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web 2.0

McDonald’s e Starburst fanno di necessità virtù. E puntano sul web 2.0

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  • Tags: cibo-spazzatura, Guardian, junk-food, McDonalds, minori, Ofcom, pubblicità, social-networking, Starbust, tv, web 2.0
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A Londra pensavano di avercela fatta a salvare i bambini dalle tentazioni del junk food, il cibo spazzatura. O almeno di averlo cancellato dai programmi tv per i più piccoli. E invece no: dopo il divieto di Ofcom, l’autorità britannica garante delle comunicazioni che ha proibito di pubblicizzare in televisione il junk food, aziende come McDonald’s, Haribo, Skittles e Starburst si sono rimboccate le maniche e hanno cambiato. Non strategia, beninteso, ma mezzo di comunicazione: hanno canalizzato gli investimenti sul web.

Invece di farsi pubblicità tra un cartone animato e l’altro, hanno cominciato a presidiare i siti più frequentati dai piccoli, quelli che favoriscono l’aggregazione (i siti di social network), usati da circa il 70 per cento dei giovanissimi britannici. A rivelare la preoccupazione dei magistrati della Corona è il quotidiano londinese The Guardian, secondo il quale per i pm ma anche per il dipartimento della Salute è arrivato il momento di fare ammenda: togliere la pubblicità del junk food dalla tv ha avuto l’unico effetto di spostare i budget su Internet. Adesso è il momento di passare a una nuova fase…o forse solo a una più accurata legislazione.

  • teresa.potenza
  • Martedì 31 Luglio 2007

Life-casting: il grande fratello fai da te, on line

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  • Tags: Grande Fratello, internet, Justin-Kan, Justin.tv, life-casting, NetTv, UStream, video, web 2.0
  • Un commento


“Mi trasmetto, dunque sono”. Parola di Justin Kan, 23 anni, studente a Yale, e dallo scorso ottobre il primo life-caster del web. Justin vive 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 con una telecamera wireless attaccata al cappellino. Non se ne separa mai, neanche quando fa la doccia o mentre dorme. Lo scopo? Trasmettere tutta la sua vita (se stesso e quello che lo circonda) in diretta su Justin.tv. Una sorta di Grande Fratello fatto in casa, completamente disintermediato e forse anche più sincero di tanti reality-show. Non a caso la stampa americana lo ha subito paragonato a Truman Show ed Essere John Malkovich. Con la sola differenza che il suo non è cinema nè televisione, ma life-casting, appunto. Ovvero una nuova frontiera della rivoluzione digitale, resa possibile dal boom dei video in rete.


Oltre a Justin.tv, online si contano ormai tanti servizi che permettono a chiunque di creare trasmissioni live. Il più gettonato è UStream, una sorta di YouTube in presa diretta, molto utilizzato per coprire dal basso eventi di ogni tipo. Tra gli utenti più popolari, troviamo anche un italiano: Robin Good, pioniere della web-tv autoprodotta. Ancora più avanzato Mogulus, sofisticato sistema per gestire programmi a più voci (come fa ad esempio Tommaso Tessarolo con la sua NetTv). Ecco, lo spot di presentazione di Mogulus:


Ad ogni modo, l’idea di Justin sta facendo tendenza e in molti hanno preso a seguire le sue orme: come Shooby, simpatico quindicenne di San José, un vero mostro dell’informatica; la bionda e solare Justine; NakedCowboy, artista di strada, famoso a New York perché va in giro a suonare in slip.
Esibizionismo? Desiderio di condivisione? Ultimo stadio della società dello spettacolo? È davvero difficile inquadrare il fenomeno del life-casting con le categorie interpretative tradizionali: per la generazione 2.0 cresciuta a suon di MySpace, Twitter e YouTube, molto probabilmente rappresenta solo un altro modo per esprimersi e socializzare.

  • nicolabruno
  • Lunedì 23 Luglio 2007

Se manca la libertà di panorama… peggio per Wikipedia Italia

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  • Tags: City-Hall, copyright, diritto-autore, fair-use, foto, Mauro-Bulgarelli, Polo-Museale-Fiorentino, web 2.0, wikipedia-italia
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http://www.flickr.com/photos/martinrp/
Forse sono in pochi a saperlo, ma in Italia non c’è libertà di panorama. E cioè il diritto a riprendere edifici o opere d’arte che si trovano in luoghi pubblici e il cui autore non sia deceduto da più di 70 anni. Se a Londra possiamo tranquillamente fotografare la spettacolare City Hall di Norman Foster e pubblicarla dove ci pare e piace, in Italia si corre il rischio di essere diffidati se condividiamo su Flickr una foto-ricordo delle ultime vacanze a Roma con l’Auditorium di Renzo Piano alle spalle. L’ormai obsoleta legge italiana sul diritto d’autore (risalente al 1941) protegge infatti qualsiasi tipologia di opera d’ingegno (sculture, quadri, installazioni, opere di architettura), vietandone la riproduzione non autorizzata.

