Leggi tutte le notizie su:
Vittorio Sgarbi

di Annalia Venezia
Galeotto fu il divano: quello del programma di Canale 5 Mattino 5.
Quando lo scorso dicembre il pianistra Nazzareno Carusi, ospite di Claudio Brachino, ha incontrato per la prima volta Vittorio Sgarbi, gli ha subito proposto un progetto da condividere.
«Lo avevo sentito anni prima recitare in tv poesie di John Donne e mi aveva colpito il suo animo poetico. Amo sperimentare e credo che le forme d’arte diverse possano convivere. Così ho pensato a lui»
Continua

di Vittorio Sgarbi
Pensando alla quantità di moralisti che mi hanno rimproverato nel corso degli anni insulti e invettive, richiamandomi a un controllo e a una misura convenienti al ruolo e alla dignità di intellettuale, non può che rassicurarmi la raccolta di pensieri pubblicata con il titolo “L’arte di insultare” di Arthur Schopenhauer che Panorama offre adesso ai suoi lettori.
Nessun dubbio che un pensatore originale non potesse ridurre una delle forme più liberatorie del pensiero vero e libero, che aumenta la propria forza di vita nell’invettiva, a una questione di buone maniere. Continua

Vittorio Sgarbi - Credits: Maggiolini©kikapress.com
di Marco Di Capua
«Sarò il primo curatore antimafia perché, avendo mille interessi, non ho alcun interesse. Per questo sono disponibile anche a lasciare la carica di sindaco di Salemi, dove l’antimafia è peggio della mafia. La mafia dell’arte contemporanea, poi, è quella che suppone che qualcosa sia obbligatorio, e le biennali appaiono una più brutta dell’altra perché sono tutte arbitrarie. La mia si avvarrà della collaborazione dei protagonisti della cultura italiana, di veri padri della patria, e sarà diversa».
L’intervista che il neodirettore del Padiglione Italia della Biennale di arti visive del 2011 a Venezia, Vittorio Sgarbi, rilascia a Panorama non è nemmeno cominciata e già senti il fischio delle pallottole. Continua

Oggi si parla dei Revelli, che forse dovrebbero chiamarsi Caracciolo perché il padre che li ha cresciuti non è quello che li ha concepiti. Si parla anche di Vittorio Sgarbi e dei figli che è stato costretto a riconoscere. Prima era toccato a Vasco Rossi e Diego Armando Maradona, obbligati a sottoporsi al test del dna per stabilire se erano davvero i padri dei loro aspiranti eredi.
Con una certa regolarità e un po’ di distacco, derivante dal fatto che in fondo è quasi naturale che ai famosi capitino di quelle storie, di tanto in tanto sui giornali si affronta il delicato tema del riconoscimento di paternità di figli naturali (fino al 1975 definiti illegittimi), nati fuori dal matrimonio e quasi mai voluti. La questione non riguarda soltanto i vip ma anche un numero sempre crescente di non famosi.
Al ministero della Giustizia hanno calcolato che nel 2007 ci sono state 447 richieste per la dichiarazione di paternità (o maternità) di minorenni. Nella maggior parte dei casi procedimenti avviati da donne che si rivolgono al tribunale dei minorenni (i maggiorenni ricorrono a quello ordinario) perché obblighi il padre naturale a riconoscere e mantenere (anche retroattivamente) il figlio non voluto. Che l’uomo sia d’accordo o no, anche questi bambini (salvo rarissime eccezioni) hanno il diritto di avere un padre e una madre.
L’aumento delle domande non è casuale: sarà il cambiamento dei costumi, sarà il progresso della scienza, sarà la semplificazione normativa, fatto sta che gli italiani dubbiosi si sono fatti coraggio. Dichiarare di avere avuto un bambino fuori dal matrimonio per una donna fa sempre meno notizia. E anche per gli uomini accertare la paternità è facile grazie al test del dna, economico e ormai diffuso (vedere il riquadro in basso). Ottenere il riconoscimento è più veloce grazie all’abrogazione, nel 2006, dell’articolo che prevedeva una valutazione segreta del tribunale prima di avviare la procedura.
