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privacy

Steve Jobs incontra Obama, malgrado le foto del National Enquirer

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  • Tags: Apple, fotografia, privacy, Steve-Jobs
  • 2 commenti
Le fotografie di Steve Jobs pubblicate dal National Enquirer

Le fotografie di Steve Jobs pubblicate dal National Enquirer

I fanatici dei prodotti Apple e del loro guru, Steve Jobs, tirano un sospiro di sollievo.

L’allarme si era diffuso in rete dopo che due giorni fa il tabloid americano National Enquirer aveva pubblicato alcune foto che lo ritraggono scheletrico, mentre entra nel centro oncologico di Stanford.

Le immagini risalgono all’8 febbraio e a un medico consultato dalla rivista è bastato guardarle per dire che al CEO di Apple non resterebbero che sei settimane di vita…

Continua

  • marcello.mencarini
  • Venerdì 18 Febbraio 2011

Foto, video e privacy: Internet non dimentica

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  • Tags: fotografia, internet, privacy, video, web
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Protesta davanti alla sede di Facebook in difesa del diritto alla privacy. Palo Alto, California - © Paul Sakuma / AP Photo

Protesta davanti alla sede di Facebook in difesa del diritto alla privacy. Palo Alto, California - © Paul Sakuma / AP Photo

Lo diceva già Aristotele che la memoria è l’identità stessa dell’esperienza: “non c’è esperienza, se non viene ricordata”.

Non è solo un discorso da filosofi. Nell’epoca di Internet, la memoria può diventare un problema con conseguenze molto fastidiose per chiunque usi Facebook, Myspace o qualsiasi altro sito per farsi vedere in Rete.

Ne ha parlato in questi giorni Jeffrey Rosen sul New York Times, citando il caso della povera Stacy Snyder che si è vista rifiutare la specializzazione per l’insegnamento per aver postato su MySpace, con il titolo “Drunken Pirate”, una foto che la ritraeva con un cappello da pirata mentre beveva da un bicchiere di plastica.

Negli USA il 75% dei responsabili delle risorse umane - aggiunge Rosen citando dati Microsoft - ha rifiutato dei candidati dopo aver indagato la loro presenza sul Web.

Continua

  • marcello.mencarini
  • Lunedì 2 Agosto 2010

L’anno nero della privacy è appena finito. E adesso?

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  • Tags: garante-privacy, privacy, Privacy-International, tabulati
  • 2 commenti

http://www.flickr.com/photos/hyku/368912557/

Il 2007 è stato un anno nero per la privacy. In tutto il mondo e soprattutto nelle democrazie storiche. Con Malesia, Cina, Stati Uniti e Russia a contendersi il primato delle peggiori. E la Gran Bretagna che si riconferma il Big Brother più distratto (dopo alcune clamorose perdite di dati sensibili). L’Italia? Meglio di altri paesi europei, ma neanche troppo. Le uniche isole felici per la riservatezza restano Grecia, Romania e Canada.
Queste le conclusioni dell’ultimo rapporto di Privacy International, organizzazione non governativa impegnata sul fronte del diritto alla privacy, che monitora lo stato dell’arte in 47 paesi del mondo. E che quest’anno punta il dito soprattutto contro l’Unione Europa: “Le iniziative di sorveglianza promosse da Bruxelles hanno causato un sostanziale declino della privacy, erodendo le protezioni anche in quei paesi che hanno sempre tenuto in buona considerazione il tema”. Il riferimento è alla Germania, scivolata dal primo al settimo posto in Europa dopo l’adozione di alcuni provvedimenti per la sicurezza (carte d’identità con le impronte digitali ed estensione dei sistemi di tv a circuito chiuso).
Subito dopo la Germania, all’ottavo posto, troviamo l’Italia, paese “con buone salvaguardie ma deboli protezioni”. Il che, tradotto in parole semplici, vuol dire che, da una parte, abbiamo buone garanzie costituzionali (l’art. 14 e l’art.15), un ampio quadro normativo (tra cui il Codice della privacy del 2003) e un’Autorità di controllo (il Garante).
Dall’altra, però, si registrano anche frequenti violazioni e abusi: il rapporto denuncia i discussi tabulati di Telecom e il recente provvedimento del governo Prodi (poi ritirato) per l’iscrizione di tutti i blog in un Registro. Ma ad allarmare maggiormente gli analisti di Privacy International è soprattutto l’eccessivo periodo di archiviazione dei dati telefonici e sul traffico Internet. Una questione di cui si è tornato a discutere all’inizio dell’anno dopo la proroga (a sorpresa) del Decreto Pisanu (legge 155/2005 “Misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale”). Fino alla fine del 2008 tutti i dati sulle nostre conversazioni e connessioni alla rete risalenti al 2001 non potranno essere distrutti dai fornitori di servizio. Un periodo di oltre sette anni e mezzo che non ha eguali in Europa. A cominciare dai paesi maggiormente colpiti dal terrorismo: in Spagna e Inghilterra è previsto un tetto massimo di 12 mesi.