Proprio ricorrendo a un’interpretazione restrittiva delle norme sul copyright, la Soprintendenza per il Polo Museale Fiorentino ha diffidato Wikipedia Italia dalla pubblicazione di immagini di opere ospitate all’interno dei propri musei (tra cui molti capolavori-simbolo dell’arte italiana). E così, dopo un’animata discussione tra i wikipedians italiani, è stata presa le decisione di rimuovere tutte le foto di opere realizzate da artisti ancora in vita. Non senza però denunciare l’anomalia di questa situazione: “Il governo italiano e le sue estensioni operative possono arrogarsi il diritto di controllare ciò che, secondo il comune buon senso, dovrebbe essere fruibile dall’umanità intera senza alcun limite (…). Paradossalmente su Wikipedia potranno essere caricate solo opere italiane presenti in musei esteri, grazie alle legislazioni straniere che hanno margini ben più ampi della nostra”.

In effetti, è abbastanza assurdo che un’istituzione pubblica intraprenda un’azione contro un’iniziativa no-profit il cui unico scopo è la divulgazione della cultura (a costo zero, tra l’altro). Soprattutto se poi il governo finanzia un progetto, ben più costoso, come il discusso portale del turismo. Ad ogni modo, in Parlamento c’è chi si sta attivando per introdurre anche in Italia il diritto di panorama: di recente il senatore dei Verdi Mauro Bulgarelli ha presentato un disegno di legge sul “fair use” (giusto utilizzo), che, se approvato, potrebbe arginare alcune interpretazioni distorte della legge sul copyright. E permettere a Wikipedia di tornare a pubblicare le immagini della grande arte italiana.

  • nicolabruno
  • Venerdì 13 Luglio 2007

Mediaset lancia il nuovo portale. E il primo tg italo-cinese sul web

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  • Tags: Chinatown-Today, mediaset, Mtv, rai, Tgcom, tv, video, web 2.0, youtube
  • 2 commenti

[i](Foto: Ansa)[/i]
Il mondo del web 2.0 e delle communitiy sta sempre più contagiando l’universo parallelo delle tv. Anche in Italia. Mtv negli ultimi tempi sta inserendo nel suo palinsesto trasmissioni basate su materiale realizzato e inviato dal pubblico. Rai Tv si è lanciata su Youtube, caricandovi i video dei suoi migliori programmi. E Mediaset? Proprio in questi giorni lancia il nuovo portale mediaset.it, da cui si può accedere a una serie di contenuti televisivi, soprattutto video. Nella sezione dedicata ai filmati si può trovare una selezione di servizi dei tg e programmi di intrattenimento. E sotto Esclusive web anche video inediti, dai provini del Grande Fratello a interviste ad attori. Il meglio però deve ancora arrivare: presto saranno fruibili anche video on demand (nella sezione Rivideo), con la possibilità di scaricare a pagamento gli episodi delle fiction e dei serial americani più seguiti, e di vedere in diretta tre partite del campionato di calcio di serie A. Ci sarà anche spazio per le clip inviate dagli utenti, anche se accuratamente visionate e selezionate prima di essere messe on line.

E dal 13 luglio, sul portale del Tgcom, parte l’iniziativa Chinatown Today, il primo tg italo-cinese sul web, che vuole raccontare la comunità cinese di Milano, recentemente sotto i riflettori della cronaca. Realizzato da un gruppo di giovani stagisti, sia in versione cinese sia italiana, è condotto da una ragazza cinese che sta concludendo in Italia la sua specializzazione di laurea.

