© Paolo Pellegrin / Magnum Photos
di Anna Jannello
Paolo Pellegrin, 45 anni, romano di nascita e giramondo per professione, aveva iniziato a studiare architettura prima che la passione per la fotografia non lo coinvolgesse a tempo pieno. Ha lavorato per l’agenzia parigina VU’, dal 2001 è nel team di reporter della Magnum. Fra i tantissimi premi vinti spiccano ben otto World Press Photo. È uno degli otto autori degli scatti esposti a Roma (guarda la GALLERY), dal 18 settembre al 18 ottobre, nella mostra “Ricominciare a vivere“. Panorama.it lo ha intervistato. Continua
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Da un lato i numeri e la convinzione di essere sempre (o quasi) dalla parte della ragione; dall’altro un’industriale editoriale in crisi e il sospetto che l’appuntamento annuale più importante del fotogiornalismo internazionale debba trovare una nuova linfa creativa. In mezzo c’è lui, Jean-François Leroy, l’anima del Festival internazionale di fotoreportage Visa pour l’image di Perpignan (Francia), che quest’anno ha festeggiato la sua ventesima edizione. “Vent’anni sono tanti” assicura Leroy con tono trionfale. “Ma una cosa è sicura: non intendo fermarmi qui”. All’indomani della serata conclusiva, per il direttore di Visa pour l’image è giunta l’ora dei bilanci. Sul breve, come sul lungo termine. Perché una cosa è sicura: per i fotografi impegnati a scattare i lati più oscuri e meno noti del pianeta Terra, sono tempi duri. Ovviamente, star come Paolo Pellegrin, Stanley Greene o Philip Blenkinsop hanno poco da temere. Ben più arduo si annuncia invece il compito di un esercito di fotografi talentuosi, ma resi precari dalle scelte strategiche di un’industria editoriale sempre meno disposta ad acquistare servizi “impegnati”. Leroy lo sa. E non esita a puntare il dito contro “editori ormai schiavizzati dalle notizie people e convinti, a torto, che il fotoreportage non è più redditizio”. A suo favore parlano i numeri. In vent’anni, ha presentato 600 esposizioni e organizzato 120 eventi, passando da 123 accrediti professionali rilasciati nel 1989 a 3.500 nel 2007 e coinvolgendo oltre 250 agenzie contro sette nell’anno della caduta del Muro di Berlino. “Quest’annata poi è stata eccezionale”. Come dargli torto. La qualità dei reportage presentati nella settimana dei professionisti (dal 30 agosto al 7 settembre) e poi successivamente al grande pubblico (dall’8 al 14 settembre) è stata altissima. Basta dare un’occhiata alla nostra photogallery: dallo sguardo di Philip Blenkinsop (Premio Visa 2009) sui terremotati cinesi agli scatti di Paolo Pellegrin sui rifugiati iracheni, dalle testimonianze insopportabili di Jan Grarup in Darfur e di Pascal Maitre nell’Africa dei Grandi Laghi (Rwanda, Burundi e Congo/Kinshasa), fino all’asso emergente Munem Wasif (premio del Miglior giovane fotografo), il Festival di Perpignan ha mantenuto tutte le sue promesse. Eppure le critiche non sono mancate. C’è chi parla di un formato troppo ripetitivo (il tema del colloquio: “Crisi dell’informazione, crisi del fotogiornalismo?” è lo stesso della passata edizione), chi invece se la prende con una selezione di foto e storie poco coerenti fra loro e sempre orientate a mettere in mostra la solita litania di guerre e disastri umanitari. Ma Leroy non ci sta: “Visa non è al servizio della cronaca rosa, ma votata all’impegno civile. E poi che colpe ho se l’editoria non fa più il suo lavoro?”
Gli editori si giustificano con la crisi finanziaria che la stampa sta attraversando…
Non mi faccia ridere! I giornali appartengono a dei grandi gruppi editoriali e in questi gruppi ci sono titoli che continuano a guadagnare un sacco di soldi. Vent’anni fa l’editoria aveva un obiettivo: equilibrare i conti. Oggi invece mira a profitti colossali. E di grana in giro ce n’è tanta. Se no come spiegare la disponibilità di alcuni editori di sborsare centinaia di migliaia di euro per pubblicare una copertina con Madonna o Brad Pitt e Angelina Jolie?
Forse per compensare perdite registrate altrove…
E io le rispondo che basterebbe creare una tassa sulle notizie people, ovvero i servizi sulle star, per finanziare il fotoreportage. Quando vedo che Stanley Grenne non è nemmeno riuscito a raccogliere otto mila euro per effettuare un servizio in Afghanistan, mi viene da piangere. Eppure l’Afghanistan dovrebbe tirare, o no? Guardi, se fossi in possesso di un magazine non spenderei certo il mio tempo ad acquistare le ultime foto di Britney Spears. Purtroppo non sono un editore. Detto questo, non credo che il fotogiornalismo sia in crisi. Basta osservare il materiale incredibile che il Festival di Perpignan è riuscito a proporre in queste ultime settimane. Gente come Blenkinsop o Kozyrev sono risorse indispensabili per capire come il mondo sta veramente andando.
