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di Raffaele Panizza
Una metafora per descrivere Barbara d’Urso potrebbe essere la matrioska. La «Barbaroska» fuori ha l’aspetto con cui la conosce il pubblico televisivo: luccicante, sempre in vetrina, Barbara d’Urso, insomma, «la signora del pomeriggio». Dentro, più nascosta, c’è l’adolescente Maria Carmela. Poi Carmelita e Titti, piccolissime, che fanno ancora i capricci. E infine, coi guanti di gomma da casalinga, sconosciuta ai più, c’è «Miss Pezzetta». Continua

Elisabetta Canalis e George Clooney (Credits: Kika Press)
Un rapporto tra un uomo maturo e una giovane donna? Beh, non proprio, più quello tra un padre e una figlia. Elisabetta Canalis, dalle pagine del libro di Bruno vespa “Questo amore“, parla della sua storia, ormai da tempo conclusa, con l’attore George Clooney e lascia tutti a bocca aperta: “Era un amore grande, molto importante come può esserlo come con un padre” ha detto la showgirl al conduttore di Porta a Porta. Continua
Alessia Marcuzzi - foto: per gentile concessione dell’ufficio stampa Endemol
Lo sapevate che i preservativi, all’interno della casa di Cinecittà, li fornisce il GF? Che i concorrenti devono lavare i propri indumenti, ma la biancheria da letto e da bagno viene ritirata dalla produzione? E che le telecamere sono anche in bagno ma le immagini, visibili alla regia, non vengono però messe in onda? Continua
- Tags: camorra, Fabio-cannavaro, film, Gomorra, libro, mafia, Matteo-Garrone, media, Napoli, oscar, Roberto-Saviano, stereotipi
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Non si placano le polemiche su Gomorra, il film di Matteo Garrone tratto dal best seller di Roberto Saviano, che rappresenterà l’Italia alla notte degli Oscar 2009. Lo scorso aprile al Festival di Cannes era stato un addetto ai lavori, il regista napoletano Pasquale Squitieri, a criticare il film con toni aspri. Ma questa volta ad accendere la miccia è un rappresentante dell’italianità che col cinema ha poco a che fare: Fabio Cannavaro, il capitano della nazionale campione del mondo in Germania nel 2006 e ora in forza al Real Madrid, in un’intervista al settimanale Chi. “Spero che vinca l’Oscar, ma non gioverà all’immagine dell’Italia. Abbiamo già tante etichette negative”, afferma il campione di Napoli. L’indiscrezione passa ad alcune agenzie alcuni giorni prima della pubblicazione. E giù fiumi di inchiostro sui giornali e levate di scudi in difesa del film. Oggi però il fuoriclasse napoletano fa marcia indietro nel suo sito ufficiale. “L’affermazione che il film Gomorra leda all’immagine italiana all’estero non è virgolettata e quindi dichiarazioni non attribuibili a Fabio Cannavaro, ma ad interpretazioni personali del giornalista”, puntualizza. “La mia voleva essere una difesa nei confronti di chi non ha niente a che fare con la camorra e con quelli che vogliono investire in modo onesto, insomma di tutta la gente per bene che vive in quei territori, e la mia paura è che invece all’estero Napoli e la Campania vengano associate alla Mafia, alla spazzatura e non invece alle tante cose belle che ci sono”. Eppure c’è chi trova del tutto plausibili le ragioni della sua “entrata a gamba tesa” su Gomorra. “Cannavaro è un laico del mondo del cinema, estraneo al mondo dello spettacolo e per questo le sue opinioni possono risultare più innocenti. Credo che la sua uscita sia stata guidata più da amor patrio che spirito polemico, anche se è stata letta dai media in questo senso. Ma qualche ragione Cannavaro ce l’ha”, dice a Panorama.it il professor Mario Morcellini, preside di Scienze della comunicazione alla Sapienza. “Se il libro e il film possono indiscutibilmente avere un impatto positivo per la coscienza nazionale, d’altra parte il trasferimento in ambito internazionale può provocare un effetto opposto ingigantendo involontariamente alcune parole, soprattutto sugli spettatori non colti del film. Certo l’immagine dell’Italietta ormai non è più dominante, ma resiste e purtroppo dobbiamo ancora farci i conti”.
