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Ricominciare a vivere, le foto del riscatto dall’Hiv in mostra

Ricominciare a vivere: la lotta all'Hiv in mostra
© Jonas Bendiksen / Magnum Photos

di Anna Jannello

“Ho accettato di avere l’Aids e riesco a vivere normalmente. Essere sieropositivi non vuol dire che il mondo finisce. Puoi continuare comunque a fare le cose che desideri”. Le parole di Téné Kané, 35 anni, una dei 130 mila cittadini del Mali colpiti dall’Hiv, offrono la chiave di lettura della mostra fotografica “Ricominciare a vivere” inaugurata venerdì 18 settembre al museo dell’Ara Pacis a Roma, in corso fino al 18 ottobre (guarda la GALLERY). Continua

Paolo Pellegrin e l’esperienza in Mali coi malati di Hiv

Ricominciare a vivere: la lotta all'Hiv in mostra
© Paolo Pellegrin / Magnum Photos

di Anna Jannello

Paolo Pellegrin, 45 anni, romano di nascita e giramondo per professione, aveva iniziato a studiare architettura prima che la passione per la fotografia non lo coinvolgesse a tempo pieno. Ha lavorato per l’agenzia parigina VU’, dal 2001 è nel team di reporter della Magnum. Fra i tantissimi premi vinti spiccano ben otto World Press Photo. È uno degli otto autori degli scatti esposti a Roma (guarda la GALLERY), dal 18 settembre al 18 ottobre, nella mostra “Ricominciare a vivere“. Panorama.it lo ha intervistato. Continua

Sea Change, lo spettacolo delle Maree negli scatti di Michael Marten

3 Crosby, Liverpool
Crosby, Liverpool. © Michael Marten / Grazia Neri

Paesaggi in movimento, la natura in azione… La marea va e viene due volte al giorno ed è sconvolgente il cambiamento tra i suoi passaggi. Tanto forte quanto per assurdo poco d’impatto a un occhio umano presente in spiaggia per l’intera giornata. Ma la macchina fotografica che invece immortala i due diversi momenti dell’attività marina pone di fronte, evidente e fragoroso, il mutamento. Prima e dopo la marea.
Nasce così “Sea Change | Maree”, gli scatti che Michael Marten ha effettuato sulla costa attorno alla Gran Bretagna, che si estende dalle paludi alle bianche scogliere, da estuari fangosi a costiere di età giurassica. Un progetto fotografico, presentato sotto forma di dittici e trittici, che dal 14 settembre al 13 ottobre sarà ospitato presso la Galleria Grazia Neri di Milano.

2 Salmon fishery, Solway Firth
Salmon fishery, Solway Firth. © Michael Marten / Grazia Neri

“Le seconde maree del mondo per importanza, alte fino a quindici metri, le possiamo trovare nel canale di Bristol” dice il fotografo britannico. “La baia di Studland a Dorset ha due alte maree ogni bassa marea. Attraverso le baie di Solway Firth e Morecambe il flusso della marea avanza più veloce di un cavallo in corsa; molti inconsapevoli bagnanti sono stati sorpresi dall’avanzare della marea e sono annegati, come è successo nel 2004 a un gruppo di 21 immigrati cinesi che raccoglievano molluschi sulla spiaggia”.
Le immagini di “Sea Change” affrontano anche la tematica dell’innalzamento del livello del mare causato dal surriscaldamento del pianeta. “Molti degli scorci ritratti in queste immagini potrebbero sparire per sempre nel giro di un secolo” afferma ancora Michael Marten. “Spero che queste fotografie stimolino nelle persone che le osservano la consapevolezza del concetto di cambiamento ed una riflessione su quanto il paesaggio sia la risultante di un processo dinamico molto più che una mera immagine statica. Prestare attenzione ai ritmi della terra può aiutarci a riconnetterci con aspetti primari ed essenziali del nostro pianeta che, a nostro rischio, spesso ignoriamo”.

