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Napoli: San Carlo ha fatto la grazia

Napoli: San Carlo ha fatto la grazia
Di Carlo Puca

Splende il San Carlo restaurato, mamma se splende, in un giorno di sole che manco a farlo apposta. «Benvenuti nel teatro più bello del mondo» ripetono come un sol uomo le api operaie: ballerini, maestranze, truccatori; sarti, musicisti, lavandai. E ancora: geometri, attrezzisti, restauratori. Hanno l’enfasi del nuovo inizio. E quanta gioia c’è nelle loro parole, e quanto orgoglio per il totem risorto. Un miracolo. Continua

Fortapàsc, Marco Risi racconta Giancarlo Siani

Fortapàsc

Non era un eroe né si sentiva tale. Era un ragazzo di ventisei anni che voleva semplicemente fare il suo lavoro, il giornalista. Ma la camorra non gliel’ha permesso. Giancarlo Siani il 23 settembre 1985 è stato ucciso con dieci colpi di pistola, appena giunto sotto casa al Vomero con la sua Citröen Mehari verde: l’unico giornalista ucciso dalla camorra. E agli ultimi suoi quattro mesi di vita Marco Risi ridà voce con il film Fortapàsc, che il 27 marzo esce nelle sale italiane. Fortapàsc è un termine volutamente storpiato in napoletano che evoca il Fort Apache della tradizione western, per indicare lo stato di costante assedio da parte della malavita sotto cui si trovava la realtà campana.Interpretato da un ottimo Libero De Rienzo (lo stesso di Santa Maradona), Siani era giornalista - anzi, “abusivo, precario e a rischio” - al quotidiano Il Mattino, prima alla cronaca di Torre Annunziata, regno del boss Valentino Gionta, quindi a quella di Napoli. Tutto, in quel periodo, ruotava intorno agli interessi per la ricostruzione del dopo terremoto e Giancarlo vedeva, e capiva. Come un giglio nel fango, si muoveva fra camorristi, politicanti corrotti, magistrati pavidi e carabinieri impotenti.
Il regista di Mery per sempre riporta con lucido realismo e senza sensazionalismo la storia e la solitudine che avvolgeva il giovane, la sua umanità e normalità, senza stereotipi. Il cast è equilibrato con i toni del film e accanto a De Rienzo troviamo Valentina Lodovini nei panni di Daniela, la ragazza di Siani, e Michele Riondino in quelli di Rico, un amico e collega.

“Rimasi molto colpito dall’uccisione di Siani, mi chiesi subito cosa avesse fatto questo ragazzo che vedevo nelle immagini ferito a morte, come sorpreso, sembrava appoggiato come qualcuno che non avesse nulla da nascondere né alcun motivo per proteggersi” racconta Risi. “Non era una vittima predestinata, e non si aspettava certo di essere colpito all’improvviso”.
A pochi giorni dal boom di ascolti per la trasmissione di Fabio Fazio con Saviano, la vicenda di Siani è ancora molto attuale. “Sappiamo tutti quanto la Campania sia costantemente sotto osservazione per ciò che vi accade” prosegue il regista. “Ma mentre in Gomorra tutto appare disperato, nel nostro caso e nonostante alla fine è la speranza ad essere uccisa, io mi auguro che lo spettatore possa provare il desiderio di somigliare al nostro protagonista. Fortapàsc è per me un film necessario – soprattutto nella Napoli umiliata e offesa di oggi – perché Giancarlo Siani può diventare un raggio di luce, una nuova speranza”.

Il trailer di Fortapàsc da YouTube:

