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Di Sandra Pertignani
Lo paragonano a Pedro Almodóvar, ma “paragonare una persona a un’altra è sempre riduttivo” osserva Margherita Buy, una delle sue attrici predilette. Ferzan Ozpetek è Ferzan Ozpetek. New York gli dedica, al Moma dal 4 al 14 dicembre, l’onore non comune di una retrospettiva, promossa e organizzata dalla Cinecittà Holding col ministero dei Beni culturali. Intanto esce dalla Mondadori un libro fotografico, in doppia versione italiana e inglese, dedicato a lui e al suo cinema, con testi raccolti, provocati, scritti da Laura Delli Colli, cronista cinematografica di Panorama, che lo presenterà a New York (anche all’Istituto di cultura, con lo scrittore Antonio Monda) durante la settimana della manifestazione. Titolo Ferzan Ozpetek. Ad occhi aperti. Perché, dice il regista: “Io voglio vivere con gli occhi aperti”.
Sarà un caso che Ferzan, in turco, la sua lingua madre, voglia dire “prima luce dell’alba”? Certamente no, pensa Ozpetek, cultore di oroscopi e analista di destini, e va oltre: “Guardare non basta, bisogna vedere”. Il suo cinema vede la vita quotidiana, il desiderio, i sentimenti nascosti e tormentosi, l’aspirazione al divino. E lo fa, in genere, col ritmo di una sarabanda danzata da un gruppo di amici, legati da contraddittorie, ma sempre forti, emozioni. Con uno sguardo affettuoso e profondo sul mondo femminile. “È evidente che le donne gli piacciono molto, le stima” commenta una sua sostenitrice fin dalla prima ora, Natalia Aspesi. “E non per quella banalità che vuole gli omosessuali per forza sensibili all’universo femminile. È una questione di umanità, di empatia che lui ha molto spiccate. Lo ammiro come persona e come autore, mi commuove. E, a proposito di omosessualità, Ozpetek sa trattare il tema con una grazia e una leggerezza speciali, con realismo e senza moralismi”.
A lei piace un film fra i più discussi, Cuore sacro, del 2005, con una convincente Barbora Bobulova, che racconta una complicata conversione, umana e religiosa. “Sono di un ateismo forsennato” racconta Aspesi “ma lui mi ha spiegato cos’è la fede, suscitando in me una certa inquietudine”. Cuore sacro è uno dei film di Ozpetek più complessi, meno leggeri, ma che corrisponde, nello sbandamento contemporaneo, al grande bisogno di radicamento, di abbandono, di sacrificio, in cui le donne sono in prima linea. “Mi ha insegnato a far vincere le emozioni sulla ragione” confessa Bobulova nel libro. È un sentimento, il suo, condiviso da tante protagoniste di questo cinema, attrici che rivelano di sentirsi capite dal regista come mai prima, toccate così intimamente da riuscire a tirar fuori una parte recondita di se stesse, nuova persino.
Ambra Angiolini, che nel malinconico e rasserenante Saturno contro ha convinto la critica più severa con un personaggio non facilissimo, dice: “È imbarazzante la sua capacità di farti esplodere dentro cose segrete. Ti obbliga a un salto, a una decisione su te stessa. Come nei momenti cardine della vita. Prima eri una persona, poi sei un’altra, migliore”. E Buy: “Per me Le fate ignoranti ha rappresentato una svolta professionale e una crescita esistenziale. E in Saturno contro Ferzan mi ha obbligata a una trasformazione del personaggio, delle sue emozioni complesse, mettendomi felicemente alla prova, facendomi sentire sempre apprezzata”.
Tutte vorrebbero essere per lui quello che, prima Carmen Maura, ora Penélope Cruz è per Almodóvar (ancora lui) e si dicono pronte a lavorare nei suoi film anche solo per una comparsata. Ha detto Stefania Sandrelli in una riflessione scritta apposta per il libro: “Abbiamo lavorato insieme neanche una settimana in tutto (in Un giorno perfetto, ndr) e, quando ho finito, mi mancava come se mi fossi innamorata di lui”. Milena Vukotic, che in Saturno contro ha fatto una piccola, significativa partecipazione: “Lui s’innamora subito dei suoi attori, ed è ricambiato. Ciò che conquista è la sua grande capacità di trasmettere una sincera partecipazione a quello che ognuno ha di diverso. Gli voglio bene e l’ammiro”. Isabella Ferrari dice che le sembra un capofamiglia, “una madre, un padre, che ti schiaffeggia e poi ti accarezza”. Gli deve l’espressione matura della sua forte sensualità, un senso gratificante di esclusività che diventa tristezza persino, quando sul set pensi “che poi quel film finirà e che forse con lui non sarà più così”.
