
La vendita di Alitalia fa litigare i sindacati dei piloti. L’Anpac diretto da Fabio Berti si scaglia contro uno dei potenziali acquirenti, l’Air One di Carlo Toto. L’Unione piloti (Up) di Massimo Notaro, invece lo difende e a sua volta attacca l’Anpac. All’interno di Air One, intanto, una parte dei comandanti esce polemicamente sia da Anpac sia da Up e fonda un nuovo sindacato che alcuni definiscono “giallo”, cioè filoaziendale.
La contrarietà dell’Anpac nei confronti dell’eventualità che Alitalia finisca in mano a Toto è assoluta. Spiega a Panorama.it un dirigente dell’organizzazione: “Da oltre un anno i responsabili di Air One hanno interrotto le relazioni industriali con i piloti; non si riesce ad avere un piano industriale e nel frattempo in alcuni casi vengono utilizzati comandanti ed assistenti di volo senza un contratto di lavoro, applicando una normativa interna decisa unilateralmente dall’azienda”. Dall’Unione piloti rispondono in maniera dura e polemica: “Le relazioni industriali in Air One sono in linea con quelle delle altre compagnie. La privatizzazione Alitalia intreccia i destini della stessa Alitalia con Air One e proprio in questo momento Anpac lamenta scorrettezze che avverrebbero in Air One. Ma Anpac dovrebbe spiegare perché ha difeso strenuamente il piano industriale Alitalia preparato da Giancarlo Cimoli, un piano fallimentare i cui risultati non sono del tutto noti, ma che lasciano presagire una debacle che noi, del resto, avevamo previsto già due anni fa”. Anche il rappresentante Anpac di Air One, Fabrizio Forniz, smentisce i capi del suo stesso sindacato e polemizza: “I piloti Air One aderenti all’Anpac sottolineano il clima di fattiva e serena collaborazione con l’azienda per arrivare in tempi brevi al rinnovo del contratto: Air One è un gruppo solido e in fase di sviluppo”.
Probabilmente stufi delle contrapposizioni e delle dispute tra Anpac e Up, alcune decine di piloti Air One (su un organico di circa 200) hanno abbandonato i due sindacati e ne stanno fondando un terzo.
- Lunedì 12 Marzo 2007
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Commenti
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Il 13 Marzo 2007 alle 8:04 rickyferrara ha scritto:
scusatemi se mi permetto di esternare la mia umile opinione: stiamo parlando di persone che rischiano il posto di lavoro, o di persone che hanno la capacità di acquistare la compagnia di bandiera? mi sembra di poter affermare con una certa sicurezza che siamo nel primo caso. e allora: preoccupatevi di sperare che qualcuno la compri sta’ baracca di Alitalia!!!!
gli scioperi inutili, i litigi fra persone che per loro fortuna hanno la “pancia piena” (mi risulta che il livello retributivo sia interessante nel settore) non interessano a nessuno e tantomeno a chi potrebbe veramente dare un futuro all’azienda. un’ulrima cosa: è pensabile che delta airlines abbia lo stesso fatturato di alitalia con metà del personale in forza?
Il 4 Agosto 2007 alle 10:11 Alitalia, troppe ricette per un pasticcio che costa un milione al giorno » Panorama.it - Economia ha scritto:
[...] Governo: Ad acquistare Alitalia dovrebbe essere un grande vettore europeo, preferibilmente Air France o Lufthansa, che si impegni a mantenere i livelli occupazionali e i colori della compagnia di bandiera italiana. Da scartare quei progetti che prospettano ad Alitalia un futuro da vettore regionale al servizio di un altro grande Paese. Per Palazzo Chigi la compagnia di bandiera è ancora uno status symbol, ma è difficile avere la botte piena e la moglie ubriaca. Tesoro: A via XX Settembre la parola d’ordine è liberarsi di Alitalia il prima possibile, anche senza incassare un soldo. Già è tanto che l’acquirente si accolli tutti i debiti della compagnia (i Mengozzi bond ad esempio non li vuole nessuno), figuriamoci pretendere di fare cassa. L’importante è non sborsare più soldi pubblici. Il candidato ideale e un grosso fondo americano, del calibro di Tpg, che non avrebbe problemi a gestire la ristrutturazione di Alitalia per poi rimetterla sul mercato. Ma come la mettiamo con l’altolà della sinistra radicale? Sinistra radicale. Il primo ad avere detto che Alitalia può benissimo rimanere in mano pubblica è stato il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, ma a ruota sono arrivate anche le dichiarazioni di altri esponenti. Basta capire chi ci metterà i soldi visto che le banche hanno chiuso i rubinetti. Il partito Malpensa. Guai a toccare lo scalo milanese anche se le rotte sono quasi tutte in perdita. Del resto come potrebbe un imprenditore veneto curare i suoi affari con la Cina se anziché recarsi a Malpensa fosse costretto a scendere a Roma? È la domanda dei leghisti. Peccato che il futuro del trasporto aereo siano i collegamenti point to point tra aeroporti secondari. Bisognerebbe spiegarlo anche a Roberto Formigoni e Letizia Moratti. Il partito Fiumicino. Chi ha provato a mettere in discussione lo scalo romano se l’è vista con il sindaco di Roma, Walter Veltroni, che da quando è sceso in campo per la corsa alla leadership del partito democratico non parla più di contrapposizione tra Fiumicino e Malpensa. “I due scali devono crescere insieme”, questa la sua nuova posizione. Air France-Lufthansa. Hanno sempre smentito il loro interesse. In realtà quella che vogliono è un’Alitalia senza fardelli. Ecco perché spingono per il commissariamento, ma almeno per i momento mancano i requisiti per lo stato di insolvenza. Sindacati. Nulla si muove in Alitalia senza che sia stato preventivamente concordato con le sigle più rappresentative del trasporto aereo. È difficile che si arrivi alla vendita se il personale in esubero non si può toccare, se i contratti devono rimanere i più blindati al mondo e piloti e hostess continuare condizioni più vantaggiose dei colleghi che lavorano per altri vettori italiani. Maurizio Prato. Ora ci sta provando il nuovo presidente di scuola Iri con la fama di gran risanatore. Speriamo non sia il primo fallimento della sua lunga carriera. Sono in tanti di averci rimesso le penne in Alitalia. Per chiarirsi le idee ha chiesto di aggiornare il cda per la presentazione del piano industriale a fine agosto. [...]
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