
Il conto alla rovescia finirà martedì 15 maggio. Quel giorno si saprà se la Telecom Italia sarà di proprietà straniera oppure se il sistema paese avrà trovato un modo per trattenerla in Italia. Il 15 maggio Marco Tronchetti Provera o avrà venduto la maggioranza dell’Olimpia, finanziaria che controlla la società telefonica, agli americani dell’At&t e ai messicani dell’America Movil, oppure avrà ceduto a un’altra scatola: una finanziaria che rilevi gli stessi titoli allo stesso prezzo, 2,82 euro. Perché proprio il 15 maggio? Perché a fine mese scade l’accordo tra Tronchetti Provera, presidente della Pirelli, Daniel Hajj Aboumrad, amministratore delegato dell’America Movil, ed Edward E. Whitacre Jr, presidente dell’At&t, per trattare in esclusiva la vendita della Telecom.
Nei 15 giorni successivi Mediobanca e Generali, azioniste della Telecom Italia, possono rilanciare, bloccando la vendita agli stranieri e mantenendo il gruppo in mani italiane. Traguardo al quale punta la maggior parte del governo. Il punto è: come fare?
La risposta non l’ha nessuno: non la Mediobanca. Non il premier Romano Prodi, che dopo l’iniziale dichiarazione di non interventismo ora si trova spiazzato dalle prese di posizione di mezzo governo contrario agli stranieri. E non la pletora di banche d’affari che non hanno mai accantonato il dossier Telecom Italia. Ma chi ha partecipato ai numerosi vertici bancari afferma che “tutti lavorano con un unico scopo: costruire un veicolo finanziario al quale fare partecipare industriali, banche, fondi di estrazione italiana che rilevi dalla Pirelli almeno il 51 per cento dell’Olimpia”.
Per niente facile, poiché ben pochi sono disposti a riconoscere a Tronchetti Provera quei 2,82 euro (2,92 considerando il dividendo) che At&t e America Movil si dicono pronti a pagare versando in un solo colpo circa 4,6 miliardi di euro. Nessun gruppo industriale o bancario è mai stato finora disposto a versare altrettanto. La Intesa Sanpaolo era arrivata a 2,7, ma non un centesimo di più. Quindi uno dei problemi da risolvere è individuare un meccanismo (lancio di prestiti obbligazionari, pagamenti differiti, conferimenti di asset) che permetta di valorizzare i titoli della Telecom 2,82 euro, senza versarli tutti cash. Un’invenzione di ingegneria finanziaria che convinca industriali e banche italiane almeno a tentare di costruire una cordata.
E poi quale cordata? Non può essere solo finanziaria, nella quale cioè le banche sopportino il peso maggiore per poi ritrovarsi a gestire un’impresa della complessità della Telecom. La maggioranza deve essere formata da partner tecnologici senza problemi di liquidità e che siano disposti, in meno di 45 giorni, a lanciarsi in un’avventura ad alto rischio come quella delle telecomunicazioni.
Insomma, un rebus. E siccome il baluardo dell’italianità è difeso anzitutto dalla Mediobanca, è da essa che ci si attende la soluzione. Anche perché è l’unica fra le banche italiane ad avere propri uomini nei gangli vitali della catena di comando che da Pirelli porta a Telecom: il presidente Gabriele Galateri di Genola è consigliere d’amministrazione della Pirelli, mentre Renato Pagliaro, condirettore generale, lo è in Telecom Italia.
- Martedì 10 Aprile 2007
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Commenti
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Il 16 Aprile 2007 alle 11:03 Inizia con l’intoppo l’assemblea Telecom » Panorama.it – Economia ha scritto:
[...] Inizia male l’assemblea della Telecom Italia. Alcuni azionisti, tra i quali Beppe Grillo e Elio Lannutti, leader dell’associazione di difesa dei consumatori Adusbef, sono pronti a eccepire sulla conduzione dell’assemblea da parte del vicepresidente esecutivo Carlo Buora. Le contestazioni sono basate sul fatto che le dimissioni dell’ormai ex presidente Guido Rossi non erano irrevocabili e che non è stato convocato alcun Consiglio d’amministrazione per accettarle. Alle contestazioni di Grillo e Lannutti, ai quali è possibile si associno altri azionisti, risponderà il consigliere anziano Lugi Fausti che potrebbe essere tenuto a condurre l’assemblea al posto proprio di Carlo Buora. Un intoppo, questo, che certamente allungherà ulteriormente i tempi del voto sul nuovo consiglio d’amministrazione. Gli iscritti a parlare sono oltre 1400, praticamente tutti gli intervenuti, compresi alcuni rappresentanti sindacali che hanno organizzato, fuori dai cancelli del centro Telecom di Rozzano, una manifestazione di protesta contro l’azienda. [...]
