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Torino

Toy Story 3 - La grande fuga (Disney Pixar)
Toy Story è un racconto di amicizia e risate che ha appassionato adulti e bambini e presto tornerà al cinema.
Dal 7 luglio Woody e Buzz, i protagonisti di Toy Story 1 e 2, vivranno altre avventure nel sequel Toy Story 3 - La grande fuga, diretto da Lee Unkrich. Continua
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Magari qualcuno ne sentiva la mancanza. Ecco così che il Grande Fratello trova anche la sua formula estiva: una Casa-acquario trasparente, in uno spazio di 2.500 mq e 350 mq di backstage e area servizi, si ergerà il 26 giugno a Torino. All’interno si potrà trascorrere un’intera giornata tra personaggi della tv, musica, happy hour e casting per la decima edizione del GF 10.
Grande Fratello City, così si chiama l’iniziativa, è un occhio per sbirciare sull’occhio più guardone d’Italia, con porte aperte a fan e curiosi del reality show. Animerà le giornate la vincitrice del Gf4, Serena Garitta, affiancata dall’attore Mauro Pulpito. E ci saranno ovviamente tanti gieffini: da Ferdi, vincitore dell’ultima edizione, a Marcello, da Cristina a Siria, da Vittorio a Gianluca. Ognuno coinvolgerà i visitatori in lezioni di fitness, cucina, ballo…
E dopo Torino partirà il tour: Grande Fratello City lascerà il parco torinese della Pellerina il 18 luglio, per spostarsi a Jesolo (31 luglio – 22 agosto), quindi Riccione (4 – 26 settembre), Milano (9 – 31 ottobre) e infine Roma (novembre).

Coda di turisti agli Uffizi di Firenze
Cultura e turismo, per un paese come l’Italia, sono ben altro che lusso. Anzi, proprio dalla valorizzazione del patrimonio culturale del paese può venire la spinta per contrastare la crisi di industria e finanza. Ne sono convinti amministratori locali e assessori alla cultura di ogni parte d’Italia riunitisi ieri a Torino per gli “Stati generali della cultura- Città della cultura“.
L’allarme arriva da un dato: la prima motivazione di viaggi all’estero per gli italiani è visitare le città d’arte straniere. Purtroppo, però, la tendenza non è ricambiata agli stessi livelli. Secondo i partecipanti alla conferenza la colpa è principalmente dei tagli al settore operati senza distinzioni di colore politico da governi ed enti locali negli ultimi anni.
Nella settimana che ha visto le polemiche dimissioni di Salvatore Settis, presidente del Consiglio superiore dei Beni Culturali, che ha avuto la solidarietà degli altri consiglieri nel suo contrasto con il ministro Sandro Bondi, anche gli assessori alla Cultura chiedono più attenzione al settore.
“I tagli ministeriali ormai non fanno più notizia” spiegano nel documento introduttivo, “ma il problema adesso è che per questioni di bilancio si tirano indietro anche Enti locali e Fondazioni private”. nel 2009, dopo 5 anni di crescita, si stima un calo del mercato delle sponsorizzazioni dell’ 8,6% rispetto al 2008. “Vogliamo richiamare le istituzioni politiche ad una riconsiderazione trasversale della cultura come ingrediente essenziale del cocktail della competitività” dice il presidente di Federculture Roberto Grossi “La cultura non è solo il singolo museo o il singolo teatro, ma innovazione, sviluppo e nuova produzione culturale, oltre che un antidoto all’insicurezza e all’intolleranza.” I dati più impietosi vengono, secondo Federculture, dal confronto con l’estero: “All’estero viene considerata una strada possibile, come ad esempio in Francia, dove il Ministero della Cultura, in un periodo di crisi e di recessione, vedrà comunque crescere la propria dotazione di ben 100 milioni di euro all’anno mentre verrà introdotta la gratuità dei musei statali per i giovani fino a 25 anni. Oppure in Spagna, dove la spesa pubblica per la promozione turistica è la più alta d’Europa con 160 milioni di euro. Tanto da rappresentare la quinta nazione nel ranking mondiale - stilato dal World Economic Forum – che valuta la competitività del settore turistico, laddove l’Italia, con un patrimonio culturale inestimabile alle spalle, è solamente ventottesima”.
Ciònonostante, assicurano, i consumi culturali degli italiani resistono abbastanza bene alla crisi, come non accadrebbe se fossero considerati semplici beni di lusso: “nel 2008 turismo e spesa culturale hanno mostrato una discreta tenuta (+0,8% la spesa in servizi culturali e ricreativi) e secondo le previsioni Confcommercio dovrebbero risultare le prime voci destinate a risollevarsi dalla crisi, segnando già dal 2010 variazioni positive, seppure contenute”. Ma gli effetti a lungo termine di anni di tagli cominciano a farsi sentire: a livello formativo (secondo la classifica OCSE-PISA i nostri quindicenni sono al 33° posto per competenze in lettura, al 36° per cultura scientifica, al 38° posto per quella matematica, mentre i nostri insegnanti sono tra i più anziani d’Europa, ben il 55% è sopra i 50 anni contro il 28% della Spagna e il 30% della Francia) e a livello economico, con le ricadute sul turismo: “Nel 2008″, secondo Confturismo, “le città d’arte hanno perso ben il 6,9% di turisti stranieri”.
