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Di Manuela Grassi
La scala mobile sale lentamente lungo la facciata, fino al tetto del Broad contemporary art museum, un nuovo stupefacente spazio dedicato all’arte, creato da Renzo Piano e fortemente voluto da Eli Broad, il “Lorenzo de’ Medici” della California. “L’ascesi prepara alla contemplazione” spiega l’architetto. E non solo. Una volta entrati dal terzo e ultimo piano si può cedere al gioco e scendere “come palline da flipper” per le due scale laterali esterne, segni grafici rosso fuoco disegnati sulle pareti di travertino. Non si può non pensare alla scala mobile del Beaubourg. Certo il panorama è molto diverso, al posto dei tetti di Parigi ci sono i ciuffi ondeggianti di palme altissime, le ville con giardino, i boulevard trafficati della sterminata Los Angeles.
L’edificio è il primo dei quattro previsti nel progetto di ampliamento del Los Angeles County museum of art (Lacma) ed è l’esordio di Piano nella città californiana. L’intera operazione è stata battezzata Transformation: metamorfosi del luogo ma anche idea di un’architettura viva, mobile, sensibile all’aria e alla luce.
“Quando ho visto per la prima volta Hancock park, l’area su cui erano stati costruiti negli anni i vari edifici del Lacma, ho avuto l’impressione di un caos disastroso ma anche di una popolazione felice e a proprio agio in un posto che le appartiene” racconta l’architetto ligure, ormai cittadino del mondo, nell’aereo studio serra del Renzo Piano Building work-shop a Punta Nave, Genova.
Los Angeles è la città dell’arte contemporanea: “Il Paul Getty di Richard Meier è come l’Acropoli, domina dall’alto, il Moca di Irata Isozaki è stretto in mezzo ai grattacieli, il Lacma è il museo della città”. Nel 2001 l’architetto olandese Rem Koolhaus firma un masterplan che prevede di demolire quasi tutti gli edifici. Il progetto da 300 milioni di dollari non supera il referendum indetto dal comune. Entra allora in scena Broad, consigliere fiduciario del museo, collezionista di arte moderna e contemporanea (circa 2 mila opere): coinvolge Piano di cui è grande ammiratore.
“Ho accettato a patto di poter ragionare sull’insieme” ricorda l’architetto. Broad conserva una lettera di Piano: “Caro Eli, come ti ho già detto, è molto frustrante eseguire un buon brano con un quartetto ad archi nel mezzo di tre brutti concerti rock”. Il colpo di grazia per Broad arriva con la metafora delle tre bambole russe. “Renzo mi disse: “Questa bambola molto piccola è il Bcam (Broad contemporary art museum, ndr), quest’altra è il resto del Lacma, e la più grande è il posto intero, compreso Hancock park, fino al Page museum (scienze naturali, ndr)””.

È finita che Broad ha sborsato 50 milioni di dollari per la costruzione del Bcam, più 10 per l’acquisizione di nuove opere, il resto è stato coperto da altri sponsor e dal comune (finora 200 milioni di dollari).
L’arte di Piano si fonda sulla conoscenza dei luoghi: “Conoscere significa entrare nei ritmi climatici, temere il caldo soffocante della piana di Los Angeles, apprezzare l’Indian summer di San Francisco, capire che anche una città diffusa su un territorio vasto, dove tutti vivono in automobile, ha i suoi riti, la sua anima”.
Il progetto è già nel genius loci: “Bisogna solo prestargli attenzione”. Il posto dove sorge il Lacma ha la vocazione del parco: “Può diventare un piccolo Golden Gate park, come quello di San Francisco, o un piccolo Central park come quello di New York”.
Su quest’idea ha lavorato. Tolto il parcheggio all’aperto, che è stato interrato e verrà coperto dal verde, Piano non ha esitato a eliminare la strada che tagliava il parco in due, Ogden street (vincendo le resistenze del comune). È stata creata una “spina” pedonale che collega i diversi edifici, creando una vera e propria cittadella.
“Una misura che corrisponde all’incirca a quella di San Gimignano” spiega l’architetto. “Ed è questa l’immagine che ho usato, perché con gli angelenos, abituati a percorrere lunghe distanze in automobile, si fa fatica a capirsi sulla “scala pedonale””.
Dal Lacma west, una costruzione storica degli anni 30 che ospitava un grande magazzino e ora sarà la sede delle attività culturali, si arriva al Bcam e da lì, attraverso una piazza coperta che è il nuovo ingresso del Lacma, ai vecchi edifici che ospitano le collezioni storiche del museo, più di 100 mila pezzi.