Ma sembra proprio che la magia continui anche fuori dal set. Ozpetek riesce a suscitare questo coro di reazioni anche da parte maschile, da Alessandro Gassman a Stefano Accorsi, tutti che gli restano legati, tutti amici. Un clan. Il segreto è l’amicizia, dice lui. Niente, nemmeno l’amore, vale quanto l’amicizia. “È come l’acqua”. Vorrebbe essere il genio nella lampada e soddisfare i desideri degli altri. E s’impone nelle loro vite. Riempie gli amici di messaggini. È affettuoso, presente. Con Serra Yilmaz si conoscono da 11 anni, dice che gli ha insegnato “ironia, leggerezza e un sano realismo”. La vuole in tutti i suoi film, anche solo per un’apparizione rapida, come un portafortuna. Lei, da Istanbul dove sta girando per la tv, replica con altrettanto entusiasmo: “Ormai siamo oltre l’amicizia. È come un parente. Possiamo litigare violentemente, ma non succede niente di grave. Siamo sempre là, saldi come roccia nella vita l’uno dell’altra. Anche lui ha un grande senso dell’umorismo. Lo stesso mio. Ci facciamo scherzi pazzeschi, surreali”.
La vita entra nei film e dai film le immagini ritornano nella vita. Come il gazometro delle Fate. “Monumento alla spensieratezza della mia gioventù” quando da Istanbul si trasferì ventenne a Roma per studiare e lavorare nel cinema. Da aiutoregista prima, poi piano piano realizzando i suoi sogni. E viveva già lì, davanti al gazometro. Ancora ci vive, in quella cucina che compare nelle sue storie dove Delli Colli lo intervista mangiando i dolcetti della pasticceria sotto casa. Pasticceria che entrerà in La finestra di fronte. Una leggenda metropolitana, racconta l’autrice, vuole che il gazometro non sia stato demolito in omaggio all’aura che gli ha sprigionato intorno il suo film.
Tutto alla luce del sole, nell’esistenza e nel lavoro di questo regista amatissimo. Possibile? E l’ombra dov’è? Ozpetek è stato in analisi, confessa punzecchiato da Delli Colli, e descrive la terapia con una frase lapidaria: “Un dolore che libera dal dolore”. Un dolore che non coincide necessariamente con la morte (come in tutti i suoi film finora), il dolore della vita. Che aspetta di essere raccontato.
Strade intasate, taxi incolonnati per centinaia di metri e una folla enorme, difficile da quantificare, hanno trasformato Times Square in una bolgia gioiosa. Fino alle alle tre del mattino (ora di New York) decine di migliaia di persone hanno festeggiato senza sosta la vittoria di Barack Obama. Poi, nel corso della notte i festeggiamenti si sono trasferiti per le strade del Queens e di Harlem. Nel video qui sotto, alcune immagini girate in Times Square un attimo prima del discorso del neopresidente al Grant Park di Chicago.
Times Square in festa
Natalie Portman sul set del film
Le prime immagini del film corale New York, I Love You circolano ormai sul web. Il trailer della pellicola dichiarazione d’amore all’amore stesso e alla “città che non dorme mai” e “mai smette di sognare”, come dice il teaser, è stato appena rilasciato. Si possono intravedere spezzoni dei dodici episodi, firmati da altrettanti registi, che inscenano storie romantiche che hanno per sfondo l’Empire State Building, i ponti di Brooklyn e Manhattan o i grandi teatri di Broadway. Mentre volti ben noti come Orlando Bloom, Robin Wright Penn, Christina Ricci e Shia LaBeouf attraversano le strade newyorchesi.
