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Londra
di Chiara Meattelli
Come si entra nel Forever 27 Club? Semplice, basta essere musicisti di straordinario talento e morire di overdose o in circostanze misteriose a ventisette anni. All’insolito club appartengono più di trenta artisti ma l’esibizione fotografica Forever 27, alla Proud Gallery di Camden Town, è dedicata ai suoi cinque membri più famosi: Jim Morrison, Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin e Kurt Cobain. La mostra raccoglie sessanta foto, molte delle quali inedite, scattate da celebri fotografi rock dell’epoca; un tributo al talento e alla musica di cinque artisti che hanno reso il loro nome leggenda, grazie anche alla prematura scomparsa. Il primo ad andarsene è stato Brian Jones, fondatore dei Rolling Stones, polistrumentista geniale e creatore di suoni innovatori e sperimentali. Il suo cadavere è stato rinvenuto nella piscina di casa il 9 luglio 1969; si è data la colpa a un mix di antidepressivi, droghe e alcolici ma molti parlano di omicidio colposo. La sua morte ha scioccato il mondo della musica, Jimi Hendrix gli dedicò una canzone e Jim Morrison una poesia, non sapevano che presto anche loro si sarebbero uniti al macabro club. Hendrix è scomparso il 18 settembre del 1970, soffocato dal suo stesso vomito dopo una scorpacciata di sonniferi. Janis Joplin l’ha seguito il 4 ottobre dello stesso anno: overdose di eroina. Poi è stata la volta di Jim Morrison trovato morto il 3 luglio 1971 nel suo appartamento di Parigi, dove si era rifugiato per sfuggire dai riflettori e scrivere poesie. Nel giro di due anni il rock aveva perso i suoi volti più significativi. La membership al Club 27 di Kurt Cobain è invece arrivata molto dopo, nel 1994, quando il leader dei Nirvana si uccideva con una fucilata in bocca. Ma non è stata solo l’età ad accomunare questi artisti: condividevano il tormento generato dallo stesso successo che li celebrava e che, alla fine, li avrebbe portati a perdere il controllo delle proprie vite. Proprio questo documentano le immagini, molte delle quali intense e iconiche come quelle di Hendrix, con lo sguardo che buca l’obiettivo della macchina fotografica. Poi ci sono quelle di Janis Joplin a Woodstock, col volto immerso dentro una canzone e una sensualità dirompente, pari solo alla sua voce. Le più rare (e costose, 3.300 euro) sono quelle del primo photoshoot ai Rolling Stones, le uniche in cui compaiono con giacche a scacchi da bravi ragazzi, quando ancora non erano nessuno e tanto meno l’alternativa ribelle ai Beatles. I giovanissimi Jagger e Richards posano con Jones e gli altri in un pub di Chelsea, dietro di loro due signori molto British conversano dall’alto della loro pettinatura rockabilly all’ultimo grido. Altre immagini rivelano un Jim Morrison introspettivo sul palco mentre i ritratti di Kurt Cobain trasudano la stessa devastante tristezza presente nella sua musica. La mostra rimarrà aperta fino al 9 novembre.
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Altro che Marguerite Yourcenar. L’Adriano che il British Museum rimanda all’occhio del visitatore nella eccezionale mostra, eccezionale per quantità e qualità di opere presentate, appena inaugurata a Londra è tanto civilizzatore quanto brutale e aggressivo. Adriano, Impero e conflitto, in cartellone fino al prossimo 26 ottobre, sfugge infatti all’idealizzazione proposta dalla scrittrice nel suo celebre “Memorie di Adriano” del 1951 e restituisce un Adriano fedele alla storia e per questo più autentico.