“Sono storie, tristi, di tante donne normali, ingenue o astute” racconta Simonetta Matone, capo di gabinetto del ministero per le Pari opportunità, per 18 anni pubblico ministero per i minorenni. “I casi nei quali mi sono più spesso imbattuta riguardavano infermiere messe incinte da medici che poi se la davano a gambe” racconta il magistrato.
Il feuilleton che in questi giorni vede coinvolti Carlo Revelli, 39 anni, e la sorella Margherita, 37, è solo più appassionante perché sul tavolo ci sono oltre 100 milioni di euro, fra impero editoriale e immobili. Carlo e Margherita sono frutto di una relazione clandestina: quella di Maria Luisa Bernardini con Carlo Caracciolo, editore del gruppo L’Espresso e del quotidiano francesce Libération.
Spiega Bruno Dallapiccola, genetista alla Sapienza di Roma: “I bambini cresciuti da un padre che non è quello vero in Italia sono quasi uno su dieci. Di questi, comunque, solo una minoranza scopre la verità”. Per gli altri, rimane la convinzione che il padre che tutti i giorni hanno visto sia quello naturale.
La figlia di Mario Bossi, quarantenne barese, per esempio la verità non la conoscerà mai. Nella sua storia è la madre, sposata con un altro uomo, a non voler svelare il padre naturale per non intaccare l’equilibrio familiare. “Dopo continui rifiuti da parte di quella donna, mi sono convinto che forse è davvero meglio così: terrò tutto segreto”.
Così non è stato per i fratelli Revelli: a loro la notizia è stata data dalla madre nell’ottobre 2007. Da allora, dicono, sono intenzionati a mettere ordine nel loro albero genealogico. “Lo faccio solo per una questione di verità. Soprattutto per i miei figli, affinché conoscano le loro vere origini e non possano mai pensare che gli ho mentito” afferma Margherita Revelli, madre di quattro bambini.
Per avere la paternità di Caracciolo lei e suo fratello devono ottenere il disconoscimento dell’uomo che ha fatto loro da padre per tutta la vita. Anche da questo nasce l’accusa che l’eredità di Caracciolo, morto il 15 dicembre, c’entri.

Il patrimonio per ora è andato a Jacaranda Caracciolo Falck, figlia naturale dell’editore adottata nel 1996. Revelli nega che alla base della sua azione ci sia bramosia: “I soldi non c’entrano. Per fortuna non ho mai avuto problemi finanziari e questo denaro lo darò in beneficenza”.
In linea di principio non la pensa così Chiara Saraceno, sociologa della famiglia: “Procedimenti tanto dolorosi vengono messi in atto solo quando si è alla ricerca di un patrimonio, anche piccolo”. Più rari i casi di pura ricerca delle origini: “Nella mia esperienza” racconta Umberto Gragnani, avvocato esperto di diritto della famiglia, “mi è capitato una sola volta con una donna di 30 anni, intenzionata a ritrovare il padre solo per conoscere le sue radici e frequentare un po’ l’uomo da cui discendeva. Le è andata bene, ma è un caso raro”.
Non così felicemente si è conclusa la vicenda di un’altra figlia senza padre: Claudia Esposito, 16 anni, di Caserta. Nata da una relazione fra la madre e un uomo sposato, ha trascorso l’infanzia schivando le domande dei compagni di scuola sull’identità del padre e sul perché portasse il cognome materno. Pochi mesi fa ha deciso di rivolgersi all’uomo che l’ha concepita per chiedergli, invano, il riconoscimento. Ricevuto il rifiuto, è andata avanti convincendo la madre (i minorenni non ne hanno facoltà) a procedere per la dichiarazione giudiziale di paternità. Se il tribunale appurerà che la ragazza ha ragione, all’uomo non resterà che obbedire alla disposizione del giudice.
“Il test del dna, disposto in questi casi dalle autorità, è affidabile al 99,99 per cento e vale come prova certa” spiega Mario Zevola, presidente del Tribunale dei minori di Milano. “Il rifiuto di sottoporsi alle analisi corrisponde, comunque, a un indizio di paternità” chiarisce il magistrato.
