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Registi

Luca Schipani e Pippo Mezzapesa, attore e regista del film "Il Paese delle spose infelici" (Credits: ufficio stampa)
Dopo dieci anni tra cortometraggi e documentari pluripremiati, il giovane e talentuoso Pippo Mezzapesa tira le somme e osa il grande passo del lungometraggio di finzione, firmando Il paese delle spose infelici (esce in sala l’11 novembre, ma prima passa in concorso al Festival del Film di Roma). Continua
- Tags: america, Cannes, Cinema, cinema italiano, commedia-all-italiana, Il-Divo, olocausto, Paolo-Sorrentino, personaggi, Registi, Sean-Penn, Stati-Uniti, This must be the place
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Paolo Sorrentino alla presentazione del suo nuovo film ‘This must be the place’. (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)
Dopo gli applausi ricevuti a Cannes, il 14 approda nelle sale italiane
This must be the place, ultima fatica di
Paolo Sorrentino che segna anche il suo debutto oltreoceano, con un cast d’eccezione e un protagonista istrionico come
Sean Penn. Un road-movie dell’anima, discusso e complesso, e tuttavia già venduto “in tutto il mondo, tranne la Cina”, che il regista partenopeo descrive così: “Da spettatore non amo i film che parlano insistentemente per un’ora e mezza di una sola cosa:
un film è una bella occasione per prendere in considerazione molteplici argomenti di interesse, per questo il mio prova a raccontare l’assenza di rapporto affettivo tra padre e figlio, e poi, con umiltà e solo per squarci, lo sfondo storico dell’Olocausto, affrontato dal punto di vista di un uomo di oggi. Ma anche tantissime altre cose”.
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Blake Edwards insieme alla sua creazione, la Pantera Rosa - AP Photo/Neil Jacobs
Se n’è andato a 88 anni, con discrezione, due giorni fa. Blake Edwards è morto lo scorso mercoledì, a Santa Monica, per una serie di complicazioni dovute a una polmonite: Variety ne ha dato notizia ieri. Di fianco a lui, al St. John’s Health Center, la compagna Julie Andrews e amici e parenti.
Noi lo ricorderemo forse principalmente per la sua serie di film de “La pantera rosa”, veri e propri esempi di comicità cult passati alla storia (e difficilmente replicabili, nonostante un paio di tentativi - malriusciti - di revitalizzare il filone dell’Ispettore Clouseau). Ma Edwards era un autore prolifico, e porta la sua firma anche un altro grande classico del cinema americano: “Colazione da Tiffany“.
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Michele Placido - Credits: Kika
Dopo il festival del cinema di Venezia, dove tante polemiche ha suscitato il suo film su Renato Vallanzasca, Michele Placido è a Pordenone.
Qui sarà protagonista, all’interno del festival della letteratura “Pordenone legge”, di un singolare e spettacolare recital dal titolo “Cristo nella letteratura italiana”.
Panorama.it lo ha intervistato in un incontro riservato: ecco la nostra lunga chiacchierata.
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Una squadra in “azione” nel corso del concorso 2008
Una “cittá aperta” ai registi, per 48 ore. Non poteva che essere Roma la sede dell’edizione italiana del 48hour film project. Si tratta di una competizione internazionale per filmmaker o aspiranti tali: la sfida è realizzare un cortometraggio (durata massima 7 minuti piú un minuto per i crediti) in soli due giorni. Attenzione peró, non si tratta solo di girare le scene: le squadre che si iscrivono dovranno anche scrivere la sceneggiatura, scegliere le location, occuparsi dei costumi, montare, il tutto dal 22 al 24 maggio. Alla “partenza” verrá infatti consegnata a ogni troupe una traccia tematica, con l’indicazione del genere del cortometraggio, una frase che dovrá apparire nel corso del filmato (scritta o pronunciata da un personaggio), un personaggio e un oggetto da includere obbligatoriamente. Ci sono anche limitazioni tecniche, per non avvantaggiare chi ha maggiori risorse economiche. Le uniche azioni permesse prima delle fatidiche 48 ore sono la selezione del cast e delle location e il reperimento del materiale tecnico.
La squadra vincitrice del concorso cittadino parteciperá alla finale mondiale e avrá un biglietto di andata e ritorno per Las Vegas. L’anno scorso il concorso si è svolto in 70 cittá sparse per il mondo. Quest’anno saranno ancora di più.