Va bene, ma intanto ci sono una valanga di giovani fotografi costretti a rischiare la vita per appena mille euro al mese. Che consigli darebbe a questi ragazzi?
Il fotoreportage è innanzitutto un impegno civile. Non bisogna mai dimenticarlo. Certo, una vita da precario non è ipotizzabile, ma in tempi così duri non c’è altra alternativa alla resistenza sociale. Al resto ci pensa il talento. Oggi ci sono sempre più fotografie, ma non significa che ci sono più fotografi talentuosi. Certo, l’avvento del numerico ha consentito a molti di scattare buone immagini, ma per diventare Paolo Pellegrin ci vuole un occhio eccezionale. E questo gli apparecchi numerici non te lo possono offrire.
Durante il festival è emerso un rapporto sproporzionato tra la valanga di fotografi presenti a Perpignan e il numero davvero risicato di servizi che le agenzie fotografiche sono riuscite a vendere. Come se non bastasse, colossi come Magnum hanno dato forfait. Non è che Visa pour l’image sia diventato un festival delle occasioni perse?
Intanto vorrei precisare la Magnum è stata rappresentata da molti suoi fotografi. Certo, non ha presentato un suo stand, ma si tratta di una scelta che non spetta a me giudicare. Per il resto mi dispiace per le agenzie, tuttavia la sua domanda andrebbe rivolta al mondo dell’editoria. Chi se non gli editori possono dare una nuova svolta al mercato? Che colpe ho se i capiredattori delle principali testate giornalistiche francesi si lasciano mangiare da Carla Bruni e Nicolas Sarkozy? Come se non bastasse le agenzie sono ormai confrontate all’enorme massa di immagini scaricabili gratuitamente da internet. Tra una foto bellissima, ma costosa, e uno scatto buono e gratuita, la logica editoriale secondo la quale bisogna abbattere il più possibile i costi di produzione favorisce sempre più la seconda opzione. Sono propri fenomeni di questo tipo che giustificano l’esistenza di un Festival come quello di Perpignan. Ogni anno mi batto come un leone per dimostrare al pubblico e agli editori che nel mondo esistono produzioni di altissimo livello professionale, che la qualità delle foto non può essere smerciata per quattro soldi. Sono stufo di sentire in giro che Visa pour l’image propone servizi bellissimi. C…, acquistateli!
Quanto è disposta a predicare ancora nel deserto?
Quando vedo che dopo vent’anni il nostro Festival è in grado di sfornare nuovi talenti come Wasif, non ho la sensazione di girare a vuoto. Se così fossi non starei lì ad organizzare un evento capace ormai di accogliere 180.000 visitatori.
Quindi appuntamento per l’anno prossimo?
Certo, questo festival è come un figlio. L’ho fatto nascere e non intendo abbandonarlo. Né oggi, né domani.
LA GALLERY
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![Milano,Via Giovanni Bensi<br> [i]© Gabriele Basilico[/i][color=red][b]Paesaggio Prossimo, la Provincia di Milano nello sguardo contemporaneo di 12 fotografi[/b][/color]<br> Spazio Oberdan, Viale Vittorio Veneto 2, Milano dal 13 giugno al 7 ottobre 2007](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_gabriele-basilico.jpg)
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“Una città in bilico tra declino e nuova vocazione produttiva”, “costosa, caotica, difficile”, “coraggiosa e generosa”, “è ancora qui che c’è un insieme unico di talenti, comunicazione, glamour che non si trova da nessun’altra parte”. Tante impressioni, diverse visioni, un’unica fonte di emozioni: Milano.
Milano, questo gigante sofferente e vitale, fervente e malato, è visto dagli occhi di dodici fotografi di fama internazionale, e analizzato nelle parole di dodici testimoni illustri. Ed ecco che ne scaturisce la mostra “Paesaggio prossimo, la Provincia di Milano nello sguardo contemporaneo di 12 fotografi“, ospitata fino al 7 ottobre presso lo Spazio Oberdan di Milano. Un progetto nato dalla collaborazione tra la Provincia milanese e l’agenzia fotografica Contrasto per raccontare la città della moda, del design, dello sport, della mobilità… E così, toccando dodici degli aspetti che - nel bene e nel male - contraddistinguono il capoluogo lombardo, fotografi ed esperti di ogni singolo settore incrociano il loro sguardo. E le parole si affiancano agli scatti.