Los Angeles è l’Oriente: “La differenza culturale tra East coast e West coast è la stessa che c’è tra Occidente e Oriente. La California condivide la cultura del Pacific rim, delle terre sismiche bagnate dall’Oceano Pacifico: Giappone, Australia, Nuova Caledonia. Tutti paesi segnati dall’effimero, dove le cose sopravvivono grazie alla loro leggerezza. Non è un canone estetico, ma il sublimarsi attraverso i secoli di una necessità”.
Piano ha progettato l’aeroporto giapponese di Kansai, uscito indenne dal terremoto di Kobe del 1992, l’Opera House e Aurora Place di Sydney e il Centro culturale Jean-Marie Tjibaou a Nouméa, in Nuova Caledonia, usando il bambù insieme a tecnologie sofisticatissime, un capolavoro insuperato di relazione poetica tra l’edificio e l’ambiente.
L’architettura occidentale al contrario ha sempre privilegiato la pietra, fino agli esiti estremi: per gli architetti di Adolf Hitler che progettavano edifici monumentali ampi 17 volte la cattedrale di San Pietro il materiale di costruzione doveva sfidare il tempo e la storia. “Ma la pietra non è eterna, può andare in pezzi, eterno è al contrario il gesto che si ripete immutabile, come quello che permette agli artigiani giapponesi di ricostruire i loro templi ogni vent’anni” chiosa l’architetto.
Naturalmente Eli Broad pensava al marmo e alla pietra per il suo museo, che doveva avere le stigmate del monumento (le opere d’arte tuttavia restano di proprietà della sua fondazione e vengono “prestate” al Lacma). Dopo qualche discussione è stato scelto travertino di Tivoli, lavorato a Massa Carrara. “Anche per creare una connessione con l’edificio Lacma West, che purtroppo è costruito con una pietra bruttissima”. Ma il travertino è grezzo, cangiante, una pietra viva. Il tetto, di cui Piano è piuttosto orgoglioso, è un capolavoro di tecnologia e trasparenza. “L’idea è di avere tre grandi stanze per lato, ampie e alte come dei loft, senza colonne. Il terzo piano è inondato di luce naturale dall’alto”. Sofisticati schermi solari deviano i raggi del sole, che penetrano nell’edificio sempre da nord.
Michael Govan, il direttore del Lacma, sottolinea la versatilità del museo: “Al primo livello si possono esporre le opere di grandi dimensioni”. E infatti fino a pochi giorni prima dell’inaugurazione, l’8 febbraio, Richard Serra stava installando due sue enormi sculture in acciao tra imprecazioni coloritissime.
All’ultimo piano, con la bella luce naturale, le opere più classiche. Al piano di mezzo, con illuminazione artificiale, video arte e progetti. Il simbolo di questa idea di rotazione è l’ascensore, una vera e propria stanza in movimento: 6 metri per 3, può portare fino a 40 persone o trasportare opere d’arte; insieme alla scala mobile esteriore dipinta di rosso squillante e battezzata “spider”, ragno, sottolinea la natura dinamica dell’edificio.
Il museo è stato concepito anche in stretta collaborazione con un gruppo di artisti. Robert Irwin, che ha disegnato il giardino monumentale del Getty Center a Los Angeles, ha piantato 400 palme “washingtonian” (alte fino a 25 metri) che dondolano al vento, dopo averle cercate una per una. Sulla facciata sud del Bcam freme l’opera di John Baldessarri, enormi teli blu in tessuto da vela, su cui è riprodotta la sua mano che con un cellulare fotografa le palme.
“Si tirano su come si tira su un fiocco” precisa Piano, appassionato velista. Poi, quando Baldessarri dovrà far posto a un altro artista, le tele verranno arrotolate, magari per essere riscoperte tra cent’anni.
Chris Burden ha installato 200 lampioni vintage della Los Angeles storica, che ha accuratamente restaurato. Jeff Koons, che espone un’opera nell’Entrance Pavillon, ha disegnato una grande installazione (per ora un progetto) in cui un vagone ferroviario del 1940 sta appeso a testa in giù a un argano gigante. E ogni tanto sbuffa vapore.
L’ adesione di Piano alla cultura californiana, leggera, effimera, attenta alla natura, ha ispirato anche il suo lavoro a San Francisco, dove ha realizzato l’ampliamento della California academy of sciences, l’edificio più ecologico degli Stati Uniti. Il nuovo Planetario, la Rainforest Exhibit e l’ingresso dello Steinhart aquarium sono ricoperti da un tetto dalla superficie ondulata, sul quale sono stati piantati 4 milioni di graminacee: “Un tetto che nasce, muore, rinasce, più effimero di così”.