  • simona.santoni
  • Venerdì 13 Luglio 2007

Mamma Rai su Youtube: spopola Luciana Littizzetto

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  • Tags: Che-tempo-che-fa, Luciana-Littizzetto, Pippo-Chennedy-Show, rai, Sabina-Guzzanti, web 2.0, youtube
  • 2 commenti

[i](Foto: Ansa)[/i]
Anche mamma Rai è diventata web 2.0. Oltre al lancio di Rai.tv, il portale con nuova interfaccia e possibilità di podcasting, la tv pubblica è assiduo utente di Youtube (con cui ha stipulato un accordo), il popolare sito di condivisione di filmati. E, per l’appunto, lì la Rai pubblica i suoi video più popolari. Con successo. Dal 19 giugno sulla pagina Youtube che ospita il canale Rai, il numero di clip viste è cresciuto costantemente fino a toccare quota 500 mila. 40 mila i visitatori. Il filmato più amato? Quello che ha per protagonista lei, la Paris Hilton italiana, Luciana Littizzetto in versione “sex symbol” negli studi di Che tempo che fa, cliccato più di 56 mila volte. Eccolo:

Segue a ruota, con oltre 43 mila visualizzazioni, Sabina Guzzanti nei panni di Valeria Marini al mitico Pippo Chennedy Show:

  • simona.santoni
  • Mercoledì 11 Luglio 2007

Una sitcom scritta da tutti, online. Ecco la webcom, di successo

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  • Tags: creative-commons, Dawn-Jones, sitcom, soap-opera, web 2.0, webcom, Where-are-the-Joneses, Wikidot
  • Un commento

La prima sitcom nata su internet e scritta dagli spettatori. Foto tratta dall'[url=http://www.flickr.com/photos/wherearethejoneses/]album fotografico[/url] dedicato alla soap su Flickr<br />
Immaginate se poteste avere un ruolo nella stesura del copione della soap opera Beautiful. Magari sarebbe finita da un bel pezzo. Oppure il mascellone latin lover Ridge potrebbe essere gay o Caroline resuscitare per l’ennesima volta. Purtroppo ancora non si può intervenire sulla storia infinita dei Forrester, ma gli aspiranti sceneggiatori possono sbizzarrirsi con Where are the Joneses?, una sitcom - made in Great Britain - nata solo per internet e scritta collettivamente. Sì, chiunque può contribuire a elaborare una scena, grazie alla tecnologia Wikidot che, in modo simile al funzionamento dell’enciclopedia libera su web Wikipedia, permette di lasciare le proprie idee di script e sketch, con licenza Creative Commons. Dopo la sitcom, ecco la webcom, per dirla con il Guardian.

Gli spettatori si trasformano in creativi e possono aggiungere commenti, inventare dialoghi, sviluppare a loro piacimento la trama. Sul sito della prima webcom collaborativa sono pubblicati quotidianamente gli episodi, di 3-5 minuti, così come su Youtube. La storia alla base di Where are the Joneses è divertente: facendo la caricatura di un certo stile documentaristico, tutto parte da Dawn Jones, ragazza che scopre di essere nata da un donatore di sperma e decide di andare alla ricerca dei suoi 26 fratelli e sorelle sparsi in Europa. Qui sotto la prima puntata (da Youtube):

Attualmente le disavventure di Dawn sono al trentatreesimo episodio e, come si può controllare sulla mappa nel sito, la protagonista si trova in Francia sulle tracce del fratello Jean. Gli ideatori della sit, la compagnia di produzione Baby Cow, hanno previsto di far durare la telenovela solo 86 giorni. Alla faccia di tutte le Dynasty infinite del mondo della tv!

Gli spettatori possono restare aggiornati sulla ricerca dei Jones anche tramite l’album fotografico su Flickr o con feed sul cellulare da Twitter. Tra i fan c’è pure chi ha proposto la propria casa come location o chi si è candidato come personaggio. Vuoi essere tu il prossimo fratello Jones e far scovare a Dawn un consanguineo in Italia? Perché no?! Basta scrivere la sceneggiatura e proporla… chissà! D’altra parte, in Italia qualcosa di simile lo stanno facendo Nokia e Mikado con Tigri di carta.

