
Di Antonella Piperno
Si esercita, da anni, Massimo D’Alema, sfornando frasi autocelebrative come “tendo a considerare molto intelligente chi mi dà ragione”. Si è sempre dato parecchio da fare, con le sue sfuriate televisive e il titolo di “antipatico dell’anno” conquistato per tre volte di fila, anche Vittorio Sgarbi. Nel campo della fiction un bel colpo lo ha assestato il ruvido doctor House, lo “special one” della medicina, cinico, zoppo, sgarbato e con la barba incolta, che fa soffrire le donne, maltratta i pazienti, ma azzecca anche le diagnosi più complicate.
Considerando popolarità e penetrazione tra le masse, era però inevitabile che a sdoganare, riabilitandola, una delle categorie umane più emarginate fosse il mondo del pallone. Merito (o colpa, dipende dai punti di vista) dell’allenatore dell’Inter José Mourinho, quello che quando era in Inghilterra si definiva “un gradino sotto Dio”: nel suo monologo di sette minuti dopo il discusso match Inter-Roma (finito 3-3, con la sua squadra accusata di essere stata beneficata da favori arbitrali) lo “special one” ha costretto calciofili, non tifosi e perfino chi non lo sopporta a rivedere le loro considerazioni sugli antipatici. Finora giudicati, come minimo, urticanti e socialmente fastidiosi.
E se invece avessero ragione loro, i politically incorrect? Se l’antipatia non fosse un aspetto deteriore della personalità e andasse invece sdoganata e apprezzata come sintomo di chiarezza e coraggio intellettuale, oltre che come caratteristica di personalità vincenti? “Il filosofo di Setúbal”: così quelli del Foglio hanno ribattezzato il tecnico portoghese, apprezzando il coraggio con cui, chiarisce Giuliano Ferrara “ha rovesciato come un calzino il melassoso mondo del calcio” con quell’intervento costellato da “a me non piace la prostituzione intellettuale”, “Milan e Roma vinceranno titoli zero”. E, rivolto al suo omologo della Juventus, Claudio Ranieri, l’irriverente “a quasi 70 anni ha vinto una Supercoppa e una coppetta. È troppo vecchio per cambiare mentalità”. Con gli appassionati articoli dedicati alla “moupolitica” e all’”amourinho nostro” Il Foglio, non certo un giornale patito per il calcio e tantomeno interista (Ferrara tifa Roma), ha bandito in realtà una crociata antiaccomodanti a tutti i costi: “Io trovo simpatici gli antipatici” è l’ossimoro sostenuto da Ferrara “e disgustosi i piacioni. Sono un tipo pacioso, amo la cordialità, tant’è vero che per rappresentarmi ho scelto l’elefantino, un animale simpatico a tutti. Però nella mia funzione civile la simpatia la lascio da parte. Sono convinto che dovremmo tutti seguire l’esempio di Mourinho”.
Non è l’unico a pensarla così, considerando che Europa, il quotidiano di riferimento dell’ex Margherita, ha appena provocatoriamente proposto l’allenatore dell’Inter come nuovo leader del Pd. Seppure finora sovrastati da quelli della pacca sulla spalla e del sorriso sempre aperto, i ruvidi di carattere sono un po’ ovunque, nello sport e nell’arte, a destra e a sinistra, essendo l’antipatia trasversale. E pronti adesso a prendersi la loro rivincita: in politica D’Alema e Massimo Cacciari sono in compagnia di Niccolò Ghedini, del leghista Roberto Calderoli e della cattivissima pasionaria della Destra, Daniela Santanchè, orgogliosa dell’imitazione di Paola Cortellesi, dove diventa un mix tra Crudelia De Mon e l’indemoniata dell’Esorcista: “Non ho mai avuto problemi a esternare convinzioni scomode, come calci nel sedere ai clandestini. Ho più coraggio di altri, ne vado fiera e non ho alcun interesse a piacere a tutti. Anzi, ne sarei offesa” puntualizza.