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- Tags: Alfredo-Femia, Arata-Isozaki, architettura, Daniel-Libeskind, Dante-Benini, Gabriele-Tagliaventi, grattacieli, Massimiliano-Fuksas, Nicola-Leonardi, Paolo-Pejrone, Renzo-Piano, urbanistica, Zaha-Hadid
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Di Terry Marocco
“Non sono il difensore dei grattacieli, anch’io sono diffidente”. Renzo Piano non ci sta a essere considerato l’avvocato del diavolo. O meglio l’avvocato di quelle costruzioni che secondo alcuni sarebbero davvero diaboliche. “Spesso sono solo espressione di potere, forza, voraci di energia, neri: fanno paura. Con i loro vetri specchiati sembrano quelle persone che indossano occhiali a specchio, piuttosto brutti”.
Ma, come si sa, “nemo propheta in patria”, così dopo il successo dell’edificio per il New York Times, appena inaugurato, a Torino il celebre architetto genovese si è trovato circondato dalle polemiche per il progetto della torre Intesa Sanpaolo, nella zona della Spina 2, vicino alla stazione di Porta Susa.
“Il nostro sarà un laboratorio urbano, dove la sostenibilità è una delle condizioni progettuali. Non c’è nulla di demoniaco in un grattacielo e se c’è qualcuno che si diverte a immaginarli come simboli fallici io mi diverto di più a pensare ad altro quando li progetto”.
Centosettantasette metri, “una scheggia di ghiaccio, trasparente e fotosensibile, capace di giocare con la luce della città. Con una grande serra aperta a tutti, un auditorium, ristoranti e sale per l’arte”. Ma Torino si è divisa fra chi di grattacieli ne vorrebbe di più (e si possono consolare, perché almeno altri quattro ne arriveranno) e il comitato Non grattiamo il cielo di Torino, che annovera dall’ex sindaco Diego Novelli all’architetto di giardini Paolo Pejrone.
Paolo Hutter, ambientalista e fino al 2001 assessore per i Verdi a Torino, è tra i coordinatori del comitato per il no: “Mi disturba emotivamente. È un corpo estraneo, un colpo di coda del Novecento, che ingiustificatamente ora ci piomba addosso. Alterano il paesaggio, che è qualcosa di interiore. Consumatori di energia. L’ecograttacielo è pura propaganda”.
Piano, per non interferire con l’emotività dei torinesi, ha preferito abbassare la sua torre all’altezza dell’edificio simbolo della città. “Se devo fare un omaggio a una vecchia signora eccentrica come la Mole, lo faccio volentieri. Non per debolezza, ma perché la qualità non è certo costruire l’edificio più alto”.
Non tutte le archistar la pensano così. “Non faccio sconti a nessuno” tuona Massimiliano Fuksas, dall’alto dei suoi 220 metri, previsti sempre a Torino, per il nuovo palazzo della Regione Piemonte, nella zona dell’ex Fiat Avio. Ha il progetto appeso al muro della sala all’ultimo piano del suo studio romano e mostra che se il grattacielo fosse costruito in orizzontale occuperebbe una porzione di territorio immensa. “La base è di 1.600 metri quadrati, in orizzontale sarebbe stato di 200 mila metri quadrati, invece dei 76 mila effettivi. Non ci sarebbero stati 18 ascensori, ma 60″.
Mentre a Torino si discute, a Tokyo si costruisce. Dopo un anno e 8 mesi di lavori, Fuksas ha appena inaugurato il nuovo Armani-GinzaTower, nel distretto del lusso. Sorridenti, entrambi in maglietta nera, l’archistar e re Giorgio si abbracciano sullo sfondo dell’edificio illuminato da foglie di bambù, come un bosco magico.
Ma, inutile negarlo, il rapporto tra una parte degli italiani e i grattacieli non è facile. Ancora problemi freudiani?
Sul nuovo porto di Savona Fuksas ha progettato una torre, una spirale leggera di 120 metri. “A chi mi ha accusato di aver creato un fallo storto ho risposto: ognuno vede quello che vuol vedere”.
Ma c’è anche chi ci vede non simboli sessuali bensì l’incubo della città verticale, come scrisse J. B. Ballard, nel suo Il Condominio, nel lontano 1975.
“Grattacieli e parcheggi deserti, diventeremo come Dallas”: ne è sicuro Gabriele Tagliaventi, architetto e presidente dell’associazione Vision of Europe, impegnata in campagne di sensibilizzazione e salvaguardia dell’architettura delle città. “Hanno avuto la loro stagione d’oro nella seconda metà dell’Ottocento, ora sono scatoloni di vetro, ripetitivi e banali”.
