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Street Art Factory Top 10

In un anno di Street Art Factory, abbiamo affrontato molti argomenti, intervistato altrettanti artisti, tra illustratori, pittori, mercanti d’arte.
Abbiamo visitato mostre, chiacchierato con editori indipendenti, affrontato temi, come si dice in questi casi, di nicchia.
La speranza era - e resta - quella di mostrare una realtà artistica vasta e attiva, che popola il sottobosco sia delle grandi metropoli che delle piccole province.
Un confronto di stili, contaminazioni e supporti, volti a sottolineare ancora una volta, quanto le idee siano spesso potenti e la libertà di espressione uno strumento indispensabile per il progresso mentale e culturale di ogni generazione.
Ho cercato di raccontare con passione un mondo che spesso viene accostato al termine vandalismo: ovviamente è un aspetto che esiste, ma che corrisponde - per fortuna - a una minoranza che nulla ha a che vedere con il termine arte.
Spero di esserci riuscito.
Essendo ormai consuetudine fare bilanci e classifiche di fine anno, ecco la Top 10 dei post più letti nel 2011.
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ULTIMI GIORNI PER …
• Dalla tradizione (a ottobre ha ospitato il Festival dedicato a Verdi) all’innovazione. Fino al 4 dicembre Parma è infatti palcoscenico della seconda edizione dell’“InContemporanea” Festival, rassegna teatrale attenta ai nuovi linguaggi. Tanti, ancora, gli appuntamenti in programma, raccontati nel dettaglio sul sito ufficiale. Continua

Maurizio Cattelan - (Ansa)
Cos’hanno in comune Hitler, il trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America, Papa Wojtyla e New York?
La soluzione a un ipotetico, surreale indovinello è “All“, la retrospettiva di Maurizio Cattelan aperta al pubblico dal 4 novembre al Solomon R. Guggenheim della grande mela.
Fino al 22 gennaio sarà possibile osservare le 128 opere, lasciate penzolare nella spaziosa spirale del museo progettato negli anni ‘40 da Frank Lloyd Wright.
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di Raffaele Panizza
Sullo Smartphone di Maurizio Cattelan, lo scorso 6 giugno, è apparsa l’icona di una nuova e indesiderata applicazione: Panorama flash questions.
Non l’ha scaricata di proposito, l’artista che il prossimo 24 settembre (in contemporanea alla grande personale organizzata a Palazzo Reale) piazzerà un paio di enormi corna davanti alla sede della borsa di Milano.
Il piccolo baco l’hanno spedito i cronisti di Panorama, fastidiosi come zanzare. Anzi, fastidiosi come lui, che ha quella faccia da pinocchio cresciuto e l’espressione soddisfatta e malandrina del bambino che l’ha fatta fuori del vaso.
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La trovata è vecchia come il cucco. Basta prendere un crocifisso, inventarsi una variazione sul tema della morte di Cristo e si può star certi che la polemica è assicurata. La storia dell’arte è piena di esempi del genere. Ultimi, in ordine di tempo, due nuovi feticci.
Il primo è firmato dall’artista Maurizio Cattelan ed è un’opera formata da una donna crocifissa con la schiena rivolta verso il pubblico, all’interno di una cassa di legno attaccata alla parete esterna di una ex sinagoga - oggi la chiesa cattolica di Sankt Martin - a circa quattro metri di altezza dal suolo. La controversa installazione è realizzata nell’ambito di una serie di mostre (dal titolo “Progetti della Sinagoga di Stommeln”) nella regione tedesca del Nord Reno-Westfalia e inaugurata ieri nella cittadina di Pulheim. E rappresenta la lotta della religione e della storia contro il potere della morte. L’allusione alla morte, al sacrificio e al paragone con Cristo nell’opera di Cattelan non è per niente velata. La donna, che indossa una camicia larga e una gonna bianche, appare crocifissa su un lenzuolo bianco, come se fosse sul letto di morte. Le sue braccia sono rivolte verso l’alto, dai palmi delle mani rivolti verso l’esterno spuntano due grossi chiodi e la testa, inclinata, poggia su una spalla. Alle inevitabili reazioni stizzite di molti cattolici ha fatto eco la risposta del portavoce di Cattelan: “L’etica è una questione della letteratura e della cultura, non della realtà”, ha detto all’agenzia di stampa tedesca Dpa. “Alla fine, non viviamo affatto in un mondo buono”, ha aggiunto.