Cannavaro, Gomorra e l’Italietta con cui fare i conti

Fabio Cannavaro

Non si placano le polemiche su Gomorra, il film di Matteo Garrone tratto dal best seller di Roberto Saviano, che rappresenterà l’Italia alla notte degli Oscar 2009. Lo scorso aprile al Festival di Cannes era stato un addetto ai lavori, il regista napoletano Pasquale Squitieri, a criticare il film con toni aspri. Ma questa volta ad accendere la miccia è un rappresentante dell’italianità che col cinema ha poco a che fare: Fabio Cannavaro, il capitano della nazionale campione del mondo in Germania nel 2006 e ora in forza al Real Madrid, in un’intervista al settimanale Chi. “Spero che vinca l’Oscar, ma non gioverà all’immagine dell’Italia. Abbiamo già tante etichette negative”, afferma il campione di Napoli. L’indiscrezione passa ad alcune agenzie alcuni giorni prima della pubblicazione. E giù fiumi di inchiostro sui giornali e levate di scudi in difesa del film. Oggi però il fuoriclasse napoletano fa marcia indietro nel suo sito ufficiale. “L’affermazione che il film Gomorra leda all’immagine italiana all’estero non è virgolettata e quindi dichiarazioni non attribuibili a Fabio Cannavaro, ma ad interpretazioni personali del giornalista”, puntualizza. “La mia voleva essere una difesa nei confronti di chi non ha niente a che fare con la camorra e con quelli che vogliono investire in modo onesto, insomma di tutta la gente per bene che vive in quei territori, e la mia paura è che invece all’estero Napoli e la Campania vengano associate alla Mafia, alla spazzatura e non invece alle tante cose belle che ci sono”. Eppure c’è chi trova del tutto plausibili le ragioni della sua “entrata a gamba tesa” su Gomorra. “Cannavaro è un laico del mondo del cinema, estraneo al mondo dello spettacolo e per questo le sue opinioni possono risultare più innocenti. Credo che la sua uscita sia stata guidata più da amor patrio che spirito polemico, anche se è stata letta dai media in questo senso. Ma qualche ragione Cannavaro ce l’ha”, dice a Panorama.it il professor Mario Morcellini, preside di Scienze della comunicazione alla Sapienza. “Se il libro e il film possono indiscutibilmente avere un impatto positivo per la coscienza nazionale, d’altra parte il trasferimento in ambito internazionale può provocare un effetto opposto ingigantendo involontariamente alcune parole, soprattutto sugli spettatori non colti del film. Certo l’immagine dell’Italietta ormai non è più dominante, ma resiste e purtroppo dobbiamo ancora farci i conti”.

Il VIDEO servizio:

Il cinema d’agosto è gratis: rassegne in tutta Italia

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Cinema all’aperto nel supercarcere dell’Asinara per “Pensieri & Parole: dal libro al film”

“Un festival di qualità e interamente gratuito, perché la cultura cinematografica non si deve pagare”, così si dichiara l’”Est Film Festival di Montefiascone (Vt). E all’esordio di agosto è ancora possibile godersi i suoi sgoccioli. Così il primo del mese si può dapprima assistere alla presentazione (ore 12, Rocca dei Papi) del dvd de Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti, film vincitore di “Est Film Festival 2007″, con backstage e immagini inedite, quindi alla proiezione di Dilettoinletto di Marco Carniti (ore 17.30, Rocca dei Papi) e L’uomo giusto di Toni Trupia (ore 22, Piazzale Frigo). Per chiudere il 2 agosto (ore 17.30, Rocca dei Papi) con le premiazioni e la visione dei film vincitori e incontro con i registi.

Ma tante sono le manifestazioni estive dove godersi del buon cinema potendo dimenticare il portafogli a casa.
Nell’Estate romana non potevano mancare rassegne cinematografiche all’aperto e free. Nel quartiere Tor Marancia con “La cittadella del cinema 2008” i film si gustano in uno spazio verde munito di stand e punti di ristoro. Tra i titoli, sono diversi i film che hanno animato la recente stagione cinematografica: Il Petroliere (2 agosto, 21.30), Amore, Bugie & Calcetto (5 agosto), Non è mai troppo tardi (6 agosto), Giorni e nuvole (8 agosto), Io sono leggenda (9 agosto).
Chi va matto per la settima arte, in Capitale non può perdere “Cinema… che follia“, al parco del Santa Maria della Pietà dal 7 al 24 agosto, rassegna che accosta film più recenti a titoli del passato tramite il filo conduttore della follia, elemento di disagio umano oppure raffinatezza della sceneggiatura per presentare la rottura del senso comune. Ecco così, tra i vari, Febbre da cavallo (8 agosto, ore 21), Caramel (9 agosto), Persepolis (12 agosto), Il sorpasso (15 agosto), Good bye Lenin (21 agosto), Dall’altra parte del cancello (22 agosto).
A Milano ogni sabato alla Triennale Bovisa è da cinema gratuito all’aperto, fino a settembre, con “Doppia Visione 2008″ (qui il programma in pdf) al profumo d’Oriente: da La Tigre e il Dragone di Ang Lee (9 agosto, ore 21) a Still Life di Jia Zhang-ke (16 agosto) o Il matrimonio di Tuya di Wang Quan’an (30 agosto).