1 Harbour, Berwickshire
Harbour, Berwickshire. © Michael Marten / Grazia Neri

Azalai, lungo la via del sale: gli scatti del Mali per Alì2000


LA GALLERY

In lingua tuareg si chiama azalai ed è il tradizionale e faticoso viaggio che da oltre cinque secoli si muove da Timbuctù alle miniere di Taoudenni tornando sulle rive del Niger, con il pesante carico di lastre di sale. È questa la carovana del sale, ed è l’affascinante protagonista della mostra Azalai, lungo la via del sale, ovvero trenta fotografie in bianco e nero che documentano questo antichissimo commercio maliano, tuttora vitale, esposte dal 12 al 16 novembre a Milano, alla libreria Rizzoli in Galleria Vittorio Emanuele. A realizzarle Stefano Pensotti, fotografo e viaggiatore che con i suoi scatti racconta l’ambiente umano e geografico che le carovane attraversano: persone, comunità, culture, ambiente.
Accompagnano il percorso espositivo il testo dell’antropologo Marco Aime, amante della commovente bellezza e povertà del Mali, e uno scritto di presentazione dell’associazione Alì2000 Onlus. La mostra, infatti, nasce come evento per sostenere questa organizzazione, nata da amici uniti dalla passione per l’Africa: il suo operato è sul territorio africano, prevalentemente in Mali, con l’obiettivo di favorire lo sviluppo delle popolazioni rurali più disagiate e di migliorarne le condizioni di vita, coinvolgendo le risorse umane locali nella individuazione, definizione e realizzazione degli interventi.
La costruzione di tre pozzi-cisterna nei villaggi di Amà, Toumounì e Kamba Saramè, nella falesia Dogon, è ora nel mirino di Alì2000, che porta il nome di Alì, un bambino di etnia Dogon morto nel 2000 per la mancanza di una flebo. Con la realizzazione dei pozzi, l’associazione vuole raggiungere l’acqua in falda, con un occhio particolare rivolto alla popolazione femminile dei villaggi visto che, in situazioni di emergenza idrica, sono le donne a sobbarcarsi il lavoro di recupero e trasporto dell’acqua da pozzi lontani, aggravando ulteriormente il carico di impegni quotidiani per la gestione della famiglia e della comunità. La mostra Azalai, lungo la via del sale non finisce a Milano. Toccherà altre città, facendo conoscere il fascino e l’emozione che suscita il Mali. Il 12 dicembre sarà a Piacenza (Galleria Ricci Oddi); il 30 gennaio 2009 a Sondrio (Palazzo Martinengo) con un concerto di Ludovico Einaudi e di Ballakè Sissokò dedicato ad Alì2000; il 22 marzo a Roma in concomitanza con la Giornata Mondiale dell’Acqua. E nel corso del 2009 sarà allestita a Cremona, Roma, Firenze ed Aosta secondo un programma ancora in definizione.

Donne al plurale, la femminilità vista dai grandi fotografi

Donne al plurale, 100 scatti in mostra a Madrid
LA GALLERY

Non guarda l’obiettivo, né si vede il suo volto, chinata su di sé sollevando la veste nera controlla le calze, mentre ai suoi piedi riposa un bicchiere mezzo pieno. E tanto basta perché dallo scatto trapeli tutto il consueto fascino dell’angelo azzurro, di una Marlene Dietrich dietro la macchina fotografica di Milton H. Greene, colui che ha fermato le celebrità degli anni Cinquanta, noto soprattutto per aver più volte immortalato Marilyn Monroe. Da contraltare, un volto che non è da diva ma che con intensità va oltre la pellicola, sta lì come simbolo drammatico della Depressione americana degli anni Trenta, nell’immagine Madre migrante (1936) di Dorothea Lange.
Sono un centinaio le fotografie riunite nella mostra “Donne al plurale - La donna attraverso l’obiettivo dei grandi fotografi del XX secolo” che si apre il 22 ottobre a Madrid, alla Fondazione Canal, per restare aperta fino al 4 gennaio (con ingresso gratuito): un viaggio estetico che illustra la trasformazione delle donne attraverso la storia della fotografia del Novecento. Per rivendicare il progresso del “femminile e del femminismo, la grande rivoluzione vissuta nel XX secolo senza causare una sola morte”, dice la curatrice Lola Garrido.
Raccolte in una stanza, senza un ordine cronologico, ci sono le immagini di 58 autori, 19 dei quali sono donne: da Man Ray a Henri Cartier-Bresson, da Elliott Erwitt a Robert Doisneau, Robert Frank, Madame D’Ora… Ed ecco così Lella in Bretagna (1947), il capolavoro di Edouard Boubat in cui il fotografo francese ritrae la sua musa. O la più recente rappresentazione di Daryl Hannah (1999) di Michel Comte, in cui la dirompente attrice - soprannominata Serpente Montano della California nel film Kill Bill - è distesa sul dorso di un elefante. Ma anche visi sconosciuti, come la protagonista di Ritratto di Signora (Edward Steichen, 1908), una donna con cappello di piume.

