In Bankitalia è scoppiata la guerra delle province

Il governatore di Bankitalia Mario Draghi
Sindaci, assessori, presidenti provinciali, dirigenti sindacali, parlamentari, carabinieri
Tutti contro la Banca d’Italia guidata da Mario Draghi. Accusata di miopia e scarsa sensibilità nei confronti delle esigenze locali. Per un motivo: l’istituzione che vigila da oltre cent’anni sul sistema nazionale del credito ha deciso di razionalizzare e risparmiare chiudendo le sedi provinciali.
Cinquantanove (originariamente erano 74) e proprio nel momento in cui i nervi di politici e amministratori provinciali sono a fior di pelle per l’approssimarsi della scadenza elettorale della tarda primavera.
In difesa della maestà locale lesa da Bankitalia è tutto un fiorire di dichiarazioni di protesta, lettere, petizioni, pronunciamenti. E Draghi, che è uomo di mondo, forse vorrebbe non aver mai dato ascolto a quei consiglieri interni, a cominciare dal vicedirettore generale Antonio Finocchiaro e dal direttore Fabrizio Saccomanni, che tempo fa lo hanno convinto a intraprendere la strada del risparmio e della riorganizzazione degli uffici calcando la mano proprio sulle sedi periferiche.
Secondo il progetto elaborato dalla banca centrale, a livello locale resterebbero attive solo le sedi nei capoluoghi di regione più quattro o cinque filiali per la gestione del contante di cui ancora non si conosce l’eventuale ubicazione. Tutti gli altri uffici dovrebbero essere sigillati, e venduti i locali che li ospitano, in genere palazzi di pregio nei centri cittadini.
I dipendenti interessati, oltre 2 mila su 7.900 dell’organico Bankitalia, dovrebbero rassegnarsi andando in pensione, chi può, oppure sottoponendosi all’onere e al disagio di spostarsi da una città all’altra. Operazione non da poco, che infatti sta scatenando anche la reazione dei sindacati. A cominciare dal più influente di tutti, la Falbi, organizzazione autonoma dei lavoratori Bankitalia.
L’idea di fondo sostenuta da Finocchiaro e sposata da Draghi è che le filiali locali sono un retaggio del passato, presenze inutili, in larga misura superate dalle nuove tecnologie e dal calo drastico delle operazioni di sportello a livello periferico.
A sostegno di questa impostazione i fautori della soppressione citano le indicazioni alla razionalizzazione impartite dalla Banca centrale europea e gli esempi organizzativi adottati da altre banche centrali in Europa, dalla tedesca alla francese, per finire con quella inglese citata tempo fa dal ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, come modello da imitare per snellezza, con una sola sede centrale e meno di una decina di filiali.
I contrari al progetto Draghi-Finocchiaro ribattono sostenendo che la Banca d’Inghilterra non esercita la politica di vigilanza (affidata alla Fsa, Financial service authority), mentre gli istituti francese e tedesco svolgono un minor numero di compiti rispetto a quello italiano. Gli oppositori alle chiusure e ai tagli vorrebbero lo sviluppo non solo della sede centrale, ma anche delle sedi periferiche considerate niente affatto superate.
In base a questa impostazione alle filiali di Bankitalia potrebbero essere attribuiti nuovi compiti come, per esempio, la vigilanza e l’osservatorio economico a livello locale a sostegno delle scelte di comuni e regioni.

Commenti

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Il 3 Maggio 2007 alle 17:22 Blarasin ha scritto:

Comunicato stampa del 21/03/2007
di Andrea Blarasin
Consigliere Provinciale di Macerata

LE ISTITUZIONI ABBANDONANO
IL TERRITORIO.
E’ VOLONTA’ POLITICA?