All’interno de “Le isole del cinema“, “Pensieri & Parole: dal libro al film” offre l’occasione speciale di trasformare il supercarcere dell’Asinara in una sala cinematografica. Gratuita. Le stille finali il 2 agosto con Caos calmo di Antonello Grimaldi (ore 21) e il 3 agosto con Lupo Mannaro di Antonio Tibaldi, dal libro di Carlo Lucarelli (ore 21).
A Trieste “Cinema all’aperto” offre non solo le proiezioni (alle 21), ma anche i pop-corn per tutti (qui il volantino in pdf). Da annotare: 5 agosto Hairspray - Grasso è bello, 19 agosto La tigre e la neve, 26 agosto Emma sono io.

Nei dintorni di Empoli, cinema gratis presso il giardino della scuola elementare di Ponte a Elsa (ore 22). In programma Pirati dei Caraibi ( 2 agosto), Thank you for smoking (23 agosto), Garfield 2 (30 agosto), Scoop (6 settembre).
Napoli invece, con “Un’estate al Madre”, rassegna di danza, cinema e musica in programma al Museo Madre, regala a chi rimane in città venti film d’autore tutti prodotti nel 1968. Ma solo di sabato. Da Storia immortale di Orson Welles (9 agosto, ore 21.30) a Flash di Paul Morrissey, prodotto da Andy Warhol (16 agosto), fino a Fando y Lis di Alejandro Jodorowsky (30 agosto). Qui il programma completo in pdf.

Meg canta la delizia della psiche e Napoli città aperta


La copertina di Psychodelice (Foto: Umberto Nicoletti)

Annunciata dal singolo Distante, il 18 aprile esce la delizia della psiche di Meg, ovvero Psychodelice, il secondo album da solista per la cantante ex 99 Posse. Dopo l’intimistico Meg (2004), il nuovo lavoro dell’artista napoletana, pubblicato dalla sua etichetta Multiformis, scorre tra ritmi più movimentati, in una sperimentazione non esasperata, con un sound elettronico di base. Non per nulla è co-prodotto da Stefano Fontana, meglio noto nei club di electro-house come Stylophonic. E a co-produrre alcuni brani ci sono anche il musicista Mario Conte e Danilo Vigorito, apprezzato nel mondo techno, house e underground.
Qui il video promo di Distante, da Youtube:


Psychodelice è il neologismo che Meg ha inventanto perché l’album rappresenta per lei un viaggio alla conoscenza di sé che, nel bene e nel male, dà un benessere impagabile, ed è il migliore e il più efficace degli antidoti contro gli innumerevoli problemi della vita (originariamente il disco doveva chiamarsi Antidoto). La cantante, cresciuta artisticamente nei centri sociali, accenna a un ritorno alla denuncia politica, cantando in inglese, in Promises e Running fast (ispirata alla morte di Carlo Giuliani). Ma non manca qualcosa tra il sentimentale e l’ironico, come in È troppo facile e Distante. E soprattutto, tra le dieci tracce, c’è Napoli città aperta, canto di amore e dolore per il capoluogo campano.
Panorama.it ne parla con Meg.

