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Parigi
La mummia - La tomba dell’imperatore dragone
Gli amanti della serie La Mummia possono concludere l’attesa. Dal 26 settebre al cinema il terzo episodio della trilogia, La mummia - La tomba dell’imperatore dragone, con Brendan Fraser ancora nel ruolo dell’esploratore Rick O’Connell. Insieme al film molto francese Parigi, di Cédric Klapisch e con Juliette Binoche, e Sfida senza regole, con due duri inossidabili di Hollywood, Robert De Niro ed Al Pacino.
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Cédric Klapisch, il regista de L’appartamento spagnolo, ritorna con una commedia agrodolce, e molto francese: Parigi, dal 26 settembre nelle sale italiane.
“Ultimamente ho fatto parecchio cinema all’estero – a Londra, a San Pietroburgo e a Barcellona, tra l’altro – e avevo voglia di tornare a casa, nella mia città” dice. “Inoltre, c’è sempre stata molta Parigi in tutti i miei film, come Riens du tout, Ognuno cerca il suo gatto e Peut-être, ma non in modo così esplicito. Avevo l’impressione di averci girato intorno per troppo tempo, e mi sembrava il momento giusto per approfondire il tema”.
La pellicola è la storia di un parigino che si ammala e non sa se dovrà morire. Questa condizione lo porta a guardare le persone che incontra con occhi completamente diversi. Immaginare la propria morte, all’improvviso dà un nuovo significato alla sua vita, alla vita degli altri, e alla vita dell’intera città. Venditori di frutta e verdura, la titolare di un forno, un’assistente sociale, un ballerino, un architetto, un senza tetto, un professore universitario, una modella, un immigrato clandestino del Camerun… Tutte queste persone così diverse si incontrano in questa città, e in questo film. E tutte sembrano interessanti.
Nel cast Juliette Binoche, Romain Duris e Fabrice Luchini.
Uno spezzone del film, in esclusiva per Panorama.it:
“È vero che Parigi e i parigini hanno una cattiva reputazione. Sono considerati snob, presuntuosi, formali e antipatici, oltre che scorbutici. E non è un0opinione del tutto campata per aria” osserva Klapisch. “I parigini hanno un lato malinconico, di perenni insoddisfatti, che è anche un tratto tipicamente francese - basti pensare ai divi francesi alla Gabin o alla Delon, o ai personaggi creati da Céline, Léot Malet e Tardi: i loro parigini sono tristi e tormentati, burberi e altezzosi. Ma c’è anche qualcosa di bello e di sano, in questo atteggiamento. Parigi è una città malinconica”.
- Tags: arte, Botticelli, Canaletto, Della-Robbia, Edouard-André, Fragonard, Mantegna, Musée-Jacquemart-André, Neilie-Jacquemart, Paolo-Uccello, Parigi, Perugino, Rembrandt, Tiepolo
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LA GALLERY
L’ereditiere Edouard André conosce la giovane pittrice Nélie Jacquemart il giorno che la sceglie per farsi fare un ritratto. È il 1872 e per i due comincia un’affettuosa amicizia che sfocia, nove anni dopo, nel matrimonio. Entrambi appassionati d’arte, con molto tempo a disposizione e moltissimi soldi, intraprendono innumerevoli viaggi, la cui meta è quasi sempre l’Italia, andando a caccia di opere d’arte che poi riportano nella loro dimora parigina, in Boulevard Haussmann. Marito e moglie non sono soli nelle decisioni su cosa acquistare, ma si fanno consigliare dai maggiori esperti dell’epoca scelti tra i curatori di importanti musei.
Alla morte di Edouard, Nélie prosegue l’opera iniziata insieme al marito, con l’idea di fare della collezione un museo. Così è avvenuto e oggi la loro casa è uno dei musei-gioiello di Parigi, aperto 365 giorni l’anno, che vale senz’altro una visita per almeno tre motivi: il maestoso edificio che si trova a pochi passi dall’Arco di Trionfo (da notare la scala e il giardino d’inverno), la collezione di opere d’arte che contiene e la presenza degli arredi negli appartamenti privati, che restituiscono intatta l’atmosfera che doveva regnare nella casa quando era abitata.