Del gruppo farebbe parte pure il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, aria da primo della classe, gran distributore di nomignoli agli avversari (ha storpiato il cognome di Corrado Passera in “Passerà”), che ha però dichiarato che l’etichetta di antipatico lo fa soffrire. Nel giornalismo Gad Lerner, bastian contrario dichiarato, Michele Santoro e Lucia Annunziata, che nelle sue interviste tv raramente si lascia scappare un sorriso, fanno squadra con Vittorio Feltri, direttore di Libero, e Maurizio Belpietro, direttore di Panorama. Che al marchio ci tiene, tanto da aver registrato la testata del suo L’antipatico, il programma Mediaset nel quale intervistava senza riguardo i personaggi di turno.
Dalla categoria si tira fuori invece Marco Travaglio, che pure non brilla per amabilità: “Avrò anche tanti difetti, ma non mi sono mai messo al centro del mondo. Anzi, tanti mi trovano simpatico perché riesco a dire cose terribili con il sorriso sulle labbra” puntualizza, fornendo la sua classifica degli antipatici degni di rispetto: “Trovo credibile Tremonti e finta invece la cattiveria di D’Alema, che fa di tutto per sembrare un gelido calcolatore machiavellico e alla fine risulta più un Fantozzi”. Battuta al veleno, degna di un antipatico doc. Del resto sorrideva molto anche Vittorio Gassman, che però, ha raccontato Paolo Villaggio (altro ruvido dichiarato), “era tronfio e spargeva antipatia nell’aria anche quando entrava in un ristorante”.
Adesso al cinema è il turno dell’autoriferito Nanni Moretti, che fa trasversalmente gruppo con Pasquale Squitieri e Luca Barbareschi: “Se antipatico significa essere tosti, avere i “cojones”, come dicono in Sud America, beh allora sono fiero di esserlo” dichiara Barbareschi, sicuro che la sua non sia una caratteristica respingente. “Se sono un beniamino del pubblico, se grandi marchi mi hanno scelto come testimonial, significa che l’antipatia piace. Meglio quelli ruvidi, ma leali, dei tanti buoni che poi si rivelano ladri di polli”.
Gente fiera, che se ne infischia della delicatezza. Perfino un po’ carogna. Ma, a differenza dei perenni sorridenti, solo quando serve: “Mentre il simpatico assume un atteggiamento perenne di cordialità per stabilire un rapporto con il mondo, si adatta anche se non ne ha voglia, noi non siamo in servizio permanente” analizza Sgarbi. “Essere antipatici è una coraggiosa scelta di pensiero. Lo siamo quando riteniamo che sia il caso di esserlo. E poi siamo più veri. Sono convinto che Roberto Benigni sia in realtà antipaticissimo”. Il critico d’arte è sicuro di piacere proprio per la sua ruvidezza: “Ai bambini, che adorano i cattivi, e naturalmente alle donne”. Non ha torto, considerando l’enfasi con la quale Alba Parietti ha appena esternato la sua ammirazione per Mourinho: “È un narcisista, è disinteressato a tutto ciò che non lo riguarda, ma è pure sexy: è il mio uomo ideale”.
Che l’antipatico abbia un grande potere di fascinazione lo ribadisce lo psichiatra Paolo Crepet: “A quale donna potrebbe mai piacere l’uomo ricotta? Le servirebbe giusto per accompagnarla al supermercato” provoca. “E poi l’attrazione per un uomo antipatico nella vita pubblica risiede proprio nello scoprire quanto può essere amabile nel privato”. Parla per esperienza, essendo universalmente etichettato come uno dei più antipatici del piccolo schermo: la settimana scorsa, a Porta a porta, ha maltrattato la teoria genetica sugli attacchi di panico del neurologo Rosario Sorrentino e quindi ha fatto impietosamente a pezzi il suo approccio farmacologico. “Non sopporto questi maghetti degli psicofarmaci e non vedo perché dovrei censurarmi, se sono sicuro delle mie capacità. Ho in uggia certo modo ipocrita di atteggiarsi, è da mezze calzette. È ora di farsi valere, sempre che si abbiano i mezzi per farlo. Non c’è niente di più patetico di un inetto che si mostra antipatico per farsi valere”.