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La difficile arte di fotografare le mucche

hans van der meer

Ma come si fotografa una mucca? È questa la domanda che si è posto l’olandese Hans van der Meer (1955), fotografo famoso per gli European Fields, i calciatori della domenica, le immagini dedicate al calcio amatoriale realizzate in più di venti paesi europei. Quando van der Meer ha accettato l’incarico del progetto Valarica 1703, una malga sui monti Lagorai, in Trentino, dove si tiene annualmente fra luglio e agosto il “festival di fotografia più alto e raffinato d’Europa”, curato da Giovanna Calvenzi, gli è stato subito chiaro sarebbe stato l’oggetto del suo obiettivo fotografico per la rassegna: la mucca.
La malga Valarica infatti si trova al passo Brocon: qui si è costretti ad abbandonare la macchina e ci si incammina su un sentiero dove a fare da accompagnatori sono proprio i bovini. Le grigie e le pezzate, quelle nere con una stella bianca in fronte, le mucche leader delegate a guidare i gruppetti di vacche e per questo provviste di campanaccio. Una ventina di minuti in mezzo al branco, e già si capisce che le mucche hanno caratteri diversissimi. Poi ecco la malga e dentro ci sono le grandi foto, anzi i ritratti di mucche di van del Meer, trattenuti con fili legati a sassi di creta per il bell’allestimento di Roberto Conte. I nomi delle mucche sono inseriti su rami, a ciascuna il suo, perché le vacche hanno una loro personalità e un albero genealogico e molte sono addirittura dotate di passaporto.

Nella mostra, che rimarrà aperta fino al 26 agosto, scorre anche un video dove Hans van der Meer ha ripreso un fotografo ufficiale di mucche. Si vede la fatica dell’artista con ben tre aiutanti per mettere nella giusta artefatta collocazione l’animale, che deve apparire in posa ufficiale con testa alta e orgogliosa. Da bel quarto di bue. Ecco il modello da cui si è distanziato van der Meer: la sua Brina è una signora grigia sdraiata, elegante, niente di svaccato, anzi quelle gambe sembrano lanciate in un passo di danza. Fotografo e mucche si guardano sempre negli occhi. “Fotografandole in quella situazione mi sono reso conto di quanto siamo loro prossimi, sebbene non ci si possa avvicinare” ha detto van der Meer. Ma neppure vaccinare con il loro ancestrale richiamo vaccino: un muggito di bellezza, ingenuo canto delle Sirene, mentre il tolòn-tolòn dei campanacci, al collo delle mucche-leader (guai al mandriano che sbaglia nella scelta: rischi di smarrire il branco…) accompagna la nostra discesa a valle.

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Da Gauguin a Dostoevskij, il mito delle origini esposto a Como

aborigine

“Il concetto di bellezza come catarsi dell’uomo che si libera dagli aspetti più brutali del primitivismo e ne rispolvera la purezza originaria”. Questa, nelle parole della curatrice Beatrice Tetegan, l’idea ispiratrice della mostra “Dal primitivismo di Gauguin all’età d’Oro di Dostoevskij“, inaugurata il 31 luglio al Palazzo del Broletto a Como. Un percorso espositivo incentrato sul mito delle origini che ricerca l’identità umana primitiva nelle preziose icone della Collezione Orler, esemplari della millenaria arte iconografica russa. Nei “bianchi” a tecnica mista di Ezio Gribaudo, in cui la scomparsa dei colori rinvia a una condizione pre-natale dell’essere. Nelle maschere primordiali in cotto rosso dell’artista Giovanni Matano. La mostra propone poi i libri d’artista Scriptor et Pictor di Eugenio Pacchioli e i tessuti di ispirazione russa realizzati da Etro per la manifestazione. L’idea di un evento sul tema del primitivismo nasce da una frase celebre di Gauguin pronunciata nell’isola di Tahiti, una domanda che vuole ripercorrere a ritroso la storia del genere umano: “Da dove veniamo?”. È la spinta a indagare l’origine delle cose, spiega Beatrice Tetegan, curatrice della mostra “a farci ripercorrere la linea della storia dell’uomo pervasa da dolore e bellezza”. Un richiamo alla narrativa dostoevskijana: la bellezza può riscattare il dolore, uscire illesa dalle tenebre della bestialità. Questo è lo spirito del percorso espositivo, che ripercorre concettualmente le origini dal primitivismo di Gauguin all’età dell’Oro di Dostoevskij.

