

di MarcoDi Capua
«Stanno avvenendo enormi cambiamenti che esigono nuove forme e tocca agli artisti che vivono in America trovarle» proclamava nel 1943 il pittore Stuart Davis, bravo a miscelare in quadri spensierati Cubismo e jazz, e forse anche per questo ammirato dal magnate Duncan Phillips (1886-1966).
L’arte d’avanguardia antiborghese americana deve molto all’illuminato mecenatismo altoborghese di uomini come Phillips. O come John Quinn, il quale, accusato di appoggiare espressioni artistiche degenerate, rispose a brutto muso che i suoi detrattori non erano che «critici del Ku klux klan».
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Charles Sheeler, Skyscraper
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Senza Titolo, Mark Rothko
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Edward Hopper, Sundays
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Stuart Davis, Blue Cafè
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di Vittorio Sgarbi
A Gallarate apre il museo d’arte contemporanea, identificato con il solito acronimo scemo, oggi di gran moda: Maga.
È nella scia dei Maxxi, Mambo, Madre, Gnam, Mart, Mal e altri ridicoli nomignoli. Anzi Maga, nell’equivoco di un’arte come magia, come l’incantesimo di Alcina, non è dei peggiori. Per caso.
In compenso apre con una gran mostra, di sicuro successo, e di un grande italiano, Amedeo Modigliani. Che a Parigi diventa Modì. Continua

di Vittorio Sgarbi
Sono passati sessant’anni dalla prima grande mostra sul Caravaggio in Palazzo Reale, a Milano.
Ma del pittore, che restò a Milano fino ai 21 anni, non resta niente in Lombardia. Caravaggio matura compiutamente a Roma, che è la città dalla quale si esprime la sua straordinaria influenza in tutta Europa.
Mitico in vita, la sua influenza fu durevole per circa due decenni dopo la sua morte.
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di Marco Di Capua
Già colpito dalla paralisi e pronto a morire, Charles Baudelaire pensò che valesse la pena ritornare su un proprio verso, l’ultimo tra i supplementi ai Fiori del male, riservandogli una misteriosa e luminosa importanza: «Estatici, in un angolo, dei fiori». Tutto qui. Una specie di perfetto haiku giapponese.
Ben più disincantata, la cultura del Novecento si mostrerà riluttante a seguire su questa via di contemplazione pura il grande poeta. L’americana Gertrude Stein scrisse: «Una rosa è una rosa è una rosa…». Cioè: non è un’altra cosa. Fine dei giochi, dunque? Mai più riverberi o magici aloni emanati dall’immagine di un fiore? Continua