Il primo trailer americano da YouTube:
A firmare i dodici episodi, che hanno gli stessi produttori - e lo stesso formato - del famoso Paris, je t’aime (2006), sono Yvan Attal, Allen Hughes, Shunji Iwai, Wen Jiang, Joshua Marston, Mira Nair, Brett Ratner, Andrei Zvyagintsev, Fatih Akin, Randall Balsmeyer, Shekhar Kapur, che sostituisce per la storia “Upper East Side” Anthony Minghella, il regista de Il paziente inglese, deceduto poco prima dell’avvio della produzione. Oltre a questi, è da annotare l’esordio dietro la macchina da presa delle due attrici Scarlett Johansson e Natalie Portman. Ed è stato proprio il cortometraggio girato dalla Portman a suscitare polemiche. Nel teaser la diva d’origine israeliana è in abito da sposa, in procinto di unirsi in matrimonio secondo la tradizione hassidica, il ramo più ortodosso del giudaismo. L’attore che interpretava il suo promesso sposo, Abe Karpen, professa la fede hassidica e ha dovuto lasciare le riprese in seguito a pressioni da parte della sua comunità religiosa che è contro il cinema, la televisione e internet.
In altre scene del trailer compaiono un solitario Kevin Bacon seduto di fronte l’oceano, Orlando Bloom che apre la porta a una Chrstina Ricci che nasconde il viso dietro un libro, Hayden Christensen che si scontra per strada con Andy García, il giovane Shia LaBeouf insieme alla veterana Julie Christie, interprete della scena scritta da Minghella. Ci sono anche Ethan Hawke, Chris Cooper, Rachel Bilson, John Hurt… Un cast ricco di star.
Il film sarà presentato in anteprima il mese prossimo al Toronto Film Festival e dovrebbe uscire nelle sale americane a metà febbraio 2009.
Orlando Bloom e Christina Ricci sul set
Faces in the Crowd
La New York scura e sporca della fine degli anni Trenta e Quaranta, quella immortalata nelle pagine hard boiled di Dashiell Hammett, dove spesso le pupe viziate della high society finivano con il pancino bucato, ganster e sangue erano una accoppiata fissa e nelle risse, fra tensioni razziali e odi, ci scappava sempre il morto, aveva il suo grande fotoreporter di nera. Era Weegee (Usher Fellig, ebreo austriaco, classe 1899, ribattezzato Arthur al suo arrivo a Ellis Island) che con la sua l’inseparabile macchina fotografica “Speed Graphic” e la camera oscura per sviluppare i negativi nella sua Chevrolet, si trovava sempre sul luogo del delitto, anzi quasi lo anticipava; si dice che quel nomignolo Weegee venisse proprio dalla storpiatura del nome “ouija“, il tavolo solitamente usato per le sedute spiritiche, per rimarcare le sue sulfuree premonizioni dei luoghi dei delitti. A questo grande reporter che ha creato la foto di cronaca nera, con un uso duro del flash e l’obiettivo spostato dal morto alla folla, per cogliere lo stupore attonito, ghignante o di sollievo dei testimoni, è dedicata una mostra aperta fino al 12 ottobre a Milano, Palazzo della Ragione dal titolo: Unknown Weegee. Cronache americane.
Cento le immagini esposte provenienti dall’ “International Center of Photography di New York” per narrare la vita bacata della Grande Mela durante il periodo della depressione, perché Weegee affermava: “Quando scatto una foto mi sembra davvero di entrare in trance: è l’effetto del dramma in corso o in procinto di scatenarsi: nasconderlo e andarsene in giro con occhiali dalle lenti rosa è impossibile. In altre parole, abbiamo bellezza e bruttezza: tutti amano la bellezza, ma la bruttezza permane.”
Per esser cinico del tutto scelse per la sua prima personale del 1941 il titolo Weegee: Murder is My Business. Dal 1940 Weegee entra a far parte del team fotografico di PM, un quotidiano di ispirazione progressista che perora i diritti di lavoratori iscritti al sindacato, ebrei e afro-americani e fa rinascere il dibattito politico negli Stati Uniti. Gli otto anni di attività del giornale vedono la pubblicazione di centinaia di foto di Weegee. Nel 1945 viene pubblicato Naked City, il suo primo catalogo di fotografie che ispirerà il film The Naked City (1948) e lo stesso Weegee viene interpellato come consulente alla sceneggiatura; dal film nascerà la successiva serie TV Naked City (1958). Dal ‘47 inizia la collaborazione con Vogue, nasce la serie di “distorsioni” le caricature dei ritratti di celebrità dello spettacolo e del mondo politico che pubblica in Naked Hollywood. ” Non avrebbe mancato l’immondizia di Napoli - afferma Vittorio Sgarbi nella presentazione alla rasssegna- ne avrebbe dato un resoconto indimenticabile”. Dopo aver visto la mostra, c’è da credergli. Se Weegee si fosse trovato ad Elsinore ai tempi d’Amleto, state sicuri che le sue foto ci avrebbero restituito persino l’odore che fece esclamare al pallido prence: “C’è del marcio in Danimarca”.
