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The Accolade: le prime donne del rock saudita

Il loro primo album va alla grande soprattutto in rete, ma per “non offendere le autorità religiose islamiche” la loro foto non può apparire sulla copertina del disco. Sono quattro ragazze di Jeddah, e sono le componenti di The Accolade, la prima rockband totalmente femminile saudita. Si esibiscono nei locali underground della città indossando l’abaya, la vestaglia nera, per nascondere il look tipico delle adolescenti occidentali.
Le prove le fanno clandestinamente, in una cantina segreta. Del resto nel regno wahabita, dove il gentil sesso non può neanche guidare la macchina e dove il rock è visto come la “musica della perdizione”, per le Accolade la vita non è semplice. Per avere un’idea di come la pensano le autorità islamiche in fatto di rockband basta pensare a quello che è accaduto nel 1995, quando c’è stato addirittura un arresto di massa durante il concerto del gruppo più popolare del regno saudita. 300 ragazzi sono stati fermati dalla polizia religiosa mentre attendevano all’esterno del locale l’esibizione della band.
Ma la repressione musicale in Arabia Saudita non è in accordo con il dato anagrafico: una persona su dieci ha infatti meno di 25 anni. Il che dovrebbe significare una certa voglia di libertà e una diffusa intolleranza alle regole.
Certo le Accolade (il nome del gruppo è ispirato al quadro omonimo del pittore inglese Edmund Blair Leighton) rappresentano una sfida alla società nella quale vivono, ma dichiarano: “Quello che facciamo non è nulla di sbagliato, è arte e lo stiamo facendo nel migliore dei modi”. Le quattro ragazze di Jeddah, insomma, non si sentono delle rivoluzionarie: “Disapproviamo totalmente fumo, droga e alcol – dicono - e rispettiamo le nostre tradizioni”.
Il primo singolo dell’album si chiama Pinocchio. Attraverso sonorità “emo” che ricordano molto le composizioni dei giovani gruppi occidentali, Dina, Lamia, Amjad e Dareen raccontano la storia di una relazione sentimentale fallita. Il brano è disponibile sulla loro pagina Myspace.

La vita di David Beckham diventerà un musical

David e Victoria Beckham
L’idea di creare uno show brillante basato sulla vita del calciatore più famoso del mondo è venuta al produttore Mark Archer che, su una base gospel rock, racconterà le peripezie di David e famiglia. Secondo Archer ci sono tutti i presupposti per sbancare i botteghini: “La storia di Beckham è una fiaba moderna a base di: eroi, villani, amore, calcio e di cosa significhi diventare il leader della tua nazione. David è emerso dall’anonimato ed è diventato una stella internazionale dello showbiz oltre che un campione sportivo. Il suo lifestyle hollywoodiano si presta molto bene a essere tramutato in una favola”. Secondo Archer il calcio oggi rappresenta quasi una religione e lo stadio è diventato come un luogo di culto, paragonabile a una chiesa, dove i fan, alla stregua di fedeli credenti, tifano con un pathos simile a quello religioso: “Football e celebrità sono diventate la nuova religione dei paesi dell’Ovest del mondo. The Theatre of Dreams è realizzato all’interno di uno stadio, la chiesa moderna dei giorni nostri. La musica è potente, un gospel rock che chiaramente identifica il Manchester United come una religione”. Lo spettacolo comincia con un una canzone che ripercorre l’ascesa sportiva di David degli anni novanta:

Talk about football coming home,
And then one night in Rome,
We were strong, we had grown,
And now I see Ince ready for war,
Gazza good as before,
Shearer certain to score,
And Psycho screaming.

Mentre il primo incontro con Victoria, sarà rappresentato da un brano intenso, che recita versi d’amore:

A change has come around,
As I worship this ground,
With you in my life,
We’re turning the world upside down.

