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La foto della campagna Benetton che ha fatto infuriare il Vaticano (Credits: Ansa)

Chi l’ha detto non lo ricordo: il bacio può essere una virgola, un punto interrogativo o un punto esclamativo. Ma chiunque l’abbia detto, non vale per il bacio tra potenti nei manifesti pubblicitari Benetton che ricorda la provocazione sociale alla Oliviero Toscani stile anni ’90. Il bacio sulla bocca più trasgressivo, al limite della blasfemia, è quello tra Benedetto XVI e l’Imam del Cairo, che affettuosamente attira a sé il capo della Chiesa cattolica col braccio attorno al collo. Questo bacio fotomontato è insieme un doppio punto esclamativo e almeno un punto interrogativo. Continua

Pisa, Studio Oliviero Toscani
“Il paesaggio italiano, quello dipinto da Leonardo, da Raffaello, da Giorgione, viene ogni giorno violentato. Chiese in vetro-cemento con campanili che sembrano rampe di lancio di missili, tetti spioventi stile pagoda cambogiana, disegnate da geometri con tessera di partito…”
È la denuncia del fotografo-pubblicitario-produttore di vino, Oliviero Toscani, che con l’appoggio di Salvatore Settis, del gruppo Terra Moretti e del Fai lancia “Nuovo paesaggio italiano”.
Un progetto aperto a chiunque voglia documentare con la macchina fotografica, con la videocamera, con il telefonino, gli scempi che devastano il nostro Paese.
Le foto vanno inviate a info at nuovopaesaggioitaliano.it o via mms al numero presente sul sito e saranno utilizzate per una serie di mostre, per un concorso fotografico e, soprattutto, per creare un archivio multimediale.
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Milano, Oliviero Toscani Studio
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Genova, Oliviero Toscani Studio
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Bagnanti, Oliviero Toscani Studio
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Pisa, Studio Oliviero Toscani
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Napoli, Oliviero Toscani Studio
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Una campagna che parla di tumore al seno e finanzia il progetto di ricerca della Fondazione Umberto Verones. È quanto hanno deciso di realizzare Manas, azienda che produce calzature femminili, e Oliviero Toscani in collaborazione con La Sterpaia - Bottega d’Arte della Comunicazione.
Il tumore al seno colpisce in Italia circa 40mila donne ogni anno. Oltre 10mila donne, ogni anno, nel nostro paese, muoiono per questa patologia a causa di una diagnosi non tempestiva. L’obiettivo della campagna - che vede come testimonial Nadia Ricci, Monica Guerritore e Olivia Toscani - è quello di arrivare a mortalità zero entro 10 anni. E informare circa il fatto che è indispensabile per tutte le donne sottoporsi ogni anno a una mammografia o a un’ecografia, oltre al controllo del proprio medico curante. Perché già oggi il 98 per cento delle donne colpite da tumore al seno può salvarsi se la diagnosi è stata precoce.
“Quella del tumore al seno è la storia di una malattia che si può battere” dice il Professor Umberto Veronesi. “Se trent’anni fa quattro donne su dieci ammalate non ce la facevano, oggi sono meno della metà. Più di un terzo delle pazienti, poi, arriva alla diagnosi con lesioni così piccole che le percentuali di guarigione sfiorano il 100 per 100. Si è fatto molto, migliorando la diagnosi precoce e sviluppando terapie sempre più mirate, ma c’è spazio per andare oltre: se è vero che oggi guarire da questa malattia è una possibilità sempre più concreta, bisogna creare le condizioni perché questa possibilità sia davvero alla portata di tutte le donne”.
“Mortalità Zero”, il nuovo progetto della FUV a sostegno della ricerca e della prevenzione del tumore del seno, ha appunto l’obiettivo di azzerare la mortalità per questo tumore. E con gli strumenti di diagnosi e cura oggi a disposizione si tratta di un traguardo raggiungibile in pochi anni. “Progetti come questo, realizzato con l’amico Oliviero Toscani” aggiunge Veronesi “sono importanti per contribuire alla sensibilizzazione e alla presa di coscienza delle donne italiane”.