Difficile immaginare come si svolgessero questi viaggi mirati all’acquisizione di opere d’arte, ma è un fatto che i due si siano portati a casa, staccandoli dai muri su cui erano stati dipinti, perfino diversi affreschi del Tiepolo. E poi quadri, qualcuno all’epoca ancora da attribuire, scelti con gusto sicuro che si è poi rivelato anche affidabile (è il caso di una Vergine con bambino del Botticelli e di un Ecce Homo del Mantegna), e sculture, (il museo ospita una delle più belle collezioni di Francia del XV e XVI secolo italiano). Rembrandt, Perugino, Paolo Uccello, Canaletto, Della Robbia, Van Dyck e Fragonard sono alcuni tra gli altri artisti di cui al Jacquemart André si trovano opere. E proprio a Jean-Honoré Fragonard, il pittore dei piaceri libertini di cui si è appena celebrato il bicentenario della morte, il museo dedica, fino al 13 gennaio, una bella mostra con un centinaio di opere dell’artista.
LA GALLERY

“Emma je t’aime. Reviens!” Paul. Il bel viso incorniciato dai capelli neri accanto al cuore su cui è impresso questo accorato appello appartiene ad Emma, la ragazza che il povero Paul ha perduto e che cerca disperatamente di riavere indietro attraverso una campagna mediatica senza precedenti. O meglio, con moltissimi precedenti nel mondo della pubblicità, ma nessun eguale tra i messaggi d’amore di un uomo qualunque.
Così mentre Parigi si copre di manifesti, e il messaggio rimbalza sotto forma di paginate di pubblicità su moltissimi giornali e di spot alla tv alla radio, sono rimasti in pochi a credere che si tratti davvero soltanto di un amante respinto che rivuole indietro la sua bella. La dimostrazione più lampante della presunta montatura starebbe nel fatto che dal blog emmajetaime il mesto Paul non risponda mai ai messaggi di solidarietà o alle domande dei visitatori. Ma perché investire una smodata quantità di soldi per ritrovare Emma se poi non si ha nemmeno voglia di parlare di lei su un blog aperto appositamente per celebrare il proprio amore?
Nella capitale francese il volto di Emma è diventato popolare quanto quello di Sarkozy e la riconquista di Emma è cominciata appena il 13 novembre. I giornali hanno cominciato a chiedersi chi fosse la misteriosa ragazza per riavere la quale un uomo era disposto a rovinarsi a furia di pubblicità. Ma anche a rischiare il collo per creare opere d’arte postmoderne la cui realizzazione è stata filmata e messa online da Paul nel suo blog. Eccolo che si arrampica sui tetti di Parigi per dipingere l’effige di Emma in dimensioni maxi. Peccato che il suo volto resti nell’ombra, nascosto dalla semioscurità e da una bombetta.
Sui blog impazzano le ipotesti. E qualcuno ha riconosciuto nel personaggio e in tutta la realizzazione della campagna una firma della haute couture che starebbe preparando il lancio di un nuovo prodotto. I segni della premeditazione ci sarebbero tutti, a partire dal fatto che il dominio del sito emmajetaime sarebbe stato registrato in agosto. Il nome che si fa è quello di Jean Paul Gaultier, “incriminato” in un video che lo mostra alla fine di una sfilata abbigliato esattamente come il misterioso Paul.
In un altro blog si ipotizza che dietro l’operazione ci sia l’agenzia La chose, non nuova a campagne basate sul mistero, ma maldestra nel modo di affrontare ciò che riguarda la parte internet: anche in questo caso il blog in cui non si interagisce con il pubblico è considerata una gaffe notevole.
Quello che pare chiaro è che la campagna è destinata ad avere una fine. Il calendario che compare in testa al blog parla chiaro: l’ultima data segnata è il 29 novembre. Dunque, perché il mistero sia svelato, basta aspettare.

D’amore e d’accordo. Putin e il presidente iraniano hanno davvero tanto in comune: una passione per il nucleare e una naturale tendenza a liquidare l’omosessualità con metodi tranchant. Così, se Ahmadinejad può dichiarare che “in Iran non esitono omosessuali“, il presidente russo censura una mostra parigina per colpa di un bacio tra due guardie.
Si tratta della rassegna Sots Art - arte politica in Russia dal 1972 ai nostri giorni. E l’opera maggiormente incriminata è proprio un bacio tra due poliziotti russi (guarda l’immagine).