David Beckham: The best ever

All Bob’s women, il musical che viaggia da Milano a Londra

Un musical italiano tradotto ed esportato nel West End londinese: un vero avvenimento, soprattutto se si pensa al coraggio della produzione che si deve confrontare con colossi che hanno fatto la storia: da Chicago a Il signore degli anelli, passando da Mamma Mia e Spamalot dei Monty Python.
Il musical in questione è All Bob’s women, scritto in italiano (Tutte le donne di Bob) da un autore italiano (Romy Padovano), che andrà in scena fino al 24 agosto all’Arts Theatre, dopo essere stato in scena per sei mesi al Teatro delle Erbe di Milano.
“Un ottimo risultato che ce lo ha fatto scegliere fra molti altri” spiega Giorgio Fabris, uno dei due produttori di origini italiane “avendo la possibilità di produrre qualcosa di nuovo abbiamo scelto uno spettacolo frizzante che ben si adattasse alla piazza londinese”. Infatti la storia e i personaggi di All Bob’s women sono tipicamente inglesi: si tratta infatti di una commedia spiritosa e piccante in cui un gran bel bezzo di ragazzo (quasi sempre nudo, o comunque poco vestito) cerca di sedurre cinque ragazze (che finiscono anche loro nude, o comunque molto poco vestite). Un’ora e mezza di doppisensi e doppigiochi che fanno ridere e sorridere. Testo e musiche sono state adattate per i sei attori inglesi, bravi, ma forse poco sfruttati in scena per le loro capacità.
Nuovo musical, piccola produzione e piccolo teatro (con l’enorme fortuna di trovarsi in pieno centro, tra Tottenham Court e Leicester Square, zona di massimo passaggio e proprio a fianco della Photographers’ Gallery) con però ben 10 settimane di sfida, o meglio di possibilità di conquistare la fiducia del pubblico.

Profondo Rosso, l’horror è in versione musical

[i]Profondo rosso[/i], con Michel Altieri e Silvia Specchio, per la regia di Marco Calindri.

LA GALLERY

Il film, Profondo Rosso, è uno di quelli che hanno fatto la storia del cinema italiano. L’esperimento di trasformare la pellicola in un musical, realizzato da L’Artistica di Lorenzo Vitali, non può dunque che essere fra i tentativi più ardui della stagione teatrale. Soprattutto perché il passaggio grande schermo-palcoscenico è sempre fra i più complicati da portare a termine. Ma a giudicare dalla prima milanese andata in onda il 6 maggio al teatro Smeraldo, sembra che Vitali & Co. abbiano azzeccato in pieno l’operazione: attori con grande esperienza nei musical, da Michel Altieri a Silvia Specchio, ottime musiche di Claudio Simonetti, autore della colonna sonora originale del film, valide coreografie, testi ben riadattati da Marco Daverio, e, soprattutto, una regia molto attenta di Marco Calindri. “La versione teatrale di Profondo Rosso”, racconta il regista, “si è ovviamente ispirata al film, ma grazie all’approvazione di Dario Argento sono stati sviluppati nuovi elementi drammaturgici che nel film non avevano trovato spazio. Proprio Argento, anche se non ha partecipato direttamente alla realizzazione dello spettacolo, è comunque riuscito a dare a tutti noi utili indicazioni su come mantenere alta la tensione del pubblico”. Non sono mancate le difficoltà: “Quella maggiore” spiega ancora Calindri “l’abbiamo incontrata nel cercare soluzioni tecniche e artistiche che trasmettessero le stesse emozioni sia agli spettatori delle prime file sia a quelli delle ultime. Al cinema, con lo schermo grande, è tutto più facile”. Soprattutto con un horror rimasto così tanto nel cuore della gente. “Diciamo che il nostro, in realtà, è più un thriller che un horror” spiega il regista “Ci aspettiamo che, anche a Milano come nel resto d’Italia, il pubblico che verrà allo Smeraldo si dimentichi del film e si faccia prendere dalla nostra versione musicale. Sono comunque convinto che le generazioni degli anni ’70, quelle del film, siano poco interessate a vedere la versione musical. E anche se le porte del teatro sono aperte a tutti, a chi è strettamente legato alla pellicola consiglio di noleggiarsi la videocassetta”.