L’antipatia, insomma, è un lusso che solo gli special one possono permettersi. Nessuno ha mai osato criticare più di tanto John McEnroe, colui che ha terremotato l’ingessato mondo del tennis e ispirato Essere John McEnroe di Tim Adams, una fenomenologia dell’antipatico, quando, da numero uno, reagiva a presunti errori arbitrali gridando “you cannot be serious!” (non sta dicendo sul serio) e minacciando i giudici di linea con il manico della racchetta. Mentre il collega australiano Lleyton Hewitt, credibile nella sua antipatia quando era in vetta alla classifica, non spicca adesso che, scivolato al numero 31, continua ad alzare il pugnetto e perfino a sputare sugli avversari. Lo ha fatto l’anno scorso agli open d’Australia, quando giocava contro Juan Ignacio Chela. Da quando non eccelle più in vasca, hanno perso d’efficacia anche i vezzi da primadonna di Laure Manaudou, rispettabili invece quando appartengono al campione in carica di formula uno, l’inavvicinabile Lewis Hamilton, che non ha mai chiesto scusa agli avversari per un errore in gara.
È necessario eccellere, recuperare capacità e autostima. E solo allora affinare l’arte dell’antipatia, dandole libero sfogo anche in ufficio. Uno studio della Harvard medical school ha appena dimostrato che chi sfoga astio e collera al lavoro ha più possibilità di fare carriera rispetto a chi si stampa in faccia un sorriso ipocrita. Perché dimostrerebbe un maggiore attaccamento alle sorti dell’azienda. “L’era della melassa è finita. I corsi di simpatia rivolti al management, i libri come L’amore è la killer application di Tim Sanders, inneggianti al capo gentile e premuroso, sono diventati preistorici” avverte il conduttore radiofonico Gianluca Nicoletti, altro spirito tagliente. “In questa fase di recessione, dove non c’è più posto per tutti, gli antipatici alla Mourinho cominciano a piacere perché indicano la nuova strada, quella della legge della giungla”. E non è detto che saremo costretti a soffrire di più: “Basta riflettere su quante fregature ci hanno rifilato i simpatici”.
La storia sta tutta in una canzone di oltre vent’anni fa. Un motivo simpatico, ma soprattutto canticchiabile, che però è anche la sintesi di una carriera sulle montagne russe: prima su, poi giù, poi ancora su. Sopravvivere sull’altalena, dall’esaltazione che ti dà la gloria alla depressione che ti infligge l’oblio, non è facile. Quando si è molto famosi e si finisce dimenticati, il colpo è duro. C’è chi affoga (nell’alcol, nella droga o nel gioco, non fa differenza), chi si ritira dietro alle quinte di una vita normale, pochissimi riemergono. Uno su mille ce la fa. Proprio come il titolo della canzone. Ecco perché la vita di Gianni Moranti mi incuriosisce.
Come fa uno, travolto dal successo a 15 anni e stravolto dall’insuccesso a 25, a resistere, a non farsi buttare via come una scarpa vecchia?
Non è stato facile. Prima la mia popolarità non mi permetteva di uscire di casa: ogni volta che andavo al cinema in sala accendevano le luci perché la gente voleva vedermi. Non le dico il servizio militare: una volta il colonnello mi ha messo in garritta ed è successo il finimondo. Poi all’improvviso tutto è cambiato. Era il 5 luglio del 1971: al Vigorelli di Milano suonai prima dei Led Zeppelin e mi tirarono ogni cosa. Lì capii che il pubblico non voleva più saperne di me. Stava nascendo un’altra musica, fatta di cantautori e canzoni politiche. E io con questa nuova musica non avevo nulla a che fare.