La storia di Bianca Gatto, 34 anni, operaia di Torino, è invece emblematica della scarsa informazione sul tema: ha rinunciato ad avviare il procedimento per il riconoscimento della figlia di 11 mesi preoccupata dall’onere delle spese legali. Eppure, sempre che la madre non si sbagli, toccano sempre al padre. “È il suo rifiuto a mettere la donna nelle condizioni di avviare la causa. La legge parla chiaro: paga chi soccombe” aggiunge Zevola, che guida il tribunale (Milano) che accoglie ogni anno il maggior numero di procedimenti: 60 solo nel 2007, molti dei quali avviati da donne extracomunitarie nei confronti di padri italiani.
“In linea di massima” riferisce Gragnani “la madre inizia a sentire questa necessità quando il bambino è vicino all’anno e mezzo di età. Per due motivazioni principali: essere pronta a dare spiegazioni al figlio quando sarà più grande e avere un contributo alle spese di mantenimento”. Il messaggio di Gragnani agli uomini è chiaro: “Se non vogliono figli, prendano più precauzioni: una volta nati vanno riconosciuti, mantenuti e inseriti nell’asse ereditario”.
Monito al quale Vittorio Sgarbi non ha mai dato ascolto: sei figli all’attivo, tra riconosciuti e aspiranti. “Non ho mai voluto fare il padre: lo sanno tutte. Queste qui mi hanno usato come banca del seme” provoca con pochissima ironia il critico d’arte. “E hanno sbagliato, perché avrebbero dovuto incastrare uomini più ricchi. Le spese per il mantenimento sono calcolate in base al reddito del padre, il mio è basso” dice il sindaco di Salemi.
Lamenta Gianpaolo Cicconi, avvocato e “grillo parlante” di Sgarbi: “Non faccio che ripeterlo a Vittorio: deve fare attenzione a chi si porta a letto”. Dopo il riconoscimento di Carlo Brenner, 20 anni, imposto dalla Cassazione, il critico ha dovuto riconoscere anche Evelina Hary, di 10 anni, ed è stato chiamato in causa per Alba Kozeta, anche lei del 1998. L’ex deputato, il cui unico introito sicuro, di 5 mila euro mensili, deriva dalla pensione della Camera dei deputati, dà 3 mila euro al mese a Carlo, rimasto senza madre, e 1.250 a Evelina. “Se fosse costretto a mantenere anche la terza figlia, dovrebbe ridurre l’assegno di entrambi”. Chissà come se la vedrà l’avvocato Anna Maria Bernardini De Pace, legale sia di Carlo che di Kozeta: il riconoscimento dell’una ridimensionerebbe le entrate per l’altro. “Purtroppo non esistono diritti per l’uomo fesso incastrato dalla donna furba” commenta Cicconi.
Aidini Kozeta, per esempio, la madre di Alba, ha chiesto la paternità di Sgarbi dopo la morte del marito Albino Curcio, fino a quel momento padre legale della bambina. A questo scopo, come nel caso dei Revelli nei confronti del padre presunto (defunto nel 2002), anche Kozeta ha avviato il disconoscimento per Curcio. “Peccato che fosse fuori tempo massimo. Una madre lo può proporre entro i sei mesi dalla nascita del figlio” sostiene Cicconi.
La mancata puntualità nel presentare la domanda di disconoscimento è l’elemento su cui si basano sia la difesa di Sgarbi sia quella di Jacaranda Caracciolo Falck: i rispettivi legali ritengono fuori tempo quelle presentate da Kozeta e dai Revelli. “In cause di questo tipo, i termini temporali sono fondamentali” spiega l’avvocato Gragnani. Si tratta di uno dei pochissimi casi in cui la legge mette in secondo piano la realtà dei fatti.
Ma è davvero fondamentale scoprire sempre come stanno le cose? A detta di Maria Rita Parsi, psicopedagogista, sì: “La scoperta della verità, se affrontata con gli strumenti giusti, porta chiarezza”.
Il figlio di un padre non naturale vive comunque, inconsciamente, una condizione di fragilità: “Può maturare insicurezze e tensioni che vanno affrontate. Non bisogna avere paura dei traumi”.