  • nicolabruno
  • Sabato 19 Gennaio 2008

Dal Www al Ggg: ecco il web che verrà, secondo Tim Berners-Lee

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  • Tags: censura, Global-Giant-Graph, privacy, social-network, Tim-Berners-Lee, web 2.0, web-3.0
  • 3 commenti

http://www.flickr.com/photos/luc/1804295568/

C’è chi dà i numeri e chi dà lettere. Tim Berners-Lee, lo scienziato inglese che nel 1989 ha inventato il world wide web, preferisce da sempre le lettere alle serie numeriche (web 2.0, 3.0) che vanno tanto di moda di questi tempi. Non è un caso se c’è proprio lui dietro allo standard delle tre W (www) che ogni giorno ci troviamo a digitare chissà quante volte mentre navighiamo in rete. E sempre da Berners-Lee è arrivata di recente una definizione che prova ad andare oltre l’immagine della “ragnatela grande quanto il mondo”.
Tralasciando la super inflazionata etichetta “2.0″ (ormai è arrivata a comprendere tutto - e quindi anche niente), il presidente del W3 Consortium ha spiazzato tutti con una nuova metafora: “Global Giant Graph“. Un’espressione che, tradotta in italiano, suona davvero male (”grafo gigante e globale”), ma la cui sigla (”Ggg”) conferma la passione di Berners-Lee per le lettere.
Addio quindi www? D’ora in poi dovremo digitare ggg prima di ogni indirizzo? Assolutamente no. L’immagine del “network gigante e globale” - Berners-Lee usa il termine grafo perché secondo lui rende meglio il senso di connessioni interpersonali - è, in realtà, solo un pretesto per raccontare come la Rete dovrebbe evolvere per conservare le caratteristiche di libertà e semplicità con cui è stata pensata. E per andare al di là degli attuali modelli di interazione online, che spesso nascondono non poche “trappole” per la maggior parte degli utenti: privacy a rischio; siti come “giardini murati” da cui è difficile uscire una volta entrati; dati centralizzati e facilmente bersaglio di censura e repressione.
Se Internet ha messo in comunicazione tra loro i computer, con il world wide web si è riuscito a rendere navigabili i documenti multimediali, spiega Berners-Lee. Ora il web sociale sta mettendo in relazione “ciò che è più importante per noi: amici, famiglia, colleghi, conoscenze”. Spesso generando non poche frustrazioni: “Il web ci offre documenti differenti per molti questi amici: uno su Facebook, uno su LinkedIn, un altro su LiveJournal, etc. (…). Tutti questi diversi siti e documenti, riguardano la stessa cosa, ma il sistema non lo sa”. Ecco perché bisogna andare oltre l’idea del web (basata sui singoli documenti) e abbracciare quella del “grafo” (focalizzata invece sulle relazioni e una effettiva mobilità delle informazioni): “Abbiamo già la tecnologia ed è il Web Semantico. Se i social network inizieranno ad adottare un formato comune per dire che io conosco Dan Brickley, anche un altro sito o programma potrà utilizzare quel dato per offrirmi un servizio migliore”. Un sistema in grado di coniugare l’intelligenza delle masse con quella delle macchine: è quanto i guru della Silicon Valley chiamano da tempo Web 3.0. E che Berners-Lee, da sempre allergico ai numeri, preferisce chiamare GGG.

VIDEO: Berners-Lee sul Web Semantico

  • nicolabruno
  • Giovedì 27 Dicembre 2007

Una Magna Charta del web per vincere censura e repressione

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  • Tags: Internet-Bill-of-Rights, Internet-Governance-Forum, libertà-despressione, privacy, Stefano-Rodotà, web
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http://www.flickr.com/photos/goodsardine-clean/

