
Stavolta i no Tav di Susa non c’entrano. A bloccare il Corridoio 5 europeo dei treni ad alta velocità, destinato ad attraversare tutta la Pianura Padana, può essere una guerra che sta per esplodere tra governo e grandi costruttori.
Motivo: la decisione, contenuta nel secondo gruppo di liberalizzazioni del ministro Pierluigi Bersani, di cancellare le convenzioni affidate nei primi anni Novanta ai principali general contractor italiani, per rimettere a gara gli appalti.
I tratti di alta velocità interessati sono due sulla direttrice Torino-Trieste: quello tra Milano e Verona e quello tra Verona e Padova. E un terzo tratto fra Genova e Milano che coinvolge un’altra opera prioritaria europea: il Corridoio 24 tra Rotterdam e il capoluogo ligure, destinato a collegare i due grandi porti del Nord e Sud Europa e i rispettivi bacini. Per questa direttrice sono già in corso lavori in Belgio, mentre la Svizzera si è impegnata a ultimare nel 2007 il traforo del Loetschberg sulla linea del Sempione.
Certo, Romano Prodi e il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, confermano che “la Tav si farà”. Ma pure se il proposito di andare avanti sarà mantenuto, l’alta velocità rischia di fermarsi a Milano: un paradosso. Vediamo come si è giunti a tutto questo. Le concessioni revocate da Bersani risalgono al 1991-92, durante la Prima repubblica. A negoziarle furono le Ferrovie di allora, guidate da Lorenzo Necci, e i tre big dell’industria: Iri, Eni e Fiat. Tra i testimonial e garanti dell’operazione figurava Prodi. Poi arrivarono i grandi gruppi privati Impregilo, Astaldi, Condotte, Pizzarotti, Maltauro e Salini, con contratti che, per i tre tratti, valgono oggi 13-15 miliardi di euro. L’ultimo atto pubblico è una delibera Cipe del marzo 2006 per il terzo valico dei Giovi, sulla Genova-Milano.
Perché la decisione di rimettere tutto in discussione? È ispirata a criteri di trasparenza ed economicità, secondo il ministro dello Sviluppo, spalleggiato da quello delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro: “I costi sono superiori di tre o quattro volte alla media europea” sostiene il governo. “Con la gara li abbatteremo”. Non solo, il decreto prevede di rimborsare alle imprese solo i costi concretamente sostenuti, trascurando l’impatto sui bilanci futuri.
È proprio contro questa procedura che i grandi costruttori si sono mobilitati a livello politico e legale. L’Agi, l’Associazione imprese generali, il 7 febbraio ha indirizzato un fascicolo a tutti i parlamentari e ha preparato un ricorso per la Corte costituzionale e la Corte di giustizia europea. Se solo una delle loro ragioni venisse accolta, e se il governo non prenderà una posizione meno drastica, l’intera alta velocità nel Nord Italia si bloccherebbe in un lunghissimo contenzioso.
Un’azione di lobbying? “No, non facciamo ostruzionismo né difendiamo privilegi di parte. Pretendiamo il rispetto di contratti regolarmente firmati” dice Mario Lupo, presidente dell’Agi.
Resta da chiedersi se, oltre ai miliardi di commesse, c’è qualche altra posta in gioco. Secondo alcuni, il governo mira a cancellare un’altra delle riforme di Silvio Berlusconi: la legge obiettivo sulle grandi opere, che semplificando una serie di procedure ha tolto potere soprattutto agli enti locali. Ma ad avere interesse alla redistribuzione degli appalti potrebbero essere anche le cooperative, legate alla sinistra: mentre le coop lavorano attivamente su altri tratti della Tav (compresa la Torino-Lione), nessuna di esse figura tra i contractor delle tre linee.
Dietrologie? Per ora i costruttori puntano a trattare con tutte le forze politiche. Hanno l’appoggio del centrodestra e di Luca di Montezemolo, presidente della Confindustria.
Oltre a molte altre frecce, nel proprio arco: i progetti operativi. “Si tratta di lavori complessi svolti in collaborazione con le regioni, gli operatori economici, le autorità di bacino, fino alle valutazioni di impatto ambientale. Il governo non può imporci di regalarli a chi ci subentrasse”.