Perché non ha cercato di adeguarsi ai nuovi gusti?
Per la verità ci provai. Ci inventammo canzoni impegnate, nuovi stili. Ne preparai due, ma quando le feci ascoltare alla mia casa discografica, tutti scossero il capo. Non era il mio genere. Nel tentativo di stare al passo con i tempi misi in scena un musical su Jacopone da Todi, il francescano laico che si oppose a Bonifacio VIII. Era uno spettacolo molto provocatorio, con cose folli tipo il papa che faceva pipì in scena. Fu un disastro. Giorgio Gaber, l’unico che riuscì a passare dalle canzoni leggere a quelle impegnate, venne a teatro e mi disse: “Ma che cos’è questa roba?”.
Roba da stordire chiunque. E lei?
Non è che non fossi stordito. Ormai avevo accantonato l’idea di fare il cantante. Nonostante avessi venduto più di 30 milioni di dischi, facevo perfino fatica a farmi ricevere dai dirigenti della Rca. Quando passavo per gli uffici della mia casa discografica mi sentivo un fantasma, che pochi avevano voglia di salutare. Toccato il fondo, decisi dunque di ritirarmi. E mi misi a studiare un po’ di musica, al Conservatorio Santa Cecilia, a Roma. In mezzo ai ragazzini che avevano la metà dei miei anni, io che avevo già due figli, imparai a suonare il contrabbasso.
Dura?
Sì, ma un po’ ero preparato. Mio padre mi aveva avvertito che il successo non era per sempre. La sua ossessione era che io mettessi da parte i soldi per pagare le tasse. Così, almeno su quel fronte, quello dei soldi intendo, non ci furono problemi.
Da cinquant’anni tiene un diario, chissà com’erano nere le pagine in quel periodo…
Nerissime. Non andava male solo la carriera, anche il matrimonio. Finì che mi separai (da Laura Efrikian, ndr) e morì anche mio padre. Eravamo a Caracas, in Venezuela, per due spettacoli e il mio manager, Adriano Aragozzini, gli propose di andare a New York. Una cosa impensabile per lui, comunista tutto d’un pezzo e responsabile della diffusione dell’Unità e di Rinascita a Monghidoro, il paese in provincia di Bologna dove sono nato e dove anch’io da ragazzo ho distribuito giornali militanti la domenica mattina. Per papà il futuro era in Russia e non voleva saperne di visitare il tempio del capitalismo. Alla fine si era convinto, ma purtroppo non ha mai visto la Grande mela. Un infarto lo ha stroncato a 49 anni.
Un comunista con il figlio milionario. Che cosa dicevano i compagni della sezione Enrico Calzolari, partigiano ucciso dai tedeschi?
Gli rinfacciavano di essere diventato ricco, ma lui rispondeva che non c’era scritto da nessuna parte che un comunista dovesse essere per forza povero. Ricordo ancora la vergogna quando Gente uscì in edicola con il titolo “Gianni Morandi, il comunista da un milione al giorno”.
Quando si rese conto che al di là del Muro non c’era il Sol dell’avvenir?
La sua fede non fu intaccata né dall’invasione dell’Ungheria né da quella della Cecoslovacchia. Certo, se fosse stato vivo la scomparsa dell’Urss per lui sarebbe stato un duro colpo.
E per lei?
Per capire che qualcosa non andava non ho certo aspettato il novembre dell’89. Anni prima, quando l’Unione Sovietica era nelle mani di Yuri Andropov, mi capitò di cantare a Kiev. Mi ritrovai davanti a migliaia di persone sedute, in rigoroso silenzio, con le guardie rosse immobili davanti al palco che controllavano tutto e tutti. E lì mi è venuto qualche dubbio, anche perché ero un seguace di Enrico Berlinguer e della via italiana al comunismo.
Il Pci le chiese più volte di candidarsi, perché declinò sempre l’offerta?