Se, insomma, a Londra è appena scoppiata l’Adrianomania una ragione ci sarà. Merito dei pezzi presentati, a partire da una delle più recenti scoperte archeologiche, una colossale testa mai esposta finora raffigurante lui, l’imperatore. Barba riccioluta, sguardo fiero, fronte alta. Altri 180 oggetti, provenienti da 31 musei in tutto il mondo, alcuni mostrati per la prima volta fuori delle abituali sale in cui vengono custoditi, contribuiscono a costruire il ritratto di un uomo che a 41 anni, nel 117 d.C si trova improvvisamente alla testa di un impero. Amante delle arti ma anche stratega deciso, così deciso da non esitare quando serviva a trattare i suoi rivali con ferocia inaudita come dimostrano gli oggetti giunti da Israele che testimoniano dei circa 600 mila morti tra gli ebrei di Gerusalemme a causa della repressione dell’Imperatore. E poi c’è l’Adriano amante e amato, e il fantasma del suo grande amore Antinoo morto annegato nel Nilo nel 130 d.C. a cui dedicherà perfino un culto.
Fuori dalla magnifica villa di Tivoli, dunque, ed è la grande lezione di questa mostra, c’è tutto un mondo composto di mille sfumature. Sullo sfondo lui, il potere. Compagno bramato e detestato, ma unico vero orizzonte di un’epoca e di un’imperatore.
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Un musical italiano tradotto ed esportato nel West End londinese: un vero avvenimento, soprattutto se si pensa al coraggio della produzione che si deve confrontare con colossi che hanno fatto la storia: da Chicago a Il signore degli anelli, passando da Mamma Mia e Spamalot dei Monty Python.
Il musical in questione è All Bob’s women, scritto in italiano (Tutte le donne di Bob) da un autore italiano (Romy Padovano), che andrà in scena fino al 24 agosto all’Arts Theatre, dopo essere stato in scena per sei mesi al Teatro delle Erbe di Milano.
“Un ottimo risultato che ce lo ha fatto scegliere fra molti altri” spiega Giorgio Fabris, uno dei due produttori di origini italiane “avendo la possibilità di produrre qualcosa di nuovo abbiamo scelto uno spettacolo frizzante che ben si adattasse alla piazza londinese”. Infatti la storia e i personaggi di All Bob’s women sono tipicamente inglesi: si tratta infatti di una commedia spiritosa e piccante in cui un gran bel bezzo di ragazzo (quasi sempre nudo, o comunque poco vestito) cerca di sedurre cinque ragazze (che finiscono anche loro nude, o comunque molto poco vestite). Un’ora e mezza di doppisensi e doppigiochi che fanno ridere e sorridere. Testo e musiche sono state adattate per i sei attori inglesi, bravi, ma forse poco sfruttati in scena per le loro capacità.
Nuovo musical, piccola produzione e piccolo teatro (con l’enorme fortuna di trovarsi in pieno centro, tra Tottenham Court e Leicester Square, zona di massimo passaggio e proprio a fianco della Photographers’ Gallery) con però ben 10 settimane di sfida, o meglio di possibilità di conquistare la fiducia del pubblico.

Stasera allo storico Dingwalls di Camden Town a Londra va in scena Vinicio Capossela. Sold out: biglietti esauriti in poco meno di un mese. Panorama.it ha intervistato l’artista alla vigilia del concerto. L’abbiamo incontrato all’Italian Book Shop dove si è tenuto un incontro con il pubblico.
Istrionico e spettacolare sul palco, il cantante è in realtà timidissimo. Alle domande dei giornalisti risponde tromentando i suoi ricci e fissando il pavimento. “Mi considero un cantante di emozioni”, abbozza per cominciare. Poi, interpellato sulla sua carriera e sui suoi gusti, si lascia finalmente andare in voli pindarici in cui porta i suoi ascoltatori pur senza guardarli mai.
Un italiano in concerto a Londra: una bella soddisfazione dopo 18 anni di carriera.
La mia carriera è maggiorenne: ora può prendere la macchina e guidare fino a Londra, dove può anche andare dalla parte sbagliata della strada. È il mio primo live qui, anche se ero venuto in città per assistere a concerti in passato. Insomma, dopo che il Chelsea ha chiamato Capello, arrivo anch’io: gli inglesi hanno molta fiducia in noi italiani!
La sua è una musica che vuole andare alle radici delle emozioni, per raccontarle.
Qualcuno dice che vado alle radici della tradizione della musica ed è per questo che le mie canzoni piacciono anche qui. Ma io non mi considero un cantante tradizionale. E poi, a seconda della storia e dell’emozione, posso cambiare totalmente genere musicale.
