
Shoichi Noguchi, dal suo profilo Twitter
Che su Twitter si legga di tutto - dal cosa-mi-metto-stasera al Tractatus Logico-Philosophicus di Wittgenstein fatto a pezzetti - è risaputo e niente più stupisce. Ma questa di Soichi Noguchi, l‘astronauta giapponese che posta foto della Terra prese da una stazione in orbita riesce ancora a sorprendere. Continua
di Alessandro Patrono
Potè più Michael Jackson che la politica internazionale: di fronte alla morte del Re del Pop, la twittersfera si è scatenata, andando ad eclissare in frequenza gli aggiornamenti sulle lotte in Iran che avevano monopolizzato il social network nei giorni scorsi.
Commozione, stupore, rabbia, pentitismo a posteriori ma anche molto humour nero: continui aggiornamenti da parte degli utenti di tutto il mondo. Abbiamo selezionato alcune fra le frasi più significative degli utenti italiani: le trovate qui di seguito.
Le elegie
Aletar: “Per quelli della mia generazione, effettivamente, Michael Jackson è più di un mito. E’ stato la colonna sonora della mia adolescenza….“
pises73: “Michael Jackson è morto. Una leggenda del Pop, un genio della danza, un bambino prodigio mai cresciuto. Hope U can C 2 the Dawn, M! :’-(”
freecris: “Morto Michael Jackson… E finalmente avranno il quarto per giocare a scopa. Elvis, Jim e Marilyn aspettano nella solita isola polinesiana.”
I confronti
Matteo_M: “è in lutto… Perchè Dio ti sei preso Michael Jackson e non qualcuno tipo Gigi d’Alessio?? Perchéééé???”
v85: “è morto Michael Jackson??? Per Farrah Fawcett mi dispiace tantissimo ma ormai si sapeva…ma per Michael Jackson…sono rimasta scioccata!”
marmaz: “povera Farrah, la sfiga di morire lo stesso giorno di Michael Jackson”
Riflessioni su una vita controversa
Anctartica: “Sto continuando a guardarmi i video di Michael Jackson. Cioè, a me lui non è che piacesse particolarmente, però porca miseria.”
pxel: “Michael Jackson artefice e vittima di questa società pazza che non sa guardare in faccia ai problemi reali ma usa la scienza per i capricci.”
nemoravi: “Michael Jackson è morto. Una vita sprecata a cercare di colmare il vuoto che aveva dentro, senza mai riuscirci.”
Le battute
Citizen_A: “nel vedere quanto la state mettendo giù dura per Michael Jackson pensa con terrore al giorno in cui Madonna tirerà le cuoia”
Lucacicca: “apprende che viene bocciata la mozione Michael Jackson per la segreteria del PD”
Simone Stenti: “Nello stesso giorno muoiono Michael Jackson, la Fawcett e si scopre che Simon LeBon canta e balla a villa Certosa. Gli anni Ottanta sono proprio finiti.”
masstrovato: “Michael Jackson è morto e ha intasato Twitter dando così il colpo di grazia alle ultime speranze di rivoluzione iraniane, […] ora a Mousavi non resterà che imparare il Moonwalk se vuole avere qualche chance.”
giuliozu: “Michael Jackson è morto di punto in bianco.”
robbs: “SBIANCATO alla notizia della morte di Michael Jackson……….!”
acutifortori: “Michael Jackson ha retto solo pochi mesi dopo la vittoria di Obama, dev’essere stato un affronto troppo grande”
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Se il 2008 almeno in Italia è stato l’anno di Facebook, con una crescita del 963%, il 2009 lo sarà ancora di più. Il popolare social network creato nel febbraio del 2004 dallo statunitense Mark Zuckerberg, all’epoca diciannovenne e studente presso l’università di Harvard è infatti letteralmente esploso nel nostro paese. Tutto merito delle potenzialità del mezzo. Dentro Facebook oltre che crearsi una rete di amici o semplicemente ritrovare i vecchi compagni di scuola si può discutere di fatti di cronaca e politica, perfino di mafia. Il Facebook nostrano, benché bannato da molte società perché considerato un ostacolo alla produttività, prosegue imperterrito nella sua corsa al successo. Si è aperto perfino alla letteratura, l’ultima iniziativa è il concorso per San Valentino su iniziativa di Dario Flaccovio Editore che prevede l’inserimento di un racconto di tremila battute nel gruppo da loro creato. Ma la grande novità dell’anno appena incominciato è il cinema.