Il disappunto di Putin stava per diventare un vero incidente diplomatico tra Eliseo e Cremlino, così, la mostra parigina, in programma alla Maison Rouge, presso la fondazione Antoine de Galbert fino al 20 gennaio 2008, ha rischiato la chiusura dopo una sola settimana. In extremis, si è arrivati poi a un duro compromesso: niente bacio gay; via un disegno in cui Hitler, Stalin e Mao sono raffigurati come grandi speranze dell’umanità, e censurate anche una decina di altre opere perché definite “pornografiche”.
Un’occasione mancata per vedere un pezzo di storia dell’arte davvero poco conosciuta - la Sots Art - che si era affermata come la versione sovietica della Pop art americana. Il movimento era nato nel 1972 grazie alle opere di due moscoviti, Vitaly Komar y Alexandr Melamid. E non ebbe vita facile, tanto che i suoi appartenenti furono perseguiti per anni, fino all’arrivo della Perestroika.

Da anni ormai, scandali e capricci dell’alta moda, combinati al lusso sfrenato di questa realtà, fanno la gioia degli editori e dei loro lettori. Ma c’è un limite a tutto. Almeno questo avrà pensato lo stilista Karl Lagerfeld, noto nell’ambiente non soltanto per le sue prodezze artistiche, ma anche per la sua strenua volontà a voler preservare con ogni mezzo l’immagine di Re Mida infallibile su cui ha costruito la sua carriera.
Prendente Arnaud Maillard, ex braccio destro del direttore creativo di Chanel. Contattato da Panorama.it, Maillard ripercorre le disavventure di una carriera iniziata “da Lagarfeld come stagiaire” e giunta quindici anni più tarda alla guida dello studio della Lagerfeld Gallery. Poi, il fatidico maggio 2005. “Di punto in bianco, sono stato licenziato per motivi cosiddetti economici. In realtà, Lagerfeld era venuto a sapere che volevo lavorare per altre griffe”. Risultato: “oggi vivo a Madrid, da esiliato, dopo che lo stilista ha deciso di imporre un veto sul mio nome nel mondo della moda francese”. Le memorie vengono diligentemente trascritte nell’autobiografia che Maillard ha fatto pubblicare in Francia presso l’editore Calmann-Lévy. In libreria dal 19 settembre scorso, Merci Karl! (Grazie Karl!) è ormai al centro di molte attenzioni. E di molte polemiche. Secondo l’autore, “questo libro è in realtà un omaggio a una delle più grandi figure della moda contemporanea”. Certo, dopo il licenziamento improvviso, Maillard non poteva essere così compiacente. E così, dal testo emerge un uomo dotato di generosità “immensa”, ma anche ultra narcisistica, capace di condizionare il suo intero ambiente. Prova ne è, la cura dimagrante che lo vede snellire di 42 kg in tredici mesi. “Sei settimane, otto kg” esordisce lo stilista entrando nel suo ufficio. “Chi può fare meglio qui?”. Il suo sguardo incrocia quello della sua addetta stampa, Caroline Fragner, che per uno strano gioco di specchi si vede costretta a seguire la stessa cura. “Finirà per dimagrire di una quindicina di chili” ricorda nel suo libro Maillard, “tormentata all’idea di deludere lo stilista”.
Frasi di questo tipo hanno spinto Lagerfeld ad esercitare grandi pressioni sulla stampa francese. A Panorama.it, l’addetta stampa di Calmann-Lévy incaricata di promuovere Merci Karl!, Florence Morin, rivela che “i giornali femminili hanno fatto calare un silenzio totale sul libro”. Peggio, secondo Maillard “l’entourage di Lagerfeld ha chiesto al mio editore di togliere alcune frasi o paragrafi”. Il clima che si è venuto a creare attorno a Merci Karl! (da cui è nato anche un blog) riflette la guerra aperta che oppone Maillard al suo ex mentore. Tra un settimana, entrambi saranno chiamati a comparire presso il Conseil de prud’hommes, istituzione giudiziaria francese dove il giovane autore intende ottenere dal suo ex datore di lavoro la liquidazione che gli spetta. “Nonostante quindici anni di sacrifici, non ho visto nemmeno un euro”. Grazie Karl!