Infine un dato significativo: gli italiani privilegiano le città d’arte straniere rispetto a quelle nazionali. Il turismo culturale rappresenta la prima voce nei viaggi degli italiani all’estero con una quota pari al 46%, ma solo il 20,1% nel turismo nazionale.
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Mao è l’acronimo per Museo d’Arte orientale appena nato a Torino, uno spazio dedicato all’arte asiatica, islamica, cinese nel cuore del quadrilatero romano della città a Palazzo Mazzonis, che s’è inaugurato il 5 dicembre ed è diretto da Franco Ricca, docente di meccanica quantistica approdato sulle carovaniere di Marco Polo. L’architetto Andrea Bruno, esperto di restauro per l’Unesco, costruttore dei musei di Kabul e di Ghazni, quest’ultimo incenerito dai talebani, ha rivisitato l’architettura barocca e settecentesca dell’edificio sabaudo in chiave orientale, con la copertura del cortile, la realizzazione di un giardino giapponese essenziale fra eterea sabbia, bambù e muschi. In una struttura di specchi e poi di vetro si entra nelle sale, e si è subito in oriente: sculture, vasi, dipinti, sete e piastrelle color zaffiro, bronzi e pergamene tracciate da calligrafie come esercizi di perfezione, lacche e avori, mandala e paraventi, tutto un mondo asiatico di millecinquecento opere che vengono incontro e tolgono lo spettatore dal proprio eurocentrismo radicato, per indirizzarlo a una nuova necessaria visione allargata sul piano culturale verso il mondo dell’est.
E se il nome Mao, scritto come un ideogramma nel logo del Museo e in alto sulla parete esterna del palazzo, fa risuonare quello del grande dittatore cinese non certo amante e disponibile alla tradizione e all’arte, questo museo invece ridà a Mao quel che è di Mao, riconosce all’oriente tutta quella portata di cultura che ha notevolmente influenzato e plasmato anche l’occidente. E in una città come Torino dove il melting pot di razze sta di casa la funzione del Museo può esser quella dell’integrazione attraverso la cultura. Cinque le sezioni che possono esser viste come altrettanti musei autonomi, ognuno caratterizzato da una propria atmosfera.
Al piano terra c’è quello dedicato all’Asia meridionale, con particolare rilievo al Gandhara. Una grande testa di Budda ieratico in arenaria rossa maculata e la stele di Tara, la salvatrice, figura femminile del pantheon mahayanico accolgono gli spettatori. Alla Cina e soprattutto al suo materiale funerario è dedicata la seconda galleria. Fra India e Cina si sviluppa la terza area himalaiana, con la più vasta raccolta europea di copertine lignee dei volumi del Canone buddista; ai Paesi islamici e alle loro acrobazie calligrafiche e fitomorfiche invetriate in piastrelle dalle accensioni cromatiche azzurre di epoca sfavide e timuride (sogni da Samarcanda) è dedicata la quarta sezione sull’attico dove tutto acquista il sapore di fiaba; infine in un’area separata il Giappone, con l’imponente guardiano del monastero (Komgo Rikishi, XIII secolo) in legno di ginepro e La guerra Genpei, narrazioni di lotte in inchiostri e foglia d’oro sulla carta di paraventi del periodo Edo, metà del XVII secolo. Era stato Friedrich Nietzsche, nel 1888, a definire Torino “una via spirituale per l’Oriente”. A 120 anni di distanza, il Mao si candida ad offrire il supporto culturale e artistico perché quel remoto vaticinio si trasformi in realtà.