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Il 23 aprile non prendete impegni perché c’è Il barbiere di Siviglia alla Fenice di Venezia. Non siete di Venezia? Non importa, perché anche i melomani che vivono in città dove non c’è un teatro lirico potranno apprezzare l’opera di Rossini, nel sontuoso allestimento del Teatro La Fenice, in una sala cinematografica della propria città, dove l’evento verrà trasmesso via satellite. Un posto nel loggione della Fenice costa 53 euro, per vedere lo spettacolo in diretta in alta definizione via satellite nel cinema sotto casa si pagheranno tra i 10 e i 15 euro a biglietto.
A chi è venuta l’idea? Varie aziende hanno unito le proprie competenze per rendere possibile la realizzazione del progetto, che ha debuttato con successo al Teatro Massimo di Palermo con il Mefistofele il 27 gennaio scorso. Così, a permettere l’operazione sono state: Qubo, società che fornisce servizi ai cinema e lavora per la promozione del cinema digitale in Italia; Dynamic, casa editrice specializzata in cd e dvd di musica classica e opere liriche; XDC, società belga che si occupa di cinema digitale e Microcinema, il primo network digitale satellitare italiano.
“Iniziative simili già si fanno negli Stati Uniti”, racconta Silvia Compalati, responsabile marketing di Dynamic. “Lì però la logica è diversa: il Metropolitan di New York e la San Francisco Opera hanno accordi diretti con un circuito di sale cinematografiche che trasmettono in tutto il Paese le opere di questi teatri. In Europa il Covent Garden di Londra si sta attrezzando per fare altrettanto. Qui la prospettiva cambia” continua Compalati “e siamo noi professionisti del settore a selezionare le opere messe in scena nei più prestigiosi teatri d’Europa. Le scelte avvengono in base a criteri di eccellenza, in funzione del cast, dell’allestimento e dell’opera stessa”.
Non è quindi il singolo teatro a “imporre” il proprio cartellone, ma un soggetto terzo a scegliere ciò che può valer la pena trasmettere pescando da una produzione molto nutrita, che travalica i confini italiani: “Il 19 maggio”, spiega ancora Compalati, “sarà la volta dell’Orfeo di Monteverdi, trasmesso in diretta via satellite in alta definizione dal Teatro Real di Madrid”.
Per il Barbiere della Fenice le sale cinematografiche HD che aderiscono all’iniziativa sono una sessantina in tutta Europa, dall’Olanda alla Polonia, dalla Spagna alla Germania. In Italia le sale in cui si potrà seguire l’opera di Rossini sono sparse su tutto il territorio nazionale, da Genova a Palermo, da Milano a Cesena, Verona, Grosseto, passando anche per piccoli comuni, che pur non avendo il prestigio di ospitare un teatro dell’Opera potranno offrire agli appassionati uno spettacolo coi fiocchi.
Nel video, alcuni estratti del Mefistofele, ripreso al teatro Massimo di Palermo
Mefistofele

Il “ne parlano tutti” stavolta ha funzionato davvero. Il passaparola tra artisti, attori, galleristi, fino ad arrivare all’uomo della strada ha fatto sì che l’idea di due giovani canadesi, Adrian Salamunovic et Nazim Ahmed, fondatori di DNA 11, sia diventata un lasciapassare per chi vuole considerarsi a pieno titolo un cittadino del futuro. L’idea è semplice. Ma è il packaging che ha fatto la differenza. Avete presente il vostro Dna? Gli scienziati da anni si stanno arrovellando sull’argomento per capire quanto possa aiutare a predire, se non a prevenire, il nostro futuro in relazione alla possibilità di incappare in qualche malattia. Nell’attesa di approdare a risultati definitivi, Adrian e Nazim hanno pensato di usare il Dna come soggetto artistico, in modo che ciascuno a casa possa sfoggiare, i più fortunati tra un Monet e un Gauguin, un’opera d’arte direttamente ispirata al proprio DNA. E così ecco i quadri su commissione della premiata ditta DNA 11. Per richiedere la propria versione basta prelevare un pò di saliva su un Cottonfioc e spedirlo al laboratorio dei due artisti canadesi. Partendo da quel Cottonfioc, una speciale macchina è in grado di scattare una fotografia digitale della sequenza di Dna e poi di ingrandirla. La galleria mette poi a disposizione una decina di artisti che, partendo dalla foto, aggiungono colore dando al tutto una vera e propria forma d’arte. E a chi ha qualche dubbio basti sapere che i due artisti canadesi, che oltre al Dna, usano le impronte digitali e dei baci come punto di partenza per le opere che vendono. E hanno già esposto al Moma di New York.