Perché uno non s’improvvisa politico o amministratore. Sì, mi domandarono di fare il sindaco a Mentana, poi di presentarmi alle elezioni per la Camera del deputati, ma non faceva per me.
Ma adesso, in politica, con chi sta?
A essere sincero sono un po’ deluso dal Partito democratico. Io vorrei che l’opposizione facesse politica senza liti continue, che tornasse ad ascoltare la gente. Certo, Walter Veltroni ha le sue belle gatte da pelare, anche perché sul fronte opposto c’è un comunicatore bravissimo, micidiale.
Il segretario del Pd lo conosce?
Sì, da quasi trent’anni. La prima volta che lo incontrai, mi intervistò per un suo libro, Il sogno degli anni Sessanta.
E Silvio Berlusconi?
Lo vidi ad Arcore, nel 1992. Sapeva tutto della mia vita. Appena arrivai mi chiese come stavano i miei figli Marco e Marianna e come procedevano i miei progetti di lavoro. Era preparatissimo. A sinistra non c’è nessuno così. Anche Massimo D’Alema sostiene che Berlusconi sa comunicare meglio di chiunque altro.
Si è pentito di avere cantato in tv con D’Alema?
Assolutamente no. Lui, che ai tempi era presidente del Consiglio, venne in trasmissione (C’era un ragazzo, ndr) e il risultato fu un casino pazzesco. Mi attaccarono tutti. Eppure, io avevo portato in televisione anche Giulio Andreotti in un programma per i quarant’anni di Sorrisi e Canzoni. Con lui ho anche giocato a carte più di una volta. Ci sfidavamo a gin rummy, un gioco a due che si svolge con un mazzo di 52 carte.
A proposito: si dice che negli anni Settanta lei abbia avuto problemi con il gioco d’azzardo.
Ero completamente sballato: facevo tardi la notte, bevevo whisky, frequentavo diverse donne, giocavo a poker e perdevo soldi. A volte, anche 6, 7 milioni in una sera. Allora con quelle cifre si acquistava un appartamento.
Cifre in grado di prosciugare un patrimonio. Quanto aveva messo da parte?
Tanto. Faccia conto che un anno in cui avevo venduto dischi per quasi 2 milioni di copie, mi liquidarono 75 milioni dell’epoca, più i concerti…
Problemi di droga?
Per fortuna no. Ma nel 1986 venni indagato con Eleonora Giorgi per una vicenda bizzarra. La polizia aveva trovato il mio nome nell’agenda di una ragazza arrestata per stupefacenti. Lei disse che mi procurava la droga. Così mi sono trovato la polizia in casa alle 5 del mattino con tanto di cani. Quando li ho visti, mi sono preoccupato perché avevo in un cassetto 12 mila dollari guadagnati per un concerto a New York. Ma appena ho capito che cercavano cocaina mi sono messo a ridere. La perquisizione si è conclusa con autografi e strette di mano. Quando la notizia del mio coinvolgimento nell’inchiesta venne pubblicata, Mogol fece una battuta straordinaria: “Adesso ho capito perché corri così tanto”. E poi aggiunse: “Almeno la farai finita con quella fama da bravo ragazzo”.
Un amico…
Beh, dagli amici ogni tanto arrivano staffilate. Come quando dissi a Francesco Guccini: “Tu hai fatto Auschwitz, io C’era un ragazzo”. Lui rispose: «Sì, ma la mia è una grande canzone, la tua una stronzata».
Come andò invece con Pupo?
Per lui era un brutto momento: aveva perso cifre folli al casinò, la carriera traballava e in più aveva speso molti soldi per costruire un albergo vicino ad Arezzo. Era convinto che a pochi metri del suo hotel avrebbero fatto un casello dell’autostrada: una bufala. Si trovò pieno di debiti e alle prese con brutta gente. Gli prestai una bella cifra, l’equivalente di 100 mila euro di oggi. Per un po’ sperai che me li rendesse, perché ogni volta che mi vedeva mi giurava che mi avrebbe ridato fino all’ultima lira. Poi ci misi una pietra sopra. Invece, 25 anni dopo, nel mezzo di un mio spettacolo salì sul palco con in mano un assegno e le telecamere di Striscia la notizia alle spalle. Fu una sorpresa: niente di annunciato: ormai quei soldi li davo per persi.