La notizia che la Filiale della Banca d’Italia di Macerata chiude i battenti ha colto di sorpresa cittadini e utenti.
La decisione dei vertici dell’Istituto, diffusa a mezzo di un comunicato stampa tradotto anche via internet, sembra essere stata assunta nell’ambito di un progetto di riorganizzazione della Banca, le cui motivazioni sono spiegate, però, in modo piuttosto generale.
Le Istituzioni in tutto il paese, sulla base di una “politica” che appare avversa al pubblico impiego, si stanno ritirando dal territorio lasciando sempre più solo il cittadino.
Si parla infatti con sempre maggiore insistenza anche del ridimensionamento delle Prefetture, delle Questure, degli Archivi di Stato, delle Direzioni provinciali del Tesoro, degli ex Provveditorati agli Studi e di molti altri Enti da sempre posti a presidio del territorio provinciale e a tutela dei suoi abitanti.
La Filiale provinciale della Banca d’Italia , oltre all’attività di ricerca economica e di osservatorio diretto dell’economia territoriale, svolge “gratuitamente” servizi importanti a favore dell’utenza ed esercita funzioni essenziali in materia di vigilanza sull’operato delle banche e degli intermediari non bancari, tramite poteri autorizzativi, di analisi e di controllo. Ruoli, questi, che la legge ha recentemente aumentato con nuove competenze in tema di controlli finanziari, prevenzione e lotta al riciclaggio e all’usura.
Chi farà tutto questo sul territorio e per il territorio una volta chiusa la Filiale? La sede della Banca d’Italia regionale in Ancona, ci si può rispondere; essa risulterebbe però troppo lontana, per usare una metafora, dai “vizi e virtù” del territorio provinciale.
La Banca d’Italia locale si è sempre distinta nel tempo, oltre che per il lavoro svolto con encomiabile riservatezza, anche per la professionalità e la disponibilità verso l’utenza dei propri dipendenti.
All’improvviso sarebbe diventata inutile. Bisognerebbe capire meglio il perché di tale decisione.
In proposito il Comune di Macerata si è già espresso contro la chiusura della Filiale con un ordine del giorno firmato dalla totalità dei consiglieri comunali di maggioranza e opposizione presenti. Analogo ordine del giorno è stato presentato in Provincia.
Non sarà tralasciata alcuna altra iniziativa politica e sociale volta a far si che l’Istituzione rimanga a presidio della nostra provincia e continui ad assicurare, in silenzio come ha sempre fatto da più di cento anni, una tutela del cittadino - “contraente debole” - dal sistema economico-bancario.

Il 3 Maggio 2007 alle 17:25 Blarasin ha scritto:

Comunicato stampa del 28/03/2007
di Andrea Blarasin
Consigliere Provinciale di Macerata

LA PROVINCIA BOCCIA IL COMUNE

Nell’ultimo Consiglio provinciale di Macerata sono stati discussi due ordini del giorno sulla chiusura della filiale provinciale della Banca d’Italia, uno presentato dal sottoscritto, contrario alla chiusura, e l’altro, presentato da Montesi (DS), abbastanza confuso ma in definitiva favorevole alla regionalizzazione e dunque alla chiusura.
Nella circostanza il centro-sinistra ha gettato la maschera ed ha votato il proprio ordine del giorno giustificandolo con la necessità di ristrutturare la Pubblica Amministrazione per renderla più efficiente. Ed è qui l’equivoco di fondo sul quale il centro-sinistra impianta la sua falsa riforma della P.A. : vi è infatti una differenza sostanziale tra “efficienza” della P.A. e la chiusura della P.A. sul territorio.
Lo scopo del centro-sinistra non è l’interesse della gente ma quello di perseguire una propria strategia che, con la scusa di ristrutturare, razionalizzare, risparmiare, tende a creare grandi apparati di Stato da gestire e controllare.
Volutamente si travisa: il cittadino che paga le tasse ha il diritto che gli vengano erogati dei servizi idonei, celeri e rispettosi delle sue esigenze; il cittadino non ha invece bisogno di una moltiplicazione regionale di servizi “ministeriali” che, anche per la distanza, diventano difficilmente fruibili e raggiungibili.
Nel caso in esame si assisterà, con ogni probabilità, alla creazione di una sede regionale della Banca d’Italia e di grandi Direzioni regionali derivanti dall’accorpamento di molti altri enti posti a presidio del territorio provinciale (come è accaduto per la Asur), con il risultato di un aumento delle poltrone dirigenziali da occupare politicamente e di un maggior disagio per il cittadino.
Al Comune di Macerata, dove governa la stessa maggioranza politica, l’ordine del giorno contrario alla chiusura della filiale è stato presentato dal Prof Maulo ed è stato votato all’unanimità. In Provincia, si è votato contro questo stesso ordine del giorno ed a favore della chiusura della filiale. Si tratta di due centro-sinistra diversi oppure, forse, le idee del centro-sinistra sono poco chiare?

Il 14 Settembre 2007 alle 11:11 Padoa-Schioppa: io taglio da solo. Ecco dove si abbatterà la scure del ministro » Panorama.it - Economia ha scritto:

[...] Per il pubblico impiego “è divenuto indispensabile cambiare strada” scrive perentorio il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, nella parte finale delle sei cartelle di preparazione alla manovra di bilancio 2008-2010, documento di cui Panorama è entrato in possesso. È l’avvio di una specie di crociata contro i privilegi dello sterminato e ben protetto esercito dei 3,3 milioni di statali? Padoa-Schioppa sembra fare sul serio prendendo di petto la faccenda: “Negli anni passati si è cercato di frenare la spesa riducendo gli stanziamenti per acquisti di beni e servizi al di là delle elementari esigenze di funzionamento delle amministrazioni”. Nello stesso tempo “si sono accordati ai pubblici dipendenti cospicui incrementi retributivi, addirittura superiori a quelli del settore privato”. Un’incongruenza bella e buona che il ministro dell’Economia dice di voler correggere riprendendo “il controllo della dinamica retributiva” e cercando anche di governare ciò che per decenni è stato quasi lasciato allo stato brado e cioè “la struttura e l’organizzazione delle pubbliche amministrazioni”. Insomma, la guerra alle spese pazze e improduttive e ai benefici spesso immotivati a favore dei travet pubblici è dichiarata; ora bisogna vedere come andrà a finire, perché la crociata personale di Padoa-Schioppa contro i Fantozzi annidati negli uffici statali rischia di fare la fine delle crociate vere del Medioevo, organizzate per mettere in riga gli infedeli e spesso tramutatesi in inconcludenti vagabondaggi di avventurieri e pitocchi. Come biglietto da visita di buona volontà il ministro può esibire il tentativo di riorganizzazione di un pezzo della macchina statale lanciato con la Finanziaria del 2007 e che a differenza di altri provvedimenti contenuti in quella legge non solo non si è ancora perso per strada, ma sta entrando in una fase cruciale. Quel tentativo è il progetto di riduzione delle sedi periferiche dello stesso ministero dell’Economia e della Ragioneria generale dello Stato. Un piano che somiglia come una goccia d’acqua a quello del governatore Mario Draghi per la Banca d’Italia e che nelle intenzioni di Padoa-Schioppa dovrebbe diventare il modello per la ristrutturazione di buona parte dell’amministrazione pubblica, soprattutto in periferia, dalle prefetture alle questure, alle sedi dei vigili del fuoco e delle agenzie fiscali. Il programma di tagli è contenuto nel nuovo regolamento del ministero e prevede la cancellazione di circa 80 sedi, cioè il 40 per cento delle 103 strutture decentrate dello stesso ministero e delle 103 sedi provinciali della Ragioneria generale dello Stato. I dipendenti interessati sono 1.700, circa il 20 per cento del totale. Le funzioni degli uffici soppressi dovrebbero essere trasferite alle sedi territoriali ministeriali o della Ragioneria più vicine, mentre i dipendenti o verrebbero assorbiti dalle strutture rimaste e quindi potenziate oppure potrebbero chiedere il trasferimento presso altri uffici periferici della pubblica amministrazione. Secondo fonti del ministero i risparmi dovrebbero essere considerevoli, dagli affitti per i palazzi e gli appartamenti alle spese per i macchinari o per i servizi del personale addetto alla sicurezza. Conclusa una gestazione tutto sommato veloce, almeno in relazione ai tempi soliti della politica e della pubblica amministrazione, dopo circa 9 mesi il piano di Padoa-Schioppa ora passa all’esame del Parlamento, nelle commissioni Bilancio e Finanze di Camera e Senato. Qui avrà il primo battesimo del fuoco, perché, così come è successo al piano di tagli della Banca d’Italia, anche quello dell’Economia rischia di finire contro il muro di gomma delle lobby trasversali di parlamentari della periferia uniti come un solo uomo a “difesa del territorio” contro ogni tentativo di depauperamento e marginalizzazione. Superati eventualmente questi ostacoli, il progetto del ministro dovrà passare l’esame di ammissione dei sindacati, di solito assai poco accomodanti quando si parla di tagli e ristrutturazioni. Fino a oggi e per un trentennio proprio l’azione congiunta di una parte del Parlamento e dei sindacati ha impedito, di fatto, ogni tentativo di risanamento e riqualificazione del pubblico impiego. Anche all’interno dell’attuale governo di centrosinistra, del resto, non tutti sono disposti a mettersi al fianco di Padoa-Schioppa nella guerra contro gli sprechi delle amministrazioni pubbliche. Di solito per le questioni che riguardano la pubblica amministrazione i governi sono costretti alla pratica di una specie di doppia morale: inflessibili e rigoristi nei documenti ufficiali e nei convegni, accomodanti e lassisti nei comportamenti e nelle decisioni concrete. Lo stesso numero dei dipendenti pubblici (3,3 milioni, che diventano almeno 7 milioni con i familiari) sconsiglia qualsiasi politico o ministro che non sia un tecnico senza partito come Padoa-Schioppa di prendere il problema di petto nel senso dell’efficienza e del rigore. Perché quei 7 milioni quando vanno a votare rappresentano una potenza, sono un elettore su 6 e si ricordano bene di chi li blandisce e di chi, invece, vorrebbe farli rigare dritti. Quei 7 milioni di voti, oltretutto, sono concentrati in regioni elettoralmente cruciali: 12,4 per cento in Lombardia, 12,1 nel Lazio, 10,1 in Campania, 9,1 in Sicilia. Da qualche anno, inoltre, i dipendenti pubblici sono diventati come i metalmeccanici di un tempo, fortemente sindacalizzati, con simpatie soprattutto verso le organizzazioni di sinistra. L’80 per cento dei travet è iscritto a una delle tre sigle confederali e da un po’ di tempo la Cgil guidata dai radicali Carlo Podda e Paolo Nerozzi ha superato la Cisl in termini di consensi. Di fronte a questa realtà non ci sarebbe da stupirsi se alla fine Padoa-Schioppa scoprisse di essere un generale senza esercito nella crociata per il pubblico impiego. Già l’altr’anno, del resto, in vista della manovra di bilancio sembrò per un attimo che sulla pubblica amministrazione si sarebbe concentrato il rigore del governo. È finita che in molti uffici gli stipendi sono aumentati oltre misura per effetto di quella contrattazione integrativa lasciata di nuovo senza briglie proprio da alcuni codicilli della Finanziaria. [...]