Meno ottimista, forse perché il trauma lo ha vissuto in prima persona, Margherita Revelli ammette il suo dolore: “Con il senno di poi, lo confesso, avrei forse preferito non saperlo. La scoperta di certe verità ti stravolge l’esistenza: passato, presente e futuro si scombinano all’improvviso” racconta con la voce strozzata. “Realizzi che il padre che per vent’anni ti ha accompagnato a scuola non è quello che ti ha concepito e ti accorgi che i tuoi piedi sono identici a quelli di uno sconosciuto. Da lui hai preso la camminata e il modo di ridere, ma avresti potuto non saperlo mai”.

di Lucia Scajola con Raffaele Panizza

Giovanni Allevi nel concerto di Natale
L’attesa famelica dei tanti fan italiani di Stieg Larsson è stata soddisfatta il 9 gennaio, quando la Marsilio ha dato alle stampe il terzo capitolo della trilogia Millennium, La regina dei castelli di carta. Per lo sfortunato scrittore svedese, morto cinquantenne prima che i suoi libri venissero pubblicati, è vera mania, tanto che la casa editrice ha cercato di appagarla rendendo scaricabili dal suo sito le lettere inedite dell’autore. I commenti dei lettori sul gruppo Facebook dedicato al giallista sono già entusiasti: “sto leggendo il terzo… Larsson è un mito”, “sono a pagina 200… fantastico”.
Ma dalle colonne de La Stampa nei giorni scorsi sono piovute le critiche di Carlo Fruttero. Per lui è stata una vera fatica leggere Larsson: “Una noia. Ho provato di qua, di là, in mezzo, alla fine, qualche pagina da una parte e qualcuna dall’altra. Niente da fare. Ragion per cui l’ho abbandonato molto volentieri al suo destino”. I suoi tentativi si sono fermati a Uomini che odiano le donne, il primo tomo di Millennium, definito una “brodaglia”: “mi ricorda le antiche minestre che pare servissero nei collegi dei bambini poveri, tanti anni fa”. Colpito e affondato. Dall’alto dei sui 83 anni e di una lunga carriera di successi, lo scrittore torinese è andato giù pesante, per nulla impressionato dal fervore mosso dal collega nordico. Certo, le parole di Fruttero non spengono il mito, tanto che un po’ in tutta l’Europa si stanno organizzando gite turistiche sui luoghi dei romanzi dello svedese. Larsson è comunque in buona compagnia…
Accanto a lui ci sono altri fenomeni culturali esaltati dal mercato ma affossati da critica, colleghi e maestri. Due nomi a caso? Settori diversi, odio e amore simili, Giovanni Allevi e Damien Hirst. Allevi è ormai il re Mida della musica, tutto quello che tocca sembra tramutarsi in oro. Mentre i riccioli neri gli cadono davanti agli occhiali nel cercare la nota, lui incanta il pubblico, come il presidente della Repubblica Napolitano nel concerto di Natale al Senato, e confeziona e vende album su album al pari di una pop star. Ma la sua è musica classica. Così, almeno, sostiene il musicista. “Composizioni musicalmente risibili”, preferisce invece chiamarle un altro musicista, Uto Ughi, sempre dalle pagine de La Stampa. “Non ha alcun grado di parentela con la musica che chiamiamo classica, né con la vecchia né con la nuova. Questo è un equivoco intollerabile”. Il grande violinista è addirittura offeso dal successo del giovane musicista marchigiano, che a suo parere segna il trionfo della “scienza del nulla”: “è il termometro perfetto della situazione del Nostro Paese: prevalgono sempre le apparenze”.