Crocifissioni e polemiche intanto infuriano anche a Bolzano, dove ad essere stata inchodata è una rana. L’opera è esposta nel nuovissimo Museion d’arte moderna e ha già fatto parlare di “scandalo” il settimanale in lingua tedesca bolzanino Zett. Mentre domenica 1 giugno, gli Schuetzen altoatesini hanno organizzato una marcia di protesta a Bolzano, in occasione della festività del Sacro Cuore (nel corso della quale in Alto Adige si celebra il patto siglato dai tirolesi con Gesù per ottenere, nel nome di Dio e della patria, l’affrancamento dall’avanzata degli occupanti illuministi franco - bavaresi). In questa ricorrenza sulle montagne vengono accesi, a simbolo, dei fuochi ed è proprio in una di queste notti che, negli anni Sessanta, agirono i primi irredentisti altoatesini.
La rana crocifissa è stata contestata perché considerata da alcuni un’offesa alla religione. A richiedere la rimozione dell’opera d’arte, tra gli altri era stato anche il governatore Svp, Luis Durnwalder, così come il vescovo, Wilhelm Egger, aveva usato toni critici.
Alta un metro, raffigura una verde rana crocifissa con in una zampa un boccale di birra e nell’altra un uovo. Ma qui non sembra esserci nessun intento dissacratorio nei confronti della religione. Almeno, stando alla verisone dei curatori di Museion. “L’autore, lo scomparso tedesco Martin Kippenberger, raffigurava se stesso in un momento di profonda crisi”, hanno spiegato.
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LA GALLERY
Brutto carattere gli artisti. Qualcuno non si fa nemmeno intervistrare. Altri sono talmente gelosi della propria immagine che ai vernissage fanno allontanare addirittura i semplici fan armati solo di zainetto e macchinetta digitale. Le cose cambiano, però, se si premia la vanità dei venerati maestri. Se anziché chiedere loro di mettersi in posa per una comunissima foto ricordo, gli si propone un autoritratto, allora nessuno sa dire di no. Così, decine dei più grandi nomi della scena artistica internazionale hanno ceduto alle lusinghe dell’obbiettivo di Marcello Mencarini. Eclettico fotografo (è stato il primo ad aver accreditato una macchina fotografica comandata a distanza al Festival del cinema di Venezia, e il primo ad aver girato un lungometraggio con un telefono cellulare), Mencarini ha messo insieme un lavoro iniziato nel 1999 e ora approdato alla mostra Self Made, autoritratti da Vedova a Cattelan, a Palazzo Martini di Riva del Garda (fino al 22 marzo).
“Ogni volta che andavo alla Biennale d’arte di Venezia” spiega il fotografo a Panorama.it “chiedevo agli artisti che incontravo di farsi un autoritratto fotografico. Mettevo a loro disposizione una macchina montata su cavalletto che settavo per le loro esigenze e un computer sul quale potevano vedere se stessi. Poi davo loro un telecomando con cui scattare la foto. Gli artisti” continua Mencarini “erano così i padroni assolui dell’immagine, potevano scegliere il luogo, cambiare l’inquadratura e decidere in quale momento fare clic. Dunque erano coscienti che il risultato sarebbe stato tutto frutto della loro cratività”. Ma più che il mestiere poté la vanità: tra cotanti creativi, da Oldenburg a Enzo Cucchi, “quasi nessuno ha badato all’inquadratura. Tutti erano attenti a scattare quando si vedevano belli, quando piaceva loro l’espressione del volto” spiega Mencarini “Soltanto due degli artisti in mostra si sono interessati a una visione più generale. Uno è Michelangelo Pistoletto, che ha pensato parecchio all’immagine d’insieme. L’altra è Patricia Piccinini, che ci ha messo una buona mezz’ora prima di fare clic. Lei, per controllare meglio l’inquadratura, ha voluto addirittura che io mi mettessi in posa, sdraiato al suo posto” spiega il fotografo “Non contenta, ha poi fatto stendere anche il suo fidanzato. Infine si è distesa accanto a una sua scultura, ha scattato una quindicina di foto e, dopo un’attenta cernita, ha scelto quella che ora è in mostra”.