LA GALLERY

Nel backstage con Elisa durante le prove di Hair

Di Gianni Poglio

Gorgheggi e vocalizzi potenti intervallati da tonfi sordi sul parquet. Sono questi i suoni che filtrano dalle persiane socchiuse di un’antica villa di Biella a tre piani trasformata nel quartier generale del cast di Hair. Qui, immersi nel verde di pini secolari e slanciatissimi, sono impegnati da settimane in una serie di prove estenuanti tutti i protagonisti dalla versione italiana dello storico musical della hippy generation.
Al debutto del 19 febbraio, nel teatro Colosseo di Torino, manca poco e l’adrenalina si fa sentire. Il giorno e la notte si confondono e le ore di sonno sono ormai ridotte al minimo essenziale. Il primo che incrociamo tra spartiti, bottiglie d’acqua minerale e frutta sparsa un po’ ovunque è il coregista e coreografo Luca Tommassini, l’italiano che ha dato lezioni di ballo a Madonna sul set di Evita. “Siamo molto amici. E, quando capita, riusciamo anche a concederci un pranzo insieme. Ai tempi del film su Evita era incinta di 4 mesi e aveva il terrore di perdere la sua prima figlia. Così le ho fatto provare i passi in sicurezza stringendola forte per evitare che cadesse. Altri tempi. Oggi, la sfida da vincere è Hair. Il cast è ottimo e il lavoro fatto da Elisa sulla colonna sonora è semplicemente straordinario”.
“Ho accettato d’istinto senza pormi troppe domande” racconta la voce più pura e cristallina d’Italia. “Per ragioni anagrafiche non ho vissuto il ‘68, ma la generazione “love and peace” me la sento tatuata dentro. Io una fricchettona in casa ce l’ho avuta davvero: mia madre” racconta Elisa. “Lei non è sessantottina nel look, è proprio “hippy inside”, una donna libera che se ne infischia delle convenzioni. Un po’ come i protagonisti di Hair, una tribù aperta, fondata sull’amicizia e la tolleranza, che si oppone alla guerra in Vietnam. E che smonta, uno dopo l’altro, tutti i tabù sessuali. Questo musical, andato in scena per la prima volta nell’ottobre 1967, è la fotografia di una generazione che ha provato a fermare il mondo. E che per un po’ c’è anche riuscita. Era un movimento che partiva dal basso, che non aveva connotazioni politiche, il frutto di una passione sincera”.
Quella passione che oggi la politica non muove più, insomma. “Io non voto da anni” spiega la cantante friulana “perché i politici non sono credibili, mentre gli ideali di armonia e partecipazione di cui è impregnato Hair hanno ancora la forza di sedurre molti giovani di oggi”. Compresi i ragazzi del cast, cantanti e ballerini reclutati in America, Sud Africa, Germania e, naturalmente, in Italia.
Sul palco i loro corpi morbidi e sinuosi si intrecciano e si plasmano come palline di pongo agli ordini del re dei coreografi, l’americano David Parsons, che li scruta seduto in platea mentre provano per la millesima volta una scena di gruppo: “In molti momenti dello show i protagonisti sono fisicamente vicini, incollati l’uno all’altro. Un’immagine che dà il senso della tribù, dello stare insieme” spiega Parsons. “L’effetto ottico che voglio ottenere è una moltitudine di corpi che si trasforma in uno solo. E sa perché? Questa è la forza della generazione di Woodstock: una moltitudine senza leader mossa dagli stessi ideali. Quando ne parlo, i ragazzi dello spettacolo mi ascoltano a bocca aperta, quasi rapiti da uno squarcio di storia moderna che avrebbero voluto vivere in prima persona. Il mio lavoro è convincerli ad abbandonare gli schematismi della danza. Per essere credibili come protagonisti di Hair, devono dimenticarsi di essere atleti. In uno spettacolo così non conta la tecnica, ma il cuore”.
A interrompere il filo del ragionamento del coreografo d’Oltreoceano pensa la musica che arriva dagli amplificatori del palco. Le melodie sono quelle, celeberrime, di Aquarius e Let the sunshine in, i due brani culto del musical che Elisa ha riarrangiato e trasformato secondo il suo gusto inconfondibile. “Sono stata molto coraggiosa, ma anche rispettosa. In fondo, ho solo voluto aggiungere un tocco di modernità. Ho preso le canzoni originali e le ho contaminate con un pizzico di Green Day, Red Hot Chili Peppers e Beyoncé. Non c’era bisogno di stravolgere tutto. In ogni caso, mi sono divertita: fare musica senza essere vincolata dall’incidere un disco a mio nome è meraviglioso. E poi a casa mia sono cresciuta con il sound anni Sessanta”.
Elisa però non potrà assistere alla prima torinese. “Mi hanno invitato per uno show a New York. Tutta colpa, si fa per dire, di una coreografa americana che ha deciso di usare una mia canzone per le sue lezioni. Il pezzo ha funzionato e vogliono che mi esibisca là”.
La schiva cantante di Gli ostacoli del cuore non dice che i momenti più esaltanti di questa esperienza sono state le lezioni di canto che ha tenuto ai ragazzi del cast. “Uno spettacolo nello spettacolo” assicura il regista Giampiero Solari. “Per fare questo lavoro ci vogliono energia e passione. La fatica di riprovare cento volte lo stesso brano la superi solo se ci credi davvero. Ecco, Elisa è una ragazza di grandissimo talento mossa dall’arte e dalla bellezza”.
Vederla nei panni della maestra di musica ha dato a tutti una forza incredibile, racconta Solari. “I protagonisti, per diventare tali, hanno dovuto lottare duro. La selezione è stata micidiale. Fino all’ultimo secondo siamo stati incerti nella scelta dei ragazzi”.
Un casting estenuante è stato fatto anche a New York. “In quell’occasione abbiamo avuto la fortuna di incontrare James Rado, uno degli autori originari dello show. James credeva così tanto in Hair che lo fece debuttare nel 1967 in un teatro ancora in costruzione. Recitavano tra macerie e calcinacci. Rado è un uomo incredibile, rimasto con la testa e le abitudini al tempo dei figli dei fiori, capace di battute e freddure che ti lasciano paralizzato. Lui non ha dubbi ed è convinto, esattamente come quarant’anni fa, dell’attualità del messaggio del musical a cui ha dedicato l’intera vita. Quando gli ho detto che la vera sfida che avevamo davanti era riuscire a riempire i teatri di diciottenni, lui mi ha risposto: ‘Verranno, verranno… Anche se non sanno più sognare come i ragazzi della mia generazione. Oggi le droghe sono molto meno pure’”.