Per la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo ci sono voluti secoli e secoli di discussioni, a partire da un dibattito inaugurato nel ‘700 e arrivato a termine solo dopo uno choc terribile come la Seconda Guerra Mondiale. Quanto ci vorrà, invece, per l’Internet Bill of Rights, l’encomiabile proposta di una Costituzione dei diritti dell’uomo nell’era elettronica, rilanciata all’ultimo incontro dell’Internet Governance Forum di Rio (qui la dichiarazione finale in pdf)? Difficile dirlo. Eppure in ballo ci sono temi quanto mai urgenti e attuali come la tutela della privacy e della libertà d’espressione online, i diritti dei consumatori, il mantenimento di standard aperti, l’inclusione digitale. Tutte problematiche che non possono trovare soluzioni adeguate nelle politiche spesso miopi e repressive dei singoli stati. Né in quelle, altrettanto controverse e utilitaristiche, delle grandi corporation.
Internet si è sviluppata in un clima di sostanziale auto-regolamentazione e questo per molti versi è stato un bene: ha permesso alla rete di crescere dal basso e via via riadattarsi in linea con i bisogni della sua base di utenti. Ma ora le cose stanno decisamente cambiando. Di giorno in giorno, la rete diventa un’arena sempre più centrale per il business e la politica. Spesso dell’attuale deregolamentazione finisce con l’avvantaggiarsene chi vuole limitare, piuttosto che proteggere, i diritti e le libertà degli utenti. Ecco perché, spiega Stefano Rodotà, componente del Comitato italiano per la governance di Internet e principale ispiratore della proposta di Rio, “la formula del Bill of Rights ha forza simbolica, mette in evidenza che non si vuole limitare la libertà in rete ma, al contrario, mantenere le condizioni perché possa continuare a fiorire. Per questo servono garanzie costituzionali”.
Certo, la strada è tutta in salita: ancora non sono per niente chiare le modalità e gli strumenti per arrivare alla definizione della Carta costituzionale. Come è giusto che sia, si tenterà il percorso della partecipazione dal basso, magari con un coinvolgimento attivo delle Nazioni Unite. Speriamo solo non ci vorranno tre secoli e un altro evento traumatizzante.
VIDEO: Stefano Rodotà sull’Internet Bill of Rights

  • nicolabruno
  • Giovedì 29 Novembre 2007

Rinunciate alla vostra privacy, vi renderemo più sicuri

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  • Tags: anonimato, deprivacy, Donald-Kerr, privacy, sicurezza
  • 4 commenti

http://www.flickr.com/photos/thetrial/366973538/
Cedereste mai tutti i vostri dati personali (anche quelli più sensibili, come il conto in banca, le preferenze sessuali o politiche) allo Stato o ad agenzie private in cambio di maggiore sicurezza e migliori servizi online? Se lo stanno chiedendo in molti negli Stati Uniti, dopo la proposta shock lanciata da Donald Kerr, capo dell’Office of the Director of National Intelligence. In un intervento (qui in formato pdf) che ha fatto molto discutere, Kerr è uscito formalmene allo scoperto: in rete il concetto di privacy sta cambiando velocemente (c’è chi sostiene non esista più), inutile chiedere allo Stato di non invadere la sfera privata, quando poi molte organizzazioni criminali (terroristi, spammer), di fatto già sfruttano a loro vantaggio le informazioni che pubblichiamo online. La soluzione, quindi, sarebbe uno scenario orwelliano da “Grande Fratello“, in cui la sorveglianza e la “deprivacy” (così la definisce Punto Informatico) prenderebbe il posto del diritto alla riservatezza.


Tutto ciò perché, dice Kerr, la sicurezza nazionale e quella personale possono essere garantite solo da istituzioni in grado di controllare e ricostruire l’identità di ogni cittadino digitale: “Troppo spesso, la privacy viene fatta coincidere con l’anonimato. Ma nel nostro mondo interconnesso e senza fili, l’anonimato - o quello che si crede anonimato - sta diventando una cosa del passato. La privacy dovrebbe coincidere con la possibilità che governo e aziende salvaguardano in modo proprio le comunicazioni private e le informazioni finanziarie”.
Anche nelle democrazie occidentali, sta per volgere quindi al termine l’era della rete libera da ingerenze degli Stati? E, poi: che conseguenze potrà avere tutto ciò in quei paesi in cui l’anonimato è l’unica condizione per esprimere liberamente le proprie opinioni?

LEGGI ANCHE: Goodbye privacy: il fisco inglese si perde i dati di 7 milioni di famiglie - Scusi, lei è un nativo digitale? - Chi insulta finisce davanti al giudice. E l’anonimato in Rete vacilla - La rivolta dei blog contro il nuovo Ddl sull’editoria

  • nicolabruno
  • Giovedì 22 Novembre 2007

La blogger: metto on line anche il mio indirizzo e il cellulare

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  • Tags: Blog, Dania, internet, privacy, web
  • 4 commenti

“La mia idea di privacy è un po’ fuori dal comune, lo ammetto. Non considero la mia foto un dato sensibile”. Dal 2003 Dania, precaria quasi trentenne, pubblica tutto, ma proprio tutto, di sè sul suo blog. Immagini, profilo, riflessioni, numero di cellulare, indirizzo di casa.