  • simona.santoni
  • Mercoledì 11 Luglio 2007

Blog Power: la prima indagine su come cambia la rete

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  • Tags: barcamp, Beppe-Grillo, Blog, Carolina-Cutolo, DiarioAperto, Enrico-Marchetto, Enrico-Milic, Joe-Trippi, Luther-Blisset-project, Mob-Flash, Pornoromantica, Punto-informatico, roberto-lo-jacono, splinder, Swg, Università-Trieste, web 2.0, wu-ming
  • 13 commenti

di Monica Vignale

Parola d’ordine: condividere. Status politico: democrazia digitale. Lingua: “post”, voce del verbo postare, liberamente tradotto con “intervenire con riflessioni, notizie, foto e video aperti al commento di tutti”. Abitano la blogosfera, affascinante metropoli planetaria dove le case costano cinque minuti: il tempo necessario a creare il blog, appunto, diario personale in cui riflettere a voce alta e portare in piazza (quella virtuale) le storie quotidiane, le opinioni, la controinformazione. Vero specialmente per le donne, che nella prima fotografia scattata al blog-mondo italiano si confermano le cittadine digitali del futuro. Quelle che mettono in pratica le teorie sull’interazione elaborate dagli uomini. Che spiazzano le tesi sessiste con la loro presenza e la loro età (sono più numerose nelle fasce giovani), la capacità di analisi, la determinazione nel difendere un punto di vista che rispetto a quello maschile è quasi sempre meno omologato. Pioniere tra i pionieri di quella specie umana poliedrica che sono gli autori e i lettori dei diari online. Diversi per condizione, professione, età, geografia. Ma uniti dal filo rosso dell’indipendenza, che calato nella pratica diventa nuova attitudine verso la comunicazione, il marketing, le istituzioni. Una categoria sociale emergente che può arrivare a incidere sulla formazione delle idee prima ancora che i canali ufficiali se ne accorgano.

Il dato scaturisce dalla ricerca DiarioAperto, innovativa indagine sui blogger di casa nostra realizzata dall’azienda di ricerche di mercato Swg con partner autorevoli: l’Università di Trieste, la piattaforma di blogging Splinder e Punto Informatico, giornale telematico specializzato in internet. Un ritratto inedito, disegnato su un campione di 5 mila utenti che hanno risposto alle 250 domande online. Dal questionario affiora l’identikit dei moderni comunicatori: mediamente giovani, buona cultura, residenti nelle grandi città del Centro-Nord, dove la linea veloce di internet è più diffusa. Ma DiarioAperto evidenzia, ed è una specie di rivoluzione, anche un nuovo potere, dai più snobbato e liquidato come velleità utopistica e un po’ capricciosa di quattro ragazzi col pallino di postillare sulla realtà reale.
Prima sorpresa: non sono quattro ragazzi. Quasi 2 milioni gli italiani che scrivono o leggono blog (dato Nielsen, dicembre 2006): un numero che certifica un fenomeno. Confermato dal fatto che l’italiano è balzato al quarto posto nella statistica delle lingue più utilizzate in rete, dopo il giapponese, l’inglese e il cinese. Seconda sorpresa: i blogger cominciano a contare. Enrico Milic, responsabile della ricerca per conto di Swg, che con Enrico Marchetto della facoltà di sociologia di Trieste ha elaborato i dati, conferma: “Sono diventati più consapevoli del proprio ruolo, quello di voce alternativa”. Una dimostrazione pratica è arrivata di recente, quando la rete è stata infuocata dal controverso filmato della Bbc sui sacerdoti pedofili. Un video che la televisione suo malgrado ha ripreso perché nel frattempo, tra un link e l’altro, era già diventato famoso senza passare dal tubo catodico. E qualcosa di simile era accaduto anche durante il caso Calipari, quando un blogger scoprì che con un semplice copia-incolla si potevano resuscitare le parole censurate da un documento riservato e pieno di omissis. Mise sul blog la versione completa e i media ufficiali dovettero rilanciarla.

Esempi lampanti del blog che diventa fonte, acquisisce potere di scelta autonoma e costringe l’informazione più influente a fare i conti con un nuovo imprevedibile megafono, refrattario alle imposizioni, libero e aperto ai contributi di chiunque. Roberto Lo Jacono di Splinder (55 milioni di pagine visitate al mese), interpreta: “I blog soddisfano la necessità di cambiare le regole dell’informazione con i contenuti dal basso, la possibilità di dialogare fra loro e creare community”. Condizionando le scelte di vita quotidiana e sostituendo di colpo perfino le tradizionali figure degli esperti. Come nel caso di Carolina Cutolo, giovane autrice di Pornoromantica, famoso diario di sesso e amore che è la più gettonata “posta del cuore” made in Italy. Il segreto del successo è anche la formula del blog: non più da uno a molti, ma da molti a molti. Il Blog Power è orizzontale. Ma niente spargimenti di sangue, perché sono ancora i mass media tradizionali a suggerire gli argomenti di discussione, a fornire gli spunti per i post.

