
Monica Guerritore (Credits: Ufficio Stampa)
Dive e divette si affannano a definirsi attrici? Lei preferisce essere chiamata “interprete”. Tutti rincorrono la chimera della visibilità televisiva? Lei continua imperterrita a scegliere il teatro. Le sue colleghe gareggiano a ringiovanirsi? Lei mostra orgogliosa le sue rughe e inneggia alla maturità. Parliamo di Monica Guerritore, artista allergica al conformismo, forse l’unica in grado di registrare il tutto esaurito nei suoi spettacoli e ad aver portato in scena (e sullo schermo) il carattere della femminilità in tutte le più diverse e complesse sfaccettature, passando dai panni di Giovanna d’Arco a quelli di Oriana Fallaci, che sta per portare in giro per l’Italia. Continua

Maria Rosaria Omaggio: futura interprete della Fallaci? - Credits: Foto Virginia Farneti / LaPresse
Si divide tra Italo Calvino e Oriana Fallaci, l’attrice Maria Rosaria Omaggio. Per lei, infatti, in questo periodo c’è un doppio impegno, televisivo e teatrale.
Sul palcoscenico sarà la protagonista del recital “Chiamalavita” con brani e canzoni scritte da Italo Calvino, all’interno della manifestazione “Melò around the world” che si tiene a Taormina da domani a domenica 3 ottobre. In tv - invece - dovrebbe impersonare Oriana Fallaci nella fiction di Raiuno in preparazione.
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Li aveva imballati lei stessa nelle ultime settimane di vita i 636 volumi che da ieri, assieme a fotografie, cimeli e oggetti personali, sono custoditi nella sala “Fondo Fallaci”, una specie di “piccolo museo” intitolato alla giornalista e scrittrice fiorentina scomparsa l’anno scorso e realizzato all’interno della pontificia università Lateranense.
A inaugurare la sala che ospita il “prezioso patrimonio librario e archivistico” della Fallaci - che sarà a disposizione del pubblico nel giro di pochi mesi, non appena la catalogazione sarà completata - è stato il rettore della Lateranense, mons.Rino Fisichella, che l’aveva accompagnata negli ultimi e piu’ dolorosi momenti della malattia e a cui la giornalista aveva personalmente donato i propri libri.
“Oriana Fallaci ha arricchito il nostro Paese di una grande storia e di un contributo molto forte per il progresso della cultura italiana” ha detto il vescovo illustrando la nuova sala. “Ora “ha aggiunto “i libri che Oriana ci ha voluto donare - libri che sono stati usati e studiati a fondo, caratterizzati dalle sue annotazioni, post-it, sottolineature - saranno ben custoditi, e messi a disposizione di studenti, giornalisti e studiosi, ci auguriamo molti, che vorranno approfondire il suo pensiero e toccare con mano chi era Oriana Fallaci”.
Poi Fisichella ha rivelato un grande timore della scrittrice: “I libri erano ciò a cui teneva di più, la sua volontà era che rimanessero intatti. La tormentava invece il pensiero che potessero finire all’asta o dispersi”. Da qui la presa in consegna del rettore che le ha dedicato un Fondo.
Sono così ora tre i Fondi dedicati alla giornalista italiana. Il primo è sorto alla Boston University negli Stati Uniti già nel 1981, il secondo è stato curato dalla Regione Toscana e oggi si aggiunge quello alla Lateranense che, oltre ai volumi, tra cui figurano anche testi rari come una copia dell’Orlando Furioso del ‘500, mette in mostra oggetti appartenuti alla Fallaci dal grande valore simbolico, come il suo zaino o la tessera di accreditamento giornalistico in Vietnam.
Molti i ricordi personali di mons. Fisichella che con Oriana Fallaci aveva condiviso un sodalizio umano sempre più stretto.