Meg, secondo album da solista, più aggressivo e danzereccio - senza esagerare - rispetto al precedente più intimo e delicato. Un’altra sfaccettatura di Meg donna e artista, che richiama un po’ di più le origini nei “99 Posse”?
Ogni disco rispecchia secondo me il relativo periodo della vita di chi lo ha scritto. Così, per esempio, il mio lavoro precedente parlava in buona parte della necessità psichica - dopo circa dieci anni di sovraesposizione e tinte forti - di avere un momento tutto per sé, raccolto ed intimo. Durante tutta la scrittura di Psychodelice, invece, ho sentito forte l’esigenza di far convivere, armonizzandole, due parti emozionali di me, in apparenza agli antipodi, ma che invece finiscono per essere essenziali l’una all’altra, completandosi. Quella più delicata e femminile, che era venuta fuori in maniera così evidente nel disco scorso, e quella più sfrontata, danzereccia, estroversa, insomma, quella più da maschiaccio, della quale non potevo proprio più fare a meno.
Nell’album ci sono tre canzoni in inglese (”Promises”, “Running fast” e “Laptop Love”), e anche alcuni interventi in inglese in altri testi in italiano (la fine di “Napoli città aperta” e di “Permesso?”): come mai questa scelta?
La convivenza di due lingue secondo me può essere un’interessante ricchezza espressiva. Soprattutto se supportata da un sound compatto che “uniformi i sapori”. Scrivere e cantare in inglese è una cosa che ti dà possibilità di soluzioni ritmiche, metriche e testuali che l’italiano non può darti, e viceversa.
L’uso che fai della voce è molto particolare: è un processo spontaneo o è il frutto di una ricerca vocale “studiata”?
Sono partita da un uso della voce totalmente istintuale ed emozionale, solo quando la musica è diventata il mio lavoro vero e proprio, ho cominciato a studiare canto e a sentire la necessità di andare alla ricerca delle sfumature e delle potenzialità della mia voce.
Con Meg non si può non parlare di Napoli, città “sola”, “dolce creatura” quando dorme, che al sorgere del sole è un mostro che si sveglia per la fame. Come scrivi e canti in “Napoli città aperta”. Parole sempre attuali, oggi ancor di più per la situazione del capoluogo campano. Cosa senti nel vedere la tua città sepolta da rifiuti?
Scritta due anni fa, questa canzone è una delle mie predilette del disco. Ho preso in prestito il titolo dal famoso film di Rossellini, Roma città aperta, perché Napoli è una città sempre in guerra, sempre sotto assedio. Invasa, stuprata e offesa quotidianamente da forze legali ed illegali, istituzionali e criminali, occulte e non, è una terra che sanguina come fosse una vena aperta. Le responsabilità sono sia della criminalità organizzata sia della politica. Quest’ultima non ha mai realizzato, né mai lontanamente pensato di realizzare, un progetto reale e concreto, di sviluppo sul territorio. Nel vedere la mia città versare in queste condizioni provo dolore e rabbia, ma un dolore e una rabbia che si proiettano nei confronti di tutto il paese. Napoli non è che lo specchio di come funziona l’Italia.
Napoli è una città da amare ma da cui fuggire?
Ho sempre vissuto a Napoli, non me ne sono mai andata, ma semplicemente perché ho avuto la fortuna che non hanno avuto migliaia e migliaia di giovani della mia età e della mia terra, che invece sono stati e sono costretti ogni giorno a partire, fuggire, andare alla ricerca di un futuro dignitoso che qui gli è negato. Io ho avuto la fortuna di non dover “subire” una scelta non voluta. Resta il fatto che il mio rapporto con la città è molto conflittuale.
Personalmente, vedi una soluzione al problema “monnezza”?
Certo che c’è una soluzione! altrimenti come farebbero nelle altre città o negli altri paesi ad affrontare la questione rifiuti? Dalla raccolta differenziata al regolare funzionamento degli impianti di smaltimento, dalla lotta alla corruzione all’impegno dei politici tutto si può e si deve fare! Per quanto il problema sia complesso ed incancrenito, è sbagliato pensare che non ci sia niente da fare: è un pericoloso meccanismo mentale che subdolamente innesta rassegnazione e disimpegno.
Credi che gli artisti e gli intellettuali napoletani possano fare qualcosa per Napoli?
Portare speranza, e con essa, ridare potere alla parola. Alla parola della gente.
Dalla politica ti aspetti qualcosa di concreto per la tua città?
La classe politica è agli occhi dei cittadini di questo paese quanto di più lontano ci sia dal concetto di “politically correct”! I politici italiani sono un paradosso vivente: dovrebbero pensare unicamente al benessere pubblico ed invece pare che ormai senza pudore alcuno, dimostrino una vorace ed unica passione nei confronti dei propri interessi privati. I politici sanno perfettamente che c’è una questione meridionale ancora aperta e ancora irrisolta in maniera drammatica, e sanno ancora meglio che la prima potenza economica del Paese è costituita dalla criminalità organizzata. Dal futuro governo mi aspetterò cose concrete solo nel momento in cui vedrò degli sforzi concreti atti a realizzarle. Fino ad allora, le parole e le promesse dei politici risuoneranno alle mie orecchie come qualcosa di vacuo e fastidiosamente ipocrita.
Tuoi progetti futuri-imminenti?
Sarò in turnée per i prossimi mesi, l’uscita di un nuovo disco è, in tutti i sensi, un po’ l’inizio di un nuovo viaggio e di una nuova avventura.