I numeri di DiarioAperto, che Panorama ha consultato in anteprima ma che presto saranno online, gratis e a disposizione di tutti, raccontano che i blogger sono attentissimi a quello che accade, leggono molto (specialmente quotidiani telematici) e considerano autorevoli i giornali. Non è un paradosso, piuttosto una convivenza stimolante che apre uno spiraglio sul futuro: la partita dell’informazione si giocherà sul filo della fiducia. Vocabolo, questo, di fondamentale importanza per i cittadini virtuali, che hanno ribaltato il paradigma in base al quale l’informazione si subisce. I blogger sono diffidenti, hanno il gene del dubbio, e si riservano di vagliare tutto. Di intervenire, criticare, smascherare falsità e imprecisioni e distruggere i miti. “L’83 per cento degli intervistati” sottolinea Marchetto “ha fiducia nei blog, anche se non li considera autorevoli. Una percentuale molto più alta di quella accordata alla televisione, che ne esce a pezzi”.
Allo stesso modo questo popolo, smaliziato ma cauto, non abbocca al dogma della pubblicità. I guru del marketing che vorranno analizzare i risultati della ricerca potrebbero avere un brutto colpo. Primo perché i blog possono influenzare lo shopping; secondo perché gli autori non si lasciano indottrinare dagli spot. “Le informazioni su un prodotto diventano determinanti per il suo acquisto quando sono inserite in un contesto discorsivo credibile, non di autopromozione” aggiunge Marchetto. “I consumatori online rifiutano l’advertising classico, preferiscono una descrizione del prodotto direttamente da chi lo vive e si può contattare per ulteriori informazioni, come si fa con un amico”.

E i blog aziendali che hanno invaso la rete negli ultimi mesi? “Funzionano solo se si aprono al dialogo e anche ai giudizi negativi. La Fiat per esempio l’ha fatto in concomitanza con il lancio della Bravo, ed è stato un successo”. Così per l’acquisto dei libri (uno dei prodotti più venduti online), sono proprio i blog letterari a dettare legge. Uno su tutti quello dei Wu Ming, gruppo di scrittori formatosi all’interno della sezione bolognese del Luther Blissett Project. Un diario seguitissimo e ascoltatissimo, che non si fa scrupolo di parlare male se è il caso e che, anche per questo, nell’orientamento dei lettori è più valido delle strategie tradizionali.
Potere della fiducia, e della reperibilità. Potere che i grandi poteri non hanno ancora recepito. Uno sguardo al rapporto con la politica rivela quanto le istituzioni siano lontane dalla blog-generation. Credibilità nei partiti? Scarsissima. Nei personaggi che monopolizzano la scena pubblica? Praticamente zero. Pollice verso anche per il Garante della privacy. Perché, se molti utenti sono favorevoli a un filtro contro contenuti violenti e offensivi, praticamente nessuno lo affiderebbe a un’entità burocratica. Molto meglio, si scopre scorrendo i dati, un’autoregolamentazione o, al limite, l’intervento dei service provider.
In questo senso qualcosa già si muove. Per esempio le petizioni per chiedere una legge che legalizzi la possibilità di scaricare da internet gratuitamente video e musica. Per ora sono appelli sparpagliati, ma si comincia a pianificare la proposta. Forza della blog-comunicazione, gli appelli incassano decine di firme che moltiplicate per centinaia di diari diventano migliaia. La metodologia “virale”, anche questa a lungo sottovalutata, è efficace. Il caso più eclatante è il blog di Beppe Grillo, antesignano dell’aggregazione telematica, con la sua rete capillare nazionale e internazionale a sostegno delle campagne di intervento politico e sociale lanciate in rete.

Un potere che fa benissimo a meno dei grandi media. Infatti per la prima volta si organizzano eventi all’oscuro della tv: sono i BarCamp, riunioni di blogger che scelgono di confrontarsi dal vivo e che si ritrovano numerosi solo grazie al tam tam del web. Qualche anno fa c’erano i Mob Flash, mobilitazioni velocissime di utenti che via e-mail si convocavano il tale giorno alla tale ora nella stessa libreria, per chiedere lo stesso volume mai andato in stampa. Una provocazione finalizzata a innocuo divertimento. Oggi quei ragazzi sono cresciuti, hanno affinato le tecniche e spostato gli obiettivi. E se s’incontrano, è per mettere a punto la più ardita delle avventure: provare a incidere sulla realtà.