Nessuno degli artisti ha declinato l’invito di auto-immortalarsi. Unica parziale defezione quella di Emilio Vedova, che si era rifiutato di premere sul telecomando: “Io scelgo il luogo e il momento, ma clic lo deve fare lei” aveva detto al fotografo “perché fare clic è un lavoro. E io già fatico abbastanza con le mie opere”. Tra le più entusiaste per l’autocelebrazione, Carol Rama “si è divertita più di tutti” racconta Mencarini “e voleva a tutti costi che nell’inquadratura entrassi anch’io. Anche Orlan era sinceramente incuriosita nonostante il suo assitente le sconsigliasse di prestarsi al gioco. L’artista mi aveva detto che non poteva in quel momento e che sarebbe tornata dopo un po’ di tempo. Io avevo perso ogni speranza quando invece, dopo un paio d’ore, mi si è ripresentata, senza assistente e pronta per lo scatto”.
Orlan, a Riva del Garda, farà capolino dalle pareti di Palazzo Martini insieme con una ventina di altri volti eccellenti fissati su grandi stampe Canon. “Altri ritratti saranno invece proiettati” spiega la curatrice Katjuscia Tevini “e anche i visitatori potranno lasciare una traccia del loro passaggio. A disposizione di tutti ci sarà una macchina fotografica in grado di fornire l’immagine in due versioni: una sarà immediatamente stampata e resterà all’autore/spettatore, l’altra entrerà a far parte della mostra grazie a una proiezione in loop sulle pareti delle sale”. Un’operazione alla Franco Vaccari rinverdita in salsa tecnologica “grazie a un software creato ad hoc da Chritian Pozzer”, spiega Mencarini “Foto di artisti e di spettatori confluiranno poi in un catalogo in uscita a febbraio”.
Nel frattempo la rassegna è un work in progress. “Altre iniziative si aggiungeranno di qui a marzo”, assicura Katjuscia Tevini, “il progetto è di far confluire nel settecentesco palazzo Martini anche musica, teatro e danza”. Gli aggiornamenti saranno su www.palazzomartini.it. Intanto, per vedere che faccia hanno (e che faccia fanno) gli artisti, qui c’è una gallery con un assaggio della mostra. Lo spazio di Riva del Garda è aperto - con ingresso libero - ogni venerdì, sabato e domenica. A fine mostra, tutte le opere saranno messe all’asta per devolvere il ricavato in beneficenza.
LA GALLERY
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di Pasquale Chessa
Ricorrente omaggio all’arte d’avanguardia, anche quest’anno i cessi non mancano ai Giardini di Venezia per la vernice della Biennale numero 52 (aperta al pubblico dal 10 giugno). Arte della provocazione e provocazione dell’arte: quei tre vespasiani unisex modello JCDecaux, colorati di rosso, di bianco e di blu, e contraddistinti dalle parole «Liberté, Fraternité, Égalité», potrebbero dare origine a un fraintendimento diplomatico di proporzioni continentali, dato che il padiglione della Francia confina con la Norvegia nella topografia della Biennale. Certo i norvegesi possono ricordare che il primo sanitario della storia dell’arte era una trovata francese, il pisciatoio di ceramica trasformato dalla semplice firma di Marcel Duchamp nel primo capolavoro della modernità. Ma rimane il fatto che la provocazione di Lars Ramberg mal si concilia con l’idea di nuovo ordine su cui il direttore americano Robert Storr ha costruito la sua Biennale. «Pensa coi sensi/ senti con la mente»: sembra strappato da una poesia di Giorgio Caproni o Eugenio Montale il titolo della mostra guida. Ma nel percorso che dai Giardini va alle Corderie si vede subito che Storr ha lanciato una sfida alle Biennali precedenti.
Come dicono gli addetti ai lavori, quest’anno c’è molta parete: per dire che l’arte viene di nuovo appesa al muro, cioè che si riparte dall’oggetto invece che dall’idea, dalla cosa prima che dal concetto, dal fare invece che dal dire. Gli indizi sono tanti, non sempre lampanti ma spesso celati dietro un compassato understatement filosofico. Per dire: la scelta di esporre le nove immagini a colori, che raccontano Beirut 1991, uniche per un fotografo artista del bianco e nero come Gabriele Basilico, si lega a un’idea della raffigurazione contemporanea che ritroviamo nella scelta di assegnare il Leone d’oro alla carriera all’africano Malick Sidibè, il grande fotografo nato a Soloba nel Mali e che ancora lavora nel piccolo ufficio nella strada più trafficata della capitale Bamako.