VIDEO: Dna 11 contagia anche il serial tv Csi NY

LA GALLERY
In questo 2007 che sta per chiudere i battenti c’è un oggetto-simbolo che ha compiuto sessant’anni: è la Polaroid, la prima macchina fotografica istantanea. Brevettata nel 1929, fu in grado di sviluppare le foto in soli sessanta secondi proprio nel 1947.
Un miracolo della tecnica merito di Edwin Land, che inventò l’istantanea per soddisfare un capriccio della figlioletta un po’ impaziente, a cui non piaceva dover aspettare qualche giorno per lo sviluppo e la stampa dei negativi. Almeno, questa è la leggenda che viene tramandata. “Fatto sta che è ancora oggi una magia: agli occhi di un bambino, ma anche di un adulto, vedere apparire l’immagine sul rettangolo di carta, appena dopo lo scatto, è esaltante”, commenta Maurizio Galimberti, il più famoso polaroid-fotografo d’Italia.
Galimberti scatta solo con la sua Polaroid “integrale” da oltre vent’anni: “Ho cominciato nel 1983, e da allora non l’ho più lasciata. È una pellicola che permette una visione molto artistica, e ha la sua grandezza nel colore: trasmette contemporaneità, sangue, emozione”.

La tecnica di Galimberti è particolare. Quando deve fotografare una persona, le appoggia la Polaroid al corpo, creando un contatto fisico tra la macchina e il soggetto. “Per raccontare il suo volto, io lo abbraccio”, spiega. In questo modo nascono i suoi ritratti così speciali (guarda la gallery): ha immortalato “a mosaico” Monica Bellucci, Wim Wenders, l’amministratore delegato della Ferrari Jean Todt, facendoli sempre emergere in modo diverso rispetto alle fotografie tradizionali. Ma Galimberti non ritrae soltanto persone: il suo penultimo lavoro, pubblicato dalla casa editrice Damiani, è New York Polaroid. “Una città inquietante, in cui si può essere uno, nessuno e centomila” spiega il fotografo citando Pirandello. L’ultimo suo lavoro, invece, dal titolo Metamorfosi (il catalogo della mostra mostra è pubblicato da Electa), raccoglie sessanta immagini, in cui ritratti e paesaggi vengono affiancati.
Nel corso dei decenni, praticamente tutti i più grandi maestri dell’obbiettivo hanno ceduto almeno una volta al fascino della Polaroid. E c’è un libro che raccoglie molti scatti celebri: è il Polaroid Book, pubblicato dalla casa editrice Taschen. Tra le foto, quelle di Ansel Adams, David Hockney, Helmut Newton, Jeanloup Sieff e Robert Rauschenberg.

Certamente il mercato della Polaroid è stato danneggiato dall’avvento delle macchine fotografiche digitali, a cui non solo la massa dei fotografi occasionali, ma anche molti professionisti si sono convertiti, visti i vantaggi dal punto di vista economico. Ma allora perchè la Polaroid non solo sopravvive, ma mantiene intatto il suo fascino? “Perchè è unica”, risponde subito Galimberti: “Ventitré strati di materia chimica che si combinano insieme, attraverso 5500 reazioni chimiche, nel giro di un secondo, e l’immagine che compare e prende forma poco a poco: non so se mi sono spiegato. Se non è una magia questa…”
LA GALLERY

Di Manuela Grassi
Occhioni scuri nell’ovale pallido, alto e sottile fino all’evanescenza, a 36 anni Francesco Vezzoli è l’artista più in voga e chiacchierato del momento. All’ultima Biennale di Venezia ha messo in scena, l’un contro l’altro armati, Sharon Stone e Bernard-Henri Lévy, candidati alla presidenza degli Stati Uniti nel video Democrazy. Ha appena trasformato il Guggenheim di New York in una sorta di palasport dove celebrità come Cate Blanchett si sono esibite in una performance ispirata a Luigi Pirandello.