E che ne ha fatto di quei soldi?
Li ho messi da parte per finanziare alcune associazioni che danno una mano a chi soffre.
E chi se ne occupa?
Io, ascolto i casi e poi do 3-4 mila euro. Ma questo non lo scriva, che è meglio non parlarne.
Non mi ha ancora detto come ha fatto, lei su mille o forse su un milione, a farcela, a risalire.
Ce l’ho fatta per caso. Il merito è di Mogol, che un giorno mi chiamò. Io speravo che volesse scrivere una canzone per me, perché aveva appena litigato con Lucio Battisti. E invece no. Voleva chiedermi se volevo giocare a calcio nella nazionale cantanti. Per me fu una delusione, ma dissi di sì. Grazie al calcio, iniziammo a frequentarci e a conoscerci. Così, dopo qualche mese, nacque una canzone. E rinacque anche la mia carriera.
Perché una sera ha deciso di mostrarsi in mutande in tv?
C’era una feroce battaglia di ascolti tra me e Maria De Filippi, così decisi di fare una provocazione. La mia attuale consorte, Anna Dan, la prese malissimo e si mise a piangere per la vergogna. Ho capito d’avere combinato un guaio solo quando all’uscita della Rai mi sono trovato davanti un inviato delle Iene completamente nudo che mi aspettava. Ma capii anche che l’Auditel funziona sul serio: eravamo al 24 per cento e in pochi minuti abbiamo toccato il 34.
Ha altri programmi televisivi in cantiere?
Per ora no. Fino a maggio sarò in giro per l’Italia con il mio tendone. Sul palco ci siamo soltanto io e la mia chitarra.
Perché vietò a sua figlia Marianna, quando aveva 14 anni, di recitare in una fiction?
Non ci si improvvisa attori, prima bisogna studiare. Forse sono stato troppo severo. Ma io sono un genitore severo: Marianna non è mai uscita di casa la sera fino al giorno del suo diciottesimo compleanno.
Come sono i rapporti con Biagio Antonacci dopo il divorzio da Marianna?
Ottimi. È un bravo ragazzo ed è anche il padrino di Pietro, il figlio nato dal mio secondo matrimonio. Gli ho anche chiesto di scrivermi una canzone, ma non l’ha ancora fatto. Mi ha detto che è troppo impegnato a comporre le sue.
E perché non prova lei a scrivere?
Ci ho provato ma alla fine i grandi successi sono quelli che gli altri hanno scritto per me. Io del resto le canzoni le chiedo a tutti.
“Un altro mondo”, il suo ultimo brano, è di Tricarico, quello che a Sanremo cantava “io voglio una vita tranquilla”.
Un tipo introverso, che però ha molto talento. Gli ho chiesto di scrivermi qualcosa e lui si è presentato da me con una cassetta, come negli anni Ottanta. Non si sentiva quasi niente, però il pezzo c’era.
Un’ultima domanda: che rapporto ha con la fede?
Vengo da una famiglia atea.
Mai fatto il chierichetto?
Mai. Ma sui cinquant’anni ho cominciato a sentire un sentimento nuovo, un’attrazione verso la religione. Così ho cominciato ad andare in chiesa. Ricordo ancora il titolo di un quotidiano: “Morandi lascia Stalin e prende Gesù”. Dico una banalità, ma l’unica ideologia a cui oggi ci si può appoggiare è la lezione di Gesù Cristo. Anche D’Alema sostiene che i valori cristiani sono l’unico riferimento che possiamo avere.
Si sente più un cristiano che un uomo di sinistra?
Ma Cristo era di sinistra…
La videointervista del direttore di Panorama Maurizio Belpietro