E se l’apparenza è scintillio, non si può non pensare a Hirst, l’artista britannico che ha ricoperto un teschio umano (For the love of god) con ben 8.601 diamanti (1.106 carati!), poi acquistato per 73 milioni e mezzo di euro. E nel settembre scorso, nella famosa casa d’asta londinese Sotheby’s, ha conquistato un altro record: il suo Golden Calf, il cadavere di un toro posto in una vasca di formaldeide, è stato battuto a 10,3 milioni di sterline. “Hirst è un macellaio, un farmacista mancato, che non potendo fare strada in questi campi ha trovato un modo alternativo” dice Vittorio Sgarbi, contattato da Panorama.it. Il critico d’arte ora sindaco di Salemi (TP) già in passato aveva definito Hirst un cretino. “Ma ormai dobbiamo rassegnarci al fatto che se qualcuno dice che qualcosa è arte si debba prenderlo per tale. È un casino, ma significa che c’è chi ha tale percezione. Dispiace però che nel prevalere di taluni siano soffocati altri più bravi”. Ad Hirst c’è comunque da dare atto che riesce ad avere un riscontro impressionante: la recente asta inglese ha avuto un incasso di 114,4 milioni di sterline. “Viene l’idea che certi artisti siano dei pubblicitari mancati” osserva Sgarbi, che passa la palla, accanto a lui, a Oliviero Toscani, che il pubblicitario lo fa di professione. “L’arte contemporanea è un prodotto per collezionisti e commercianti, che non hanno gusto” replica il fotografo milanese, “ormai non è più contaminata dall’umano: è influenzata dal potere e si riduce a una masturbazione”.
Hirst, Allevi, Larsson… Eppure le vendite danno loro ragione, seppur nella società dove il boom di ascolti televisivi lo ha il Grande Fratello 9 (674 mila telespettatori nella puntata d’esordio, con il 26,5o%) questo non sia garanzia di qualità. Allevi si è difeso dall’attacco di Ughi definendolo membro di una casta presuntuosa e irraggiungibile, pronta a tacciare la gente di ignoranza.
La divisione rimane: da una parte i nuovi talenti, più popolari e ormai campioni di marketing, dall’altra i maestri, tutt’altro che intenzionati ad accettare le attuali dinamiche. E se l’arte si fa sempre meno elitaria, luccica sempre più come un business.

Damien Hirst con la sua opera The Incredible Journey presso Sotheby’s

Il tormentone continua, ma ora spuntano anche molte perplessità. E il dubbio non sembra trovare soluzione certa: maltrattamenti su un povero cane mascherati da performance artistica o l’ennesima web bufala?
“Guillermo Habacuc Vargas ha organizzato una mostra espondendo un cane legato a una corda, destinato a perire di fame dinanzi a curiosi osservatori, esperti di pseudo-arte”: il web non smette di sfornare decine e decine di notizie postate da utenti di tutto il mondo che - in inglese, italiano o spagnolo - riportano il caso allarmante, che si ripete, di appello in appello, più o meno con le stesse parole. “L’Idea” spiega il testo “è stata addirittura premiata con un invito all’artista in questione a partecipare alla Biennale Centroamericana del 2008 come rappresentante del suo Paese”. Alla fine del comunicato c’è l’immancabile invito a boicottare l’artista senza cuore, lasciando una firma sul sito www.petitiononline.com/13031953/.
Generalmente, i commenti riferiti al riprovevole eseperimento artistico cominciano così: “Non ci credevo, mi sembrava impossibile, ma invece è vero”, peccato che poi non seguano mai prove della veridicità dell’accaduto. A meno che non ci si accontenti di un breve video che circola su Youtube:
La notizia fin’ora è stata presa per vera da oltre duecentomila persone che hanno firmato la petizione on line. L’Oipa, Organizzazione internazionale protezione animali riporta addirittura l’appello sull’home page del proprio sito. Massimo Comparotto, presidente nazionale dell’organizzazione, non ha dubbi: secondo lui è tutto vero. A Panorama.it dichiara di avrene avuto conferma da associazioni animaliste sudamericane. E spiega di essere riuscito a ottenere che l’artista non compia mai più un gesto del genere, con tanto di impegno messo nero su bianco da Guillermo Habacuc Vargas in persona.
Ma il caso è ancora controverso, e le prove che i fatti siano accaduti proprio come recita l’appello on line sono discordanti. Secondo una prima vulgata, Guillermo Habacuc Vargas non sarebbe intervenuto per evitare la morte dell’animale. Successivamente, però, srebbe comparsa in rete una seconda verione: il cane non sarebbe morto, ma si sarebbe dileguato dopo due giorni di esposizione.
