Il 9 aprile scorso, a causa di un attacco di ignoti la città di Morgan Hill, in California, si è risvegliata senza Internet. Niente e-mail, niente ricerche in Rete, nessuna possibilità di consultare documenti on-line. Antifurti disattivati, bancomat non funzionanti, carte di credito inutilizzabili. Un ritorno al passato, indietro di vent’anni. Ora fate uno sforzo di immaginazione: che cosa succederbbe se imprvvisamente in tutto il mondo si spegnesse internet? Quali sarebbero le conseguenze di questo immaginario scenario?
È un giorno come tanti. Vi sedete alla scrivania, accendete il computer e vi collegate al web. Ma l’accesso alla rete è impossibile. Per tutti. Che sia stato un virus o un’azione terroristica non importa. Il modem lancia i suoi richiami e poi tace. Nessuna risposta dall’altro lato. E, come in una macchina del tempo, si ritorna a una ventina di anni fa, quando internet era frequentata soprattutto da ricercatori universitari e quasi sconosciuta al pubblico. Adesso, però, un miliardo e seicento milioni di persone non possono accedere al web.
La carta ritorna nell’uso abituale: al posto delle email occorre inviare lettere con francobollo. Per trovare un numero di telefono bisogna sfogliare le rubriche: se poi l’interlocutore abita all’estero, l’impresa diventa ardua. Niente aste online e biglietti lastminute acquistati da casa. Migliaia di aziende inghiottite nel nulla, senza più una vetrina globale. E per sapere cosa succede nel mondo bisogna aspettare i telegiornali o il quotidiano al mattino. Soprattutto, scomparirebbero i motori di ricerca.
Ma come potrebbe cambiare la vita lavorativa? “I due dati oggettivi della globalizzazione sono internet e il telefonino: il tempo reale del lavoro è legato al tempo di internet” dice Philippe Daverio, critico d’arte. Uno strumento insostituibile, dunque: “Tre quarti delle mie ricerche sono su internet: soltanto la Library of congress (la Biblioteca del Congresso Usa, ndr) permette l’accesso a 8 milioni di volumi online: quattro volte di più di tutte le biblioteche di Milano” osserva Daverio. E immagina: “Saremmo tutti del 70 per cento più stupidi. Anzi, imbecilli: l’etimologia della parola è ‘colui che non ha il baculum’, il bastone della ragione”. Ai danni per la cultura si affiancherebbero, poi, i danni economici: “Oggi bastano dodici minuti per cercare il bilancio di una società e le informazioni più rilevanti” sottolinea Chicco Testa, imprenditore. “È un mondo che sarebbe difficile immaginare: rallenterebbe l’intera economia globale”.
Internet ha popolato il mondo con più di cinquecento milioni di computer connessi: una rete fitta attraversata da conversazioni, dati finanziari, informazioni scientifiche. Che unisce gli angoli più remoti del mondo attraverso email e chat. Modificando profondamente le abitudini collettive. Le transazioni internazionali non avvengono più nelle Borse, ma attraverso datacenter che permettono ai mercati finanziari di essere aperti 24 ore su 24: i tabelloni con le quotazioni segnate con il gessetto sono ormai un ricordo. Monster.com negli Stati Uniti e Fayada in India sono alcuni dei siti più noti per trovare offerte di lavoro: gli annunci sui giornali rappresentano una parte limitata dell’offerta complessiva. Ma l’impatto più profondo sarebbe nella vita intima di chi ha affidato a blog, social network e forum i suoi sogni e i suoi pensieri: all’improvviso perderebbe il suo “corpo digitale”, come lo chiama il giurista Stefano Rodotà. Fotografie e appunti online che raccontano una vita svanirebbero in un buco nero se internet fosse inaccessibile. Forse è meglio pensare di fare una copia dei dati affidati a internet. Non si sa mai.