Hair: torna il musical della Love Generation, noi l’abbiamo visto in anteprima

Di Gianni Poglio
Più che un debutto, una prova generale davanti al pubblico. È iniziato sabato sera, al teatro Sociale di Biella, il tour della versione italiana di Hair, lo storico musical della generazione hippie, andato in scena per la prima volta a New York nel 1967. L’arruolamento per la guerra in Vietnam, il movimento pacifista, la rivoluzione sessuale e il pianeta droga sono i quattro
cardini di uno spettacolo vibrante e coinvolgente dall’inizio alla fine.
Ore 22: il volto di James Rado, lo sceneggiatore americano che inventato Hair, appare proiettato sul palco. Poche parole sul progetto cui ha dedicato una vita, e la sua immagine si dissolve per lasciare spazio ai ragazzi del cast (italiani, tedeschi e americani): una comune di freak insediata al Central Park di New York. Ed è subito Aquarius, il pezzo più famoso dello show, un
gioiello soul rock, riarrangiato magistralmente per l’occasione (come il resto della colonna sonora) da Elisa. L’improvvisa chiamata alle armi di Claude, uno dei ragazzi del Central Park, è il tema portante dello spettacolo. Che è fatto dai protagonisti sul palco, ma anche da videoclip proiettati sul fondo della scena. Le immagini della polizia americana che sgombera le università
occupate dai pacifisti negli Anni 60, gli scontri al G8 di Genova e la ferocia della guerra in Vietnam si sovrappongono alla trama senza snaturarla.
Anche il pubblico, a un certo punto, diventa parte integrante dello show quando la comune hippie si trasferisce dal palco alla platea nei momenti più caldi della colonna sonora. Tra voci potenti e corpi sinuosi che si intrecciano, l’atmosfera si scalda con il passare dei minuti e diventa incandescente sulle note della conclusiva Let The Sunshine In, un rock gospel travolgente, scandito dal battimani del pubblico. L’era dell’Acquario è tornata!