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Da anni ormai, scandali e capricci dell’alta moda, combinati al lusso sfrenato di questa realtà, fanno la gioia degli editori e dei loro lettori. Ma c’è un limite a tutto. Almeno questo avrà pensato lo stilista Karl Lagerfeld, noto nell’ambiente non soltanto per le sue prodezze artistiche, ma anche per la sua strenua volontà a voler preservare con ogni mezzo l’immagine di Re Mida infallibile su cui ha costruito la sua carriera.
Prendente Arnaud Maillard, ex braccio destro del direttore creativo di Chanel. Contattato da Panorama.it, Maillard ripercorre le disavventure di una carriera iniziata “da Lagarfeld come stagiaire” e giunta quindici anni più tarda alla guida dello studio della Lagerfeld Gallery. Poi, il fatidico maggio 2005. “Di punto in bianco, sono stato licenziato per motivi cosiddetti economici. In realtà, Lagerfeld era venuto a sapere che volevo lavorare per altre griffe”. Risultato: “oggi vivo a Madrid, da esiliato, dopo che lo stilista ha deciso di imporre un veto sul mio nome nel mondo della moda francese”. Le memorie vengono diligentemente trascritte nell’autobiografia che Maillard ha fatto pubblicare in Francia presso l’editore Calmann-Lévy. In libreria dal 19 settembre scorso, Merci Karl! (Grazie Karl!) è ormai al centro di molte attenzioni. E di molte polemiche. Secondo l’autore, “questo libro è in realtà un omaggio a una delle più grandi figure della moda contemporanea”. Certo, dopo il licenziamento improvviso, Maillard non poteva essere così compiacente. E così, dal testo emerge un uomo dotato di generosità “immensa”, ma anche ultra narcisistica, capace di condizionare il suo intero ambiente. Prova ne è, la cura dimagrante che lo vede snellire di 42 kg in tredici mesi. “Sei settimane, otto kg” esordisce lo stilista entrando nel suo ufficio. “Chi può fare meglio qui?”. Il suo sguardo incrocia quello della sua addetta stampa, Caroline Fragner, che per uno strano gioco di specchi si vede costretta a seguire la stessa cura. “Finirà per dimagrire di una quindicina di chili” ricorda nel suo libro Maillard, “tormentata all’idea di deludere lo stilista”.
Frasi di questo tipo hanno spinto Lagerfeld ad esercitare grandi pressioni sulla stampa francese. A Panorama.it, l’addetta stampa di Calmann-Lévy incaricata di promuovere Merci Karl!, Florence Morin, rivela che “i giornali femminili hanno fatto calare un silenzio totale sul libro”. Peggio, secondo Maillard “l’entourage di Lagerfeld ha chiesto al mio editore di togliere alcune frasi o paragrafi”. Il clima che si è venuto a creare attorno a Merci Karl! (da cui è nato anche un blog) riflette la guerra aperta che oppone Maillard al suo ex mentore. Tra un settimana, entrambi saranno chiamati a comparire presso il Conseil de prud’hommes, istituzione giudiziaria francese dove il giovane autore intende ottenere dal suo ex datore di lavoro la liquidazione che gli spetta. “Nonostante quindici anni di sacrifici, non ho visto nemmeno un euro”. Grazie Karl!
È iniziata la parata di star al lido di Venezia, e nella ricca costellazione anglofona brilla qualche stella italiana, come Carlo Lizzani. L’ottantacinquenne regista e sceneggiatore romano, autore di film come Achtung! Banditi!, Banditi a Milano (vincitore di due David di Donatello e un Nastro D’argento), Mussolini ultimo atto, Celluloide (un David Donatello per la sceneggiatura) e Maria Josè l’ultima regina, è tornato alla Biennale di Venezia dopo aver diretto la sezione cinema da 1979 al 1983. Con un film di cui firma la regia, un documentario sulla sua vita (Viaggio in corso…nel cinema di Carlo Lizzani, di Francesca Del Sette) e un nuovo libro.
La pellicola, fuori concorso, si intitola Hotel Meina ed è il racconto romanzato del primo eccidio di ebrei in Italia avvenuto sulle rive del Lago Maggiore pochi giorni dopo l’armistizio dell’8 settembre. Un film impegnato (come tutte le opere del regista), con attori bravi e poco conosciuti, che è stato ben accolto dal pubblico della Mostra. Un film fonte di grandi polemiche, su cui è tornato anche il regista l’altro giorno, perchè troppo liberamente ispirato all’omonimo saggio di Marco Nozza.