Un intreccio di materiali diversi, un insieme di opere di generi differenti – pittura, scultura, tessuti, testi – che trovano un filo conduttore nel concetto di armonia. “Ho trovato ispirazione anche nella lettera agli artisti di Giovanni Paolo II, redatta in occasione del Giubileo del 2000″ dice ancora Tetegan , “epistola in cui si ritrovano i concetti di armonia e bellezza. Si tratta di concetti non basati sull’esteriorità, ma profondi e intrisi di religiosità”. Completano la mostra due conferenze. Il 31 luglio, alle 18, monsignor Marco Ballarini, professore di teologia della biblioteca Ambrosiana parlerà del valore salvifico della filocalia, della tematica della bellezza nell’esegesi biblica e nella polisemia dostoevskijana. Il 4 agosto, invece, monsignor Giovanni Battista Gandolfo, presidente dell’Ucai in Vaticano, esporrà le risorse inesplorate del messaggio di papa Giovanni Paolo II agli artisti.

La New York nera del reporter Weegee in mostra a Milano

Faces in the Crowd

La New York scura e sporca della fine degli anni Trenta e Quaranta, quella immortalata nelle pagine hard boiled di Dashiell Hammett, dove spesso le pupe viziate della high society finivano con il pancino bucato, ganster e sangue erano una accoppiata fissa e nelle risse, fra tensioni razziali e odi, ci scappava sempre il morto, aveva il suo grande fotoreporter di nera. Era Weegee (Usher Fellig, ebreo austriaco, classe 1899, ribattezzato Arthur al suo arrivo a Ellis Island) che con la sua l’inseparabile macchina fotografica “Speed Graphic” e la camera oscura per sviluppare i negativi nella sua Chevrolet, si trovava sempre sul luogo del delitto, anzi quasi lo anticipava; si dice che quel nomignolo Weegee venisse proprio dalla storpiatura del nome “ouija“, il tavolo solitamente usato per le sedute spiritiche, per rimarcare le sue sulfuree premonizioni dei luoghi dei delitti. A questo grande reporter che ha creato la foto di cronaca nera, con un uso duro del flash e l’obiettivo spostato dal morto alla folla, per cogliere lo stupore attonito, ghignante o di sollievo dei testimoni, è dedicata una mostra aperta fino al 12 ottobre a Milano, Palazzo della Ragione dal titolo: Unknown Weegee. Cronache americane.

Cento le immagini esposte provenienti dall’ “International Center of Photography di New York” per narrare la vita bacata della Grande Mela durante il periodo della depressione, perché Weegee affermava: “Quando scatto una foto mi sembra davvero di entrare in trance: è l’effetto del dramma in corso o in procinto di scatenarsi: nasconderlo e andarsene in giro con occhiali dalle lenti rosa è impossibile. In altre parole, abbiamo bellezza e bruttezza: tutti amano la bellezza, ma la bruttezza permane.”
Per esser cinico del tutto scelse per la sua prima personale del 1941 il titolo Weegee: Murder is My Business. Dal 1940 Weegee entra a far parte del team fotografico di PM, un quotidiano di ispirazione progressista che perora i diritti di lavoratori iscritti al sindacato, ebrei e afro-americani e fa rinascere il dibattito politico negli Stati Uniti. Gli otto anni di attività del giornale vedono la pubblicazione di centinaia di foto di Weegee. Nel 1945 viene pubblicato Naked City, il suo primo catalogo di fotografie che ispirerà il film The Naked City (1948) e lo stesso Weegee viene interpellato come consulente alla sceneggiatura; dal film nascerà la successiva serie TV Naked City (1958). Dal ‘47 inizia la collaborazione con Vogue, nasce la serie di “distorsioni” le caricature dei ritratti di celebrità dello spettacolo e del mondo politico che pubblica in Naked Hollywood. ” Non avrebbe mancato l’immondizia di Napoli - afferma Vittorio Sgarbi nella presentazione alla rasssegna- ne avrebbe dato un resoconto indimenticabile”. Dopo aver visto la mostra, c’è da credergli. Se Weegee si fosse trovato ad Elsinore ai tempi d’Amleto, state sicuri che le sue foto ci avrebbero restituito persino l’odore che fece esclamare al pallido prence: “C’è del marcio in Danimarca”.

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Tra Decor e Decus, cos’è arte e cosa semplice oggetto?

