro l’Islam e i musulmani da parte di alcuni cittadini occidentali”.
Il documentario Oltre la Fitna in preparazione in Iran, scrive l’agenzia Fars, intende dimostrare che “il libro ritenuto sacro oggi dai cristiani è una versione distorta della Bibbia originale”. Il film, quindi, “si concentrerà sugli ordini dati dalla (versione distorta della) Bibbia per seminare la violenza, commettere genocidi, decapitare e bruciare donne e bambini fatti prigionieri”. In tal modo, aggiunge l’agenzia iraniana, si intende anche “dare una risposta alle accuse lanciate da Papa Benedetto XVI”. Un riferimento alla lectio magistralis tenuta dal pontefice nel 2006 a Ratisbona, giudicata offensiva dell’Islam, che suscitò proteste in molti Paesi musulmani.
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LEGGI ANCGHE: Furia islamica per il film anti-Corano