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Turchia

L’harem di Ozpetek

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  • Tags: Ferzan-Ozpetek, New-York, Turchia
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le scene che non avete mai visto
Di Sandra Pertignani

Lo paragonano a Pedro Almodóvar, ma “paragonare una persona a un’altra è sempre riduttivo” osserva Margherita Buy, una delle sue attrici predilette. Ferzan Ozpetek è Ferzan Ozpetek. New York gli dedica, al Moma dal 4 al 14 dicembre, l’onore non comune di una retrospettiva, promossa e organizzata dalla Cinecittà Holding col ministero dei Beni culturali. Intanto esce dalla Mondadori un libro fotografico, in doppia versione italiana e inglese, dedicato a lui e al suo cinema, con testi raccolti, provocati, scritti da Laura Delli Colli, cronista cinematografica di Panorama, che lo presenterà a New York (anche all’Istituto di cultura, con lo scrittore Antonio Monda) durante la settimana della manifestazione. Titolo Ferzan Ozpetek. Ad occhi aperti. Perché, dice il regista: “Io voglio vivere con gli occhi aperti”.
Sarà un caso che Ferzan, in turco, la sua lingua madre, voglia dire “prima luce dell’alba”? Certamente no, pensa Ozpetek, cultore di oroscopi e analista di destini, e va oltre: “Guardare non basta, bisogna vedere”. Il suo cinema vede la vita quotidiana, il desiderio, i sentimenti nascosti e tormentosi, l’aspirazione al divino. E lo fa, in genere, col ritmo di una sarabanda danzata da un gruppo di amici, legati da contraddittorie, ma sempre forti, emozioni. Con uno sguardo affettuoso e profondo sul mondo femminile. “È evidente che le donne gli piacciono molto, le stima” commenta una sua sostenitrice fin dalla prima ora, Natalia Aspesi. “E non per quella banalità che vuole gli omosessuali per forza sensibili all’universo femminile. È una questione di umanità, di empatia che lui ha molto spiccate. Lo ammiro come persona e come autore, mi commuove. E, a proposito di omosessualità, Ozpetek sa trattare il tema con una grazia e una leggerezza speciali, con realismo e senza moralismi”.

A lei piace un film fra i più discussi, Cuore sacro, del 2005, con una convincente Barbora Bobulova, che racconta una complicata conversione, umana e religiosa. “Sono di un ateismo forsennato” racconta Aspesi “ma lui mi ha spiegato cos’è la fede, suscitando in me una certa inquietudine”. Cuore sacro è uno dei film di Ozpetek più complessi, meno leggeri, ma che corrisponde, nello sbandamento contemporaneo, al grande bisogno di radicamento, di abbandono, di sacrificio, in cui le donne sono in prima linea. “Mi ha insegnato a far vincere le emozioni sulla ragione” confessa Bobulova nel libro. È un sentimento, il suo, condiviso da tante protagoniste di questo cinema, attrici che rivelano di sentirsi capite dal regista come mai prima, toccate così intimamente da riuscire a tirar fuori una parte recondita di se stesse, nuova persino.
Ambra Angiolini, che nel malinconico e rasserenante Saturno contro ha convinto la critica più severa con un personaggio non facilissimo, dice: “È imbarazzante la sua capacità di farti esplodere dentro cose segrete. Ti obbliga a un salto, a una decisione su te stessa. Come nei momenti cardine della vita. Prima eri una persona, poi sei un’altra, migliore”. E Buy: “Per me Le fate ignoranti ha rappresentato una svolta professionale e una crescita esistenziale. E in Saturno contro Ferzan mi ha obbligata a una trasformazione del personaggio, delle sue emozioni complesse, mettendomi felicemente alla prova, facendomi sentire sempre apprezzata”.

Tutte vorrebbero essere per lui quello che, prima Carmen Maura, ora Penélope Cruz è per Almodóvar (ancora lui) e si dicono pronte a lavorare nei suoi film anche solo per una comparsata. Ha detto Stefania Sandrelli in una riflessione scritta apposta per il libro: “Abbiamo lavorato insieme neanche una settimana in tutto (in Un giorno perfetto, ndr) e, quando ho finito, mi mancava come se mi fossi innamorata di lui”. Milena Vukotic, che in Saturno contro ha fatto una piccola, significativa partecipazione: “Lui s’innamora subito dei suoi attori, ed è ricambiato. Ciò che conquista è la sua grande capacità di trasmettere una sincera partecipazione a quello che ognuno ha di diverso. Gli voglio bene e l’ammiro”. Isabella Ferrari dice che le sembra un capofamiglia, “una madre, un padre, che ti schiaffeggia e poi ti accarezza”. Gli deve l’espressione matura della sua forte sensualità, un senso gratificante di esclusività che diventa tristezza persino, quando sul set pensi “che poi quel film finirà e che forse con lui non sarà più così”.