A Roma il “48hour film project” si disputa da tre anni e nell’edizione 2007 il film vincitore (”Dón”, della squadra La lumière Soudaine) ha ottenuto un ottimo secondo posto nel concorso mondiale. Le iscrizioni per il concorso saranno disponibili dalla pagina web a partire dal 27 marzo. I filmati premiati in Italia saranno trasmessi dalle televisioni partner (l’anno scorso ad esempio sono andati in onda su Raisat).
I video delle scorse edizioni si possono vedere sul sito del “48hour film project”, sul quale si trova la storia dell’iniziativa: nata nel 2001 a Washington Dc per gioco dall’idea del fondatore Mark Ruppert, si è estesa nel corso degli anni ad altre cittá degli Usa e poi oltreoceano. Il team piú piccolo ad aver partecipato era composto da una sola persona e da una sola videocamera. Il team piú grande invece ha messo insieme 116 persone e 30 cavalli. Tutto per un corto da 7 minuti.
Le proiezioni e la cerimonia di premiazione si terranno il 29 maggio nell’Aula Magna della Sapienza. E chissá che tra i vincitori non ci sia chi ci fará sognare in futuro con un grande film, magari girato con piú calma.
Il film premiato nel 2007, di Riccardo Papa e Michele Salvezza

A Paul Auster da anni riesce benissimo. Senza dimenticare il suo primo amore, quello per la scrittura (peraltro in un paese come gli Stati Uniti dove esiste un vero mercato e dove sono tanti a vivere esclusivamente di letteratura), ogni tanto sembra essere vitale per la sua ispirazione cambiare mestiere. Auster non si allontana di molto da quel giardino meraviglioso che è la creatività artistica, visto che da scrittore ogni tanto si trasforma in regista cinematografico. Ma il fatto stesso di cambiare mestiere, almeno per un po’ sembra fare bene sia ai suoi film sia ai suoi romanzi. E sulla sua scia sembrano essere sempre di più, soprattutto in questi ultimi mesi, gli scrittori affermati e venduti in tutto il mondo che mettono da parte la penna e si cimentano in un altro lavoro. Anche ad un’età non più giovane. L’ultima notizia in questo senso arriva sempre dagli Usa. Stavolta è il maestro dell’horror Stephen King ad aver cambiato bacino d’azione. E sceglie adesso la più scanzonata via del musical per dare voce al suo immaginario. Ecco dunque Ghost Brothers of Darkland County, di cui King ha firmato la sceneggiatura. Un gothic-mystery, è vero, ma stavolta tranquillamente trasportato con leggerezza dalle note e dai passi di danza della compagnia diretta da Peter Askin. Parole dunque e musica, quella di John Mellencamp, in scena ad Atlanta nel 2009, prima di sbarcare, si spera con la consacrazione, a Broadway. Della sceneggiatura di King, ancora top secret, si sa solo che la storia è ambientata nella città immaginaria di Lake Belle Reve, negli anni ’50, e che gira tutta intorno alla morte misteriosa di due fratelli e di una ragazza. Sul fronte europeo invece ha deciso temporanemante di cambiare mestiere lo scrittore francese Eric Emmanuel Schmitt. Che si è messo dietro alla macchina da presa per dirigere il suo Odette Toulemonde, in uscita anche in Italia, del cui neorealismo è un grande estimatore. La protagonista del film è una solare quarantenne, Odette appunto, che un giorno incontra il suo scrittore preferito. I suoi romanzi la aiuteranno a costruire la sua felicità di vita. Insomma, anche se si cambia mestiere, alla fine la letteratura è una malattia difficile da cui liberarsi.
The Inner life of Martin Frost: l’ultimo film di Paul Auster
Racconto di Natale: l’episodio scritto da Paul Auster per il film Smoke
Odette Toulemonde: il film di Eric Emmanuel Schmitt
È iniziata la parata di star al lido di Venezia, e nella ricca costellazione anglofona brilla qualche stella italiana, come Carlo Lizzani. L’ottantacinquenne regista e sceneggiatore romano, autore di film come Achtung! Banditi!, Banditi a Milano (vincitore di due David di Donatello e un Nastro D’argento), Mussolini ultimo atto, Celluloide (un David Donatello per la sceneggiatura) e Maria Josè l’ultima regina, è tornato alla Biennale di Venezia dopo aver diretto la sezione cinema da 1979 al 1983. Con un film di cui firma la regia, un documentario sulla sua vita (Viaggio in corso…nel cinema di Carlo Lizzani, di Francesca Del Sette) e un nuovo libro.