Si muovono all’interno dei monumenti parigini oltre l’orario di chiusura. Ma non sono personaggi da Codice Da Vinci. Penetrano abusivamente, solitamente di notte, ma non sono ladri né vandali. Beffano la legge ma lo fanno a fin di bene. Si chiamano Untergunther, ma sono conosciuti anche con l’appellativo, per la verità improprio, di esploratori urbani. In realtà questi visitatori clandestini non si limitano, come molti altri gruppi attivi in Francia, ma soprattutto Stati Uniti e Canada, a esplorare luoghi abbandonati e fatiscenti, attività che li ha resi protagonisti anche di film e libri quasi sempre horror. Gli Untergunther si introducono abusivamente nelle zone chiuse al pubblico di monumenti nazionali per restaurare ciò che da tempo è stato abbandonato al degrado.
È il caso dell’orologio del Pantheon, il cui restauro è stata l’impresa che ha portato gli Untergunther agli onori delle cronache in Francia. Ne hanno parlato il telegiornale di TF1 e Le Figaro, che raccontano con tono piacevolmente stupito le gesta di questi angeli della notte. L’orologio, fuori uso da quasi 50 anni e ormai arrugginito, ha funzionato solo per 4 giorni: il restauro era perfettamente riuscito, ma il personale del Pantheon ha fatto venire appositamente un orologiaio per rimettere l’orologio fuori servizio.
Peccato, perché lo scopo degli Untergunther, nelle parole del loro portavoce, Lazare Kunstman, è quello di restituire ai cittadini bellezze che rischiano di perdersi per sempre. L’identità dei membri di ciascun gruppo, formato in genere da 7-10 persone, è segreta, ma si sa che nelle loro file c’è sempre almeno un esperto di allarmi e serrature e che militano negli Untergunther “architetti, giornalisti, insegnanti”. Chiunque, insomma, abbia a cuore la tutela del patrimonio artistico e culturale, anche quelle parti che l’amministrazione pubblica sembra snobbare.
Loro, per altro, pare non siano molto interessati a crearsi contatti istituzionali: resta senza risposta l’appello pubblicato sul sito degli Hotel della Rive Gauche per un incontro.

di Terry Marocco
Abbandonato su cuscini di velluto verde smeraldo, nel suo salotto dalle pareti rosso pompeiano, affacciato su via delle Botteghe Oscure a Roma, Alvar Gonzalez-Palacios sospira: “Mi annoio, mi sono annoiato molto nella mia vita. La noia è il sentimento tipico del Settecento, ed è sinonimo di pensiero. Oggi l’uomo non è più capace di annoiarsi, né di pensare”.
Uno dei massimi storici e critici dell’arte al mondo, allievo di Roberto Longhi, vicino a Bernard Berenson, amico di tutta quella generazione della critica dell’arte (da Federico Zeri a Giuliano Briganti) che oggi non c’è più, Gonzalez-Palacios racconta il suo ultimo anno in un diario cinico e melanconico, Un anno in meno (appena uscito per la Skira). Raffinato conoscitore del bello, arbitro del gusto, trendsetter ante litteram, è amico e frequentatore di una mondanità d’élite: dalle case reali d’Europa a grandi famiglie come i Rothschild e gli Agnelli, a intellettuali come Mario Praz, Indro Montanelli e lo scrittore Harold Acton.
Camicia bianca e superbi mocassini nocciola, Gonzalez-Palacios, nato a Cuba nel 1936 (sotto il segno del Toro), racconta: “Sono cinquant’anni che non torno nella mia isola. So che la troverei come l’ho lasciata: un grande bordello. Ai tempi di Fulgencio Batista per gli americani, oggi per italiani e tedeschi”. Assolutamente proustiano, è stato grande per aver dato dignità a quelle che erano considerate le arti minori, decorative.
Jacques Chirac gli ha conferito la Legion d’onore francese, lui ha scritto libri importanti, da quello sui Valadier ai due volumi sul gusto dei principi, o la sua tagliente autobiografia Le tre età, dove i giudizi sono tranchant (”Giangiacomo Feltrinelli? Tracotante e ingenuo”). Con mossa felina, degna dei suoi adorati gatti, si solleva dai cuscini, afferra un biscottino posato su un tavolo di marmo antico e dice: “Vado avanti per spirito giudaico-cristiano, come diceva Zeri, anche se non sono né giudeo né cristiano”.