Ironizza Nicola Leonardi editore bolognese di The Plan, la rivista d’architettura in questo momento più di tendenza: “Demolire in Italia è una parola che non si usa. Vogliamo conservare tutto ed è un errore”.
Anche qui bisogna guardare a Londra, a un modello di città contemporanea che da noi non è ancora arrivato: “Lì hanno saputo modificare la skyline creando nuovi punti di visualizzazione. Così accanto a St Paul’s Cathedral il grattacielo di Norman Forster è un’architettura che dà e non toglie”.
Gli fa eco Mario Cucinella, 47 anni, architetto che a Bologna sta realizzando la nuova sede del Comune: “Niente siluri. La modernità non è per forza costruire in altezza, ma costruire in modo sostenibile. A Hong Kong, dove tutto è concentrato in una piccola area, ci si muove a piedi, si vive, si mangia, si dorme, in uno spazio ristretto, i grattacieli hanno un senso. Meno se diventano simboli, monumenti isolati”. Se sono solo “erezioni in mezzo alle città”, per tornare a Sigmund Freud, “allora è un modo infantile di concepire la verticalità”.
La vera scommessa del futuro per questo architetto è non tanto grattacielo sì o no, “come se si parlasse di un derby, ma piuttosto: è in relazione con il tessuto urbano? È architettura sostenibile? Perché per parlare di green building non bastano le cascate di verdura tra un piano e l’altro”.
I milanesi si sono posti più di una domanda davanti ai numerosi progetti di grattacieli previsti per i prossimi anni: da quelli molto criticati di Zaha Hadid, Daniel Libeskind, Arata Isozaki, previsti nella zona dell’ex Fiera, a quelli che sorgeranno nell’area Garibaldi-Repubblica, alla torre della Regione Lombardia: 170 metri.
Dante Benini, 60 anni, architetto e milanese doc “nato in un sottotetto della Bovisa”, racconta: “Siamo ancora a parlare dei ragazzi della via Gluck, ma se c’era l’erba non c’era Milano”. La polemica per l’architetto è accanimento culturale: “Il problema è un altro: non ci sono più case popolari dove vivere dignitosamente e non come galline in batteria. L’edilizia popolare non esiste più”.
Dice Alberto Francini di Metrogramma, studio milanese di riferimento per le nuove generazioni: “Il grattacielo contemporaneo è solo formalismo, si avvicina al design e ha perso gli obiettivi per cui era stato creato. È postmoderno, perciò è vecchio”. Francini si sta occupando del masterplan di Rozzano, periferia da riqualificare, insieme allo studio genovese dei 5+1, giovani architetti di tendenza, vincitori anche del concorso per il nuovo Palazzo del cinema di Venezia.
Alfredo Femia, 40 anni, fondatore dello studio con Gianluca Peluffo, racconta come sarà la nuova “Rozzangeles”, dove sono previste tre torri di 200 metri, “perché così sarà il verde a prevalere sulla densità”. “Meglio la verticalità in aree a ridosso della tangenziale piuttosto che dentro la città, queste sono le nuove mura contemporanee. Dobbiamo rovesciare New York e pensare a Central Park come al centro di Milano, mentre i grattacieli devono restare ai bordi”.
Femia parla e cammina verso lo studio appena inaugurato a Parigi. Si viene a Parigi perché qui Nicolas Sarkozy ha detto che l’architettura è un bene pubblico. “La polemica sui grattacieli anche in Francia occupa pagine di giornali e blog, ma l’approccio non è mai al lupo, al lupo, come da noi”.
E se è vero che i parigini non hanno mai digerito la torre di Montparnasse, è anche vero che da noi si digerisce di tutto. “Lasciamo passare cose devastanti, gridiamo contro i grattacieli e in cambio accettiamo di farci invadere dai palazzoni”.
Intanto, qualche strada più in là, Renzo Piano conforta i torinesi: “Non temete: il mio grattacielo sarà bellissimo, io ci metto l’anima”.
Ma a Torino in molti continuano a pensare che l’anima dell’architetto è irrimediabilmente venduta al diavolo.

S’intitola Piccoli segni per un grande disegno. I “segni” sono i bozzetti preparatori, i modelli di studio, i prototipi e le opere donate da più di 50 architetti e designer di fama internazionale. Il “grande disegno”, invece, è il completamento dell’hospice di Villa Sclopis a Salerano (Torino). Ovvero la riconversione della Villa, per donare una sede adeguata alla cura di malati in fase terminale, come fortemente voluto dal gruppo di medici volontari dell’Associazione Casainsieme Onlus di Salerano.