“Mi sono rimasti di Oriana tanti insegnamenti, tanti gesti, tanti sguardi e soprattutto il grande desiderio di poter credere ma, infine, il disagio di non poter arrivare fino alla fine a condividere la fede”. C’e’ anche il ricordo di scambi che a volte erano “animati”, a volte “sereni”, ha raccontato il rettore, perché Oriana aveva un “carattere toscano e una verve polemica non da poco”, ma anche “un grande desiderio di ascoltare” e soprattutto una “profondissima intelligenza, quella delle persone che non fanno distinzione tra laici e religiosi ma guardano ai contenuti e li affrontano con grande passione per la verita’ e per la ricerca della libertà”.
Infine quasi un appello del vescovo: “dobbiamo assumerci noi stessi la responsabilità di mantenere vivo il ricordo di persone che hanno dato un contributo notevole alla storia culturale del Paese”.
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Cappellini, occhiali, macchine da scrivere, fogli di carta zeppi di appunti, libri pubblicati in varie lingue, dipinti dove si riconoscono le strade bianche e le colline toscane, e poi tantissime fotografie, perché “Oriana era una persona schivissima, ma amava farsi fotografare”. Firenze dedica un nuovo evento a Oriana Fallaci, la giornalista e scrittrice nata nel capoluogo toscano nel 1929 e lì tornata per morire, nel settembre 2006.
Una sorta di riconciliazione, quella di Firenze e della Toscana con la Fallaci, che negli ultimi anni aveva fatto discutere per le sue posizioni ferocemente non convenzionali, a proposito dell’attacco alle Torri gemelle di New York, al Social forum, alla costruzione della moschea di Colle Val D’Elsa. La città e la Regione scelgono di far pace a partire da una mostra multimediale che ripercorre le tappe di una “Oriana Fallaci. Fiorentina di razza”, questo il titolo dell’esposizione.
Dopo un’anteprima a New York e poi tappe a Milano e Roma ora la mostra approda a Firenze. L’esposizione, dal 17 aprile all’11 maggio, con un’appendice a Greve in Chianti, si compone di due parti: la prima a Palazzo Medici Riccardi, sede della Provincia, dove il visitatore si immerge nelle origini fiorentine di Oriana, nella sua storia familiare e personale, la giovinezza antifascista e i primi passi da giornalista. “Oriana” ha ricordato il nipote Edoardo Perazzi, curatore della mostra insieme ad Alessandro Nicosia “scrisse per 10 anni a Firenze e cominciò la sua carriera con un equivoco: voleva andare al quotidiano La Nazione, ma sbagliò piano del palazzo e capitò al Mattino dell’Italia centrale, dove rimase per 8 anni”.
La seconda parte dell’esposizione è a Palazzo Panciatichi, sede del Consiglio regionale, dove l’esposizione si concentra sull’Oriana più matura, corrispondente di guerra e scrittrice.
Tra gli oggetti in mostra il suo vecchio registratore a bobine, la sua intervista a Kissinger in versione audio, lo zaino mimetico che l’accompagnò in Vietnam con le indicazioni per il recupero della salma, la storia d’amore con Panagulis. L’ultima sala è dedicata alla Fallaci recente, con gli interventi sul Corriere della Sera dopo il 2001. “Una scelta oculata e non da fifoni” ha precisato Perazzi “volevamo concentrarci di più sull’amore di Oriana per Firenze che non tanto sulle polemiche degli ultimi anni”.
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Di Carla De Girolamo
Libri, libri ovunque, e tonnellate di carta. Ma anche quegli assurdi oggetti che ricamava, cuscini, quadri e un’aria country che sembra la piccola casa nella prateria…”. Sorride Edoardo Perazzi, 42 anni, nipote di Oriana Fallaci, da lei scelto come suo unico erede, quando parla della casa newyorkese della zia (anzi dell’Oriana, con tanto di articolo, “perché guai a chiamarla zia!”).