Nell’incertezza, l’Enpa, l’Ente nazionale protezione animali, ha preso la notizia con le pinze. E le contraddizioni accumulate dalle versioni in Rete hanno incuriosito anche uno dei maggiori esperti delle bufale che circolano sul web: il giornalista Paolo Attivissimo, che ha avanzato numerosi dubbi. “A insospettirmi, dal principio, è stata la struttura dell’appello, con gli ingredienti tipici delle bufale” spiega il giornalista a Panorama.it “ovvero: fa leva sulla pietà per animali sofferenti, rimanda a una petizione che non ha nessun valore legale, e mette in atto un vero linciaggio nei confronti dell’artista presunto responsabile. Un linciaggio” spiega Attivissimo “non supportato in nessun modo dalla conferma che i fatti si siano svolti in quel modo e che il cane sia effettivamente morto”.
Paolo Attivissimo ha messo insieme tutti gli elementi disponibili per analizzare il caso e ha ricorstruito l’iter della vicenda sul suo blog, Il Disinformatico. Da lì si evince che l’unica notiza certa rispetto a tutta la questione è ciò che emerge dal comunicato dellla galleria Códice, di Managua (ovvero il luogo incriminato): l’artista - spiega la galleria - avrebbe effettivamente esposto un cane denutrito con l’intento di denunciare le condizioni in cui versano centinaia di cani randagi in sud America; l’esposizione sarebbe durata tre giorni, ma il cane sarebbe stato esposto soltanto per tre ore al giorno e sarebbe comunque stato adeguatamente nutrito mentre non era in mostra. Insomma, stando a quel comunicato, si tratterebbe di una provocazione messa in atto dall’artista senza considerare le possibili conseguenze mediatiche. Che si tratti soltanto di una mossa difensiva della galleria per ritrattare? In assenza di testimoni oculari, il successo della mobilitazione on line cresce. “Non è una novità che in rete ci si muova in massa per questioni simili” commenta Paolo Attivissimo “Era successo per la leggenda dei gattini bonsai, come in molte altre storie che proponevano terribili maltrattamenti di animali, tutte rivelatesi bufale”.
Ma se si tratta di una bufala, qual è l’obiettivo di chi ha avviato la raccolta di firme? “Difficile capirlo” dice Attivissmo “a chi firma la petizione non è richiesto un indirizzo e-mail, che potrebbe essere usato o venduto per scopi di marketing. La petizione (che comunque non ha nessun valore legale) chiede soltanto di mettere un nome e un cognome: riferimenti che potrebbero anche essere inventati”.
Se le ricostruzioni di Paolo Attivissimo ancora non vi convincono, non vi resta che chiedere delucidazioni direttamente alla persona che ha messo on line la petizione e il cui nome compare come firma numero uno. I suoi riferimenti sono disponibili a chiunque sul sito di Petition on line. Si firma Jaime Sancho Torelló, e la sua mail è jaime.sancho at gmail.com. Sempre ammesso che nome e indirizzo siano veri.
Quanto al valore estetico dell’opera, taglia corto Vittorio Sgarbi: “Non so se il cane sia morto o scappato” dice a Panorama.it “E ho appreso della vicenda soltanto dai giornali. Posso solo dire che esporre un cane legato a una corda, dal punto di vista artistico, non mi sembra un’operazione né sconvolgente né particolarmente originale”.
Se ne parla anche nei nostri FORUM: 1 - 2
![Ottocento invitati per un evento speciale. Anche [i]Panorama.it[/i] ha avuto il privilegio di partecipare alla cena di gala in onore di Fernando Botero, tenutasi nella storica Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano e di documentarne con alcuni scatti la cerimonia.<br /> [i](Credits: Myriam Dolce)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/fotogiugno/botero-inaugurazione/normal_botero07.jpg)
Mondanità e arte. Una serata blindatissima nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano per la cena in onore di Fernando Botero (guarda la gallery).