L’evento, 5 ore, ha messo a dura prova la crème di Manhattan, ma il magazine del quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung gli ha dedicato il numero speciale che ogni anno dal 1999 consacra un artista, da Anselm Kiefer e Francesco Clemente a Matthew Barney, per citarne alcuni.
A gennaio Vezzoli partirà per Los Angeles, dove sarà artista residente all’Hammer Museum per diversi mesi. Là dovrebbe prendere forma l’ambizioso Kinsey International sulle abitudini sessuali degli americani, prodotto, come altri suoi precedenti lavori, dalla Fondazione Prada.
Francesco viaggia leggero, non ha casa, non ha studio, gli alberghi dove passa lieve sono pagati dai suoi galleristi, dai suoi sponsor potenti, gli bastano, dice, “alcune valigie sparse per il mondo, ritagli di giornale e un pc”.
Francesco Vezzoli, l’incarnazione stessa dell’effimero.
Tutta la mia opera è uno studio dell’aspetto effimero della vita. I miei ultimi quattro lavori sono il pilot di uno spettacolo che non esiste (Comizi di non amore, prodotto dalla Fondazione Prada), un trailer per un film che non c’è (Marlene redux: a true Hollywood story, commissionato da François-Henri Pinault), una finta campagna elettorale per candidati fittizi (Democrazy, Biennale di Venezia e Unicredito), la prima di uno spettacolo teatrale inesistente (Così è se vi pare, sponsor galleria Gagosian).
Ma i suoi attori sono reali, celebrità in carne e ossa. Ne sembra ossessionato.
Un conto sono le mie passioni private, un conto quello che, di queste passioni, riverso nel mio lavoro. Se credessi che all’interno del dibattito artistico oggi la cosa che conta è tracciare una riga nera su un foglio bianco, farei quello, poi passerei il mio tempo a leggere ¡Hola!, Chi, Vogue, a guardare i servizi fotografici di Steven Meisel. Nel nostro mondo l’attenzione ossessiva alla celebrità ha una rilevanza della quale si deve parlare. Mi piace pensare di essere uno specchio, non so se sto facendo dell’arte o meno, ma parlo di qualcosa che rispecchia la realtà di oggi.
Anche la sua immagine compare sempre: delirio narcisistico?
Sono stato il primo a dichiarare il mio narcisismo in maniera sfacciata, per esempio in Francesco by Francesco (una serie di ritratti di Vezzoli che citano lo stile del famoso fotografo Francesco Scavullo, ndr); quindi mi sono coperto le spalle. Tutto il mio lavoro si basa sulla dinamica guardare-essere guardati, non dimentichiamo il narcisismo degli attori che lavorano con me. Perché altrimenti accetterebbero?
Se lo chiedono tutti.
La domanda mi mette sempre all’angolo. Rispondo che mando dei bellissimi fiori, è vero, e non ci crede nessuno. Devo dire che i miei progetti sono belli? Forse questi divi, in tutta la loro magnificenza, trovano le mie proposte inusuali, e l’impegno che richiedo dura solo un giorno, perché ho un’unità di misura da tragedia greca. Insomma, è come per certe foto di Helmut Newton, ti chiederai sempre perché Jean-Marie Le Pen ha accettato di farsi fotografare con i dobermann, o Charlotte Rampling nel remake del suo massimo splendore. Con Newton c’era sempre un pericolo nell’aria, ti chiedeva cose sconvenienti.
Anche lei chiede cose sconvenienti ai suoi protagonisti?
No, ma li pongo dentro un contesto che altera la percezione classica che il pubblico ha di loro. È un po’ quello che è successo al Guggenheim. Metti dieci grandi attori su un palcoscenico e falli leggere guardandosi in faccia un testo che di per sé non ha senso… sono sculture viventi su un enorme podio. Forse è la stessa dinamica del pittore di corte, forse io sono un pittore alla corte delle celebrity. Però ci sono artisti di corte che hanno fatto capolavori… no, questa non la dica che sembro arrogante.
In Marlene redux: a true Hollywood story i testimoni che commentano (per finzione) la sua triste fine la definiscono “pushy little shit”, un piccolo sgomitatore. Un’autocritica?
