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web 2.0

C’è chi dà i numeri e chi dà lettere. Tim Berners-Lee, lo scienziato inglese che nel 1989 ha inventato il world wide web, preferisce da sempre le lettere alle serie numeriche (web 2.0, 3.0) che vanno tanto di moda di questi tempi. Non è un caso se c’è proprio lui dietro allo standard delle tre W (www) che ogni giorno ci troviamo a digitare chissà quante volte mentre navighiamo in rete. E sempre da Berners-Lee è arrivata di recente una definizione che prova ad andare oltre l’immagine della “ragnatela grande quanto il mondo”.
Tralasciando la super inflazionata etichetta “2.0″ (ormai è arrivata a comprendere tutto - e quindi anche niente), il presidente del W3 Consortium ha spiazzato tutti con una nuova metafora: “Global Giant Graph“. Un’espressione che, tradotta in italiano, suona davvero male (”grafo gigante e globale”), ma la cui sigla (”Ggg”) conferma la passione di Berners-Lee per le lettere.
Addio quindi www? D’ora in poi dovremo digitare ggg prima di ogni indirizzo? Assolutamente no. L’immagine del “network gigante e globale” - Berners-Lee usa il termine grafo perché secondo lui rende meglio il senso di connessioni interpersonali - è, in realtà, solo un pretesto per raccontare come la Rete dovrebbe evolvere per conservare le caratteristiche di libertà e semplicità con cui è stata pensata. E per andare al di là degli attuali modelli di interazione online, che spesso nascondono non poche “trappole” per la maggior parte degli utenti: privacy a rischio; siti come “giardini murati” da cui è difficile uscire una volta entrati; dati centralizzati e facilmente bersaglio di censura e repressione.
Se Internet ha messo in comunicazione tra loro i computer, con il world wide web si è riuscito a rendere navigabili i documenti multimediali, spiega Berners-Lee. Ora il web sociale sta mettendo in relazione “ciò che è più importante per noi: amici, famiglia, colleghi, conoscenze”. Spesso generando non poche frustrazioni: “Il web ci offre documenti differenti per molti questi amici: uno su Facebook, uno su LinkedIn, un altro su LiveJournal, etc. (…). Tutti questi diversi siti e documenti, riguardano la stessa cosa, ma il sistema non lo sa”. Ecco perché bisogna andare oltre l’idea del web (basata sui singoli documenti) e abbracciare quella del “grafo” (focalizzata invece sulle relazioni e una effettiva mobilità delle informazioni): “Abbiamo già la tecnologia ed è il Web Semantico. Se i social network inizieranno ad adottare un formato comune per dire che io conosco Dan Brickley, anche un altro sito o programma potrà utilizzare quel dato per offrirmi un servizio migliore”. Un sistema in grado di coniugare l’intelligenza delle masse con quella delle macchine: è quanto i guru della Silicon Valley chiamano da tempo Web 3.0. E che Berners-Lee, da sempre allergico ai numeri, preferisce chiamare GGG.
VIDEO: Berners-Lee sul Web Semantico

Notizie libere per tutti. Ancora una volta il New York Times guarda lontano e prova a sparigliare le carte sul tavolo dell’informazione online. Da domani, mercoledì 19 settembre, l’immenso archivio della “vecchia signora in grigio” (come oltreoceano viene chiamato il quotidiano) sarà accessibile gratuitamente agli utenti della rete. Addio, quindi, a TimeSelect il programma di abbonamento che fino ad ora permetteva di leggere tutti i contenuti pubblicati dal 1850 al 2007 a prezzi popolari (7,95 dollari al mese, 49,95 all’anno) e che pure aveva ottenuto risultati discreti (10 milioni di dollari di entrate l’anno, per 227mila sottoscrizioni).
Al di là dei timori per la tanto annunciata scomparsa del cartaceo, la scelta del Times sembra guardare nella giusta direzione, ridando una meritata centralità all’edizione online. Nell’attuale ecosistema della rete gli archivi rappresentano un valore aggiunto inestimabile: è ciò che fa la differenza tra le testate ultime arrivate e quelle con una lunga tradizione. Ma, soprattutto, sono una potente fonte di moltiplicazione degli accessi, con la maggior parte degli utenti che ormai provengono direttamente dai motori di ricerca, senza passare dalle home page delle singole testate. Per non parlare delle ulteriori visite prodotte dalla circolazione libera delle news: ora potranno essere linkate senza l’odioso disclaimer “notizia a pagamento”.