Altro segnale simpatetico: le quattro straordinarie grandi tele dipinte da Gerhard Richter in omaggio alla musica di John Cage hanno il tono di voler documentare la persistenza della pittura anche al tempo dell’avanguardia radicale. Nello star system dell’arte di oggi, i colori del tedesco nato all’Est, Richter è di Dresda, emanano un’aura estetica del tutto alternativa ai vitellini squartati e congelati di Damien Hirst come alle pregiatissime trovate di Maurizio Cattelan. E Richter costa anche di più, almeno 4 milioni di euro. Così funzionano come spie di un nuovo clima culturale i colori elettrici che ritroviamo nel trash domestico di Jason Rhoades, l’artista californiano morto lo scorso anno di cui sarà difficile dimenticare l’impareggiabile installazione dei «550 nomi di vagina» scritti col neon. E si ritrova ancora tanta pittura, nel senso materiale della cosa, nelle coloratissime favelas dei brasiliani del Morrinho Group, nelle lenzuolate colorate costruite dal ghanese El Anatsui.
Sofisticato è il ragionamento sulla pittura che ha spinto Robert Storr a scegliere il gruppo italiano di Alterazioni Video, cinque giovani artisti (Paololuca Barbieri, Andrea Masu, Alberto Caffarelli, Giacomo Porfiri, Matteo Erenbourg) che vivono fra New York, Milano e Shanghai. Per quattro anni hanno fotografato le mura esterne del carcere di San Vittore: ne è venuto fuori un video intitolato proprio Paintings in cui si legge la guerriglia dipinta fra chi scrive e chi cancella. Non hanno ancora letto la poesia di Bertolt Brecht, Viva Lenin, sulla ottusità delle cancellature poliziesche, ma potrebbe essere il loro manifesto culturale e politico.
La polemica sugli italiani è già cominciata: ma Giuseppe Penone e Anselmo, Paolo Canevari e Tatiana Trouvè e Angelo Filomeno, il premio a Nico Vascellari e l’omaggio a Emilio Vedova bene rispondono al provincialismo nazionale. Le prime violente reprimende contro Storr sono venute dallo star system della critica mediatica: Philippe Daverio, non senza intelligenza, intervistato da Panorama ha vaticinato che sarà la più brutta Biennale di tutti i tempi. Vittorio Sgarbi ha lanciato la sfida alla Biennale «struttura malata ormai defunta». Sbagliano entrambi. Dovrebbe piacergli questo «ritorno all’ordine». Politicamente corretto il curatore americano, autore di un libro ititolato Modern Art Despite Modernism (pressappoco: arte moderna a dispetto del modernismo), sorride ma nega ogni corrispondenza segreta con il celebre «Rappel à l’ordre» lanciato da Jean Cocteau nel 1926.
Ma tutti cercano di entrare in sintonia col nuovo clima dell’arte moderna al tempo della globalizzazione.
Al Pac di Milano Sgarbi ha lanciato la sfida con la grande mostra di un archipittore come Luigi Serafini. Con una scelta senza precedenti, al Guggenheim di Venezia hanno smontato la storica collezione di Peggy, per ospitare, in perfetta sovrapposizione con la Biennale, un dialogo al limite dell’estetica fra Matthew Barney e Joseph Beuys. Sequence (1) di Palazzo Grassi espone una quasi antibiennale con le opere della collezione di François Pinault, molte appena comprate: dai coloratissimi plexiglas astratti di Kristin Baker ai neon di Anselm Reyle, oppure alle sculture di Franz West che si trovano quasi uguali alle Corderie, ma un po’ più grandi. Così come non si può fare a meno di confrontare l’albero di ritratti dello svizzero Urs Fischer intitolato Jet Set Lady con Democrazy di Francesco Vezzoli. Storr conclude: «Anche la pittura è concettuale, no? Per la Biennale 2007 non ho guardato al passato. Ma nemmeno al futuro. Ho cercato di vedere il presente».