Facebook sta infatti per diventare in Italia un film ad episodi. Il titolo è già stato scelto: Feisbum! ResisteRete?. Una sorta di docu-movie per spiegare il paesaggio variegato del social network più famoso del mondo. Si articolerà in 8 episodi che verranno girati da giovani registi, esordienti e non. Un test dunque interessante non solo per l’argomento scelto ma anche come banco di prova per i nuovi talenti del cinema italiano. Nel cast ci saranno anche anche Laura Luchetti, Serafino Murri, Alessandro Capone. Il film giocherà le carte dell’ironia tipica della commedia italiana raccontando l’universo che gira intorno a chi è iscritto a Facebook. Sogni, inganni, relazioni familiari e sentimentali. Una fotografia insomma del nostro paese che attraverso la rete vive con un linguaggio tutto sua la globalizzazione in atto. Una curiosità. Anche Hollywood sembra essere interessata a Facebook. Sony Pictures e Aaron Sorkin, il creatore della serie The West Wing, hanno confermato che stanno preparando un film sull’argomento. Ma niente da temere. Sarà incentrato sul suo inventore Mark Zuckerberg.

L’ego-surfing, si sa, è una delle pratiche più diffuse tra chi frequenta regolarmente la rete. Secondo un’indagine dell’autorevole Pew Internet & American Life Project, almeno un navigatore su due digita il proprio nome sui motori di ricerca per controllare “cosa si dice”. Una pratica che diventa ancora più maniacale tra alcune frange “celopiulunghiste” della blogosfera o dei social-network. Molti blogger italiani, ad esempio, sono ossessionati dalla posizione nella classifica realizzata da Blogbabel. Come ha spiegato Luca Sofri in un recente articolo, “almeno duemila allodole ogni mattina vanno a vedere in che posizione della classifica - aggiornata alle sette tutti i giorni - sta il loro blog. E si eccitano, o si deprimono, a seconda di quel che vedono”. Ed è così anche per i social network: il numero di amici su Facebook o su Twitter per molti iscritti è indice di popolarità e successo.
Una forma di narcisismo digitale per il quale ora è stato elaborato anche un quoziente numerico. Si chiama QDOS ed è stato pensato apposta per misurare in maniera più attendibile il proprio status online. Basta registrarsi al sito, inserire i diversi profili di social network su cui si è attivi, e il sistema elabora automaticamente un punteggio. Ad essere preso in considerazione non è soltanto il numero di volte che il proprio nome compare online (come fanno i motori di ricerca), ma anche parametri come l’impatto e la frequenza delle attività. L’ideale, quindi, per gli ego-surfer più sfrenati.
Per i fondatori di QDOS il vero scopo del servizio è anche un altro: spingere gli utenti a prendere maggiore dimistichezza con il proprio status digitale per sapersi difendere dagli eventuali (e sempre più frequenti) abusi.
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C’è chi dà i numeri e chi dà lettere. Tim Berners-Lee, lo scienziato inglese che nel 1989 ha inventato il world wide web, preferisce da sempre le lettere alle serie numeriche (web 2.0, 3.0) che vanno tanto di moda di questi tempi. Non è un caso se c’è proprio lui dietro allo standard delle tre W (www) che ogni giorno ci troviamo a digitare chissà quante volte mentre navighiamo in rete. E sempre da Berners-Lee è arrivata di recente una definizione che prova ad andare oltre l’immagine della “ragnatela grande quanto il mondo”.
Tralasciando la super inflazionata etichetta “2.0″ (ormai è arrivata a comprendere tutto - e quindi anche niente), il presidente del W3 Consortium ha spiazzato tutti con una nuova metafora: “Global Giant Graph“. Un’espressione che, tradotta in italiano, suona davvero male (”grafo gigante e globale”), ma la cui sigla (”Ggg”) conferma la passione di Berners-Lee per le lettere.
Addio quindi www? D’ora in poi dovremo digitare ggg prima di ogni indirizzo? Assolutamente no. L’immagine del “network gigante e globale” - Berners-Lee usa il termine grafo perché secondo lui rende meglio il senso di connessioni interpersonali - è, in realtà, solo un pretesto per raccontare come la Rete dovrebbe evolvere per conservare le caratteristiche di libertà e semplicità con cui è stata pensata. E per andare al di là degli attuali modelli di interazione online, che spesso nascondono non poche “trappole” per la maggior parte degli utenti: privacy a rischio; siti come “giardini murati” da cui è difficile uscire una volta entrati; dati centralizzati e facilmente bersaglio di censura e repressione.
Se Internet ha messo in comunicazione tra loro i computer, con il world wide web si è riuscito a rendere navigabili i documenti multimediali, spiega Berners-Lee. Ora il web sociale sta mettendo in relazione “ciò che è più importante per noi: amici, famiglia, colleghi, conoscenze”. Spesso generando non poche frustrazioni: “Il web ci offre documenti differenti per molti questi amici: uno su Facebook, uno su LinkedIn, un altro su LiveJournal, etc. (…). Tutti questi diversi siti e documenti, riguardano la stessa cosa, ma il sistema non lo sa”. Ecco perché bisogna andare oltre l’idea del web (basata sui singoli documenti) e abbracciare quella del “grafo” (focalizzata invece sulle relazioni e una effettiva mobilità delle informazioni): “Abbiamo già la tecnologia ed è il Web Semantico. Se i social network inizieranno ad adottare un formato comune per dire che io conosco Dan Brickley, anche un altro sito o programma potrà utilizzare quel dato per offrirmi un servizio migliore”. Un sistema in grado di coniugare l’intelligenza delle masse con quella delle macchine: è quanto i guru della Silicon Valley chiamano da tempo Web 3.0. E che Berners-Lee, da sempre allergico ai numeri, preferisce chiamare GGG.