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Frankenstein Jr: L’avido Brooks ci riprova con un musical

Di Silvia Grilli

Riuscirà il musical Frankenstein junior di Mel Brooks a superare il confronto con il film Frankenstein junior di Mel Brooks? Trentatré anni dopo essere arrivato al cinema, il capolavoro comico che ha prodotto generazioni di cultori è diventato un musical. Costato oltre 16 milioni di dollari, il kolossal, che in inglese s’intitola Young Frankenstein (il giovane Frankenstein), andrà in scena a New York dall’11 ottobre.

È rimasto fedele al film, fatte salve alcune differenze. Essendo un musical, ha 17 canzoni nuove inventate da Brooks. Non lo interpretano più Gene Wilder, Gene Hackman e gli scomparsi Marty Feldman e Madeline Kahn, bensì delle star della tv. Infine è stata aggiunta qualche scena, battute nuove e il finale ha guizzi inaspettati. Però, se avete visto il film, sapete già che cosa vi aspetta nell’atto successivo.

La trama è la stessa: il rispettabile Frankenstein junior, cioè l’americano Dottor Frankenstin, con la i perché non vuole essere confuso con il famigerato avo, eredita dal nonno scienziato un castello in Transilvania e la formula per risvegliare i morti. Il problema è che risveglia un mostro che fa paura a tutti, anche a lui stesso, perché nessuno ne intravede la bellezza interiore.
Nel musical sono rimaste intatte le battute più famose, compresi i dialoghi tra Frankenstein junior e il suo gobbo assistente Igor (”Sono un chirurgo di una certa bravura, posso fare qualcosa per quella gobba?”. “Quale gobba?”). O tra il poliziotto e Frankenstein junior: (”Serve una mano?”. “No, grazie, ne ho già una”). O le scene più esilaranti, come l’incontro tra il mostro e l’eremita cieco o tra il mostro e la fidanzata frigida di Frankenstin.

Poiché però è un musical, cantano e ballano tutto il tempo. Per esempio, all’inizio il Dottor Frankenstin e i suoi studenti intonano: “Non c’è niente come un cervello”. Quando il fantasma di Frankenstein incoraggia il nipote a resuscitare i morti, la canzone è L’impresa di famiglia.

Per la frigida Elizabeth, che scopre i notevoli attributi del mostro, Brooks si è inventato il motivo Amore profondo. E mentre il mostro balla sul palco con Frankenstein junior, un gruppo di ballerini in smoking fa da coro, cantando: “Sooper Dooper!”.
Prima di arrivare al teatro Hilton di Broadway lo spettacolo è stato rappresentato a Seattle per quattro settimane di prova. È questa la seconda collaborazione tra Brooks, il suo coautore Thomas Meehan e la regista-coreografa Susan Stroman. La prima è stata, nel 2001, il musical The Producers, che valse alla squadra vari record: 12 Tony (gli oscar del teatro), prezzi mostruosi dei biglietti (480 dollari per i posti migliori) e oltre 3 milioni e mezzo di dollari incassati in un solo giorno al botteghino (www.youngfrankensteinthemusical.com).

Anche Young Frankenstein avrà prezzi spaventosi: 450 dollari per le poltrone delle prime file. Così l’81enne Brooks è stato accusato di essere un opportunista d’avidità insaziabile che se ne infischia dei poveri fan, perché i suoi biglietti possono permetterseli solo i broker di Wall Street dopo il premio di produttività di fine anno.

Comunque sia, l’evento è di quelli che tutti quanti aspettano. Il 10 settembre, primo giorno di apertura del botteghino, c’era una coda di 200 persone che si erano alzate alle 5 e mezzo del mattino per arrivare a Manhattan dai sobborghi di New York. Tutte in fila per conquistare un posto al cavernoso Hilton, adatto alle coreografie scure della storia e uno dei teatri più capienti di Broadway, con 1.821 posti.