Francesca Del Sette racconta invece attraverso interviste ed estratti “un uomo di sinistra che fa della tolleranza la sua più grande qualità e non ha paura di condannare lo stalinismo né di riconoscere nel fascismo l’iniziale spinta innovatrice; uno studioso, un critico, che fissa in alcuni scritti alcune intuizioni essenziali”, dice la regista.
Uomo eclettico, Carlo Lizzani, si racconta anche in questo suo nuovo libro, Il mio lungo viaggio nel secolo breve, edito da Einaudi. Un’autobiografia che è anche un saggio di storia (del mondo e del cinema) e una riflessione sul presente.
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Il suo libro ha scalato le classifiche in Francia e, recensito dal New York Times e dalla stampa di mezzo mondo, è stato tradotto in diversi Paesi. Lui si chiama Pierre Bayard, ha 52 anni e di mestiere fa il professore alla Sorbona. Il suo libro, che tanto ha fatto discutere, è Come parlare di un libro senza averlo mai letto (edito da Excelsior1881). La tesi provocatoria del saggio di Bayard è più o meno questa: chiunque non riesca a finire di leggere un libro non deve per questo sentirsi colpevole. Anzi, si può parlarne anche senza averlo mai letto. Panorama.it lo ha intervistato alla Fiera del Libro di Torino.
Professore, la tesi del suo libro vuole essere solo un paradosso oppure è una critica all’obbligo sociale alla lettura?
Tutti i miei libri hanno sempre una parte umoristica e una seria, ma non sono mai soltanto una cosa o l’altra. C’è una parte saggistica, che non è da prendere alla lettera, in cui io metto in luce come effettivamente ci sia un tabù culturale che impedisce di dire tra intellettuali, giornalisti e librai che non si è letto un libro.
Questo significa sostenere che in fondo siamo tutti non lettori, se non altro perché non potremmo mai leggere tutti i libri che vengono pubblicati?
Sì, siamo tutti in qualche modo lettori di libri non letti perché non possiamo leggerli tutti e perché parliamo spesso di cose che non abbiamo letto. Tanto più quelli che abbiamo letto li dimentichiamo molto di frequente.
Nel suo libro lei fa una lista di libri iniziati e mai finiti, mai letti oppure semplicemente dimenticati. Tra questi ultimi cita L’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud. Lei però è anche psicanalista…
Come diceva Montaigne: “Si dimenticano tutti i libri, anche quelli che abbiamo scritto noi stessi”. Ci sono vari modi di leggere, non tutti necessariamente approfonditi e comunque il senso generale del libro vuole essere quello di non far sentire in colpa chi non legge. Il mio saggio non è polemico ma io so che ci sono molti intellettuali che convivono con i libri come se questi fossero essere viventi. Però non li frequentano e non li conoscono.
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Comprare un libro serve innanzitutto a fare scena. Si può usarlo per arredare casa, e i libri fanno pur sempre la loro sporca figura, oppure per mettersi in mostra con amici, colleghi, parenti. In tutti i casi leggerlo, questo benedetto libro, pare proprio un optional.
Così almeno la pensa il 55 per cento degli intervistati da Teletext, che ha condotto di recente un sondaggio su 4 mila persone in Gran Bretagna. “Troppo spesso la gente compra libri che pensa sia un bene acquistare, non perché si aspetta che gli piacciano. Certi libri si comprano perché tutti quanti li hanno letti” ha dichiarato un editore inglese interpellato a proposito della ricerca.
Una volta comprati, e aperti, i libri comunque non vengono letti fino in fondo in molti casi.
Il 32 per cento degli intervistati, per esempio, non è riuscito a finire il quarto libro della serie Harry Potter e il Calice di Fuoco, il 27 per cento ha avuto gli stessi problemi con l’autobiografia di David Beckham. C’è da capirli, di Totti ce n’è uno solo. Nonostante le ricerche e libri di successo come quello di Pierre Bayard, leggere rimane però, per fortuna, un piacere per tanti. Basta dare un’occhiata in rete per capire la passione che muove migliaia di persone: bookcrossing (anche via mare!), gruppi di lettura, quotecrossing e longtail sono ormai termini familiari a tanti.
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