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![Frame tratto dal film [i]Afterville. The Movie[/i] di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, Italia, 2008.](http://gallery.panorama.it/albums/upload/aprile08/afterville/normal_afterville04.jpg)
Continuano gli appuntamenti di Afterville. Tomorrow comes today, la rassegna di eventi collaterali al XXIII Congresso Mondiale degli Architetti UIA Torino 2008, dal 29 giugno al 3 luglio. Mercoledì 2 luglio presso gli spazi delle OGR Officine Grandi Riparazioni sarà possibile assistere ad Afterville. The Show. Da Metropolis ad Afterville: una videoinstallazione che ripercorre un secolo di storia del cinema di fantascienza che sarà sonorizzata da musica composta per l’occasione ed eseguita dal vivo dall’artista Post@l_market. Sempre mercoledì 2 luglio nelle stesse strutture delle ex OGR, edificio costruito tra il 1885 ed il 1895, destinato alla costruzione e manutenzione di locomotive e vagoni ferroviari, sarà proiettato Afterville. The Movie. Promosso dalla Film Commission Torino Piemonte e girato dalla coppia di registi Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, il cortometraggio racconta le vicende di una coppia di personaggi nel 2058 alla vigilia dell’ultimo giorno dell’umanità, sullo sfondo di una Torino stravolta in chiave visionaria. Grazie ad effetti visivi computerizzati di grande efficacia, il cortometraggio - cui ha collaborato lo scrittore americano di fantascienza Bruce Sterling, presente nella pellicola anche in veste di attore - modificherà lo skyline della città sovrapponendo al profilo attuale di Torino panorami mozzafiato. Qui il servizio che Panorama.it aveva dedicato all’anteprima nazionale del film, con la gallery e il video del backstage con l’intervista agli autori.
Proseguono invece sino al 27 luglio altre iniziative. Afterville. The underground exhibition (Linea 1 della Metropolitana), visitabile con un semplice biglietto della metro, presenta nelle dieci stazioni più frequentate della linea 1 (più una stazione di “introduzione”, quella di Porta Nuova) altrettante postazioni multimediali, dedicate ognuna a una tipologia di città del futuro. Dieci metropoli che non esistono, se non come riflesso degli sterminati immaginari generati nell’ultimo secolo dai mass media. Vista nel suo insieme, la mostra presenta un’esauriente storia della fanta-urbanistica, così come è stata raccontata da un secolo di fantascienza. Infine l’appuntamento con Il gran teatro ceramico. Bau+Miaao (MIAAO – Museo Internazionale delle Arti Applicate), esposizione di scultura, design e architettura nell’ambito del percorso di mostre intitolato La città disegnata dagli architetti.
Conto alla rovescia per il 23/o Congresso Mondiale degli Architetti che si terrà per la prima volta in Italia, a Torino, dal 29 giugno al 3 luglio. Sotto lo slogan L’architettura è di tutti, la cinque giorni torinese chiamerà a raccolta 8 mila architetti da tutto il mondo. Per discutere non soltanto di grandi metropoli, ma anche dell’emergenza delle baraccopoli ai margini delle città.
“Come la democrazia politica è il presupposto irrinunciabile dello sviluppo civile e sociale di ogni paese” ha detto Leopoldo Freyrie, relatore generale del Congresso oggi alla conferenza stampa alla facoltà di Architettura di Torino “così la democrazia urbana è il fattore di crescita del confronto per una trasformazione del territorio sostenibile, ordinato e credibile. Le grandi scelte devono venire dalla condivisione sociale, sviluppando partecipazione e inclusione, per rappresentare l’interesse generale. Questa prospettiva è fondamentale per l’Occidente ricco, ma anche per le terre disagiate nella quali le priorità non sono la bella disposizione delle aree verdi, ma l’accesso ai livelli minimi di abitazione e alimentazione”.
“Tutti i congressi mondiali di architettura dal 1948 ad oggi, uno ogni tre anni” ha detto Jordi Farrando, segretario generale Uia, Unione Internazionale Architetti “hanno rappresentato momenti importanti per l’identità del nostro lavoro. Ogni volta si sono analizzati temi forti: quest’anno le 72 sessioni previste, con 360 relatori da 120 paesi, si snoccioleranno intorno a tre temi, cultura, democrazia e speranza”. Farrando ha poi sottolineato come per molti architetti, soprattutto quelli provenienti da paesi più periferici, il congresso rappresenti un’occasione fondamentale.
Non a caso infatti il 70 per cento dei 4.000 che si sono iscritti fino ad oggi, tra architetti e studenti, sono extraeuropei. Di questi 120 vengono dall’Iran, 82 dalla Mongolia, una settantina dall’Africa, molti anche dalla Giordania, dalla Palestina, dall’Uzbekistan e dall’Iraq. Nei prossimi giorni (le iscrizioni sono aperte fino al 22 giugno) arriveranno gli europei e gli italiani, che non hanno problemi di visto e che si avvicineranno al congresso solo all’ultimo. Augurandosi che gli architetti italiani decidano di aderire numerosi, Raffaele Sirica, presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti, ha ricordato come l’Italia, con i suoi 133.000 architetti (6.000 a Torino, 13.000 a Milano) sia il paese con più architetti al mondo. D’altronde saranno a Torino, in quei giorni alcuni tra i più grandi professionisti viventi come Massimiliano Fuksas e Mathias Klots, Peter Eisenman, Terunobu Fujimori, Hani Rashid, Aaron Betsy, Kengo Kuma.