Chi sono i suoi maestri?
Celine, Kerouac e Bukowski per la letteratura, Louis Prima, Renato Carosone, Adriano Celentano e Tom Waits per la musica. Tom Waits è il massimo. Le sue canzoni non sono la colonna sonora della nostra vita, siamo noi la colonna umana delle su canzoni.
E se dovesse fare un tour di Londra attraverso gli artisti e i luoghi che ama?
Mi spingerei nella Londra dell’Ottocento, quella che tanto ispira i registi cinematografici. Mi addentrerei nella Londra di Charles Dickens e passeggerei per le strade grigie curiosando fra le tante storie nascoste.

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L’8 novembre scorso la National Portrait Gallery di Londra ha inaugurato una nuova esposizione di sessanta scatti provenienti da tutto il mondo, un mix di storie, culture e stili che ben rappresentano il nuovo modo di intendere il ritratto. Vip e starlette riempiono i giornali, ma le foto che catturano davvero lo sguardo di spettatori abituati alle immagini sono i volti di gente comune. Persone, specchi di emozioni ed esperienze. Il contrasto di immagini a colori e in bianco e nero, scattate in analogica o in digitale, attraverso le tecniche più diverse è il frutto di Photographic Portrait Prize 2007, il concorso da cui questa mostra prende vita. E che quest’anno è alla sua quinta edizione. L’idea è quella di offrire una vetrina di grande e riconosciuta fama a giovani fotografi, studenti e appassionati che sperano nel grande salto professionale. E lo cercano in tanti: quest’anno alla segreteria del premio sono arrivati 7.000 lavori mandati da 2.700 autori. Di certo anche i 12.000 puond del primo premio sono stati un’ottimo incentivo.
Tra i tantissimi partecipanti l’ha poi spuntata un fotografo non proprio novellino e sconosciuto: si tratta infatti di Jonathan Torgovnik. Il nome dice poco, ma il 38enne fotoreporter nato in Israele (dove è diventato fotografo per l’esercito) collabora già con i più importanti quotidiani del mondo, come il Newsweek, il Sunday Times Magazine e Paris Match. Il campo di battaglia è stato una bella gavetta per Torgovnik che ora vive negli Stati Uniti ed è diventato testimone di tante altre storie in tutto il mondo. La fotografia con cui ha vinto il premio arriva dal Rwanda e s’intitola Josephine (foto in alto). Josephine è una bellissima donna raffigurata, anzi immortalata fra le sue due figlie. Josephine è il sibolo di una guerra (una delle tante) e di un contrasto interiore che nessuna donna e madre vorrebbe provare: la sua prima figlia è nata dall’amore di suo marito, la seconda dall’odio che con estrema violenza le ha portato via tutto, uomo, dignità e vita.
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Dopo le prove teatrali di Nicole Kidman (protagonista di The blue room ormai quasi dieci anni fa) e Daniel Radcliffe (il maghetto apparso seminudo in Equus lo scorso anno), è ora la volta di Christian Slater e di Ewan McGregor, entrambi in cartellone in prestigiosi teatri del West End di Londra.
Christian Slater ha debuttato lo scorso 15 ottobre in Swimming with Sharks, messa in scena di una commedia americana scritta e diretta da George Huang e interpretata da Kevin Spacey e Frank Whaley. L’opera è in scea al Vaudeville Theatre per la regia di Michael Lesslie, che ha fatto la sapiente scelta di Slater come protagonista. L’attore, oltre ad attrarre pubblico con il solo nome, è davvero incendiario e irresistibile nella sua interpretazione di Buddy Ackerman, un super produttore hollywoodiano. La storia è spietata e forte, e si può risolvere nella eterna domanda: riuscirà uno sceneggiatore idealista, assunto come schiavo da un potente uomo d’affari, a realizzare il suo sogno e ad avere una possibilità a Hollywood?
Dopo Christian Slater tocca ad Ewan McGregor che debutterà invece a fine novembre in Othello al Donmare Warehouse Theatre. Sulle scene sarà Iago, personaggio terribile, odiato da tutti e amato da ogni attore.