Ma che effetti avrebbe un braccio di ferro? L’alta velocità, in esercizio o in avanzata realizzazione da Torino a Milano e da qui fino a Napoli, e poi da Padova a Venezia, verrebbe a mancare tra Milano e Padova.
Proprio nell’area più industrializzata e congestionata d’Italia. Bersani però insiste: “Non verrà bloccato proprio niente. Dove ci sono progetti fatti si completano, dove non ci sono non cambia nulla”.
- Mercoledì 28 Febbraio 2007
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Commenti
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Il 13 Marzo 2007 alle 16:39 Panorama.it – Economia » Blog Archive » Ferrovie, è l’ora della grande ripulita ha scritto:
[...] Ancora non è stato deciso il titolo dell’iniziativa; c’è chi propone “giornata verde”, chi, invece, “aria pulita” e infine “qui si cambia aria”. Ma è già stata fissata una data, domenica 25 marzo, e il luogo, la stazione Termini di Roma. In quel giorno i più alti dirigenti delle Ferrovie si presenteranno lungo le pensiline per dare una mano per la pulizia dei treni e dei locali della stazione. L’appuntamento, che qualcuno ha malignamente voluto accostare al salto nel cerchio di fuoco dei gerarchi di mussoliniana memoria, sta creando qualche mugugno tra i manager delle Fs che comunque difficilmente potranno sottrarsi alla corvé perché voluta dall’amministratore delegato in persona, Mauro Moretti. L’iniziativa si inserisce nell’ambito di una serie di grandi rinnovamenti di stile e di immagine nell’azienda dei treni, alcuni dei quali volutamente collegati ad esperienze passate. Come, per esempio, il logo: tra breve sarà abbandonato il simbolo verde-azzurro e rispolverato quello di un tempo con i colori rosso e grigio. Anche alle relazioni esterne è in atto un cambio dal sapore antico: al posto del responsabile attuale, Marco Pavanello, Moretti sta insediando Daniela Carosio, una dirigente di lungo corso delle Fs, molto influente ai tempi di Lorenzo Necci e capo di una struttura, Efeso, che negli anni Novanta fece molto parlare di sé tra nepotismi, sprechi e spese facili. La signora Carosio è moglie di Luigi Vianello, responsabile delle relazioni esterne di Capitalia ed ex giornalista dell’Ansa, molto legato a Innocenzo Cipolletta, presidente delle Ferrovie, con il quale ha festeggiato l’ultimo Capodanno. Negli ultimi tempi all’interno delle Ferrovie alla Carosio era stato assegnato un ruolo tutto sommato marginale: curatrice dei corsi per la formazione dei dirigenti delle ferrovie tipo il corso di sopravvivenza di alcuni mesi fa in un agriturismo di lusso ad Anguillara Sabazia… Leggi anche: 10mila fuori binario, Sulle Fs l’allarme del Fmi e Treni a lenta velocità [...]