Tutto ciò permetterà di innescare nuovi circoli virtuosi (più accessi, più pubblicità, più guadagni), potenzialmente molto più vantaggiosi di quelli assicurati dalla formula ad abbonamento.
È facile pensare che la scelta del NYTimes sarà seguita a ruota da gran parte delle testate online: il che provocherà un’ulteriore metamorfosi del panorama informativo online, con le notizie sempre più destinate a diventare una commodity.
Continueranno, invece, a puntare sul modello a pagamento i quotidiani con un taglio specialistico e rivolti a nicchie ben precise di lettori. È il caso del Wall Street Journal, tra i primi a lanciare la formula dell’abbonamento nel 1996 con risultati al di là di ogni aspettativa (attualmente sono oltre un milione gli iscritti). A meno che anche il WSJ non sia disposto ad osare di più: il che è quanto mai plausibile, soprattutto dopo l’arrivo di Rupert Murdoch il nuovo (e più spregiudicato) editore, che proprio il giorno dell’annuncio del NYTimes si è detto propenso a rendere gratuita la versione online del Wall Street Journal, anche se non ha ancora deciso.
LEGGI ANCHE: L’ultima copia del NYT: cambiare o morire, ecco il futuro dei giornali - Le Monde guarda al Web 2.0: nasce Le Post - Murdoch, l’uomo che fa notizia. Anzi le notizie - Arriva MySpace Tv: così Murdoch prova a battere YouTube - Editoria sociale: quando il cittadino diventa giornalista

Extra/altre visioni è la sezione della Festa del cinema di Roma (dal 18 al 27 ottobre) più sperimentale, quella che parla di sé come di “una angolazione non convenzionale con la quale catturare ciò che viene realizzato in qualsiasi angolo del mondo e che ancora non ha raggiunto la sala tradizionale”. Definizione perfetta per il concorso di cortometraggi che la festa ha indetto quest’anno: chiunque, da qualunque luogo poteva partecipare inserendo il proprio corto in rete tra il 18 luglio e il 12 settembre sul profilo MySpace della Festa del cinema. Ora i video sono al vaglio della redazione del concorso che selezionerà i 75 migliori lavori evidenziandoli come preferiti sulla pagina MySpace della Festa. E gli utenti potranno votarli dal 20 settembre al 10 ottobre, designando così il vincitore destinato a calpestare il red carpet, il tappeto rosso dove sfilano i divi del cinema. Panorama.it (che vi mostra in anteprima alcuni dei video arrivati su MySpace) ha intervistato Mario Sesti, critico e giornalista cinematografico che è tra i fondatori della Festa e che quest’anno dirige la sezione Extra.
Come è andata la Festa alla sua prima prova?
L’anno scorso abbiamo messo in rilievo soprattutto l’aspetto della festa, e ci siamo riusciti. Abbiamo avuto una grande attenzione di pubblico e dei media, concentrata sul tratto più spettacolare. Però ci siamo un po’ dimenticati che c’era anche un festival. Extra, ad esempio, anche se è stata una bella iniziativa non è emersa abbastanza. Un festival del cinema è tanto più grande quanto più riesce a coniugare il red carpet con la ricerca del nuovo.
Cosa rappresenta la sezione Extra di quest’anno?
Sarà un’ottima selezione di documentari, genere che sta vivendo un momento di particolare proliferazione. E poi ci sarà una sorta di retrospettiva su quello strano contagio che si genera quando qualcosa piace, soprattutto su internet. La retrospettiva parla di tutto ciò che, in rete, si avvicina al cinema.
Un esempio paragonabile è quello di Lonely girl 15: un videoblog che ha avuto milioni di visite, ma che in realtà era finto, accuratamente preparato. Questa è una forma di narrazione inedita. Oppure il corto di chi si fa una foto al giorno. (leggi anche: Per il Museo di Losanna siamo tutti fotografi) Poi ci sono i mash-up: materiali preesistenti che vengono miscelati insieme. C’è chi ha rimontato il trailer di Shining trasformandolo in commedia, e chi ha fatto la storia dei cinque film di Rocky in cinque secondi.