“Le aziende che producono oggetti per esaltare la bellezza, soprattutto femminile, troppo spesso, non pensano a come preservare con gesti concreti la salute di quel bene” afferma Oliviero Toscani. Ed è per questo che un’azienda come Manas, specializzata in calzature donna ed accessori, ha deciso di dare il suo sostegno al progetto della Fondazione Umberto Veronesi con un consistente contributo per finanziare la ricerca. “Quando Oliviero Toscani mi ha presentato il progetto non ho avuto esitazioni” dice Cleto Sagripanti, Amministratore Delegato di Manas.”La nostra è un’azienda che fa prodotti destinati al pubblico femminile, che si rivolge a milioni e milioni di donne, con le quali abbiamo un rapporto costante e continuo per poter proporre loro prodotti adatti alla loro vita. La nostra campagna mi ha fatto capire che un’azienda non può vivere il rapporto col suo cliente in maniera astratta, sottraendosi al confronto con la vita vera, quella di tutti i giorni, che comprende anche la malattia e la sua prevenzione”. “Normalmente la comunicazione dei prodotti destinati al pubblico femminile parla di estetica, di superficie” continua Sagripanti “non è così facile e immediato rompere questo schema per parlare di temi così vivi e reali come la malattia, il dolore, la sofferenza, ma anche di speranza, quella speranza che la ricerca può contribuire a implementare. Sono convinto che la ricerca rappresenti un elemento fondamentale per migliorare la vita di tutti noi e che se come imprenditore posso offrire il mio supporto è giusto che lo faccia”.
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Giovanni Allevi nel concerto di Natale
L’attesa famelica dei tanti fan italiani di Stieg Larsson è stata soddisfatta il 9 gennaio, quando la Marsilio ha dato alle stampe il terzo capitolo della trilogia Millennium, La regina dei castelli di carta. Per lo sfortunato scrittore svedese, morto cinquantenne prima che i suoi libri venissero pubblicati, è vera mania, tanto che la casa editrice ha cercato di appagarla rendendo scaricabili dal suo sito le lettere inedite dell’autore. I commenti dei lettori sul gruppo Facebook dedicato al giallista sono già entusiasti: “sto leggendo il terzo… Larsson è un mito”, “sono a pagina 200… fantastico”.
Ma dalle colonne de La Stampa nei giorni scorsi sono piovute le critiche di Carlo Fruttero. Per lui è stata una vera fatica leggere Larsson: “Una noia. Ho provato di qua, di là, in mezzo, alla fine, qualche pagina da una parte e qualcuna dall’altra. Niente da fare. Ragion per cui l’ho abbandonato molto volentieri al suo destino”. I suoi tentativi si sono fermati a Uomini che odiano le donne, il primo tomo di Millennium, definito una “brodaglia”: “mi ricorda le antiche minestre che pare servissero nei collegi dei bambini poveri, tanti anni fa”. Colpito e affondato. Dall’alto dei sui 83 anni e di una lunga carriera di successi, lo scrittore torinese è andato giù pesante, per nulla impressionato dal fervore mosso dal collega nordico. Certo, le parole di Fruttero non spengono il mito, tanto che un po’ in tutta l’Europa si stanno organizzando gite turistiche sui luoghi dei romanzi dello svedese. Larsson è comunque in buona compagnia…
Accanto a lui ci sono altri fenomeni culturali esaltati dal mercato ma affossati da critica, colleghi e maestri. Due nomi a caso? Settori diversi, odio e amore simili, Giovanni Allevi e Damien Hirst. Allevi è ormai il re Mida della musica, tutto quello che tocca sembra tramutarsi in oro. Mentre i riccioli neri gli cadono davanti agli occhiali nel cercare la nota, lui incanta il pubblico, come il presidente della Repubblica Napolitano nel concerto di Natale al Senato, e confeziona e vende album su album al pari di una pop star. Ma la sua è musica classica. Così, almeno, sostiene il musicista. “Composizioni musicalmente risibili”, preferisce invece chiamarle un altro musicista, Uto Ughi, sempre dalle pagine de La Stampa. “Non ha alcun grado di parentela con la musica che chiamiamo classica, né con la vecchia né con la nuova. Questo è un equivoco intollerabile”. Il grande violinista è addirittura offeso dal successo del giovane musicista marchigiano, che a suo parere segna il trionfo della “scienza del nulla”: “è il termometro perfetto della situazione del Nostro Paese: prevalgono sempre le apparenze”.