Il primo a credere nel mio lavoro è stato il regista inglese John Maybury, vivevo a Londra e volevo che dirigesse il mio video d’esordio, con Iva Zanicchi. L’ho tormentato. A un certo punto gli chiesi perché aveva accettato, lui mi disse: “Pushy little shit”. L’ho trovato molto divertente. Sì, quando desidero fortemente la presenza di qualcuno nel mio lavoro posso essere molto insistente. Crocifiggetemi!
A Gore Vidal è ispirato il suo video Trailer for a remake of Gore Vidal’s Caligula.
Gore Vidal rappresenta ai miei occhi la possibilità di essere nello stesso tempo: a) omosessuali; b) di avere una fortissima identità politica; c) di essere glamorous, e il tutto con grande dignità.
Altri esempi di glamour?
Pier Paolo Pasolini, anche se in modo perverso. Il glamour per me è impatto mediatico. Oggi siamo abituati a pensare che Gisele Bündchen sia glamorous. Sbagliato: Vidal, Cuccia, Miuccia sono glamorous, il mistero è glamorous, non Gisele.
La sua passione per le celebrities evoca padri nobili come Truman Capote e Andy Warhol, che erano mondanissimi nel privato.
Ho un tale culto di Warhol che non voglio neppure nominarlo. Va detto che entrambi avevano un fortissimo bisogno di appartenenza, perché a quei tempi la loro sessualità non era accettata. Oggi l’omosessualità è un fatto normale, o almeno io do per scontato che lo sia.
Quindi lei non è mondano, non vuole frequentare le sue celebrità?
A me dei salotti non importa niente. Sono un bastardo, vado a incontrare qualcuno che voglio coinvolgere in un mio progetto, ma quando quello scambio è finito preferisco stare a casa a guardare la televisione. Tutto il mio desiderio, la mia vanità, la mia ambizione sono dentro il mio momento, sul palcoscenico del Guggenheim, per esempio.
Pensa di mettere dei nomi famosi anche nel progetto Kinsey?
Potrei fare un red carpet di scienziati, di grandi cervelli.
Ha detto che tra i suoi progetti c’è l’idea di coinvolgere il balletto del Bolscioi in una performance, di produrre un’opera. E perfino di occuparsi di archeologia: che cosa intendeva?
Herbert Muschamp, che era il critico del New York Times e stava per essere nominato curatore dell’architettura al Guggenheim, ma purtroppo è scomparso prima, mi aveva parlato di un suo progetto bellissimo: riunire tutte le sculture di Antinoo (il giovane amato da Adriano, ndr) esistenti al mondo. Io ho reagito immediatamente dicendogli che era un modo di leggere la storia della scultura classica in chiave seriale, warholiana. Se un giorno avrò il potere, vorrei vedere tutto il Louvre o la Galleria Borghese pieni di Antinoo.
La sua serata al Guggenheim è stata anche molto criticata.
Ognuno non l’ha capita a modo suo. Ho voluto ricreare l’isteria di un evento newyorkese, uno specchio attraverso Pirandello, che delle deformazioni della vita borghese è uno dei maestri narratori. Il museo è stato trasformato in “Palaguggenheim”, con luci tipo concerto rock. Ho coperto la fontana e sopra ci ho messo un divano di Salvador Dalí con Anita Ekberg, spettatrice regina, un’operazione surreale. Il pubblico era sia sotto che sopra nei tornanti, è successo che i vip vedevano le spalle degli attori mentre il pubblico normale li vedeva in faccia, bel contrappasso dantesco. E poi è successo che tutte le celebrities hanno dovuto aspettare, fare la coda, perché eravamo in ritardo. E le telecamere che riprendevano tutti. A me è parsa una figata pazzesca!