Come mai il concorso di corti della Festa del cinema ha scelto Internet come mezzo?
Il consumo di immagini e suoni degli adolescenti oggi si incontra molto più su Internet che altrove. Se si vuole capire cosa succede di nuovo si deve passare da lì. Il vantaggio che ha il cinema è quello di concentrare, mentre internet disperde. Il cinema è qualcosa che ti sveglia, ti sorprende, ti incanta, in una sala buia con tanta gente che non conosci. Su internet sei solo. Il contesto è completamente diverso, ma prima o poi si dovrà trovare un compromesso, anche sul piano commerciale. Comunque, se è vero che esiste qualcosa di simile al cinema su internet, un festival deve occuparsene.
Qui di seguito una selezione di brani tratti dai cortometraggi in concorso
Il corto “Chi la fa l’aspetti” di Emiliano
Il corto “Clone boy” di La Stasi
Il corto “Io, super-io e il partito unico” di Giacomo
Il corto “Le buone maniere” di Gian
Il videoclip “Linfa Vitale” di Avvolte Khristeda realizzato dagli studenti del 3° anno (2005/2006) di Illustrazione dell’Istituto Europeo di Design
Il corto “C’è Vibrisse libri” di Gianfranco

“Lungo la mia carriera di scrittore ho incontrato diverse persone che hanno creduto in me senza conoscermi bene e mi hanno aiutato, permettendomi di inseguire i miei sogni. Durante l’ultimo anno ho visitato le pagine dei lettori e ho visto lavori eccellenti fatti da attori, musicisti, registi… E ho pensato: perché non fare un film insieme?”. Detto e fatto. Paulo Coelho, l’autore di bestseller come L’Alchimista e Lo Zahir, ha lanciato un concorso online per la trasposizione cinematografica del suo ultimo lavoro, La strega di Portobello.
Il romanzo è incentrato sulla vita di una donna misteriosa, Athena, raccontata attraverso i ricordi di 15 diverse persone. Una narrazione collettiva, quindi, che ben si adatta a una trasposizione a più voci. Magari sfruttando al meglio le possibilità espressive offerte dal web 2.0.
Di qui l’idea di The experimental witch (ovvero La strega sperimentale), il progetto con cui lo scrittore brasiliano invita chiunque sia interessato (cineasti professionali o amatoriali) a realizzare un breve cortometraggio basandosi sulla storia di uno dei 15 narratori. I video vanno poi caricati su YouTube in forma privata e segnalati all’autore attraveso l’invio del link.
Stesso discorso anche per la colonna sonora: compositori affermati o meno possono cimentarsi nella realizzazione di uno dei 15 temi e pubblicarlo poi su MySpace (il social network preferito dai musicisti).
I lavori dovranno essere inviati entro il 19 marzo 2008 e saranno poi selezionati da una giuria internazionale (qui ulteriori informazioni). Oltre la pubblicità di ritorno (il film sarà presentato a diversi festival e manifestazioni), per i vincitori è previsto anche un premio in denaro: 3.000 euro per i video e 1.500 euro per le colonne sonore.
“Una tale varietà di punti di vista rifletterà il proposito del libro, dove la stessa storia viene raccontata da diverse prospettive”, spiega un Paolo Coelho quanto mai interessato alle tecnologie del web 2.0. L’autore è infatti già presente online con un blog (in cui da qualche mese dialoga con i lettori), un account su Flickr (dove raccoglie foto e citazioni), un altro su MySpace (con le tracce musicali preferite) e uno su YouTube (con interviste e video ispirati ai suoi lavori).
Con The experimental witch ora prova a guardare ancora più lontano. La direzione è quella del transmedia storytelling, ovvero la trasposizione (spesso collaborativa e partecipativa) di uno stesso universo narrativo su diversi media e supporti. Come già stanno facendo da tempo i fan di Star War o, in Italia, i pioneristici Wu Ming.