E se l’apparenza è scintillio, non si può non pensare a Hirst, l’artista britannico che ha ricoperto un teschio umano (For the love of god) con ben 8.601 diamanti (1.106 carati!), poi acquistato per 73 milioni e mezzo di euro. E nel settembre scorso, nella famosa casa d’asta londinese Sotheby’s, ha conquistato un altro record: il suo Golden Calf, il cadavere di un toro posto in una vasca di formaldeide, è stato battuto a 10,3 milioni di sterline. “Hirst è un macellaio, un farmacista mancato, che non potendo fare strada in questi campi ha trovato un modo alternativo” dice Vittorio Sgarbi, contattato da Panorama.it. Il critico d’arte ora sindaco di Salemi (TP) già in passato aveva definito Hirst un cretino. “Ma ormai dobbiamo rassegnarci al fatto che se qualcuno dice che qualcosa è arte si debba prenderlo per tale. È un casino, ma significa che c’è chi ha tale percezione. Dispiace però che nel prevalere di taluni siano soffocati altri più bravi”. Ad Hirst c’è comunque da dare atto che riesce ad avere un riscontro impressionante: la recente asta inglese ha avuto un incasso di 114,4 milioni di sterline. “Viene l’idea che certi artisti siano dei pubblicitari mancati” osserva Sgarbi, che passa la palla, accanto a lui, a Oliviero Toscani, che il pubblicitario lo fa di professione. “L’arte contemporanea è un prodotto per collezionisti e commercianti, che non hanno gusto” replica il fotografo milanese, “ormai non è più contaminata dall’umano: è influenzata dal potere e si riduce a una masturbazione”.
Hirst, Allevi, Larsson… Eppure le vendite danno loro ragione, seppur nella società dove il boom di ascolti televisivi lo ha il Grande Fratello 9 (674 mila telespettatori nella puntata d’esordio, con il 26,5o%) questo non sia garanzia di qualità. Allevi si è difeso dall’attacco di Ughi definendolo membro di una casta presuntuosa e irraggiungibile, pronta a tacciare la gente di ignoranza.
La divisione rimane: da una parte i nuovi talenti, più popolari e ormai campioni di marketing, dall’altra i maestri, tutt’altro che intenzionati ad accettare le attuali dinamiche. E se l’arte si fa sempre meno elitaria, luccica sempre più come un business.

Damien Hirst con la sua opera The Incredible Journey presso Sotheby’s
[/i]</p> <p>[color=red][b]Controversie - Una storia giuridica ed etica della fotografia[/b][/color]<br /> Losanna, Musée de l'Elysée<br /> Dal 5 aprile all'1 giugno 2008<br /> [url=http://www.elysee.ch]www.elysee.ch[/url]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/aprile08/controversie/normal_02-fournier.jpg)
Omayra Sanchez, Armero, Colombia, 1985. Di Frank Fournier
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Le torture sui prigionieri iracheni di Abu Ghraib hanno fatto inorridire il mondo. Ma avremmo creduto a tanta assurdità e si sarebbe levato lo stesso sdegno se non ci fossero giunte le foto realizzate dai soldati americani torturatori? Soltanto dal momento in cui quegli scatti si sono aggiunti al fascicolo sul carcere iracheno, il caso è stato preso sul serio.