![[b]The Bourne ultimatum - Il ritorno dello sciacallo[/b]<br> [i]Regia[/i]: Paul Greengrass<br> [i]Cast (voci)[/i]: Matt Damon, Paddy Considine, Edgar Ramirez, Julia Stiles<br> [i]Genere[/i]: Azione, Thriller<br> [i]Nazione[/i]: U.S.A.<br> [i]Distribuzione[/i]: [url=http://www.uip.it/]UIP[/url]<br> [b][url=http://thebourneultimatum.com/]Il sito ufficiale[/url][/b]<br> [color=red]Nelle sale dall'1 novembre[/color]</p> <p>[i](Credits foto: UIP)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_bourne-ultimatum0.jpg)
LA GALLERY DEI FILM IN USCITA
Senza identità, addestrato per uccidere, sfuggito al controllo di chi lo ha pilotato e per questo da uccidere. Jason Bourne, l’uomo senza memoria che pian piano ha ricostruito i tasselli del suo passato, torna, e questa volta per chiudere i conti. Il terzo capitolo della trilogia di successo, The Bourne Ultimatum - Il ritorno dello sciacallo, dal 2 novembre è nelle sale italiane. Ovviamente c’è sempre lui, Matt Damon (Oscar come sceneggiatore per Will Hunting - Genio ribelle, 1997), a interpretarlo. L’attore che fa dormire sonni beati a chi investe su di lui e che moltiplica per 29 ogni dollaro di cachet che riceve, quasi il triplo rispetto a star come Tom Hanks, Tom Cruise e Will Smith. Secondo il Forbes Magazine, infatti, il bel talentuoso di Hollywood ha il miglior riscontro al botteghino in base allo stipendio.
Dopo The Bourne Identity del 2002, in cui il protagonista cercava di scoprire chi fosse, e The Bourne Supremacy del 2004, in cui esigeva vendetta per quello che aveva subito, ora Bourne sta tornando a casa. E si ricorda tutto. Qui il trailer (da Youtube):
La Treadstone, l’operazione top-secret che ha creato questo super assassino, è ormai defunta. È stata ricostituita come programma Blackbriar del Dipartimento della Difesa, con una nuova generazione di killer addestrati. Per loro Bourne è una minaccia difettosa da 30 milioni di dollari che deve essere eliminata una volta per tutte. Per lui, loro sono l’unico legame con una vita che ha tentato invano di dimenticare.
Non avendo più nulla da perdere, utilizzerà ogni sottile tecnica acquisita durante il suo addestramento e ogni tipo di istinto che ha affinato nel frattempo per perseguire i suoi creatori e porre fine al tutto. La sua ricerca lo porterà da Mosca a Parigi e da Madrid a Londra e a Tangeri. Per terminare a New York, dove tutto ha avuto inizio.
Alla regia ancora Paul Greengrass, che dice di Damon: “Matt è impeccabilmente accurato. C’è qualcosa in lui che fa capire al pubblico che è un personaggio positivo. È uno straordinario interprete di ruoli oscuri. Il suo personaggio esprime questo desiderio di essere dalla parte dei giusti che arriva subito al pubblico, particolarmente ai giovani”.

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Negli Stati Uniti la Craigslist è un po’ il nostro Secondamano . Tantissimi annunci e la possibilità di acquistare perfino mobili. A Brenda Cullerton, famosa scrittrice e giornalista newyorchese, però, è successa una cosa stranissima. Per arredare la sua nuova casa di Cape Cod ha deciso di comprare tutto sulla Craigslist. Ma a differenza di eBay, dove gli oggetti ti arrivano a casa, Brenda se li è dovuti andare a prendere. Un’occasione per conoscere le incredibili storie di chi se ne disfava, dalla cantante lirica in miseria, alla coppia pronta al divorzio, all’amante tradita.
Le poltrone della sala da pranzo, per esempio, la scrittrice le ha comprate dall’assistente di un famoso designer americano che, stanca di vedere il proprio capo spendere miliardi nel decorare gli appartamenti dei ricchi, ad un certo punto ha detto basta, ha venduto le sue cose e si è ritirata in una comunità indiana.
Una testiera da letto verde e un vecchio banco di scuola invece li ha acquistati da una organizzatrice di party dell’alta società newyorchese. Quando Brenda è andata a ritirarli ha visto che sugli scaffali della libreria la signora aveva accatastato solo volumi su come gestire la rabbia. E infatti si stava trasferendo a Los Angeles per cercare di reinventare se stessa.
I tavolini cinesi dorati e laccati di nero, quelli invece, Brenda li ha comprati da una coppia in procinto di divorziare. Lui aveva deciso di sposare la sua personal trainer.
“Con un materiale del genere” racconta la scrittrice a Panorama.it “era impossibile non tirarne fuori un libro”. Ma non sarà una cronaca fedele, piuttosto un thriller, dove le vittime sono tutti venditori sulla Craigslist. L’unico modo per Brenda per disfarsi, anche se solo con l’immaginazione, dei loro fantasmi e far diventare quegli oggetti finalmente suoi.
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