Il quotidiano francese Le Monde si butta con coraggio in un’iniziativa nel segno del Web 2.0. È da poco sbarcato su internet Le Post, un giornale del gruppo Le Monde aperto ai contributi di chiunque. Dall’incidente del quartiere allo scandalo finanziario, dalla partita di calcio all’ultima moda giovanile: Le Post riunisce in un solo spazio notizie segnalate dalle comunità di lettori, dalle agenzie di stampa e dalla sua redazione giornalistica. Con tanto di foto e video segnalati dai navigatori del web.
Come osserva il quotidiano economico Les Echos, altre testate hanno già cercato strade simili per incontrare il pubblico, in particolare i giovani e le nicchie. Il tedesco Rheinische Post sta sperimentando Opinio: alcuni post scritti dai lettori diventano articoli stampati sull’edizione cartacea. Quella del “giornalismo partecipato” è una tendenza che nasce negli Stati Uniti, e uno dei pionieri è l’Huffington Post. Con Le Post, però, l’attenzione è ancora più spostata verso il Web 2.0: non c’è una gerarchia di importanza tra le notizie e i temi del giorno si possono leggere navigando con i tag, le etichette usate per definire gli argomenti di un articolo.

Quanta Africa c’è su internet? Poca, a giudicare dal più grande serbatoio di saperi a disposizione degli internauti: Wikipedia. Almeno questo sostiene l’associazione Lettera 27, che si occupa di alfabetizzazione e che ha deciso di investire tempo e risorse nel progetto WikiAfrica. Panorama.it ne ha parlato con la curatrice Iolanda Pensa, in questi giorni al Festival della Letteratura di Mantova per organizzare dei workshop specifici.
Quanto è presente il continente africano su internet?
Quando si cercano informazioni sull’Africa, ad esempio su Google, Wikipedia è uno dei primi siti in cui ci si imbatte. Per questo è importante che il continente vi sia rappresentato in modo adeguato. Ma c’è poca visibilità e poca ricchezza di informazioni. Spesso mancano informazioni di base, di storia e conoscenza generale del continente nella sua vastità e complessità. Rendere disponibili queste informazioni su Wikipedia vuol dire darle per conosciute. Così non bisogna ripartire da zero ogni volta.
Come si ottiene una maggiore visibilità?
Mettendo le basi una volta per tutte e poi aggiungendo contenuti originali, grazie al coinvolgimento di autori che danno apporti sperimentali. Incoraggiamo nuove ricerche, sostenendone la visibilità. Per esempio sosteniamo un progetto in corso a Douala, in Camerun, teso a raccogliere informazioni sulla città e inserirle su Wikipedia. Servono contenuti e conoscenze tecniche: noi lavoriamo per mettere insieme persone con le due competenze per arrivare ad avere entrambe nelle stesse persone.
Quali ostacoli avete incontrato?
I contenuti che vengono inseriti sull’enciclopedia devono poter citare una fonte: per l’Africa questo a volte è un problema. C’è sempre il pericolo che qualcuno inserisca informazioni non rilevanti. Servono amministratori che conoscano l’argomento abbastanza per poter distinguere ciò che è rilevante da ciò che non lo è. L’Africa è ancora poco conosciuta e quindi alla fine vincono i premi Nobel e la gente già famosa.
Quanto incide il fatto che molta della cultura africana sia tramandata ancora solo oralmente?
Quello dell’Africa solo orale è discorso un po’ paradossale. Finisce per essere un messaggio che la relega a continente di serie B. È vero fino a un certo punto e poi non esiste solo la scrittura, ci sono tantissimi mezzi di espressione con una produzione molto varia, che Wikipedia può accogliere: il mondo wiki ha spazio per formati diversi.
Cosa succede a Mantova dal 7 al 9 settembre?
Ci saranno cinque workshop all’interno dei quali simuleremo il funzionamento di Wikipedia. Ricreeremo dal vivo le logiche che la governano: la discussione e l’inserimento di informazione, i due elementi fondamentali per creare voci enciclopediche. Abbiamo un relatore e un correlatore che espongono un argomento, e il pubblico, al cui interno abbiamo inserito persone con competenze specifiche, che fa domande, discute, aggiunge. Un gruppo di redattori si occuperà di inserire i contenuti online. Discuteremo di letteratura e oralità, di arte, connessioni (parleremo ad esempio di un centro informatico che sviluppa software open source a Dakar) e delle rotte dei migranti.