Una casa che ha frequentato per anni e dove ha trascorso con lei gli ultimi giorni di grande sofferenza, prima di riportarla a morire nella sua Firenze. I ricordi di una zia tanto importante quanto ingombrante si intrecciano con quelli della casa e con le sorprese che sono emerse dalle cataste di libri e quotidiani polverosi. “È incredibile come una donna così feroce, così autoritaria e per certi versi così maschile, visto il mestiere che faceva e il ritmo di lavoro che si imponeva, avesse un côté quasi romantico” racconta Perazzi. “Sapeva cucinare molto bene, ricamava a piccolo punto tessuti, broccati e poi ti regalava una presina o un cuscino, una sacca per la biancheria: era un suo modo per rilassarsi. E queste passioni le ritrovi nella casa molto colorata”.
Perazzi ne conosce a memoria ogni angolo: “Per forza, me l’ha fatta lavare e lustrare un sacco di volte. Era normale, tu andavi lì, lei era sempre da sola e ti schiavizzava. Una volta, ero al primo anno di università a Chicago, mi disse: ‘Poverino, che fai lì tutto solo, vieni a trovarmi, ti fai una bella mangiata qui a New York’. Io ci cascai come un tordo, anche se ero già insospettito del fatto che non mi avesse mandato un biglietto dell’aereo ma del pullman Greyhound. Insomma, dopo un giorno e mezzo di viaggio busso alla sua porta sporco, distrutto, lei mi mette una fretta dannata per farmi lavare: aveva ospite Sean Connery e la moglie, per un giorno ho fatto da cameriere per i suoi ospiti e poi sono stato rispedito all’università, ma solo dopo avere lavato tutti i piatti”.
Tornare in quella casa dopo la morte di Oriana è stato doloroso “ma per certi versi anche molto toccante. È in una posizione che per lei era strategica, vicinissima alla Rizzoli e al suo adorato Bloomingdale, con un piccolo giardino dietro, su tre piani, la facciata bianca e all’interno molto caotica e colorata, zeppa di oggetti, lumi, lampade, cuscini”. E libri… “Già, ma non solo i suoi, con un incubo di copertine tutte uguali. C’erano libri di autori di ogni genere con dediche molto affettuose e ci sono le librerie importanti, quelle del salotto, tutte piene di volumi antichi e prime edizioni, che ha regalato all’Università Lateranense. Se volevi essere menato a sangue dall’Oriana ti bastava aprire un libro fino a spaccarne la costa: era capace di fartelo inghiottire. Una volta eravamo seduti vicini in aereo, diretti chissà dove. Lei leggeva i giornali, io avevo in mano un volume della Urania e mi ricordo che lo aprii tutto, spiaccicandolo per poterlo leggere comodamente, ma feci rumore e lei cacciò un bercio che si girarono tutti. Me lo voleva rompere in testa e mi ha tenuto il muso per tre giorni. E, sempre a proposito di libri, mi è tornato in mente che avrò avuto una decina d’anni e l’Oriana mi disse: ‘Hai mai letto Jack London? Non conosci Jack London?’, e sconsolata mi mise in mano Il richiamo della foresta. Io lo lessi, mi piacque tantissimo ma ci rimasi male, il protagonista moriva. E lei s’infuriò: ‘L’ho sempre detto che sei cretino, l’eroe non è l’essere umano ma il cane!’”.
Oltre ai libri e a tonnellate di giornali Perazzi ha trovato ovviamente “tanta parola scritta. L’Oriana aveva un modo di lavorare folle: un’intervista principale e poi un sacco di appunti collaterali. Quindi per ogni articolo ha conservato la trascrizione dei nastri, i suoi appunti e una prima stesura dattiloscritta. Poi ci sono i nastri trascritti in versione definitiva, 20-30 pagine a botta. Non usando il computer ogni volta riscriveva tutto per controllare la metrica. Andava a caccia di una ripetizione anche dopo sei pagine, era tremenda e intransigente innanzitutto con se stessa. Alla fine magari ritrovi sei versioni dello stesso testo che differiscono pochissimo, dell’intervista ad Ariel Sharon ho trovato 19 stesure, pressoché identiche. Catalogare il suo lavoro è stato un incubo, però anche molto divertente”.