Meg a New York (Foto: Umberto Nicoletti)

Se dal letame nascono fiori, dall’immondizia nascono film. A Napoli


La monnezza nel DNA

Gennarino è napoletano, ha tredici anni e da grande vuole fare il medico. Peccato che il suo sogno s’imbatta in un male incurabile, provocatogli dalla diossina ritrovata nel sangue. E muore.
Crudo e diretto, come solo i ragazzini sanno essere, è questo il soggetto del cortometraggio scritto dalla terza A della scuola media di Afragola, Napoli: La monnezza nel DNA. Girato dall’8 al 10 aprile, il cast è composto dagli stessi scolari dell’istituto “G. A. Rocco”, con la regia di Francesco e Sergio Manfio. Il corto va a comporre il quartetto di soggetti scelti tra centinaia di progetti per la diciannovesima edizione del progetto “Ciak Junior“, che andrà in onda su Canale 5 a fine maggio. La prima delle quattro pellicole è stata girata a Cinisello Balsamo, dal 31 marzo al 2 aprile, dalla terza D della scuola media “Marconi”, e verte sul bullismo. Qui una clip estratta dal cortometraggio:

“La prova”

E se De André cantava che dal letame nascono i fiori, l’attualità dice che dalla monnezza nascono film. Infatti, ancor prima del prodotto adolescenziale di Afragola, già un mese fa era uscito il documentario Biùtiful cauntri, girato nella Campania sepolta dai rifiuti, tra scarichi abusivi di sostanze pericolose e distese di ecoballe a pochi metri da campi coltivati. E l’11 aprile sono approdati nelle sale due pellicole partenopee. Dopo il debutto record in Campania, dove in dieci giorni di programmazione, con trenta copie distribuite, ha raccolto quasi 300 mila euro, esce in tutta Italia la commedia Ci sta un francese, un inglese e un napoletano, scritta, diretta e interpretata da Eduardo Tartaglia. E, girato totalmente a Napoli sotto la regia di Francesco Ranieri Martinotti, arriva anche La seconda volta non si scorda mai, con il comico napoletanissimo Alessandro Siani e l’ex velina Elisabetta Canalis per la prima volta in un vero ruolo cinematografico.


La monnezza nel DNA

Biùtiful cauntri, il dramma dei rifiuti tossici va al cinema

Davanti alla discarica: “Ve ne dovete andare, qui non potete filmare, è privato”. “Ah sì, e di chi?”. “Dello Stato”. Se fosse una battuta, sarebbe la più bella del film. Ma non è una battuta e non è neanche un film. Biùtiful cauntri è il documentario che Esmeralda Calabria, Andrea D’ambrosio e Peppe Ruggiero hanno girato in quella Campania che ha già agghiacciato il mondo intero con le sue immagini di rifiuti accumulati in città e con i suoi cittadini che protestano, fanno barricate e bloccano strade e ferrovie.
A quelle già viste e già sentite Biùtiful cauntri aggiunge altre immagini e altre voci: quelle degli scarichi abusivi di rifiuti pericolosi da parte dell’Italia industrializzata e quelle del contadino che vede crescere una sterminata distesa di ecoballe a due metri dal suo campo di fragole. E poi le voci della famiglia che raccoglie da terra gli agnellini che muoiono ogni giorno ed è costretta a sopprimere il gregge, unica fonte di guadagno, perché è tutto contaminato da diossina.
Lo scenario che si profila è apocalittico, è quello della distruzione sistematica di un territorio, le cui terre e le cui acque sono intrise di fanghi tossici.
Eppure, raccontano i documentaristi, l’Italia sembra essersene accorta solo dopo le rivolte di Pianura: prima di allora solo troupes giapponesi, tedesche, inglesi, andavano lì a filmare. C’è chi dice che è la Chernobyl italiana, ma non è scoppiata all’improvviso. Biùtiful cauntri uscirà nelle sale il 7 marzo, e nascerà contemporaneamente anche il sito biutifulcauntri.it. Perché, oltre alle ferite, si riapra anche il dibattito.

Il promo

Napoli, Milano, Genova: i cantieri della discordia

L'acquario dopo la ristrutturazione nell'area di Bagnoli. (credits: Bagnoli futura)
Da Nord a Sud cambiano identità alcuni luoghi simbolo dell’identità industriale italiana: un mutamento lento e controverso in cui i territori delle antiche fabbriche diventano laboratori di sperimentazione per case, uffici, spazi pubblici e attività imprenditoriali. Con un occhio alla sostenibilità.