DiarioAperto pone un grande interrogativo: quanto conterà la blogosfera nell’organizzazione della vita sociale? Negli Stati Uniti, dove il fenomeno è affermatissimo, ci sono diari online con 300 mila contatti al giorno, che hanno modificato drasticamente il mercato pubblicitario e i meccanismi di scelta nei consumi, nella politica, nell’informazione e sulle questioni etiche. Accadrà anche da noi? Marchetto azzarda un’ipotesi: “Non escludo che fra cinque o dieci anni ci saranno blog italiani capaci di attrarre migliaia di utenti, tanti quanti oggi sono i lettori dei siti di informazione tradizionale. Il blog di Beppe Grillo è già oggi uno dei più letti al mondo”.
Con l’età che gioca in loro favore e la propensione naturale all’autoproduzione di contenuti, saranno la vera voce alternativa di domani? Gente che pensa, scrive, acquista e vota secondo dinamiche inedite. Quelli che avvereranno la profezia di Joe Trippi, stratega di marketing politico che ha intitolato il suo libro: The revolution will not be televised. Cioè: la rivoluzione non sarà trasmessa in tv. Previsione sul Blog Power che verrà.

Guarda il video-spot con i primi dati dell’inchiesta DiarioAperto

  • redazione
  • Venerdì 22 Giugno 2007

I blog? Una boiata pazzesca. Parola di Andrew Keen

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  • Tags: Andrew-Keen, Blog, Cluetrain-Manifesto, editoria-sociale, The-Cult-of-the-Amateur, web 2.0, youtube
  • 14 commenti

[i](Credits: Corbis)[/i]

I blogger? Sono solo narcisisti digitali. Il web partecipativo? Milioni e milioni di scimmie esuberanti che stanno dando vita a una foresta infinita di mediocrità. Google? La versione 2.0 del Grande Fratello. Wikipedia? Un’enciclopedia fatta da ignoranti per ignoranti.

Non usa certamente mezzi termini Andrew Keen, imprenditore della Silicon Valley e autore di un pamphlet polemico, The Cult of the Amateur, con cui attacca a piede spinto il tanto celebrato Web 2.0: “Nell’attuale cultura dell’auto-pubblicazione, in cui chiunque ha un’opinione la esprime su un blog o su YouTube, la disinformazione prevale sull’opinione degli esperti”.

Il saggio traccia i contorni di uno scenario a tratti apocalittico: prendendo piede l’assunto secondo cui online tutto debba essere gratuito e prodotto dal basso, si finisce col distruggere l’intero sistema dei media tradizionali. E le prime vittime sono proprio la professionalità e le competenze acquisite con lo studio e l’esperienza. È così che, mentre ci lasciamo alle spalle la possibilità di avere una comprensione condivisa della realtà (quella mediata dagli esperti), si impone una “cultura del narcisismo digitale in cui si utilizza Internet per diventare noi stessi le notizie, l’informazione”.
Il tutto in nome del mantra dell’utopia 2.0 - interattività e condivisione - le cui origini vanno rintracciate nel Cluetrain Manifesto del 1999, con le sue provocatorie 95 tesi sull’economia emergente (famosissima la prima: “i mercati sono conversazioni”). E proprio queste tesi sono il bersaglio polemico di Keen: “un concentrato del disprezzo per l’autorità proprio della controcultura sessantottina e dell’ottimismo libertario proprio del web 2.0″. Ecco allora il battagliero Keen proporre un contromanifesto, in cui ribalta l’ideologia tecnoentusiasta: 10 punti “in favore del pubblico e della qualità”, e contro il “finto egalitarismo” di chi crede che essere democratici equivalga a dare spazio e credibilità all’opinione di chiunque.

Ovviamente, le posizioni di Keen stanno scatenando reazioni infuriate nella blogosfera anglosassone: il suo punto di vista è stato bollato come snob, conservatore, nostalgico, riduttivo. E c’è addirittura chi ha messo online un wiki in cui raccogliere le tante inesattezze contenute nel libro. Il dibattito ha preso piede anche in Italia con blogger che riconoscono alla destra americana la capacità di individuare “con sagacia i temi di attualità su cui giocare” e altri che raccolgono l’invito di Keen a “sovvertire la sovversione”.

Andrew Keen intervistato dalla Cnn

  • nicolabruno
  • Mercoledì 20 Giugno 2007
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