La moda è nell’obiettivo Stefano De Luigi e nel racconto dello stilista Elio Fiorucci. La Milano solidale è nell’incontro tra l’arte di Gianni Berengo Gardin e le riflessioni di Don Virginio Colmegna, presidente della Fondazione Casa della Carità. Massimo Siragusa e il regista Ermanno Olmi ne testimoniano la vena artistica e culturale.
![Milano Luglio 2006, domenica all'idroscalo di una famiglia Ucraina<br> [i]© Riccardo Venturi/Contrasto[/i] [color=red][b]Paesaggio Prossimo, la Provincia di Milano nello sguardo contemporaneo di 12 fotografi[/b][/color]Spazio Oberdan, Viale Vittorio Veneto 2, Milano<br> dal 13 giugno al 7 ottobre 2007<br>](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_riccardo-venturi.jpg)
Guido Harari con le immagini e Umberto Veronesi con le parole intervengono su medicina e scienza. Alex Majoli e la conduttrice Camila Raznovich raccontano il mondo dei giovani. Lo sport vive negli occhi di Riccardo Venturi e nelle osservazioni di Dino Meneghin. Gabriele Basilico e l’architetto Massimiliano Fuksas si occupano di architettura urbana. Enrico Bossan e il giornalista Ferruccio de Bortoli di economia.
Paolo Pellegrin e Paola Antonelli, acting chief curator del dipartimento di architettura e design al MoMa di New York, illustrano la Milano del Design. Il binomio composto da Francesco Radino e dall’architetto Stefano Boeri ci raccontano di trasporti e mobilità; Daniele Dainelli e Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia, della situazione ambientale a Milano. E Lorenzo Cicconi Massi, con la voce di Filippo Penati, presidente della Provincia, la città nel suo insieme. Per arrivare a un unico racconto, che è il cuore pulsante di Milano.
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[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/fotogiugno/moleskine/normal_massimo-vitali2.jpg)
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Niente di più semplice: fogli di carta color avorio, un segnalibro di stoffa, una copertina cartonata nera e un elastico a racchiudere il tutto. Niente di più leggendario: il Moleskine (dal nome della tela cerata che lo rilega), il celebre taccuino che è passato per le mani di tanti artisti e scrittori, da Pablo Picasso a Oscar Wilde a Ernest Hemingway. Lo scrittore americano diceva: “Alla Closerie des Lilas mi sedevo a un tavolino d’angolo, ordinavo un café crème e passavo lunghi pomeriggi a scrivere sul mio taccuino”.
Nato in piccole manifatture francesi (nel 1986 è scomparso l’ultimo produttore, un’azienda familiare di Tours) il Moleskine è risorto dal 1998 grazie a un editore milanese. Contenitore di schizzi famosi, di appunti ed emozioni che sarebbero diventati romanzi, ora il compagno di viaggio tascabile di tanti intellettuali degli ultimi due secoli diventa blog e guida da viaggio. I Moleskine City Notebook, da poco nelle librerie delle principali città, sono infatti guide da viaggio speciali. Racchiudono il meglio delle capitali europee e statunitensi: nel classico formato taccuino, sono forniti di 228 pagine, con mappe a colori, la pianta della rete metropolitana e delle stazioni, e soprattutto un archivio personale di fogli bianchi in cui raccogliere luoghi, indirizzi, ricordi, indicazioni degli amici… E collegato ai City Notebook è sorto il sito interattivo MoleskineCity.com, dove confluiscono i blog Moleskine: un occhio puntato su Milano, Roma, Parigi, Londra e, ultima arrivata, New York. Dedicati alle città, a chi le vive e a chi ci passa per un po’, ospitano racconti di ciò che accade, curiosità e novità. Chiunque può partecipare alla community con suggerimenti e proprie esperienze.
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/fotogiugno/moleskine/normal_paolo-pellegrin1.jpg)
E proprio per festeggiare l’approdo dei City Notebook negli States e l’apertura del blog americano è stata organizzata la mostra Detour, The Moleskine City Notebook Experience, fino al 29 giugno ospitata all’Art Directors’ Club di New York. L’oggetto dell’esposizione sono moleskine affidati ad altrettanti artisti, architetti, cineasti, romanzieri di tutto il mondo. Acquarelli, schizzi di matita o china, profusioni di colori, collage di biglietti di spettacoli o guardaroba, fotografie incollate vivono tutti in settanta Moleskine rilegati a mano. Dagli scrittori Dave Eggers e Javier Marìas, al regista Mike Figgis, al cantante Lou Reed, fino agli italiani Massimiliano Fuksas, Renzo Piano, Antonio Marras, Paolo Pellegrin: tutti hanno consegnato la loro creatività ai taccuini neri, sul filo della tradizione, riempiendoli di storie ed esperienze quotidiane. Il progetto è a sostegno di Lettera 27, organizzazione non-profit che difende il diritto all’alfabetizzazione e all’educazione nelle aree più depresse della Terra.