La mostra, a cura di Luca Molinari e Simona Galateo con la collaborazione dello Studio di Michele De Lucchi (che ha sviluppato il progetto di riconversione), ha lo scopo di raccogliere i fondi necessari per concludere i lavori. Per questo, le opere in rassegna allo Spazio FMG per l’Architettura (Via Bergognone 27, Milano, ingresso libero dal 14 al 24 novembre) saranno protagoniste di un’asta benefica il 27 novembre grazie all’ospitalità de La Triennale di Milano e alla collaborazione di Sotheby’s. Il ricavato sarà interamente devoluto all’Associazione Casainsieme, l’ente responsabile della realizzazione di Villa Sclopis. Tra 50 pezzi in rassegna, opere di Cini Boeri, Massimiliano Fuksas, Enzo Mari, Alessandro Mendini, Renzo Piano, Marco Zanuso, Matteo Thun.

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Niente di più semplice: fogli di carta color avorio, un segnalibro di stoffa, una copertina cartonata nera e un elastico a racchiudere il tutto. Niente di più leggendario: il Moleskine (dal nome della tela cerata che lo rilega), il celebre taccuino che è passato per le mani di tanti artisti e scrittori, da Pablo Picasso a Oscar Wilde a Ernest Hemingway. Lo scrittore americano diceva: “Alla Closerie des Lilas mi sedevo a un tavolino d’angolo, ordinavo un café crème e passavo lunghi pomeriggi a scrivere sul mio taccuino”.
Nato in piccole manifatture francesi (nel 1986 è scomparso l’ultimo produttore, un’azienda familiare di Tours) il Moleskine è risorto dal 1998 grazie a un editore milanese. Contenitore di schizzi famosi, di appunti ed emozioni che sarebbero diventati romanzi, ora il compagno di viaggio tascabile di tanti intellettuali degli ultimi due secoli diventa blog e guida da viaggio. I Moleskine City Notebook, da poco nelle librerie delle principali città, sono infatti guide da viaggio speciali. Racchiudono il meglio delle capitali europee e statunitensi: nel classico formato taccuino, sono forniti di 228 pagine, con mappe a colori, la pianta della rete metropolitana e delle stazioni, e soprattutto un archivio personale di fogli bianchi in cui raccogliere luoghi, indirizzi, ricordi, indicazioni degli amici… E collegato ai City Notebook è sorto il sito interattivo MoleskineCity.com, dove confluiscono i blog Moleskine: un occhio puntato su Milano, Roma, Parigi, Londra e, ultima arrivata, New York. Dedicati alle città, a chi le vive e a chi ci passa per un po’, ospitano racconti di ciò che accade, curiosità e novità. Chiunque può partecipare alla community con suggerimenti e proprie esperienze.
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E proprio per festeggiare l’approdo dei City Notebook negli States e l’apertura del blog americano è stata organizzata la mostra Detour, The Moleskine City Notebook Experience, fino al 29 giugno ospitata all’Art Directors’ Club di New York. L’oggetto dell’esposizione sono moleskine affidati ad altrettanti artisti, architetti, cineasti, romanzieri di tutto il mondo. Acquarelli, schizzi di matita o china, profusioni di colori, collage di biglietti di spettacoli o guardaroba, fotografie incollate vivono tutti in settanta Moleskine rilegati a mano. Dagli scrittori Dave Eggers e Javier Marìas, al regista Mike Figgis, al cantante Lou Reed, fino agli italiani Massimiliano Fuksas, Renzo Piano, Antonio Marras, Paolo Pellegrin: tutti hanno consegnato la loro creatività ai taccuini neri, sul filo della tradizione, riempiendoli di storie ed esperienze quotidiane. Il progetto è a sostegno di Lettera 27, organizzazione non-profit che difende il diritto all’alfabetizzazione e all’educazione nelle aree più depresse della Terra.

S’intitola Renzo Piano Building Workshop, le città visibili la grande mostra monografica (dal 22 maggio al 16 settembre) sull’opera del celebre architetto, alla Triennale di Milano. In rassegna, disegni originali, progetti e modelli che documentano gli oltre quarant’anni dell’attività di Renzo Piano. Nel percorso si avvicendano progetti storici, dal Beaubourg di Parigi alla riconversione torinese del Lingotto, dalla Cité Internationale di Lione al porto di Genova, alla berlinese Potsdamerplatz, agli esperimenti sulle brown areas. Ne risulta l’idea di una città ideale, fotemente ispirata dall’opera di Calvino, e che propone spazi multifunzionali dove l’irrequietezza delle metropoli è accostata a categorie care all’autore delle Citta invisibili: l’esaltazione della complessità, la leggerezza e la trasparenza.