Già a Seattle il pubblico era stato molto partecipe. L’attore Roger Bart, che interpreta il Dottor Frankenstin, confida: “Attrae cultori che lo sanno a memoria. È strano vedere il pubblico che ride prima che io pronunci le battute. Qualche volta le urlano prima di me”. Nel film Frankenstin era interpretato da Gene Wilder, attore incredibilmente sexy nonostante la faccia sbalordita. Bart, che era già stato uno dei protagonisti di The Producers, è noto soprattutto per il ruolo del mortifero fidanzato farmacista di Bree nel serial televisivo Desperate housewives. Brooks dice: “L’interpretazione di Gene Wilder era miracolosa. Ma Wilder non canta e non balla bene come Roger. Bart è la reincarnazione di Danny Kaye, il genio vocale dei film americani degli anni Quaranta e Cinquanta”.

La promessa sposa di Frankenstin, Elizabeth, bella, ricca e ossessionata dalla piega dei vestiti e dei capelli, nel film era interpretata con abilità da Madeline Kahn. Il ruolo è passato a Meghan Mullally, attrice amata da chi segue la serie tv Will & Grace, che sa recitare le bisbetiche alla moda. Già nel telefilm interpreta Karen, un’altra multimilionaria fissata con il guardaroba.

Brooks punta talmente al successo dello show che ha tirato fuori di tasca propria metà dei soldi della produzione. Ma alcuni critici, dopo aver visto il musical a Seattle, sostengono che, paragonato al film, è una pallida imitazione. Brooks, che s’aggira alle prove di Broadway in blazer blu e fazzoletto di seta rossa nel taschino, appare ultimamente stralunato perché non è ancora soddisfatto del suo spettacolo: “Bisogna toccare i sentimenti del pubblico” ripete. La sua canzone preferita è Ascolta il tuo cuore. “È la più bella che abbia mai scritto” dice. Fa così: “Frankenstein, tu sei il più grande scienziato del cervello al mondo. Ma, per una volta, scarica il cervello nello sciacquone e ascolta il tuo cuore”.

Tony Blair, la satira gliele suona con due musical

[i](Foto:<br>  [url=http://www.tonyblairthemusical.co.uk]www.tonyblairthemusical.co.uk[/url])[/i]
A distanza di poche settimane dall’uscita di scena del Primo Ministro Tony Blair, due musical raccontano la sua esperienza, come politico e come persona. Sono stati presentati al festival dell’arte di Edimburgo e ha luogo nelle prime settimane di agosto. Durante questa manifestazione la capitale scozzese si riempie di turisti dal Regno Unito e da tutto il globo, e ospita molti degli spettacoli teatrali più significativi della stagione successiva. Quest’anno i lavori presenti all’Edinburgh International Festival hanno toccato la cifra record di 2050.

Tony! The Blair Musical è realizzato da una compagnia di studenti e vuole essere il più divertente tra le due opere dedicate all’ex premier, con un Blair che chiede consigli al fantasma della principessa Diana e canta sommessamente “Sono Evita Peron“.

Tony Blair The Musical, invece, è realizzato da una compagnia professionale (nella foto). Essendo un musical, anche questo spettacolo è leggero, ma vuole ripercorrere le tappe fondamentali degli ultimi dieci anni di governo di Tony Blair.

L’idea di usare un musical per fare satira politica è interessante e originale, e avere come protagonista l’ex capo del governo è ardito, ma a colpire i vari esperti di politica, di comunicazione e di spettacolo è il fatto che gli autori siano molto giovani, mentre da parte dei professionisti della satira c’è una relativa quiete.

James Lark, autore, compositore e attore di Tony Blair The Musical, aveva 17 anni nel 1997, quando Blair è salito al governo. Lo abbiamo incontrato e ci ha spiegato che l’idea gli è venuta molto tempo fa. Ascoltando le parole del Primo Ministro, Lark è rimasto affascinato dalla sua retorica, fatta per appassionare il popolo e infiammare gli animi: Non è entrato in politica per cambiare il partito Laburista – è entrato in politica per cambiare il Paese…, recita il sottotitolo dello spettacolo. Il grosso del lavoro di Lark è stato proprio riportare queste frasi in musica, lasciandole il più vicino possibile alle originali. Secondo Lark, Blair sentiva il bisogno di farsi amare e le aspettative del popolo erano alte perché lui stesso le rendeva alte. Quello che l’autore ha voluto fare è stato adattare la musica alle parole, e non viceversa.