Tuffo nei cuscini e fuoco aperto sul mondo dell’arte: “Quello che mi disturba oggi è la mancanza di interesse per gli oggetti. Si parla solo di contenuto e di contenitore. Stiamo vivendo un nuovo dannunzianesimo. I filologi, soprattutto quelli della scuola tedesca, si perdono in dettagli minimi. È così importante conoscere la data di nascita di Caravaggio? È pari alla curiosità televisiva dei reality” ironizza giocando con gli occhiali appesi al collo. “Tutto questo porta a un ammasso enorme di materiale cartaceo, che mi annoia. Come le notizie: non è necessario sapere 24 ore al giorno cosa succede nel mondo. Si rischia di diventare culturalmente obesi”.
Ha vissuto tra Roma e Parigi e le sue critiche vanno a entrambi i paesi. “Il direttore del Louvre ha dato con orgoglio la notizia che il museo ha 10 milioni di visitatori l’anno. Per me è una notizia ferale: a cosa servono? L’arte non è per le masse, implica la meditazione, l’allontanamento”.
Poi l’affondo tocca a Roma e ai due eventi più importanti dello scorso anno, definiti “manifestazioni agrituristiche”.
“La mostra di Antonello da Messina, grande successo di pubblico, era mostruosa e non è servita a nulla, se non a distruggere con un restauro raccapricciante il sublime San Sebastiano di Dresda”. Lo stesso vale per l’antologica di Raffaello: “Utile solo a chi l’ha fatta. Bisognerebbe servire le opere d’arte, non servirsene”. Invece le opere d’arte vengono usate, spostate. “Il Louvre ha prestato 300 capolavori al sultanato di Abu Dhabi. Non si deve spostare l’arte, ma le persone che vogliono vedere l’arte”.
Per descrivere la nuova generazione di storici Gonzalez-Palacios usa una parola della sua madrelingua, “chapucero”, cioè approssimativi, non attenti: “Non ci sono dei grandi talenti oggi, non ci sono degli storici dell’arte che riescano a commuovere. Non vedo un Longhi, né un Berenson”. Una concessione la fa: “Rispetto a quando iniziai, c’è una media più alta, anche se non riesco a spiegarmi il perché della rivolta verso chi è venuto prima. Oggi si torna in auge solo da morti” dice con un sospiro. Se l’arte contemporanea ha superato l’arte antica “è colpa dei miei colleghi, perché chi compra non si sente protetto: troppi falsi in giro e pochi veri grandi capolavori. E così un Warhol diventa non solo una moda, ma un investimento più sicuro”.
Sulla parete rossa alle sue spalle un favoloso quadro barocco, sui tavolini miniature e oggetti preziosi… “Se i mobili francesi non vanno più è perché la gente non vuole più vivere come una volta. Vuole case facili da tenere, e dentro, magari, solo due pezzi di altissima qualità”. Forse le sue case non sono così facili da tenere, certo bellissime, molto curate. Le crea, le vive per cicli di sette anni e poi le rivende. “A Roma ho abitato davanti alla Chiesa San Carlo in via del Corso, l’unica che mi dispiacque lasciare, poi in salita Sant’Onofrio”.
Casa strepitosa acquistata da Franco Tatò. A Parigi per 17 anni è stato in rue du Marché Saint-Honoré: “Ho venduto quando è morto il portiere”. Che snob. Si trasferisce al Marais, “ma i gay sono troppo aggressivi” e così se ne va. Ora parte, due mesi in Puglia, a Bagnolo, la sua ultima creatura: una suite di lusso, così la chiama, con un giardino, che il compagno Marcello ha riempito di rose rare.
“Non sono legato a nulla, l’unica casa che considero mia è quella dell’infanzia. Il resto è solo un divertimento letterario. Come scrivere una poesia con le parole di un altro. Se immagino il futuro penso a un convento dove allontanarmi da tutto”.
E cioè: dai cuscini verdi, dal busto di Augusto senza volto che fa da custode alla porta d’ingresso, persino dai gatti silenziosi che zampettano sui tappeti antichi.