LEGGI ANCHE: Wikipedia, un software promette di sbugiardare le voci inesatte - Modello Mantova: il Festival della letteratura torna all’antico
Quando non ne sai proprio niente di qualcosa, come fai a fidarti della descrizione che trovi su Wikipedia? Cosa ne sai che chi ha scritto la voce che stai consultando sia effettivamente competente in materia? Certo, esistono degli amministratori, ma neanche loro possono sapere tutto. Allora, essere fatalista e sperare in bene oppure diffidare sempre e comunque? Luca de Alfaro e i suoi colleghi dell’Università della California a Santa Cruz devono aver letto spesso delle voci assai poco affidabili sull’enciclopedia online se si sono imbarcati nell’impresa di creare un software che renda subito chiaro quanto ogni singola frase sia in ultima analisi “sicura”. Si chiama Trust, fiducia, appunto, e in pratica consiste nella sottolineatura colorata delle parti da prendere con le pinze. Più intensamente arancione è il colore della righe, meno c’è da fidarsi di quello che dicono. Come fa un programma a capire se quella pagina dell’enciclopedia dice cose sensate? Si basa sulla reputazione di cui godono tutti coloro che hanno contribuito a scriverla e a modificarla (e sulle fonti utilizzate, o sulla loro assenza).
Per adesso si tratta ancora solo di un esperimento, ma forse un domani tutti noi potremo evidenziare i punti deboli di Wikipedia. Il difficile sarà aver fiducia nella capacità del programma di distinguere per noi il vero dal falso.

Dopo le prime pagine dei giornali di mezzo mondo, i continui annunci di sbarchi eccellenti e le mirabolanti promesse di soldi facili per tutti, è arrivato il momento della ritirata da Second Life? Il mondo virtuale è davvero in crisi, così come racconta il Los Angeles Times in un articolo subito ripreso da gran parte della stampa italiana e internazionale?
Secondo la testata americana sono tre gli indizi dello “sboom” in corso: 1) diverse multinazionali stanno abbandonando le isole faraoniche costruite durante il facile entusiasmo della prima ora; 2) i tentativi di business su SL si stanno rivelando un clamoroso flop; 3) gli avatar che fanno regolarmente visita al mondo virtuale non sono tanti (30-40mila) e quasi esclusivamente interessati ai quartieri a luci rosse e ai negozi in cui si vendono genitali (già, perché l’avatar “modello base” non prevede questi optional).
Il quadro a tinte fosche del quotidiano californiano si è subito attirato le critiche di alcune aziende tirate in ballo (si veda questo pezzo di VisionPost). Laura Thomas di Dell accusa l’autore del pezzo di parzialità (”guarda a un solo aspetto della vicenda”) e, nonostante il calo delle visite negli ultimi mesi, ribadisce il ruolo strategico della presenza nel mondo virtuale per la sua società. Sperimentare, d’altronde, vuol dire anche imparare dagli errori e arrivare pronti alle prossime sfide. Secondo i dati di Gartner, infatti, di qui al 2011 l’80 per cento degli utenti web avrà una “seconda vita” virtuale.
Marc Schiller di ElectricArtist, agenzia che ha gestito per conto di Starwood il lancio dei fallimentari hotel virtuali Aloft, ammette l’ingenuità di fondo del progetto (”gli abitanti di SL non hanno bisogno di dormire in un hotel”), ma riconosce l’importanza dei feedback arrivati dagli avatar per la progettazione della nuova linea di hotel del mondo reale.
Prova ad andare oltre il facile sensazionalismo (sia ottimista che pessimista) che circonda Second Life anche Pierluigi Emmulo di Communication Village (agenzia italiana focalizzata sulla comunicazione nei mondi virtuali), che critica la lettura troppo semplicistica del LA Times: “L’insuccesso di una o più aziende che hanno utilizzato lo strumento non coincide in nessun caso con l’inconsistenza del mezzo, ma dall’incapacità di chi lo ha impiegato a sfruttarlo al meglio. (…) In parecchi casi sono stati attuati metodi di gestione del tutto inadeguati. Ma questo ovviamente non fa di Second Life uno strumento scadente, solo uno strumento caratterizzato da una sfera di opportunità da comprendere più a fondo e da imparare a gestire al meglio”.