Altra star in scena in questo periodo è Patrick Stuart che, nonostante abbia raggiunto la fama attraverso grandi produzioni americane, è come Daniel Radcliffe un inglese puro, proveniente addirittura dalla Royal Shakespeare Company. Fino alla fine di novembre il più noto Professor Xavier (in X-men) o meglio conosciuto come Capitano Picard (in Star Trek) interpreterà Macbeth nella più sanguinosa e forte tragedia shakespeariana al Gielgud Theatre.
Se molte star americane rinunciano ai loro stratosferici ingaggi cinematografici pur di poter calcare un palcoscenico londinese, non sempre il nome in cartellone poi conquista anche il pubblico. Sono molti gli attori amati al cinema che hanno avuto amare sorprese e aspre critiche per le loro interpretazioni teatrali: un caso su tutti è quello di Julia Roberts, protagonista l’anno scorso nella commedia drammatica (in tutti i sensi) Three days of rain.
Tra ottobre e novembre, ormai da vent’anni, a Londra si tiene il Black History Month: un intero mese di appuntamenti dedicati alla cultura afro-caraibica. Londra, capitale multiculturale di un’antica potenza coloniale, è stata nel corso degli anni ‘50 e ‘60 meta di una forte immigrazione proveniente proprio dalle ex colonie e si trova oggi ad essere un ricco crogiolo di razze e religioni, con la vivacità culturale ed economica ma anche le contraddizioni e i problemi che questo comporta.
Era il 1926 quando Carter G Woodson fondò il primo BHM in America, manifestazione che si ripete da allora ogni anno e che fu esportata in Inghilterra molto tempo dopo, nel 1987. Da allora, però, il mese di celebrazione delle diverse culture ha conquistato fama e attenzione da parte di un pubblico vastissimo, ed è cresciuto fino a contare circa 6 mila eventi tra incontri, spettacoli, letture e conferenze. In un’offerta tanto ricca e diversificata, quest’anno avrà particolare rilievo tutto quello che riguarda l’abolizione della schiavitù, tematica molto sentita dato che ricorrono i 200 anni dalla firma dello Slave Trade Act, atto che più che stabilire la fine della schiavitù segnò l’inizio della lotta contro la stessa e a favore dell’uguaglianza.
Una battaglia condotta da uomini che hanno letteralmente fatto la storia, basti pensare a Martin Luther King o a Malcom X. Personaggi “famosi” in una storia fatta però di tante persone ignote, che hanno preferito perdere la vita pur di guadagnare la propria libertà. Qui l’interpretazione di Denzel Washington di Malcom X, nell’omonimo film del 1992, per la regia di Spike Lee:
Di questo si parlerà in una serie di conferenze e incontri in programma per ricordare il passato e riflettere sul presente.
Le pareti sono schermi interattivi su cui vengono proiettati ogni sera scenari differenti: da quello “dot matrix sci-fi chic” (e cioè, chic fantascientifico ispirato a Matrix) al deserto californiano, passando magari per il mare in tempesta. Ma non c’è limite alle variazioni: anche i clienti possono proporre nuove ambientazioni, selezionando quelle che più si addicono all’umore della serata. Magari giocando con i tanti LED installati sul soffitto, in grado di creare oltre 1000 combinazioni di luce.
Il tutto è poi sensibile al contatto: le pareti reagiscono ai movimenti; se si poggia il bicchiere sul tavolo, la base inizia ad emettere radiazioni luminose.
Questo, e altro ancora, è il Twentyfour:london, nuovo concept-club che ha aperto i battenti nella capitale inglese proprio in questi giorni. Salutato come il primo bar completamente interattivo, il Twentyfour prova a ridefinire le regole dell’intrattenimento notturno all’insegna della tecnologia e della personalizzazione. “È come se Star Trek e Star Wars fossero fusi in un tutt’uno - spiegano gli ideatori - Ma con il servizio ai tavoli”.
Per chi non riesce a fare un salto a Londra, online è disponibile un Tour Virtuale.