Il Congresso avrà anche una settantina di eventi collaterali, tra mostre, concerti, incontri, visite ai musei. La Torino postolimpica ce l’ha messa tutta per tentare di offrire ai partecipanti un’occasione da non perdere e da non dimenticare. Costo del pacchetto completo del Congresso, 4 milioni e mezzo di euro di cui la metà proveniente dagli sponsor privati.
- Tags: Amr-Diab, Argentina, Babelesque, Bellydance-superstars, Bologna, Brasile, Chicago, Hakim, Jillina, Miles-Copeland, Montecarlo, Oojami, palermo, Porto-Rico, Rachel-Brice, Roma, Sharon-Kihara, Stati-Uniti, Torino, Wassan-Pharaoon
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Veli, musiche ritmate e lente, campanelli, sguardi ammalianti e ventri suadenti. Una delle più antiche danze del mondo ritorna nei teatri italiani grazie ai movimenti a serpentina delle Bellydance superstars, le 15 bellissime ballerine provenienti dal Brasile, Stati Uniti, Argentina. La prima compagnia itinerante di danza del ventre è in tournée con il nuovo spettacolo Babelesque, in questi giorni in Italia, da Bologna a Roma, da Torino a Palermo. Sul palco, una serie di esibizioni soliste e di gruppo esaltano l’abilità delle ballerine che, aiutate dal percussionista Wassan Pharaoon, si muovono al ritmo delle musiche di Hakim, Oojami e Amr Diab.

Un successo quello delle Bellydance superstars iniziato nel 2003 quando Miles Copeland, ex manager dei Police e di Sting, e ora produttore e regista della compagnia, dopo aver selezionato le ragazze, ha iniziato a portare la danza orientale nei teatri, in tv e nelle sale da ballo. Dopo il primo debutto al Lollapallooza Festival di Chicago, la compagnia viaggia in 55 città degli States e nel 2005 attraversa l’oceano per il primo ingaggio di tre mesi al Casinò di Montecarlo, riconfermato nel 2007. Di loro scrivono il China Post, il Sunday Times, l’Egypt insight, Le Parisien France e il Daily Telegraph che le acclama come il nuovo fenomeno tra gli spettacoli di danza dopo Riverdance. In soli tre anni di lavoro, la compagnia colleziona 520 performance pubbliche in 20 Paesi e 40 partecipazioni a show televisivi, per un totale di oltre 100 milioni di spettatori. Il tutto grazie alle capacità artistica delle ballerine come Jillina che è anche direttore artistico e coreografo principale, Rachel Brice e Sharon Kihara ideatrici delle coreografie tribal.
Guarda i video:
Sharon Kihara
da Montecarlo
dalla tv americana

Il mercato del design è un affare? A porsi questa domanda sono stati i ragazzi di Turn, la design community di Torino che dal 2005 riunisce sotto il minimo comune denominatore della creatività un centinaio di studi associati, ditte individuali e liberi professionisti.
Nell’anno dell’incoronazione del capoluogo piemontese a World capital design, i turners si sono guardati allo specchio e hanno risposto a una serie di domande sul loro lavoro. È nata così Turn at the mirror, la prima ricerca nazionale che analizza difficoltà, desideri, prospettive di una comunità di designer.
Circa 400 tra architetti, grafici e copywriter producono un fatturato complessivo di oltre 10 milioni di euro. Il 67% dei titolari delle attività ha tra i 30 e i 40 anni, e i tre quarti di loro hanno alle spalle famiglie benestanti, pronti ad aiutarli in caso di insuccessi. Come a dire che più la libera professione è creativa, più necessita di una rete di sostegno. Ecco perché tanti scelgono di associarsi in piccoli studi, per unire competenze e risparmi e far crescere l’impresa, che in media non supera i 5 componenti. Secondo la ricerca torinese, il 58% del mercato creativo si occupa di comunicazione e grafica, il 61% di design d’interni, architettura e allestimento di spazi pubblici. E se negli ultimi tre anni il 70% ha incrementato fatturato e personale, è sempre in agguato il rischio di tutte le libere professioni: compensi non sempre adeguati e difficoltà d’investimento. Tra i punti deboli segnalati dai turners vi è infatti lo scarso sostegno pubblico, un mercato di commesse ancora debole e un sistema finanziario incapace di credere in un settore innovativo. “C’è ancora una sorta di baronato, i professionisti più anziani hanno le porte aperte alle committenze più golose, e a noi restano piccole fette di mercato” racconta Michele Bortolami, ideatore di Undesign. Questi i punti di forza e di debolezza del settore, “spesso lavoriamo 14 ore al giorno, ma alla fine le soddisfazioni arrivano, anche economiche”.
L’indagine, condotta dalla Confederazione nazionale dell’artigianato e da Turn, sarà presto pubblicata nel quaderno Turn at the Mirror e distribuita in tutta Italia.