In questa grande mole di materiale ci sono anche molti scritti personali. “Ho trovato lettere a morosi e familiari, cose che riguardavano me che mi hanno colpito. Quando mi sono sposato, nel 1994, lei doveva fare un lungo ciclo di chemioterapia e non poteva viaggiare. In regalo mi ha mandato due pagine di una sua riduzione del Cantico dei cantici scritta per benino su un cartoncino, e due cassette lette da lei, con la sua voce roca e tutta impostata. Il giorno del matrimonio abbiamo fatto sentire a tutti la sua lettura del cantico, molto bella, ma sotto sotto ho continuato a pensare che avrebbe anche potuto mandarmi un regalo un po’ più prezioso…
“Beh, nel sistemare ho trovato 12 versioni del Cantico, 3 mila stesure diverse fatte con la sua solita attenzione maniacale. In quel regalo c’erano almeno due mesi di lavoro. Ecco, lei era così, magari tirchissima su certe cose, ti mandava a comprare una penna e ti chiedeva il resto di 20 centesimi, però ti dedicava tanto tempo, ti stava a sentire. Avevi un problema con il sederino arrossato del bambino? Lei ti dava dei consigli o s’impegnava a cercare la soluzione. Ho sempre visto questa donna come una roccia e invece ho scoperto dopo che aveva una vita di arrovellamenti e di sofferenze. E anche di quanto tempo perdesse su problemi di infimo ordine.
“C’era per esempio tutta una corrispondenza su un conto da pagare: non lo aveva pagato perché non era d’accordo, poi l’ha pagato ma non era soddisfatta, insomma un epistolario di 20 pagine. Però la cosa più divertente che ho trovato è un messaggio per il negozio che le doveva riparare la solita macchina per scrivere: c’era incollato con un pezzo di scotch il braccino con la lettera rotta e poi tutto il disegno dello schema delle lettere per risistemarlo e una spiegazione dettagliatissima. Arrivava a farsi dare gli stucchi dai dentisti per riparare la sua adorata macchina”.
Cosa l’ha stupito in modo particolare? “Amava molto certi quadernetti ricoperti di tela a fiori, e in uno di questi c’era la prima stesura di Lettera a un bambino mai nato, tutta scritta con la biro, intitolata Letter to a neverborn child, New York 1967. Era la prova di quello che avevo sempre sospettato. Oriana ha sempre detto che quel libro l’aveva scritto nel 1975 spinta dal suo direttore. Invece è un progetto che si è sempre portata dentro. A me diceva: ‘Tu ti chiami come mio padre, sei pelato come un astronauta e sei nato l’anno in cui ho perso il bambino’. I conti tornano: io sono del 1966 e il libro scritto a penna è datato 1967, è stato emozionante mettere insieme le cose”.
Manca qualcosa che invece si aspettava di trovare? “Non ho trovato alcuna registrazione della voce di Alekos Panagulis. Di lui l’Oriana ha conservato vestiti e pipe, ma ha distrutto tutti i nastri, le faceva impressione riascoltarne la voce. Quando finalmente ho trovato delle cassette con scritto ‘Alekos’, speravo fossero i nastri, invece era della musica greca orribile, il riascolto è stato agghiacciante”.
Alcuni oggetti sono stati esposti nella mostra dedicata alla giornalista che, dopo essere stata a Milano, sarà ospitata a Firenze e a Roma. “Ci sono i suoi quaderni delle elementari, che dimostrano quanto fosse secchiona già da bambina, e traduzioni di Sofocle, tutto un lavoro su Senofonte con i suoi commenti: negli anni Trenta lei parla di ‘coglioni’ greci e spartani. E anche gli oggetti degli astronauti, la scheggia della bomba che le esplose vicino in Vietnam, i suoi cappellacci”.