Immagini forti ed eloquenti come tutte quelle selezionate nella mostra Controversie. Una storia giuridica ed etica della fotografia, al Musée de l’Elysée di Losanna, dal 5 aprile all’1 giugno 2008.
Simbolo di libertà di espressione, ma anche strumento di potere e mezzo per arricchirsi, dalla sua invenzione nel 1839 la fotografia è stata al centro di numerose controversie, etiche e legali. Si è dovuta confrontare con la legge, la censura, la manipolazione. E l’esposizione svizzera (realizzata da Daniel Girardin, curatore del museo, e Christian Pirker, avvocato di Ginevra) presenta le immagini che più di altre sono state cuore di questo dibattito. Scattate da fotografi noti e meno noti, che hanno cavalcato il processo grazie al quale la fotografia è diventata una forma d’arte. Come Napoléon Sarony, che è stato tra i primi a cogliere la grossa opportunità economica data dall’immortolare personaggi famosi, e che per poter rivendicare diritti esclusivi su una fotografia di Oscar Wilde ha dovuto dimostrare in tribunale lo status di opera d’arte dell’immagine, non più semplice procedimento chimico e meccanico.

Kissing-nun, 1992. Di Oliviero Toscani
Di Garry Gross è la fotografia che ritrae Brooke Shields a dieci anni, nuda, in posa per una pubblicazione autorizzata dalla madre, per cui l’attrice americana ha intentato una lunga causa al fotografo, perdendola. Di Frank Fournier, invece, è l’immagine che immortala le ultime ore di vita di Omayra Sanchez, giovane colombiana travolta dalla colata di fango che nel 1985 sconvolse Armero. La foto vinse il World Press Photo Premier Award nel 1986. E c’è anche il nostro Oliviero Toscani, con il celebre bacio tra una suora e un prete, la cui diffusione venne proibita in Italia e Francia. Lo scatto invece è stato premiato in Inghilterra con l’Eurobest Award. Al contrario e per assurdo, la fotografia del neonato ancora insanguinato e con il cordone ombelicale attaccato, sempre firmata Toscani, è stata accettata in Francia e Italia, ma censurata in Inghilterra.

Untitled, 1975. Di Garry Gross
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Oliviero Toscani colpisce ancora e torna a far discutere con la sua foto choc sull’anoressia: la modella francese Isabelle Caro ha posato per la campagna pubblicitaria realizzata per Nolita, fashion brand del gruppo Flash&Partners.
La ragazza, scheletrica e completamente nuda (pesa appena 31 chili), ha scelto di esporsi- come ha detto a Vanity Fair - ”perché la gente sappia e veda davvero a che cosa può portare l’anoressia”.
”L’anoressia è un tema tabù per la moda” ha dichiarato il fotografo “Come l’Aids ai tempi: nessuno nel giro della moda aveva l’Aids…. Adesso invece l’argomento tabù è l’anoressia. Io non credo che la moda abbia grandi responsabilità nel problema dell’anoressia, è una cosa molto più ampia che riguarda tutti i media e in particolare la televisione, che propone alle ragazze modelli di successo assurdi”.
Fatto sta che mentre l’immagine campeggia a doppia pagina sui quotidiani e sui manifesti pubblicitari lungo le strade delle città, sono esplose le polemiche: ”Esageratamente cruda” è il primo commento di Fabiola De Clercq, presidente dell’Aba, (associazione per lo studio e la ricerca sull’anoressia), e autrice di molti testi sull’argomento.
”Credo che queste campagne con immagini così dure e crude siano giuste, opportune” ha commentato invece Giorgio Armani. In sintonia con Stefano Dolce e Domenico Gabbana: ”Finalmente qualcuno dice la verità sull’anoressia, cioè che non un problema della moda ma un problema psichiatrico”. ”Il problema più grande, e perfino evidente, è ormai quello dell’obesità, ma sono entrambi, fenomeni contro cui lottare” concludono gli stilisti “ma non sono problemi strettamente della moda. Nella moda le donne sono sempre state molto sottili, anche negli Anni 50 e 60”.