LA GALLERY

Che cos’è la decorazione? È arte o design? Può un laminato diventare oggetto artistico? Sulla questione si sono interrogati 14 famosi designers (come Alessandro Mendini, Alessandro Guerriero e Lisa Ponti) e 6 studi under 40, i cui progetti saranno esposti al Forum di Omegna (Vb) tra il 13 dicembre e il 30 agosto, nella mostra dal Tra Decor e Decus, un titolo che gioca volutamente sull’ambiguità della parola “decorazione”, dai suoi concetti di abbellimento fino al senso del “decoro” degli antichi (dal latino “Decus”, appunto). All’indagine hanno partecipato anche molti giovani progettisti attraverso un concorso che ha selezionato altre due opere inserite nell’esposizione.

In un’affermazione secca, Sara Magnone (vincitrice della sezione Piemonte con E la Berta filava…pixel) dice: “La decorazione è un’altra dimensione”, Francesca Diotti e Francesco Porro (vincitori della sezione Naba con Breaking the code) la definiscono “… Alice nel Paese delle meraviglie”. “La decorazione è il romanzo scritto sulle cose” ha detto invece Alessandro Mendini, che è anche il progettista della struttura che ospiterà la mostra.

In un’affermazione altrettanto secca, professor Mendini, può definire il design e l’arte contemporanea?
Penso che il design sia l’insieme degli attrezzi che compongono il palcoscenico della vita degli uomini. E penso che l’arte contemporanea sia la ricerca dell’anima di quella vita.

Qual è il confine tra design e arte contemporanea, dato che sempre più spesso ci troviamo ad assistere a mostre in cui si confondono?
Il rapporto fra design e arte è come il movimento di un pendolo: agli estremi le due discipline sono isolate, ma lungo il percorso stanno assieme, senza soluzione di continuità.

L’oggetto d’arte aveva un tempo la caratteristica di essere unico, ora si è passati alla produzione industriale d’oggetti d’arte, mentre gli oggetti di design diventano sempre più oggetti in edizione limitata; cosa ne pensa?
Arte industrializzata, prototipi, tirature limitate di design, edizioni di oggetti: sono tutti modi di essere e di esprimere concetti e strumenti, validi o non validi, caso per caso.

In questa mostra Tra Decor e Decus, il laminato diventa un oggetto d’arte; si può rendere arte qualsiasi cosa?
Dire che qualsiasi cosa sia arte è un paradosso, tutti sanno che non è vero. E questi laminati Tra Decor e Decus sono semmai arte applicata.

Trova che l’Italia sia un paese effervescente dal punto di vista dell’arte contemporanea? E del design?
Penso che design e arte in Italia, in questo momento, non siano al massimo della loro energia. Diciamo che c’è una fase di… ripensamento.

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Cent’anni fa nasceva Alberto Moravia. Il suo mondo nelle foto di Dacia Maraini

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Non poteva che essere lei, Dacia Maraini, la compagna di vent’anni di vita, la fotografa ideale per ricordarlo nel centenario della sua nascita. Il 28 novembre 1907 vedeva infatti la luce Alberto Moravia, morto nel 1990. E negli spazi della Ex Gil a Trastevere (la Casa della Gioventù) a Roma, oggi, fino al 22 dicembre, omaggia lo scrittore de La romana, Gli indifferenti e La noia la mostra “Moravia. Dal mondo intero. Fotografie di Dacia Maraini“.
Dal Mali a Cuba, dagli States al Giappone, quasi cento scatti, in gran parte inediti, di Moravia e Maraini in viaggio, realizzati tra gli anni Sessanta e Ottanta. Rare sono le immagini in cui compaiono entrambi, come sempre accade a chi si sposta in coppia. Ma la presenza di Moravia è sempre percepibile.
Per la ricorrenza, sabato 1 dicembre presso il Palazzo del Comune di Sabaudia si terrà un incontro con Dacia Maraini (dalle ore 10 alle 17) corredato dalla proiezione del docufilm Moravia 99+1 di Gianni Barcelloni e Alain Elkann.

Inoltre l’abitazione romana dello scrittore sul lungotevere della Vittoria, donata dai suoi eredi al Comune di Roma, diventerà Casa museo e sede dell’Associazione Fondo Alberto Moravia, che si occuperà della gestione dell’archivio e della biblioteca, organizzando anche attività culturali.

Qui sotto un video da Youtube con l’orazione funebre di Alberto Moravia per la morte di Pier Paolo Pasolini:

Cinema, di SImona Santoni
Musica, di Gianni Poglio
Televisione, di Marida Caterini
Sport? Quale sport? di Emanuele Rossi
Sport? Quale sport? di Emanuele Rossi

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