Tra le carte ritrovate da Perazzi anche molte lettere: “C’è quella di Woody Allen che implora la segretaria di Oriana di intercedere per farsi intervistare da lei, una di Raffaella Carrà, di Bo Dereck, Woopy Gooldberg, quelle più intime ai genitori e ad alcuni fidanzati. Ho anche trovato delle fantastiche poesie giovanili, che neanche sotto tortura farò mai pubblicare. Tutto questo materiale saltava fuori dai posti più assurdi: nascosto in mezzo alle mutande, tra i libri. Si comprava o ti faceva comprare decine di volte lo stesso oggetto perché lo perdeva. E intanto non buttava via nemmeno la spazzatura, quindi i poveracci ammessi a casa sua venivano sfruttati come manovalanza per buttare centinaia di bottiglie di olio vuote, qualsiasi cosa. La casa era ridotta male. Non un letamaio, perché lei era molto pulita nella persona, fino all’ultimo istante anche quando non si reggeva in piedi voleva essere pettinata, sentirsi in ordine. Però era proprio casinista”.
E i vestiti? “Ha sempre avuto un suo gusto preciso, una specie di uniforme, e gli abiti che ha lasciato sono abbastanza orrendi. Gli stilisti le regalavano delle gran cose ma lei molte le rimandava indietro. La sua borsa era mostruosa, di finta pelle, accomodata con nastro da elettricista, ci teneva i documenti, il manoscritto dell’ultimo libro, soldi e gioielli, tutta la sua vita. La portava sempre in giro, poi nell’armadio ho trovato bellissime borse di Vuitton più pratiche e nuovissime. La sua divisa era composta da golfino o camicettina, giacchina di tweed e una gonna al ginocchio. Ho trovato abiti da sera di Pucci, di Valentino, però non li metteva mai, la sua idea di abito da sera erano queste terrificanti giacche indiane di paillettes che comprava nei grandi magazzini”.
Cosa prenderà per sé dalla casa di Oriana? “Una piccola cassapanca fatta da mio nonno Edoardo, sembra un oggetto del Settecento, alla quale lei era molto affezionata e le è stata di ispirazione per il libro che non ha fatto in tempo a pubblicare. Mi aveva fatto giurare che l’avrei conservata io”. Dov’è ora il libro? “È chiuso in una cassetta di sicurezza, aspetto che si concluda la questione della successione negli Stati Uniti, poi è tutto pronto per stamparlo. Benché sia incompiuto, è un lunghissimo racconto sui suoi antenati, bellissimo ma anche pieno di storie drammatiche. Mi ha dato disposizioni precisissime su come pubblicarlo: non toccare neanche una virgola. E così farò.
“Certo, la soddisfazione di andare a vedere tutto il materiale e le prime stesure me la toglierò, ce n’è una libreria piena, che dimostra come abbia lavorato a questa idea per 10 anni. In un romanzo quello che Oriana fa dire a un personaggio magari è inventato di sana pianta, ma il contesto storico e addirittura meteorologico del giorno in cui la frase viene pronunciata devono essere veri. Ho trovato uno scomparto di questa libreria tutto occupato da registri navali che le servivano a mettere il nome vero di un piroscafo che il tal giorno a metà Ottocento fa la rotta Livorno, Plymouth e New York, e sicuramente lei ha rotto le scatole a mezzo mondo, ci ha perso sei mesi solo per avere un nome giusto che invece poteva inventare.
“È difficile raccontare l’Oriana” conclude Perazzi “vorrei che si capisse veramente che tipo di persona era. Certo una belva molto esigente, il termine inglese demanding è perfetto, dovevi dedicarle molto, e lei complicava qualsiasi cosa. Quello che forse non si sa è che aveva un bel senso dell’umorismo, era divertente. La tecnica giusta era risponderle per le rime o tenerle testa senza mancarle di rispetto, in quel caso si infuriava senza possibilità di scampo. Ma se la frequentavi avevi davvero l’impressione di una mente superiore”.
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