Se il ministro della Salute plaude alla campagna di Toscani, un altro esperto è in completo disaccordo con l’utilizzo di una malata per fini pubblicitari ed economici: “Il messaggio che passa è che l’anoressia è una scelta che si può evitare: stiamo parlando di un fenomeno molto più complesso che ha varie origini, genetiche, psicologiche” sostiene Riccardo Dalle Grave, presidente dell’Aidap (associazione italiana disturbi dell’alimentazione e del peso). Anche dal mondo dei pubblicitari c’è perplessita: ”Mi auguro molto caldamente che gli effetti di questa pubblicazione siano stati prima testati con grande attenzione e che i risultati siano stati incoraggianti” è l’auspicio di Annamaria Testa.
Toscani chiosa: “Il paradosso è che ci si sconvolge davanti all’immagine e non di fronte alla realtà. Io ho fatto, come sempre, un lavoro da reporter: ho testimoniato il mio tempo”.
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- Tags: Brian-De-Palma, fotografia, guerra, immagini, Iraq, oliviero-toscani, Redacted, Roberta Valtorta, speciale-venezia-2007, Susan-Sontag, video
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Cinema e realtà si prestano le immagini a vicenda. Soltanto pochi giorni fa i media di tutto il mondo hanno presa per buona l’immagine con cui l’agenzia Reuters documentava una spedizione russa sui fondali del mare Glaciale Artico. Peccato che quel video fosse un brano del film Titanic. Milioni di spettatori dei tg della sera non hanno battuto ciglio di fronte all’inganno televisivo. E a svelare la bufala è stato un tredicenne appassionato del film con Di Caprio.
Se per rappresentare la realtà si utilizza il cinema, può accadere anche che il cinema cambi registro stilistico per rendere la realtà, se è possibile, più verosimile. Così Brian De Palma ha scelto di raccontare la guerra in Iraq con un film in cui le scene non sono realizzate con la classica macchina da presa, bensì con una videocamera amatoriale, in modo che le immagini sul grande schermo non sembrino girate da un regista ma prelevate da youtube o dal blog di un soldato americano. Il film s’intitola Redacted, ovvero “pronto per la stampa”, una parola che denuncia l’uso strumentale e politico che tutti i media fanno delle immagini.
“Ogni volta che vediamo una fotografia dobbiamo chiederci che cosa è successo prima e che cosa è successo dopo quello scatto, e soprattutto dobbiamo domandarci perché qualcuno ha voluto che quell’immagine arrivasse fino a noi”, fu questo l’avvertimento di Susan Sontag (una delle più importanti studiose di fotografia del Novecento) quando le foto di Abu Ghraib varcarono la soglia del carcere iracheno arrivando fino ai nostri televisori. Eppure il consiglio della Sontag sembra quotidianamente disatteso. “I giovani soprattutto non si pongono questo problema di fronte alle immagini” dice a Panorama.it Roberta Valtorta, direttrice del Museo di Fotografia Contemporanea Villa Ghirlanda di Cinisello Balsamo e insegnante di storia della fotografia. “I miei studenti” spiega “davanti alle immagini si comportano in due modi differenti. C’è chi prende tutto per vero e chi invece crede che sia tutto costruito, anche quando è del tutto verosimile”. “Del resto” continua Valtorta “con la diffusione delle macchine digitali e degli Mms, chiunque ritiene di potersi sostituire al fotoreporter e chiunque può ritoccare un’immagine. Il risultato è un’ambiguità in cui è ormai impossibile decifrare se una foto è giunta fino a noi per l’intento politico di qualche potere oppure no”.