A Bagnoli nei 120 ettari prima occupati dall’Italsider e dall’Eternit saranno ultimate tre opere entro il 2008: il parco dello sport, la porta del parco e l’acquario per un totale di 74 milioni di euro. L’idea è di rendere autonomi gli edifici con pannelli fotovoltaici e limitando la dispersione energetica. Eppure, intorno all’area che sarà riqualificata, l’antico quartiere di Bagnoli stenta a ritrovare un’identità, come ha testimoniato il libro di Ermanno Rea La dismissione.
Vista di una collina lungo la costa di Bagnoli. (credits: Bagnoli futura)
Nell’area delle acciaierie Falck di Sesto San Giovanni, ai confini di Milano, saranno costruiti condomìni alti dai 25 ai 100 metri: gli edifici per gli uffici, invece, avranno otto piani e saranno ospitati lungo una strada orientata sulla direttrice est-ovest. La mobilità nel nuovo quartiere pensato da Renzo Piano sarà assicurata da Elfo, un veicolo a idrogeno o elettrico. L’anno scorso, prima dell’inizio dei lavori in un’area di più di un milione di metri quadrati, sono stati allontanati dalle forze dell’ordine gli abitanti abusivi degli ex capannoni industriali: ottocento persone (che il Comune di Sesto ha promesso di assistere) e trecento nomadi.
Una strada della zona destinanata ai servizi nel progetto Renzo Piano. (credits: Renzo Paino Building Workshop)
Immagini delle industrie Falck a Sesto San Giovanni. (credits: Renzo Piano Building Workshop)
A Genova l’ampiezza degli spazi destinati alle riparazioni è l’oggetto della contesa degli operatori del porto (750 milioni di euro di fatturato e 2700 posti di lavoro) nei confronti del progetto di riqualificazione di Renzo Piano: presentato nel 2004 con il nome di Affresco, dopo continue modifiche è stato adottato lo scorso marzo dalle istituzioni locali come piano regolatore. Le polemiche, però, non sono finite. L’ultimo braccio di ferro è sull’arrivo e sul posizionamento del sesto bacino, una struttura destinata ai lavori navali. Nel frattempo l’architetto genovese ha pensato bene di regalare i disegni per la ridefinizione del waterfront di Genova al Muma, il Museo del Mare. Il pubblico, almeno sulla carta, può godersi il nuovo porto.
Un'immagine del waterfront secondo il progetto di Renzo Piano. (credits: Renzo Piano Building Workshop)

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Napoli: così la camorra si fa vedere in teatro

Roberto Saviano ancora non immaginava le conseguenze del suo Gomorra: il premio come miglior opera prima, gli applausi e le polemiche, le minacce di morte, la vita blindata e sotto scorta. Ma quando ancora l’autore stava raccogliendo materiale e stava scrivendo le prime pagine del libro, i due autori teatrali Mario Gelardi e Ivan Castiglione si erano già interessati all’opera. E - in tempi non sospetti - avevano chiesto a Saviano di comporre una versione per la scene. Quell’adattamento di Gomorra è ora approdato in palcoscenico, prodotto dallo Stabile di Napoli, e rappresentato in apertura della programmazione 2007/2008. Con Ivan Castiglione sul palco a vestire i panni dello stesso Saviano e con Mario Gelardi come co-autore e regista. Lo spettacolo resterà in cartellone fino al 18 novembre 2007.
Nel frattempo, arriva in libreria La camorra sono io (Graus Editore). È un testo teatrale a firma di di Roberto Russo (già andato in scena al Teatro La Perla di Napoli) che distoglie lo sguardo dalle responsabilità criminali dei clan per indagare invece le spesso taciute corresponsabilità dell’intera società napoletana. Tra le vittime della faida di Scampia e i boss in ascesa, compare nell’opera di Russo anche “il Borghese”: l’uomo qualunque, che in una sorta di outing rivendica la propria ideale appartenenza a un modo di agire compiacente e omertoso, tipico del Sistema Camorra. Una visione amara, quella dell’autore, per dire che a Napoli non c’è innocenza, perché non esistono zone franche. Il libro sarà presentato Mercoledì 7 novembre 2007 alle ore 18.00, alla Fnac di via Luca Giordano 59 a Napoli.

