Terra di elezione di Cy Twombly (Lexington, 1928) è l’Italia dal 1957. “Sono un pittore mediterraneo” dice di sé l’artista americano, ai suoi esordi pittorici compagno di strada di Robert Rauschenberg con cui compie negli anni Cinquanta un viaggio fatale in Italia, voluto proprio dagli dei, e nel Bel Paese l’artista si ferma innamorato della sua luce bianca e del mito classico: “Per me il passato è la sorgente”, afferma Twombly: nella sua pittura e scultura si conciliano la bellezza dell’antico e l’espressionismo astratto americano. La frenesia del Dio Pan, Apollo bello come il sole, Bacco ebbro di vino, Ero e Leandro i teneri amanti divisi dalle pericolose acque del Bosforo emergono nei teleri di Twombly in tenui segni, graffi, scarabocchi che si mutano in parole scritte quasi fossero un sussurro, tutto impastato in gocciolature che si dissipano in evanescenza e vengono immerse nel bianco; del color del latte sono coperte anche le sculture e su queste ci si affaccia entrando nella prima sala della mostra dedicata alla retrospettiva di Cy Twombly a Roma, presso la Galleria d’Arte Moderna, (Gnam) aperta fino al 24 maggio.
La rassegna, curata da Nicholas Serota e organizzata in collaborazione con la Tate Modern di Londra e il Guggenheim di Bilbao, (sedi dove la mostra di Twombly è stata esposta nei mesi precedenti ) è articolata in dieci sezioni e procede a ritroso; un filo che si riavvolge dalle opere più tarde verso le prime produzioni di Twombly. (Il catalogo è pubblicato da Electa, per informazioni ). Le sculture della prima sezione si trovano in spazi ariosissimi, liberi, e una sola, in tanto bianco, è bicroma The Turkish Delight, sanguigna e verde; le altre, nate da materiali poveri e di scarto assemblati e tinti di bianco, è come se emergessero con la patina dell’antico, quasi fragili reperti archeologici.
“Cy è il talento bianco…”aveva affermato il poeta Emilio Villa nella sua rivista Appia Antica negli anni Sessanta. Alcune tele sempre raccolte in questa sezione iniziale sono dedicate al Dio dell’ebbrezza e della irrazionalità, Bacchus. Sulla tela bianca sono tracciati segni rossi che si ingarbugliano sempre più in una confusa matassa, color del vino e del sangue: spruzzate di mito immerse nella realtà, quelle della guerra americana contro l’Iraq, il momento storico in cui le tele sono state elaborate. Le quattro stagioni riprese da Twombly negli anni Novanta rappresentano cromaticamente i movimenti stagionali; le tele disposte ad angolo scandiscono in variazioni cromatiche uno spartito vivaldiano in puri colori emotivi. Al secondo piano del Museo si trovano le Tavole Nere di Treatise on the Veil (1970), l’opera più estesa in mostra, giganteschi pezzi di un’ enorme pellicola cinematografica sulla quale sono appena accennati alcuni segni grafici. Grumi di colori, schiacciati direttamente dal tubetto e tratti segnici si mescolano nelle opere dei primi anni italiani, come The Italians (1961), School of Athens (1961) e The Second Voyage to Italy (1962). Nel ‘58 viene aperta la Prima mostra di Twombly, presentato da Palma Bucarelli, il carismatico sovrintendente della Galleria Nazionale d’Arte moderna, alla Tartaruga di Plinio De Martiis: è in questa galleria che approdano dagli Usa Leo Castelli e Ileana Sonnabend alla ricerca di talenti. Nel ‘71 per la morte di Ninì Pirandello, moglie di De Martiis, Twombly compone un nuovo ciclo, ritorna prepotente il grafismo, quasi una scrittura, ma incomprensibile e illeggibile. “Questa maldestrezza della scrittura (peraltro inimitabile: provate a imitarla) ha in Twombly una funzione plastica” afferma Roland Barthes, è l’invenzione di una lingua d’arte, somiglia forse a quella lingua delle “Gitane che non c’è più”, come raccontava Pascoli, o di quella che scorre “nel vento e nell’acqua rapida”, per riprendere l’immagine di un poeta molto amato da Twombly: Catullo.
- Sabato 4 Aprile 2009









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