Tra le opere dell’artista colombiano sugli orrori di Abu Ghraib, e i dipinti inediti dedicati al circo (in esposizione fino al 16 settembre) gli invitati all’anteprima erano ottocento. Tra loro, oltre a Panorama.it, anche Rosita e Ottavio Missoni (fuggiti però di fronte alla lunga coda per il ricevimento: “Rinuncio” ha detto Ottavio “non ho più l’età per fare le code”); Tiziana Maiolo, assessore alle Attività Produttive del Comune di Milano; il giovane pianista Christian Leotta. E poi Ismael Ivo, direttore artistico della Biennale Danza di Venezia; l’artista Fabrizio Plessi; il direttore artistico del Teatro Biondo di PalermoPietro Carriglio. Ma anche il glamourissimo Arnoldo Foà in giacca fucsia. E la cantante colombiana Shakira , che ha voluto rendere omaggio al suo connazionale. La musica in sala però non era la sua. Era di un gruppo di musicisti messicani che roteavano chitarre e sombreri attorno al tavolo di Botero e signora (l’artista greca Sophia Vari).
![Ottocento invitati per un evento speciale. Anche [i]Panorama.it[/i] ha avuto il privilegio di partecipare alla cena di gala in onore di Fernando Botero, tenutasi nella storica Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano e di documentarne con alcuni scatti la cerimonia.<br /> [i](Credits: Myriam Dolce)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/fotogiugno/botero-inaugurazione/normal_botero04.jpg)
Per Panorama.it la serata è continuata anche oltre la cena. Svuotata la sala, Vittorio Sgarbi ha voluto con sé una decina di anime che, spinte dalla sua passione per l’arte e per la notte, lo hanno seguito in giro per i saloni del Palazzo.
Una visita super privata con un cicerone d’eccezione per ammirare in anteprima le opere di Gianfranco Ferroni, e le nuove sei sale espositive, non utilizzate da una ventina d’anni, con a terra calcinacci e con capolavori alle pareti. “Guardate, qui c’è un quadro di proprietà di Miuccia Prada. È un Cavaglieri che sarà esposto dal 13 luglio in queste sale ristrutturate, insieme alla mostra Gio Ponti Designer”, spiega Sgarbi.
Per finire, dopo l’abbuffata notturna di storia dell’arte, la visione del video-documentario sull’artista Ferroni, al lavoro nel suo atelier, con la regia di Elisabetta Sgarbi.
Guarda la gallery
![[i]Three Women and Icon[/i], 2002</p> <p>[color=red][b]Vade retro. Arte e omosessualità . Da Von Gloeden a Pierre et Gilles[/b][/color]<br /> Palazzo della Ragione, Milano<br /> Dal 10 luglio all'11 novembre 2007](http://gallery.panorama.it/albums/upload/fotogiugno/la-bella-estate/normal_artegay3.jpg)
La gallery
All’ombra della Madonnina è cominciata La bella estate. Sotto questo titolo rubato a Cesare Pavese si raduna infatti il ciclo di 15 mostre volute dall’assessore alla cultura Vittorio Sgarbi per animare una città che con luglio si sgonfia e scappa verso mari e monti.
La prima ad essere aperta alla Rotonda della Besana è stata la rassegna (in arrivo da Roma) di Julian Shnabel, pittore, scenografo e regista. Poi, in successione, a Palazzo Reale è stata la volta dello scultore Ivan Theimer e delle mostre monografiche su Gianfranco Ferroni e Fernando Botero.
La rassegna che più preme a Sgarbi è quella dedicata all’Arte italiana 1968 - 2007, sempre allestita a Palazzo Reale, dove l’esposizione riunisce “il meglio che la pittura italiana ha saputo esprimere in quest’ultimo mezzo secolo” chiarisce l’assessore alla cultura di Milano. Qual è il segno distintivo delle scelte artistiche di Sgarbi? “Si riparte dalla figurazione”, afferma l’assessore e critico che si batte da anni per la rivalutazione di artisti - da Emilio Tadini a Domenico Gnoli, da Valerio Adami a Tullio Pericoli - esclusi dalle “selezioni capricciose” delle Biennali. Si colloca su questa linea la mostra delle sculture di Ivan Theimer esposte fino al 16 settembre nelle sale della Reggia di Palazzo Reale, quasi a dialogare con gli stessi spazi neoclassici. Spadroneggia l’obelisco, eccentricamente assemblato con un animale totemico che ritorna in tutte le sculture: la tartaruga. Rigorosa anche la rassegna su Gianfranco Ferroni: duecento opere tra dipinti, disegni e grafiche che percorrono i diversi stili del pittore, a partire dagli anni Cinquanta, in un confronto serrato coi lavori di altri maestri contemporanei (al piano terra di Palazzo Reale, sempre fino al 16 settembre).