Nessun pudore o imbarazzo?
La mia è prima di tutto una provocazione: molti blogger credono di far parte di chissà quale sistema comunicativo. Invece siamo persone normali. E poi non scrivo un diario personale, con sentimenti profondi che mi imbarazzerebbe mostrare. Semmai sono gli altri, quelli che mi cercano, ad avere pudore.

Cioè?
Mi telefonano per curiosità, ma quando rispondo senza esitazioni quasi si intimidiscono. Come se chi si conosce tramite Internet avesse qualcosa da nascondere.

Non ha mai avuto problemi con qualcuno di invadente?
No. Nessuno verrebbe fino a Udine per cercarmi… Però ho ricevuto dei fiori, dei libri e una volta anche un pacco di pasta in regalo. Non mi sono pentita di aver messo i miei dati online, era e rimane un modo divertente di socializzare e di confrontarsi. Poi, certo, ci sono dei buontemponi che mi chiamano solo per ansimare al telefono o i seccatori. Ma si stancano presto.

Episodi spiacevoli?
Di solito gli insulti arrivano via mail o nei commenti sul blog, coperti da rigoroso anonimato. A voce o di persona non mi è mai capitato. Chi lo fa ha paura di essere riconosciuto.

E in città? Al lavoro?
Capita che per strada mi riconoscano e mi salutino. Al lavoro invece c’è stata qualche chiacchiera e anche qualche sms di troppo. In azienda mi hanno anche chiesto di non fare riferimenti a loro.

  • cristina bassi
  • Lunedì 19 Novembre 2007

Scusi, lei è un nativo digitale?

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  • Tags: Derrick-de-Kerckhove, internet, Marshall-McLuhan, privacy, web
  • 6 commenti

[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/delgoff/1431684609/]Delgoff [les affaires reprennent] [/url] by Flickr)[/i]
Un surfista da salotto in mostra su Flickr

Allievo di Marshall McLuhan e autore di saggi come La pelle della Cultura e Architettura dell’intelligenza, Derrick de Kerckhove studia da sempre il modo in cui i media elettronici ridefiniscono i concetti di identità, corpo, memoria.

Nuove generazioni e condivisione dell’identità online. Cosa sta cambiando?
È in atto un salto (gap), o si potrebbe dire anche uno scontro (crash) generazionale. Ormai c’è una distanza crescente tra i “nativi digitali” (le generazioni nate con Internet) e quelli che io chiamo i “migranti digitali”, e cioè chi ci è arrivato dopo. Invece di crescere con la lettura (e così crearsi un immaginario personale, una separazione tra il sé e il resto del mondo), i nativi rendono pubblica la loro identità. La socializzano sui blog e i social network, mettendo in atto una trasversalità espressiva nuova, in cui la reputazione pubblica diventa il loro capitale. E questo potrebbe sembrare un dato positivo, ma ha anche i suoi lati negativi.

Quali conseguenze negative?
Stiamo entrando in un mondo in cui la memoria personale è ovunque. Il che può essere un bene, ma è anche problematico, quando questi ragazzi fanno una fesseria o un gesto brutale e la condividono con gli amici. Spesso c’è indifferenza verso le regole sociali che ci siamo dati a livello di pubblicazione del sé. Ad alcuni non importa niente né dei doveri, né dei diritti. Interessa solo la produzione e la diffusione immediata. Si sperimentano le possibilità senza conoscere per niente le conseguenze. E alcune possono essere disastrose.

Secondo lei, perché si condividono anche le esperienze di disagio?
Mi sembra una forma di neo-punk elettronico. Questi giovani ci dicono: non vi amiamo per niente, non amiamo il mondo perché voi non ci capite e noi siamo arrabbiatissimi.

In tutto ciò cambia anche il concetto di privacy…
Si, l’identità diventa sempre più fluida. In rete ci sono moltissime tracce del nostro sé: quelle lasciate da noi e quelle pubblicate da altri. E così bisognerà continuamente rinegoziare il nostro senso di identità. Il problema è che molti utenti per ora non se ne preoccupano affatto.

Una conseguenza positiva, invece…
I nativi digitali hanno una fantastica occasione: la loro attitudine globale. Si tratta di un sentimento di appartenenza molto forte. Ma rappresenta anche una nuova responsabilità: avremo bisogno di un nuovo orientamento di sopravvivenza, e cioè di un’etica globale.

LEGGI ANCHE: Il privato diventa pubblico: come cambia la privacy sul web - La peggio gioventù si mette in mostra on line - La blogger: metto on line anche il mio indirizzo e il cellulare

  • nicolabruno
  • Lunedì 19 Novembre 2007
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