La storia di internet (in inglese, sottotitoli in italiano)
IL FORUM
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di Pasquale Chessa
Ricorrente omaggio all’arte d’avanguardia, anche quest’anno i cessi non mancano ai Giardini di Venezia per la vernice della Biennale numero 52 (aperta al pubblico dal 10 giugno). Arte della provocazione e provocazione dell’arte: quei tre vespasiani unisex modello JCDecaux, colorati di rosso, di bianco e di blu, e contraddistinti dalle parole «Liberté, Fraternité, Égalité», potrebbero dare origine a un fraintendimento diplomatico di proporzioni continentali, dato che il padiglione della Francia confina con la Norvegia nella topografia della Biennale. Certo i norvegesi possono ricordare che il primo sanitario della storia dell’arte era una trovata francese, il pisciatoio di ceramica trasformato dalla semplice firma di Marcel Duchamp nel primo capolavoro della modernità. Ma rimane il fatto che la provocazione di Lars Ramberg mal si concilia con l’idea di nuovo ordine su cui il direttore americano Robert Storr ha costruito la sua Biennale. «Pensa coi sensi/ senti con la mente»: sembra strappato da una poesia di Giorgio Caproni o Eugenio Montale il titolo della mostra guida. Ma nel percorso che dai Giardini va alle Corderie si vede subito che Storr ha lanciato una sfida alle Biennali precedenti.
Come dicono gli addetti ai lavori, quest’anno c’è molta parete: per dire che l’arte viene di nuovo appesa al muro, cioè che si riparte dall’oggetto invece che dall’idea, dalla cosa prima che dal concetto, dal fare invece che dal dire. Gli indizi sono tanti, non sempre lampanti ma spesso celati dietro un compassato understatement filosofico. Per dire: la scelta di esporre le nove immagini a colori, che raccontano Beirut 1991, uniche per un fotografo artista del bianco e nero come Gabriele Basilico, si lega a un’idea della raffigurazione contemporanea che ritroviamo nella scelta di assegnare il Leone d’oro alla carriera all’africano Malick Sidibè, il grande fotografo nato a Soloba nel Mali e che ancora lavora nel piccolo ufficio nella strada più trafficata della capitale Bamako.
Altro segnale simpatetico: le quattro straordinarie grandi tele dipinte da Gerhard Richter in omaggio alla musica di John Cage hanno il tono di voler documentare la persistenza della pittura anche al tempo dell’avanguardia radicale. Nello star system dell’arte di oggi, i colori del tedesco nato all’Est, Richter è di Dresda, emanano un’aura estetica del tutto alternativa ai vitellini squartati e congelati di Damien Hirst come alle pregiatissime trovate di Maurizio Cattelan. E Richter costa anche di più, almeno 4 milioni di euro. Così funzionano come spie di un nuovo clima culturale i colori elettrici che ritroviamo nel trash domestico di Jason Rhoades, l’artista californiano morto lo scorso anno di cui sarà difficile dimenticare l’impareggiabile installazione dei «550 nomi di vagina» scritti col neon. E si ritrova ancora tanta pittura, nel senso materiale della cosa, nelle coloratissime favelas dei brasiliani del Morrinho Group, nelle lenzuolate colorate costruite dal ghanese El Anatsui.
Sofisticato è il ragionamento sulla pittura che ha spinto Robert Storr a scegliere il gruppo italiano di Alterazioni Video, cinque giovani artisti (Paololuca Barbieri, Andrea Masu, Alberto Caffarelli, Giacomo Porfiri, Matteo Erenbourg) che vivono fra New York, Milano e Shanghai. Per quattro anni hanno fotografato le mura esterne del carcere di San Vittore: ne è venuto fuori un video intitolato proprio Paintings in cui si legge la guerriglia dipinta fra chi scrive e chi cancella. Non hanno ancora letto la poesia di Bertolt Brecht, Viva Lenin, sulla ottusità delle cancellature poliziesche, ma potrebbe essere il loro manifesto culturale e politico.
