E Agnes svela: Sull’At&t Prodi fermò anche me

Biagio Agnes, avellinese, 79 anni, è stato presidente della holding telefonica Stet tra il 1990 e il 1997
di Marco Cobianchi
Da quando, nel 1997, Romano Prodi lo licenziò dalla presidenza della Stet, Biagio Agnes, manager di stato di lungo corso (”ma mi chiami pure boiardo, ché tanto non m’offendo”), non si dà pace. Oggi è direttore della scuola di giornalismo dell’Università di Salerno (è stato redattore della Rai prima di diventare direttore generale dell’azienda nel 1982) e da lì guarda, per nulla divertito, anzi, piuttosto innervosito, le vicende della Telecom. E non vedeva l’ora di potersi sfogare e dire che “tutto nasce dalla disastrosa privatizzazione del gruppo fatta nel 1997″.
Con Prodi presidente del Consiglio…
E Ciampi ministro del Tesoro…
Dottor Agnes, lei è stato presidente della Stet dal 1990 al 1997, conosce bene la struttura industriale del mercato delle telecomunicazioni. Cosa ne pensa dell’intenzione del governo di dare all’authority il potere di scindere la rete di telefonia fissa dalla società?
Vedremo come procederà il governo. Per ora posso dire che bisogna evitare in tutti i modi gli spezzatini e porre grande attenzione alla rete perché non vorrei che l’Italia fosse l’unico paese europeo a non essere proprietario della propria infrastruttura di telecomunicazioni.
Quale dovrebbe essere la prima preoccupazione del governo nella vicenda Telecom?
Dovrebbe verificare le vere intenzioni del compratore. Se c’è.
In che senso?
Deve accertarsi che il compratore faccia tre semplici cose: investire, investire, investire.
L’anno scorso la Telecom ha speso nella rete fissa 3 miliardi di euro. Non bastano?
Ma vuole scherzare? No che non bastano. E per questo il punto non è chi compra la Telecom, ma quanto investe chi la compra.
E questa dovrebbe davvero essere l’unica preoccupazione del governo?
Se mi sta chiedendo cosa ne penso di una Telecom straniera, dico che non ne faccio una questione di nazionalismi, non è questo il punto. Il punto è che chi compra faccia vedere i soldi, e non solo quelli necessari per pagare l’acquisizione. Poi, naturalmente, non posso credere che in Italia non ci sia un tessuto industriale che non voglia impegnarsi in questa società, e da questo punto di vista mi pare che il governo sia molto serio nell’auspicare una soluzione nazionale al problema.
Lo dice proprio lei che da Prodi fu licenziato…
Sì, venni licenziato nel 1997 insieme a Ernesto Pascale (allora amministratore delegato, ndr) senza prendere una lira di liquidazione. Oggi tutti i manager della Telecom che se ne vanno escono con le carriole piene di soldi. Andarsene dalla Telecom è un affare.
Comunque anche nel 1997, all’epoca della privatizzazione, non si trovarono industriali italiani disposti a investire.
Quella privatizzazione fu un disastro, fu fatta in fretta e senza un disegno industriale. Me ne rammarico molto ancora oggi.
Lei fu il manager che trattò un accordo industriale con l’At&t. In che cosa consisteva?
Non si trattava di acquisizioni o fusioni, ma di una seria intesa commerciale e industriale: noi avremmo potuto espanderci negli Usa e loro entrare in Italia. Ma fummo bloccati.
Come mai?
Faccia una cosa, lo chieda a Prodi, poi mi dica che cosa le ha risposto.
Lei ha vissuto da spettatore le ultime due proprietà della Telecom Italia, quella di Roberto Colaninno e quella di Marco Tronchetti Provera. Quale giudica migliore?
Glielo posso dire? Era migliore quella di Agnes e Pascale.

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Il 23 Gennaio 2008 alle 10:55 Investire in Italia è come guidare con il freno tirato. Parola del Financial Times » Panorama.it - Economia ha scritto:

[...] Perché investire in Italia è come guidare con il freno tirato? Se lo chiede il Financial Times, in un articolo a pagina intera dedicato alle frustrazioni che vivono i grandi gruppi internazionali che tentano di sbarcare nella penisola, in particolare le grandi catene di ristorazione e commerciali che hanno invaso gli altri Paesi europei. Il quotidiano finanziario descrive centri città popolati di bar a conduzione familiare, pasticcerie con prodotti fatti in casa, ciabattini che vendono scarpe fatte a mano e per cui ‘’non servono aride cifre per vedere quello che chiaramente non c’è’’, vale a dire i negozi american-style: ‘’Non c’è un Kfc (catena di fast food, ndr) in Italia. Ci sono solo 37 Burger Kings contro gli oltre 400 della Spagna e gli oltre 500 della Gran Bretagna. Perfino Mc Donald’s a un certo punto andò vicino a chiudere’’. Un ‘’terreno ostile’’, insomma, in cui si combatte contro ‘’la burocrazia, l’antimperialismo e la corruzione’’ e che determina una ‘’scarsezza di investimenti stranieri nell’economia italiana’’. Il Financial Times ricorda così le vicende di At&t, che ‘’si ritirò dall’investimento in Telecom Italia citando interferenze politiche dal governo’’, quella della fusione Abertis-Autostrade ‘’accantonata nel mezzo di un’imprevista riscrittura delle leggi che governano le concessioni autostradali’’, o il caso dell’australiana Macquarie ‘’esclusa’’ dagli Aeroporti di Roma. Di attualità è invece il nuovo tentativo del gruppo inglese Bg nel rigassificatore di Brindisi, bloccato da anni da diversi fattori, e che sta diventando ‘’un incubo’’. ‘’Alcune persone - continua il giornale - non hanno dubbi che l’ambiente finanziario e politico agisca come deterrente’’. Tanto che i dati preliminari dell’Unctad evidenziano ‘’un collasso nei nuovi investimenti stranieri diretti in Italia proprio quando questi afflussi si sono impennati altrove nell’Unione europea’’: nel 2007, a fronte di una crescita del 15% nel Vecchio continente, l’Italia mostra un calo del 28%. L’Italia, oltre tutto, ‘’sta anche perdendo gli investimenti indiretti’’ e l’interesse da parte dei fondi di private equity. Tutto ciò, conclude il quotidiano della City, ‘’alimenta lo spettro del nazionalismo economico’’. La difesa del sistema italiano è affidata al ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, secondo cui è possibile anche in Italia avviare una catena di negozi (vedi Benetton), e che sottolinea l’apertura di alcuni settori specifici come la telefonia. Tuttavia, il ministro riconosce i differenti livelli di governo tra potere centrale e locale, ‘’la proliferazione di leggi e la straordinaria lentezza della giustizia civile’’. [...]

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