VIDEO: Berners-Lee sul Web Semantico
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Immaginate un’agenda sul web che in tempo reale dice cosa stanno facendo le persone nell’elenco. Ne fanno parte amici, colleghi e perfino qualche persona famosa. C’è già e si chiama Twitter: da poco tempo con Twitdir si può cercare tra i profili pubblici degli utenti, e sapere che cosa stanno facendo in questo momento perché sono loro stessi a scriverlo. In soli 140 caratteri. Per ora è un mondo frequentato dai geek, gli appassionati di tecnologia e innovazione, ma qualcuno ne sta esplorando le potenzialità.
Due candidati alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti, Barack Obama e John Edwards, hanno scelto un filo diretto con gli elettori attraverso Twitter: annunciano le date dei loro comizi o idee sulla campagna elettorale. Il cofondatore della Apple Steve Jobs ha la sua pagina personale e partecipa alle voci sui nuovi prodotti della sua azienda, come l’Iphone. Tanti blogger e giornalisti di successo (come Mike Arrington e Robert Scoble) scrivono per i loro amici e lettori cosa stanno facendo, raccontano riflessioni o l’umore della giornata. E sono più di quattromila le persone interessate a Lisa Warren, una ragazza con un obiettivo chiaro: “Avere chiunque come amico”.
Secondo una ricerca dell’università del Maryland la funzione principale di Twitter è quella di conversare online, in un modo che ricorda le chat. Una persona su dieci condivide informazioni attraverso link e molti membri riferiscono o commentano le ultime notizie. Ma se Twitter è simile a un’agenda interattiva, il nuovo motore di ricerca Spock ricorda invece l’elenco telefonico: l’idea è di raccogliere in singole pagine i nomi delle persone e le informazioni relative ai loro profili sparpagliate in siti, blog e social network come Myspace, Linkedin o Facebook. Romano Prodi e Silvio Berlusconi sono solo alcuni degli italiani presenti: la lista è destinata ad allungarsi rapidamente.
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Il mondo della pubblicità sta cambiando. Merito anche del web, e soprattutto delle community che fungono da generatore e moltiplicatore (spesso gratuito) di contenuti: foto, filmati, canzoni. Per il direttore marketing di Lee Europa, Antonio Gnocchini, la rivoluzione è iniziata con lo spot della Nike in cui Ronaldinho beccava cinque traverse di fila:
“Un falso clamoroso, che ha sconvolto le leggi della pubblicità. Noi ci siamo dovuti adeguare”. Così è nata l’idea di Makehistory, un concorso aperto a fotografi professionisti e non che si propone di raccogliere immagini che immortalano momenti di vita quotidiana. Foto che saranno utilizzate per la prossima campagna europea. La novità è che il prodotto non si vedrà: “Investiamo per comunicare i valori del marchio, e per creare un social network che identifichi i nostri clienti”. Il primo a partecipare al concorso è stato Boogie, artista di origini serbe ma trapiantato da anni a New York: “Boogie è un reporter, le sue immagini sono le prime che abbiamo veicolato in stampa perché per noi è quello che interpreta meglio la community”.

Foto di strada, a tema libero, senza modelli, shooting, location e costi alle stelle: “Vogliamo immortalare la vita vera senza imporre un messaggio”. Certo, per l’azienda il risparmio in termini economici dovrebbe essere notevole: “Possiamo dire di aver fatto una campagna a costo quasi zero, che dà in cambio grande visibilità a chi partecipa, senza dimenticare il premio finale di 50 mila euro”. Per la cronaca, il concorso, che è partito a gennaio e andrà avanti per un anno, sta riscuotendo un buon successo: “Tutte le foto vengono dirottate sulla piattaforma Myspace, ma solo quelle che superano una preselezione interna finiscono sul sito ufficiale e diventeranno campagna stampa, affissioni e quant’altro”. Impossibile sapere gli indici di partecipazione per Paese: “A breve avremo dati precisi”, promette Gnocchini, che aggiunge: “i più attivi, fino ad ora, sembrano essere i giovani polacchi e turchi, seguiti dai paesi del nord Europa, Scandinavia in testa”. Foto belle, anche se una domanda sorge spontanea nell’osservare le prime foto selezionate: tra paesaggi, primi piani e oggetti di qualsivoglia forma, qualcuno capirà che si pubblicizzano dei jeans?