La pellicola, fuori concorso, si intitola Hotel Meina ed è il racconto romanzato del primo eccidio di ebrei in Italia avvenuto sulle rive del Lago Maggiore pochi giorni dopo l’armistizio dell’8 settembre. Un film impegnato (come tutte le opere del regista), con attori bravi e poco conosciuti, che è stato ben accolto dal pubblico della Mostra. Un film fonte di grandi polemiche, su cui è tornato anche il regista l’altro giorno, perchè troppo liberamente ispirato all’omonimo saggio di Marco Nozza.
Francesca Del Sette racconta invece attraverso interviste ed estratti “un uomo di sinistra che fa della tolleranza la sua più grande qualità e non ha paura di condannare lo stalinismo né di riconoscere nel fascismo l’iniziale spinta innovatrice; uno studioso, un critico, che fissa in alcuni scritti alcune intuizioni essenziali”, dice la regista.
Uomo eclettico, Carlo Lizzani, si racconta anche in questo suo nuovo libro, Il mio lungo viaggio nel secolo breve, edito da Einaudi. Un’autobiografia che è anche un saggio di storia (del mondo e del cinema) e una riflessione sul presente.
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Il 29 agosto si aprirà la 64esima edizione del Festival del Cinema di Venezia. Si è appena concluso quello in piazza a Locarno e già si pensa al tappeto rosso sul lido. Nel frattempo è inevitabile la parata di dichiarazioni, lamentele e proteste che ogni festival si porta dietro. C’è chi dice che si spende troppo, chi vuole star e vip dai cinque continenti e chi pretende invece che l’attenzione sia puntata soltanto sulle pellicole. Il cinema italiano, poi, è un terreno fertile per dichiarazioni contrastanti. Lina Wertmüller - tanto per citare un parere autorevole - in un’intervista al quotidiano La Stampa, non ha esitato ad accusare la politica: “Destra e sinistra sono uguali” ha detto “li odio tutti: non aiutano la cultura e lo spettacolo”. Così il cinema italiano sarebbe abbandonato a se stesso. E sui festival poi ha tagliato corto “uno solo basterebbe, invece le rassegne profiferano per far pubblicità agli stranieri”.
A mettere una parola buona sul cinema nostrano invece è uno dei più raffinati registi italiani: Marco Tullio Giordana. Panorama.it lo ha incontrato a Locarno, dopo la proiezione di Maledetti, vi amerò, il film con cui nel 1980 vinse il Pardo d’oro. “Sento le stesse lamentele da quando ho iniziato a farecinema”, commenta il regista, che sta ora preparando un film per la tv e un adattamento per il grande schermo.
Ma qual è lo stato di salute del cinema italiano?
“Ottimo. Il nostro Paese pensa di avere visibilità nel mondo grazie alla politica, ma è invece per l’arte che viene citato e raccontato. Il cinema ha tenuto il passo con la società che cambia, raccontando l’Italia; cosa che non ha più fatto la letteratura, se non negli ultimi dieci anni. Il punto debole del cinema italiano è semmai la struttura industriale: il duopolio esistente impedisce una più vasta offerta di prodotti. Ma il cinema italiano può vantare ottimi attori e validissimi scrittori.”
Quale dovrebbe essere la missione del cinema?
“Il cinema ha spesso una valenza antropologica, ma per me rappresenta soprattutto un linguaggio per raccontare storie. Nel ‘68 molti giovani avevano deciso di esprimersi attraverso la politica. Io invece avevo scelto l’arte: scrivevo poesie, suonavo, dipingevo, volevo fare l’artista. La politica è necessaria, ma anche l’arte; e l’artista deve essere libero di raccontare la sua società, senza tessere”.
L’arte è un mezzo per educare?
“L’artista non deve educare, ma lavorare sul linguaggio delle immagini. La cultura in generale dovrebbe avere un certo peso su tutta la società, che però non ha più. È un fenomeno diffuso: la cultura soffre per una perdita di incisività, soprattutto in ambiti di comunicazione ed educazione”.