Il piatto forte, in tutti i sensi, sono le elefantiache, bulimiche creature di Botero. Grasso è bello, fin dal bronzeo gattone simile al Garfield dei fumetti che c’accoglie, con la linguetta sporgente sotto i baffi, davanti all’ingresso di Palazzo Reale. E poi quei volti melanconici delle donne dal mento sempre allargato in quadrati di ciccia suscitano festosità, sia nei quadri circensi, sia in quelli in cui Botero rifà en large opere famose di Goya e Velázquez. Sono però le stanze finali, incupite dalle tonalità grigia delle pareti, a far scoprire un nuovo Botero, quello delle torture di Abu Ghraib, la prigione dove i soldati americani torchiavano i miliziani iracheni. Le fotografie di prigionieri al guinzaglio o incappucciati e legati a fili elettrici hanno fatto il giro del mondo. Botero rifà secondo il suo modulo queste scende d’orrore: ciccioni bendati e umiliati, profili di bocche spalancate. Sgarbi, nel catalogo della mostra, ha chiesto un intervento a Erica Jong, l’autrice di Paura di volare, che ne approfitta per attaccare Bush per la carneficina ad Abu Ghraib, scomodando Guernica di Picasso e concludendo con un parallelo fra i morti iracheni e la Shoah. L’impressione è che l’apocalissse anti-Bush della Jong, invece di rafforzare e dar senso a quelle immagini, sgonfi l’effetto Botero. L’orrore dei suoi ciccioni rischia di diventare fumetto. Invece il grasso di queste creature massacrate, appese a sbarre in antri oscuri, insinua un elemento tragico-grottesco che basta da solo a farsi denuncia. O no? La polemica è ancora aperta.
Ma la mostra fiore dello scandalo, nella Bella estate milanese, è Vade retro. Arte e omosessualità, aperta fino all’11 novembre nella sede di Palazzo della Ragione. La rassegna, ideata da Sgarbi, è stata da lui condotta a termine assieme a Eugenio Viola. “È probabile ” ammette Sgarbi “che se avessi dovuto curare direttamente questa mostra la scelta delle opere sarebbe stata diversa”. In effetti, Vade retro accozza con voluti rimandi all’estetica trash opere che vanno dalle foto di Von Gloeden a Luigi Ontani, da De Pisis a Gilbert & George, da Testori a Mapplethorpe a Brancaleone da Romana, ma anche tanta paccottiglia, nella quale il trattamento del tema “omo” è declinato nelle forme più banalmente e inutilmente appariscenti da scandalo al sole consunto e kitsch. Chissà se anche il divieto della mostra ai minori di 18 anni (annunciato e poi revocato) fa parte del gioco. Nel frattempo l’opera di Paolo Schmidlin, dove un signore bendato, con i capelli bianchi fermati da una mollettina rosa, che somiglia un po’ troppo al pontefice, è stata acquistata dallo stesso Sgarbi, e sottratta così alla pubblica indignazione. Ma, al di là d’ogni giudizio di valore, resta l’interrogativo: ha senso censurare un’opera d’arte, o quella che passa per tale?
La gallery
Leggi anche: Una cena con Botero e una notte con Sgarbi - La gallery
![[i]Batman and Robin[/i], 1998-1994</p> <p>[color=red][b]Vade retro. Arte e omosessualità . Da Von Gloeden a Pierre et Gilles[/b][/color]<br /> Palazzo della Ragione, Milano<br /> Dal 10 luglio all'11 novembre 2007](http://gallery.panorama.it/albums/upload/fotogiugno/la-bella-estate/normal_artegay2.jpg)