Il 19 Aprile 2007 alle 14:34 Telecom, il prezzo non è giusto » Panorama.it – Economia ha scritto:
[...] Spiega il più politico dei banchieri, romano, occhialuto e bianco di capelli, che, siccome adesso ci sono i congressi dei Ds e della Margherita, tutto si ferma per almeno un paio di settimane, vicenda Telecom compresa. Un simpatico modo per dire che, nonostante il gran daffare di banche, industriali, intermediari, gruppi più o meno blasonati, faccendieri e avventurieri, nei destini del colosso telefonico i politici sono entrati a piedi uniti, tanto che adesso, giocoforza, qualunque esito avrà bisogno della loro benedizione. Con questo non è detto che lo stop venga per nuocere perché, dopo mesi di trattative, la carne al fuoco è talmente tanta che occorre mettere un po’ di ordine fra le proposte che cadono di continuo sui vari tavoli, e poi ripartire. Il punto è però: da dove? Di certo c’è che Marco Tronchetti Provera, nonostante la calma olimpica ostentata negli ultimi giorni (”Pirelli non ha alcuna fretta di vendere e soprattutto non lo farà mai a prezzi che la penalizzano” va dicendo in giro), di fretta invece ne ha tanta. Gli azionisti della società mugugnano, il patto di sindacato è spaccato dopo che le Generali e la Mediobanca non hanno gradito il benservito dato alla meteorica presidenza targata Guido Rossi, e di certo avrebbero preteso la testa di Tronchetti se non fosse che, dice un banchiere che è della partita, “ci sono pezzi importanti di sistema, da Giovanni Bazoli a Luca di Montezemolo, che inspiegabilmente stanno ancora con lui”. Il problema, come sempre, sta nei soldi. Ovvero nel fatto che il presidente della Pirelli non intende vendere a meno di 2,8 euro, il prezzo che gli aveva fatto balenare l’accoppiata american-messicana, ora monca dopo che l’At&t ha salutato chiamandosi fuori. A quel prezzo per azione, rilevare la quota Telecom di Olimpia costa poco più di 4 miliardi di euro. E una cordata italiana, come vorrebbero Massimo D’Alema e Romano Prodi (che divergono però sui nomi di chi debba farne parte), non ce la fa a materializzarsi. Per cui, nonostante il successo bipartisan, la soluzione “inciucista” con dentro Roberto Colaninno e la Fininvest resta ancora una suggestiva ipotesi d’accademia. Non fosse altro perché, nonostante impegno e progetti (il capo della Piaggio, ignorando la massima nietzschiana per cui non si torna mai dove si è stati felici, dovrebbe fare il presidente della nuova società che rileverebbe il controllo della Telecom), la coperta è corta. Mettiano, ma non è detto, che la holding del Biscione ci metta 500 milioni, altri 300 li scucirebbe Colaninno. Poi ci sono le banche, 500 potrebbero arrivare girando la quota nella Pirelli Pneumatici che possiedono, qualche altra milionata di euro la porterebbero industriali (si parla di Leonardo Del Vecchio, Diego Della Valle, forse i Pesenti) che avrebbero dato una generica disponibilità. Già, si ha un bel dire che in giro di soldi ce ne sono una caterva, ma da qui a mettere insieme 4 miliardi ce ne passa. E soprattutto molti continuano a non capire perché si debba strapagare una quota, quella della Olimpia, che per la sua esiguità è ben lungi dal garantire la ferrea presa sulla Telecom. A quei valori, meglio andare direttamente in borsa e fare provvista di azioni senza passare per le forche caudine di patti e contropatti tra soci che stanno a monte. E poi c’è la politica, che non molla la presa, e che di fronte a certi matrimoni, seppur d’interesse, si mostra maldisposta. Mettere assieme Silvio Berlusconi e Colaninno, ipotesi che al Cavaliere piace meno di quanto piaccia a qualcuno dei suoi collaboratori, non è facile da far digerire ai falchi degli opposti schieramenti. La stessa Unità, che pure aveva dato senza acrimonia la notizia dell’eretico avvicinamento (riunione nella casa romana del Cavaliere tra Fedele Confalonieri e il ragioniere mantovano, con l’infaticabile Ruggero Magnoni della Lehman Brothers a fare da mediatore), il giorno dopo ha sparato ad alzo zero. Ergo, si devono battere altre strade, ma quel che più occorre battere è la diffidenza tra i vari protagonisti della vicenda, che si accentua ogni giorno che passa. Mediobanca e Intesa Sanpaolo, per esempio, continuano a guardarsi in cagnesco e a lavorare su scenari diversi. La banca di Bazoli era pronta a fare tutto da sola pagando le Telecom di Tronchetti 2,7 euro. Poi si era detta pronta, per bocca di un convinto Corrado Passera, ad appoggiare la cordata tex-mex, mezzo evaporata, che peraltro a Palazzo Chigi andava di traverso. Ora