Il 27 Marzo 2007 alle 11:37 Tav, il treno della discordia. Sindacati e Agi contro Bersani » Panorama.it – Economia ha scritto:
[...] Una lettera aperta ai cittadini dal titolo eloquente: “Disfare ad alta velocità”. Mittente, l’Associazione imprese generali - Agi, che da tempo polemizza contro il decreto legge “sulle cosidette liberalizzazioni”. Dopo aver indirizzato un fascicolo a tutti i parlamentari e preparato un ricorso alla Corte Costituzionale, l’Agi ricorre adesso a uno strumento insolito: una pagina pubblicitaria a pagamento sui principali quotidiani nazionali. Si rivolge direttamente ai cittadini e ribadisce il proprio punto di vista: il decreto Bersani, che dovrebbe venir discusso a giorni in Senato, è illegittimo perché azzera per legge i contratti Tav per le linee Milano-Verona, Verona -Padova e Genova-Milano. Un provvedimento arrogante, si legge nella lettera, che “arreca grave pregiudizio agli interessi nazionali”. “Un segnale d’allarme”, prosegue l’Agi: “la cultura del disfare è una preoccupante new entry: il blocco del Progetto del Ponte sullo Stretto di Messina e la cancellazione dei contratti dell’Alta velocità ferroviaria ne sono esempi emblematici”. Anche i sindacati di categoria, Fillea Cgil, Filca Cisl e Feneal Uil, chiedono al Governo di rivedere il decreto e proclamano uno sciopero di 4 ore perché “nei prossimi mesi 6 mila lavoratori perderanno il posto di lavoro, cui si aggiungeranno altri 9 mila, già in disoccupazione”. Secondo i sindacati “la decisione del Governo di revocare per decreto i contratti da molti anni assegnati, se ha il pregio di recuperare un vizio formale di origine, in quanto questi lavori erano stati assegnati senza gara, non chiarisce le motivazioni del ‘risparmio’ poiché il contenzioso che si aprirà sarà superiore ai benefici”. In tema di alta velocità, il ministro per lo Sviluppo Economico Pierluigi Bersani ha sempre sostenuto che non sarebbe cambiato nulla (”Dove ci sono i progetti fatti si completano, dove non ci sono non cambia nulla”). Oggi è intervenuto invece il ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro: “Il Governo è impegnato a completare l’iter burocratico e a definire tutte le soluzioni per la realizzazione della tratta ferroviaria ad alta velocità/alta capacità tra Torino e Lione, nel rispetto dei tempi dettati dall’Unione Europea”. “Da parte nostra”, ha spiegato Di Pietro, “c’è la forte e determinata decisione di portare avanti la realizzazione dell’opera e di farlo nel rispetto dell’ambiente e delle popolazioni locali”. [...]
Il 29 Marzo 2007 alle 18:12 Rincari dei treni, dopo i pendolari scendono in strada le merci » Panorama.it – Economia ha scritto:
[...] Dopo l’aumento medio del 9 per cento delle tariffe ferroviarie sui treni a media e lunga percorrenza, è in arrivo un’altra sventagliata di rincari. Li hanno annunciati il ministro del Tesoro, Tommaso Padoa-Schioppa, e l’amministratore delegato di Fs, Mauro Moretti provocando forti mal di pancia all’interno della stessa maggioranza di governo e tra i sindacati. Il ministro e il manager delle ferrovie ritengono necessari i rincari per tre motivi: il primo è che i prezzi italiani sono assai più bassi di quelli della media europea. Il secondo motivo è che per sei anni le tariffe non sono state toccate e che questi mancati adeguamenti hanno pesato negativamente sui conti dell’azienda. Il terzo motivo è che i maggiori introiti derivanti dai rincari dei biglietti sarebbero utilizzati per sostenere l’offerta di treni con un investimento di 6,5 miliardi in 4 anni che consentirebbero un aumento del 40 per cento del traffico passeggeri, soprattutto pendolari. Ma sull’altro piatto della bilancia pesano una serie di forti controindicazioni. Prima di tutto quelle relative alla qualità del servizio offerto: è assai difficile per qualsiasi azienda proporre un rincaro delle tariffe a fronte di una qualità delle prestazioni particolarmente scadente come attualmente è quella ferroviaria. A meno che l’azienda in questione non conti sul fatto di agire praticamente in monopolio come succede con le Fs e quindi parta dal presupposto che qualsiasi scelta venga effettuata i clienti non possano far altro che adeguarsi. Gli aumenti tariffari dei trasporti ferroviari, inoltre, si portano dietro almeno altre due conseguenze negative. La prima è di natura economico-ambientale: più costano i treni e più la gente usa l’auto o gli autotreni per le merci, con tutto ciò che questa scelta comporta. La seconda conseguenza è legata all’inflazione: un aumento dei prezzi dei trasporti inevitabilmente ha ricadute sui prezzi in generale. La faccenda diventa particolarmente acuta se i rincari dei treni oltre ai passeggeri riguardano anche le merci. Finora i prezzi del servizio cargo non erano stati aumentati, ma si stanno infittendo le voci su un possibile forte rincaro anche di questo settore. Leggi anche: 10mila fuori binario, Sulle Fs l’allarme del Fmi e Treni a lenta velocità [...]
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