James Lark si considera socialista e quindi condivide almeno in parte le idee di Blair, ma - sostiene - non importa cosa si pensi di lui: è stato un uomo carismatico, che ha saputo guidare e cambiare una nazione, e questo musical vuole rendere omaggio alla sua storia, con obiettività, mettendone in luce tutti gli aspetti più importanti, come ha saputo reagire alla morte della principessa Diana e allo stesso tempo l’errore della guerra in Iraq (con la canzone Oh! What a lovely war against terrorism“, Oh! Che bella guerra contro il terrorismo”).

Secondo Lark questo spettacolo è fortemente politicizzato, ma non emette giudizi morali: lascia che sia il pubblico a decidere cosa pensare, e spera che nei prossimi anni servirà anche da memoria, per insegnare a chi ora è troppo giovane per capire quale sia stata l’importanza dei dieci anni di governo di Tony Blair.

I VIDEO
Ecco un servizio della BBC sul musical (da Youtube):

Il video “Party’s over”, da Tony Blair The musical (da Youtube):

L’Altà società di Vanessa Incontrada. L’attrice presto anche al cinema

Vanessa Incontrada in platea con un costume di scena.<br> [i](Marina Alessi / Photomovie)[/i]
È Vanessa Incontrada la nuova protagonista di Alta Società, il musical di Cole Porter diretto da Massimo Romeo Piparo in tournè al Teatro Nuovo di Milano (10- 29 aprile) e al Teatro Augusteo di Napoli (4-13 maggio). Una nuova prova per Incontrada, per la prima volta sul palco con un ruolo che fu di Grace Kelly, l’ultimo per l’esattezza prima di incontrare il principe Ranieri III per il quale ha scelto di abbandonare la carriera cinematografica. Sarà così anche per la simpatica attrice italo-spagnola, anzi “libera professionista” come lei stessa ama rispondere quando le si chiede quale lavoro svolga? “Faccio ciò che più mi piace, per carattere amo le cose semplici. Sono contenta, perché sto vivendo un bel momento della mia vita. Mi piace comunicare con le persone in tante maniere, mi mancava il teatro e mi è arrivato”. Fiumi di parole per Vanessa Incontrada, che spiega a Panorama.it: “Mi considero una persona coraggiosa, ogni cosa la faccio col cuore e penso che sia questa la mia forza. La televisione mi ha dato molto: Pupi Avati mi ha conosciuto grazie al piccolo schermo. Devo ringraziare Giorgio Gori per la Tv, Avati per il cinema, Lorenzo Suraci per la radio (Rtl 102.5, ndr) e adesso Piparo per il teatro. Ho amato i musical fin da bambina e ho accettato subito questa nuova proposta. Fino ad ora ho interpretato ruoli drammatici, sul palcoscenico mi sto divertendo, cantare per me è un onore e un’esperienza travolgente”. E Bisio? “Con Claudio stiamo lavorando molto per una nuova avventura con Zelig che ripartirà in ottobre. Per me lui è un artista a 360 gradi, nonché un vero amico sempre pronto a darmi buoni consigli. La prima cosa che faccio quando mi arrivano nuove proposte di lavoro è di chiamarlo”. Teatro a parte, Incontrada torna anche al cinema: il 13 aprile esce il film di Simona Izzo Tutte le donne della mia vita, girato a Stromboli insieme a Luca Zingaretti, Rosalinda Celentano, Michela Cescon, mentre a settembre sarà per la prima volta in Spagna con Todos estan invitados, un film drammatico che racconta il mondo dell’Eta, per la regia di Manolo Gutierrez Aragon.

Vanessa Incontrada in Altà società: il video
Vanessa Incontrada

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