pare voler riconsiderare lo scenario che prevede la scissione della Pirelli (il filone su cui dall’inizio si era messa a lavorare piazzetta Cuccia) purché il mercato non storca troppo la bocca. Ma l’ipotesi di fare due Pirelli fotocopia, con una che controlla solamente la Olimpia, e poi consentire agli azionisti dell’una di concambiare le azioni ricevendo carta e contanti dell’altra, non piace anzitutto a Tronchetti, che vorrebbe uscire di scena con un bell’assegno da 3 miliardi (tanto vale l’80 per cento che Pirelli detiene in Olimpia). Se si pretende la soluzione tutta italiana (e certo gli afflati regolatori sulla rete fissa che il governo si è improvvisamente scoperto rendono difficile guardare oltralpe), la scissione resta la meno costosa, perché si porta a casa con 1 miliardo e mezzo di spesa e il mal di pancia degli azionisti che hanno comprato in borsa. Il fatto è che la scissione, e qui la babele è completa, non entusiasma nemmeno alcuni grandi soci della Mediobanca. Si sa che, sebbene abbia ripetuto ai quattro venti di volerne restar fuori, l’Unicredito di Alessandro Profumo fa da consulente alla Deutsche Telekom su un piano che prevede una fusione con la Telecom via conferimento della Tim. Peccato che nella neonata società i tedeschi si terrebbero stretta la maggioranza assoluta. Il banchiere Cesare Geronzi, invece, fa da tramite con i palazzi della politica e sembra giocare più in proprio che in nome della Capitalia, la quale ha detto e ridetto di non aver partecipato al furibondo rastrellamento di titoli Telecom che ha preceduto l’assemblea di lunedì 16 aprile. Geronzi sente spesso D’Alema, un po’ meno Prodi, e ha sempre orecchie per Berlusconi. Risultato? Ha tentato di convincere Tronchetti a mollare il protettorato della Intesa Sanpaolo e la nefanda, a suo dire, influenza dell’advisor Gerardo Braggiotti, finendo col litigarci. Adesso anche lui guarda il cielo in attesa di eventi, sapendo bene che qualche nube può arrivare da Trieste, visto che obtorto collo l’assemblea delle Generali si appresta a rinnovare il triennale mandato di Antoine Bernheim alla guida della compagnia. Solo che l’ultraottuagenario napoleonico banchiere continua imperterrito a dire: “Le Generali sono io” in barba alle sane e buone regole di corporate governance che vorrebbero da lui un atteggiamento meno oltranzista. Insomma, dopo mesi che si intessono e disfano trame, dopo che in borsa la speculazione ha scorrazzato libera come le vacche nelle praterie, dopo che l’assemblea Telecom è servita da cassa di risonanza allo show (gustoso, ma anche angoscioso) di un comico, dopo che la magistratura ha allungato la sua ombra su spiati e spiandi, siamo di nuovo tornati al punto di partenza. Si ricomincia dalla decisione di Tronchetti che non vede l’ora di guardare la vicenda Telecom al passato, e ricomincia la girandola di riunioni nel tentativo di indurlo a più miti propositi. Nel pomeriggio di martedì 17 aprile, all’indomani della estenuante assemblea di Rozzano cui non ha partecipato, prima ha visto Ruggero Magnoni poi è andato di nuovo in Mediobanca, un po’ il suo calvario, a prendere altre reprimende da chi non capisce perché faccia di testa sua, senza consultarsi almeno per telefono con i suoi soci. Ma Tronchetti è ormai preda della sindrome Ferruzzi, pensa che la Mediobanca voglia togliergli tutto così come fece con l’impero di Raul Gardini. Inutile evocargli lo spettro di soluzioni che per Tronchetti suonerebbero più beffarde di quelle che teme. Nell’ultima settimana, si sono infittite le voci di una possibile opa sulla Pirelli, che taglierebbe la testa a tutto e anche a lui. Operazione relativamente poco costosa, visto che in borsa capitalizza 4,5 miliardi, e che dallo spezzatino delle sue partecipazioni si potrebbe ricavare più di quello che si spende per comprarla. Oppure, ma sul versante basso della catena, il lancio di un’offerta pubblica sulla Telecom (nonostante il grande agitarsi di tutti, gli spagnoli della Telefónica restano i maggiori indiziati) cui difficilmente il governo potrebbe fare argine sventolando i vessilli dell’italianità. O, ancora e molto meno costoso, l’acquisto di una quota inferiore al 29 per cento del capitale, in modo da prendere due piccioni con una fava: il controllo del gruppo e la neutralizzazione della partecipazione detenuta dalla Olimpia. A quel punto Tronchetti rischierebbe di portarsi addosso una insostenibile zavorra da 3 miliardi destinata a impiombare la Pirelli e tutte le sue possibili mosse. [...]
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