Raiz, l’ex Almamegretta racconta la Napoli di oggi: “un luogo immobile”

Era il 1992 quando gli Almamegretta uscivano con il loro fortunato minicd d’esordio: Figli di Annibale. Raiz, il cantante di quella formazione, ha sempre rappresentato un simbolo di lotta al grigiore culturale e morale della sua città. I suoi testi, così graffianti, di denuncia, hanno fatto aprire gli occhi a una società poco attenta ai fenomeni che pian piano emergevano dalle periferie. Raiz (vero nome Gennaro Della Volpe) ha poi continuato, come gli stessi Alamegretta hanno fatto, la sua esperienza, diventando un solista. Ora a 15 anni di distanza dal suo esordio discografico si riaffaccia sulla scena musicale con Uno, il suo secondo lavoro. Panorama.it lo ha intervistato.
Hai scelto il titolo Uno perché rispecchia una sorta di tutt’uno, ossia qualcosa che ti rappresenta interamente?
Sì, è questo in pratica il concetto. Si sarebbe potuto chiamare anche unicum proprio per quello che dicevi. È un tutt’uno di spiritualità, sensualità, diverse atmosfere musicali che cerco di riportare a casa e di rimettere tutte insieme.
Parlavi di atmosfere sonore. Uno è un disco con tanti rimandi a musiche che, alla fine, provengono da ogni parte del mondo e tutte velate da una certa malinconia.
La malinconia fa parte di questo album che, a sua volta, è volutamente crepuscolare e dark. Fondamentalmente, però, è un disco di musica mediterranea. Certo, molti associano la stessa musica mediterranea alla solarità, invece, qui troviamo come filo conduttore la malinconia.
Nell’album ti sei avvalso della collaborazione di Eraldo Bernocchi
Lui viene dall’ambient, dall’elettronica, e ho voluto lavorare con lui per avere sì canzoni mediterranee, ma con un respiro europeo e soprattutto per avere un suono più scuro e misterioso. In pratica, volevo un disco che suonasse reggae, dub e anche molto urbano.
Com’è uscita questa tua anima più oscura?
Ce l’ho sempre avuta. Io non sono uno chiaro, lo si vede anche in quello che scrivo: c’è molta introspezione nelle mie parole.
Dall’album precedente Wop (nel quale era forte il tema dell’emigrazione) fino ad arrivare a Uno. Qual è stato il percorso?
Quando ho realizzato l’album Wop ero appena uscito dagli Almamegretta, quindi si trattava di un lavoro che cercava di guardare intorno. Un disco necessario per arrivare da qualche altra parte. Uscito dalla band sono tornato, parliamo sempre musicalmente, nei posti in cui ero stato con loro. Con Uno ho cercato, invece, di definire la mia ragion d’essere di cantante solista e di cantante di musica mediterranea moderna.
Si parlava di Mediterraneo. Non possiamo non parlare di Napoli a questo punto. La tua città cosa rappresenta ora per te?
È un punto di partenza genetico. Il fatto poi di essere napoletano mi ha permesso di guardare il mondo con maggiore sensibilità e mi ha permesso di aprirmi alle musiche mediterranee. Mi sono poi accorto che le canzoni di questo lavoro avevano bisogno di una lingua molto mediterranea. E quale migliore lingua del napoletano?
Napoli è sempre stata una città molto viva da un punto di vista culturale. Ora come la vedi? Esiste ancora questa voglia di essere protagonisti oppure no?
Secondo me è un po’ ferma. Io sono affezionato a una Napoli in continuo cambiamento, quella che era in passato. La stessa città che Walter Benjamin definiva “la città porosa” che assorbe, assorbe senza rilasciare mai. C’erano tanti elementi che arrivavano a Napoli, si fermavano e la arricchivano.
E invece?
C’è una tendenza a cristallizzare tutto. A fermare, a chiudere. Sento spesso dire: “Questo è il napoletano originale”, come se fossimo in un museo. Capite che così non va.
Cosa ti aspetti da Napoli?
Spero, per esempio, che il fenomeno dell’immigrazione, con tutti i problemi che purtroppo comporta (non ci possiamo nascondere dietro a un dito), porti una contaminazione positiva. Sarebbe bello vedere, tra qualche anno, i figli dei senegalesi che parlano il dialetto arricchito da qualche vocabolo africano.

Cinema, di SImona Santoni
Musica, di Gianni Poglio
Televisione, di Marida Caterini
Sport? Quale sport? di Emanuele Rossi
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