La polemica sugli italiani è già cominciata: ma Giuseppe Penone e Anselmo, Paolo Canevari e Tatiana Trouvè e Angelo Filomeno, il premio a Nico Vascellari e l’omaggio a Emilio Vedova bene rispondono al provincialismo nazionale. Le prime violente reprimende contro Storr sono venute dallo star system della critica mediatica: Philippe Daverio, non senza intelligenza, intervistato da Panorama ha vaticinato che sarà la più brutta Biennale di tutti i tempi. Vittorio Sgarbi ha lanciato la sfida alla Biennale «struttura malata ormai defunta». Sbagliano entrambi. Dovrebbe piacergli questo «ritorno all’ordine». Politicamente corretto il curatore americano, autore di un libro ititolato Modern Art Despite Modernism (pressappoco: arte moderna a dispetto del modernismo), sorride ma nega ogni corrispondenza segreta con il celebre «Rappel à l’ordre» lanciato da Jean Cocteau nel 1926.
Ma tutti cercano di entrare in sintonia col nuovo clima dell’arte moderna al tempo della globalizzazione.
Al Pac di Milano Sgarbi ha lanciato la sfida con la grande mostra di un archipittore come Luigi Serafini. Con una scelta senza precedenti, al Guggenheim di Venezia hanno smontato la storica collezione di Peggy, per ospitare, in perfetta sovrapposizione con la Biennale, un dialogo al limite dell’estetica fra Matthew Barney e Joseph Beuys. Sequence (1) di Palazzo Grassi espone una quasi antibiennale con le opere della collezione di François Pinault, molte appena comprate: dai coloratissimi plexiglas astratti di Kristin Baker ai neon di Anselm Reyle, oppure alle sculture di Franz West che si trovano quasi uguali alle Corderie, ma un po’ più grandi. Così come non si può fare a meno di confrontare l’albero di ritratti dello svizzero Urs Fischer intitolato Jet Set Lady con Democrazy di Francesco Vezzoli. Storr conclude: «Anche la pittura è concettuale, no? Per la Biennale 2007 non ho guardato al passato. Ma nemmeno al futuro. Ho cercato di vedere il presente».

La gallery delle opere in fiera
MiArt 2007. La mostra mercato dedicata all’arte contemporanea torna (a FieraMilanoCity dal 30 marzo al 2 aprile) con un obiettivo in più: vincere il complesso d’inferiorità nei confronti degli altri due eventi commerciali italiani: la fiera di Bologna e Artissima di Torino, molto più apprezzati da pubblico e critica rispetto all’evento milanese. Così, per sbaragliare la concorrenza, il MiArt tenta la carta del Fuori salone, pratica già sperimentata con fortuna da molte edizioni del Salone del mobile. Ma se l’intenzione è apprezzabile (legare l’anima commerciale della fiera a una serie di rassegne in giro per la città) la regia dell’evento sembra un po’ distratta. E anzi, lascia il sospetto che il Fuori MiArt sia semplicemente una raccolta di mostre già in programma a Milano che, per l’occasione, sono semplicemente state inserite in un elenco pubblicitario. Qualche esempio: lo spazio Assab one partecipa con un evento che si è già inaugurato venerdì scorso. Lo spazio Care of ha già inaugurato la mostra mercoledì 21, e nella stessa data c’è stata l’apertura di Db collection alla Deutsche Bank. Il Pac propone la mostra dedicata all’arte di strada, già inaugurata l’8 marzo. E Picasso illustratore è alla fondazione Stelline addirittura dal 22 febbraio.
Un’operazione un po’ sguaiata anche secondo il critico Philippe Daverio. Che a Panorama.it dice: “Poveracci, quelli del MiArt ce la mettono tutta, ma il problema è Milano, che è una Babele senza autorevolezza e senza identità culturale. In una città così è difficile mandare un messaggio chiaro e creare un coordinamento tra le varie realtà dell’arte. Bologna, ad esempio, è una città piccola e in fermento, e tutti rispondono con entusiasmo alle iniziative culturali, per questo lì la Fiera è autorevole. A Torino, che è una città sabauda, ci si organizza bene perché la mentalità è quasi militare: si seguono le direttive” continua Daverio “Ma a Milano è un’altra storia, non ci sono figure autorevoli in grado di impostare una seria regia. Tanto più che l’arte contemporanea è un terreno difficile. Si deve sempre combattere con l’ideale del business americano da una parte e il pulviscolo italiano della realtà dall’altra”.
La gallery delle opere in fiera