È invece sempre e soltanto una questione di potere secondo il fotografo Oliviero Toscani. “Difendersi dalle immagini è impossibile” dichiara a Panorama.it “La verità è la bugia e viceversa” sostiene. “Ogni comunicazione è al servizio di un potere”. Chiunque? Anche l’impiegato che passava per caso davanti alle Torri gemelle la mattina dell’11 settembre e che ha ripreso l’attacco con il suo telefonino? “Chiunque” ribadisce Toscani “che lo voglia o no, fa gli interessi di un potere”. “Quell’impiegato, pur inconsapevolmente, era al servizio della Tv che ha poi trasmesso il suo video, e che ne ha dato una lettura parziale e politica con un servizio montato ad arte”. E De Palma che vuole smascherare la falsità delle immagini politiche? “Lui è al servizio dell’industria del cinema”. E Susan Sontag, che ci metteva in guardia? “I suoi libri non erano scritti forse nell’interesse di un editore?” replica. Insomma, non c’è modo di difendersi dal potere. “No” conclude il fotografo “Ma senza potere non ci sarebbero immagini e non ci sarebbe neppure l’arte. Tutta l’arte del Rinascimento, ad esempio, era al servizio della Chiesa. Però per fortuna ci è rimasta l’arte di Michelangelo”. Scusi, ma che cosa c’entra Michelangelo con l’uso politico e strumentale delle immagini? “Perché la cappella Sistina non è forse pubblicità ingannevole? Chi l’ha mai vista dal vero la Madonna?”.
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“La censura di oggi è un po’ più sottile di una volta, ma è in realtà è più violenta. Forse solo Internet è l’unico mezzo libero, ma vedrai che dura poco: anche lì i censori riusciranno a metterci sopra le mani”. Così parlò Oliviero Toscani, il fotografo pubblicitario più censurato e amato del nostro Paese, al quale Panorama.it ha rivolto qualche domanda a bruciapelo.
Chi sono oggi i censori?
I mediocri. Quelli che non sono capaci di educare i loro figli. Quelli che non hanno niente da dire. E chiunque sia un po’ più avanti della società in cui vive subisce la loro censura. È normale. È persino un onore essere censurati. Vuol dire che sei più avanti di loro. È sempre stato così nella storia.
Loro? Hai qualche nome e cognome da fare?
Prendi Nolita Pocket, la mia pubblicità, quella con la bambina nuda con il fratellino in braccio. Lo Iap, questo istituto che ha atteggiamenti in stile mafioso denominato Istituto di autodisciplina pubblicitaria, sostiene che istighi alla pedofilia. Che cosa vuol dire? Me lo sai spiegare?
No, ma tu te ne puoi fregare. Sei Toscani. O no?
Certo che me ne frego. Ma quelli dello Iap condizionano i giornali. E, con il loro piccolo potere da burocrati, riescono a impedire che una pubblicità sia pubblicata anche perché gli editori si fanno condizionare. Insomma, il solito circuito vizioso…
Quali sono i temi più censurati?
Il sesso e la religione. Il sesso perché è ancora un grande problema sociale. La religione perché è tremenda, è rimasta ai tempi dell’Inquisizione e continua ad avere un potere pazzesco.
Era più facile lavorare oggi o vent’anni fa?
È uguale, c’è solo un po’ più di autocensura. Certo, quando rivedo le mie foto di Benetton censurate la gente dice: è ridicolo. Ma come, censuravano queste cose qui? E certo che lo facevano! Ti ricordi la mia foto sui preservativi colorati? Tra un po’ anche Famiglia cristiana li regalerà in allegato…
È cambiato il senso del pudore negli anni?
Non è senso del pudore, è ipocrisia. Ipocrisia e mediocrità. Mediocrità e potere. Perché loro, i censori, possono scegliere che cosa pubblicare. Ma alla fine, nella storia, si sono sempre dimostrati per quello che sono: degli imbecilli. Ricordi un censore intelligente o geniale, forse? Guarda la demenza delle televisione degli anni 50. Le mutande no, il reggiseno sì. Le cosce, sì, ma solo fino al ginocchio. Poi le cosce sì, anche fino all’inguine, ma le chiappe no. Tutte stronzate. Ipocrisie, robe dell’altro mondo.
Il potere e l’immagine: parla Toscani