Ma sembra proprio che la magia continui anche fuori dal set. Ozpetek riesce a suscitare questo coro di reazioni anche da parte maschile, da Alessandro Gassman a Stefano Accorsi, tutti che gli restano legati, tutti amici. Un clan. Il segreto è l’amicizia, dice lui. Niente, nemmeno l’amore, vale quanto l’amicizia. “È come l’acqua”. Vorrebbe essere il genio nella lampada e soddisfare i desideri degli altri. E s’impone nelle loro vite. Riempie gli amici di messaggini. È affettuoso, presente. Con Serra Yilmaz si conoscono da 11 anni, dice che gli ha insegnato “ironia, leggerezza e un sano realismo”. La vuole in tutti i suoi film, anche solo per un’apparizione rapida, come un portafortuna. Lei, da Istanbul dove sta girando per la tv, replica con altrettanto entusiasmo: “Ormai siamo oltre l’amicizia. È come un parente. Possiamo litigare violentemente, ma non succede niente di grave. Siamo sempre là, saldi come roccia nella vita l’uno dell’altra. Anche lui ha un grande senso dell’umorismo. Lo stesso mio. Ci facciamo scherzi pazzeschi, surreali”.
La vita entra nei film e dai film le immagini ritornano nella vita. Come il gazometro delle Fate. “Monumento alla spensieratezza della mia gioventù” quando da Istanbul si trasferì ventenne a Roma per studiare e lavorare nel cinema. Da aiutoregista prima, poi piano piano realizzando i suoi sogni. E viveva già lì, davanti al gazometro. Ancora ci vive, in quella cucina che compare nelle sue storie dove Delli Colli lo intervista mangiando i dolcetti della pasticceria sotto casa. Pasticceria che entrerà in La finestra di fronte. Una leggenda metropolitana, racconta l’autrice, vuole che il gazometro non sia stato demolito in omaggio all’aura che gli ha sprigionato intorno il suo film.
Tutto alla luce del sole, nell’esistenza e nel lavoro di questo regista amatissimo. Possibile? E l’ombra dov’è? Ozpetek è stato in analisi, confessa punzecchiato da Delli Colli, e descrive la terapia con una frase lapidaria: “Un dolore che libera dal dolore”. Un dolore che non coincide necessariamente con la morte (come in tutti i suoi film finora), il dolore della vita. Che aspetta di essere raccontato.

  • redazione
  • Domenica 30 Novembre 2008

La Biennale di Istanbul mette in mostra le tante facce della modernità

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  • Tags: arte, Biennale-Arte, Hou-Hanru, Istanbul, Turchia
  • 2 commenti


“Non solo possibile, ma anche necessario: l’ottimismo nell’età della guerra globale”. È questo lo slogan che introduce l’evento culturale per eccellenza che Istanbul sta vivendo in questo periodo: la decima edizione della Biennale internazionale d’arte. Fino al prossimo 4 novembre, in vari luoghi della città, più di un centinaio di artisti o gruppi di artisti provenienti da 35 diversi Paesi del mondo sottoporranno le loro opere e i loro progetti al giudizio di critici e appassionati; molti di loro sono indipendenti. “L’arte contemporanea”, spiega Hou Hanru, cinese 44enne che vive a cavallo tra Parigi e San Francisco e che ha accettato l’onere e l’onore di curare la Biennale, “sta diventando un prodotto culturale o di intrattenimento normale, che segue la corrente. Questo fatto rende la vita particolarmente difficile agli artisti indipendenti, ma la complica anche a coloro che sono maggiormente integrati nell’industria culturale perché sono meno liberi. Molti artisti cercano di auto-organizzarsi, di sviluppare una rete di solidarietà”, prosegue Hanru, “questo accade spesso nei Paesi in cui le infrastrutture e il mercato culturale non sono molto forti e questi sono gli stessi luoghi dove puoi confrontarti con l’arte capace di emozionarti di più”.

In Turchia ci sono molte iniziative artistico-culturali che sono animate da un impegno politico e sociale e che lavorano a stretto contatto con Ong e gruppi di attivisti. Volutamente, spiegano gli organizzatori, la Biennale ha evitato di scegliere un tema specifico, preferendo focalizzarsi su una serie di questioni diverse legate all’urbanizzazione e all’architettura viste come mezzi per esprimere contesti culturali differenti, visioni artistiche molteplici che rispecchiano altrettante forme di modernità.
Tre i principali luoghi che ospitano gran parte delle istallazioni: l’AKM- Atatürk Kültür Merkezi, imponente centro culturale che affaccia sulla famosa piazza Taxim, cuore della Istanbul europea, l’Imc (Istanbul Manifaturacilar Carsisi), costituito da 6 blocchi che ospitano un migliaio di negozi, e l’Antrepo n.3 situato sul Bosforo vicino alla fermata di Tophane. Una serie di progetti esposti fanno però parte degli eventi notturni, chiamati “nightcomers ” e costituiscono il vero fatto nuovo nei 20 anni di storia di questa Biennale. Hanno luogo 3 o 4 volte alla settimana, in spazi aperti distribuiti in punti diversi della megalopoli.

I costi degli ingressi variano dalle 50 lire turche per il pass (30 euro circa), alle 10 lire per il singolo biglietto (6 euro) e tour guidati vengono offerti al costo di 10 lire. Per l’acquisto dei biglietti basta consultare il sito www.biletix.com mentre tutti i dettagli su orari ed esposizioni si trovano sul sito della Biennale. Chi volesse poi ricevere consigli sul dove alloggiare o sul come muoversi in città può telefonare al lo 0090 212 299 90 o scrivere all’indirizzo e-mail festivals@ods.com.tr. Oppure provare con il couchsurfing.

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  • anna.kosetas
  • Lunedì 17 Settembre 2007
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