Il 2 Ottobre 2007 alle 10:52 Nomine e tagli in Banca d’Italia: tutte le spine di Draghi » Panorama.it - Economia ha scritto:

[...] Ci sono squadre che in trasferta fanno sfracelli e in casa sono uccellate anche dall’ultima in classifica. Il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, soffre della stessa sindrome. Fuori dall’istituto gode di una stima indiscussa, è considerato uno dei manager più brillanti, e nessuno avrebbe da ridire se prima o poi prendesse il posto ora occupato da Jean-Claude Trichet alla guida della Banca europea. O se gli venisse affidato l’incarico di direttore generale del Fondo monetario. Ma tra le mura di Bankitalia per Draghi da un po’ di tempo sono più le spine che i trionfi. Forse è per questo che negli uffici della sede, Palazzo Koch, evita di passarci le giornate, al contrario di quanto facevano Antonio Fazio e prima ancora Carlo Azeglio Ciampi, Paolo Baffi e Guido Carli. Tanto che i suoi non pochi avversari interni hanno rispolverato per lui un soprannome che gli era stato affibbiato ai tempi in cui era direttore del Tesoro: “L’altrove”. Inchiodato da mesi nel braccio di ferro da lui stesso ingaggiato con i sindacati per il taglio delle sedi periferiche, impantanato nella complicata vicenda della ricollocazione dell’Ufficio italiano dei cambi, ora Draghi è alle prese con i malumori legati alle nomine. Di recente hanno destato scalpore i modi spicci con cui sono state allontanate due dirigenti della segreteria particolare, Dora Diotaiuti e Gabriella Raitano. La prima era considerata una colonna della banca fin dai tempi di Carli e Baffi, un merito che non l’ha salvata, a tre anni dalla pensione, dal trasferimento alla Sadiba di Perugia, scuola per dirigenti bancari, ruolo di serie B. Raitano, invece, è stata spostata alla direzione del Cicr (Comitato per il credito e il risparmio), organismo con poteri enormi in passato, ma destinato alla scomparsa in base al decreto sulle authority. Poco tempo prima aveva lasciato a bocca aperta la nomina del presidente del collegio sindacale: tutti davano per certo che l’incarico sarebbe stato affidato a Enrico Nuzzo, uno dei grandi vecchi dell’istituto; a sorpresa Draghi ha scelto Angelo Provasoli, rettore della Bocconi, e Nuzzo c’è rimasto così male che in Banca non ha più messo piede. Dopo questi blitz, ora molti in via Nazionale guardano con grande attenzione alle mosse di Draghi per il superamento di due interim, di Annamaria Tarantola (oggi sovrintende all’area contabile e alla vigilanza) e Franco Passacantando (area banca centrale e sistema pagamenti). I nomi dei candidati in circolazione sono quelli di Carlo Pisanti e Claudio Clemente. Mentre rimane appesa l’eventuale successione al vicedirettore generale, Antonio Finocchiaro, in Banca da 46 anni, faziano entrato in fretta in sintonia con il nuovo corso. Per la sua poltrona è in lizza Salvatore Rossi, diventato nel frattempo responsabile della ricerca economica al posto di Giancarlo Morcaldo, considerato un’istituzione in materia, ma bocciato da Draghi e insignito del grado di alto consulente del direttorio, incarico tanto altisonante quanto vuoto. In questo clima arriva a maturazione la storia delle sedi periferiche, idea di cui si cominciò a parlare addirittura nel 1991, ma a cui nessun governatore volle mai dar seguito. Sulla vicenda venerdì 28 si esprime il Consiglio superiore della Banca, dopo che l’iniziale progetto di chiusura di oltre 70 uffici è stato prima ridotto a 35 e poi a 33. [...]

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