Islam sul conto corrente: sempre più business secondo la sharia

La home page del sito dell'Islamic Bank of Britain
Cosa pensereste se un banchiere vi chiedesse di mettere il vostro denaro in una banca che per statuto non può: guadagnare sui differenziali dei tassi d’interesse, produrre profitti individuali e quotarsi in borsa? O che la suddetta banca non può, per precetto religioso, investire in settori quali l’alcol, il tabacco e l’industria delle armi, e che per di più non ammette la regola del segreto bancario?

Eppure istituti così esistono: quelli musulmani. E stanno diventando tanto importanti che uno dei principali canali di relazione tra oriente e occidente passa proprio per le strette ma redditizie maglie della Finanza Halal, quella permessa in base alla legge islamica, la Sharia. E che ha un futuro radioso, davanti a sé: a fine 2006, sono state recensite circa 300 banche islamiche in tutto il mondo, che amministrano capitali per 500 miliardi di dollari in 70 Paesi, islamici e non. Con un potenziale di un miliardo di clienti, più 150 milioni di islamici in Paesi non musulmani, il trend dell’islamic banking è da tempo in crescita (più 10% all’anno): una fortissima espansione grazie agli investimenti in petrol-dollari e all’attenzione crescente dimostrata anche dalle banche tradizionali in Europa, attirate da una clientela danarosa.
Insomma, benché la legge islamica imponga forti limitazioni alle attività convenzionali, negli ultimi dieci anni la finanza halal (dal Corano, “halal” è permesso, “haram” è proibito. Vale per la carne, per le bevande, ma anche per la finanza) ha dimostrato alcuni innegabili vantaggi come una riduzione dell’inflazione dovuta ad un uso produttivo della moneta e a un più attento controllo sugli investimenti da parte delle banche.
Notevole interesse ha suscitato la nascita in Gran Bretagna (agosto 2004) della Islamic Bank of Britain, la prima banca islamica costituita in Europa. Curiosamente, l’80% del capitale iniziale è stato raccolto nel Golfo, mentre l’80% degli investitori soggiornano in Gran Bretagna. Infine, l’80% dei dirigenti sono degli affermati banchieri che non hanno nulla a che fare con l’Islam. Visti gli enormi vantaggi, anche una banca tradizionale, la Lloyds Tsb ha deciso di offrire un conto corrente “secondo sharia” e ad aprile ha lanciato anche i prodotti finanziari islamici per il commercio. E poi via via si sono resi competitivi nel settore, altri grandi gruppi di livello mondiale: le inglesi Hsbc, Barclays e l’americana Citigroup, la svizzera Ubs hanno al proprio interno divisioni specializzate in finanza islamica.
Per quanto riguarda l’Italia, attualmente l’offerta è minima. A parte l’iraniana Bank Sepah che ha una filiale a Roma, e che rappresenta l’unica banca islamica che opera nel nostro Paese secondo i principi della finanza islamica, finora sono pochissimi gli istituti italiani che si sono dimostrati sensibili a questo tipo di richiesta. Il progetto più noto a oggi resta quello promosso dalla Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupramontana che, nel luglio 2004, ha lanciato il primo deposito dedicato alla comunità islamica, privo di interessi ma fruttuoso di premi in natura e rapportati alla giacenza del conto, sull’esempio della Bank of Islam di Londra.

Insomma, 33 anni dopo la fondazione della Islamic Development Bank (primo istituto intergovernativo per grossi progetti infrastrutturali, nato del 1974), il panorama è cambiato: nonostante le forti limitazioni alle attività convenzionali, i giureconsulti islamici sono oggi favorevoli a una lettura più flessibile del Corano e della Sunnah (una delle fonti canoniche del diritto islamico: la tradizione sacra).
Tanto che, negli ultimi anni, sia pure sotto il rigido controllo degli immancabili comitati etici dell’Islam, sta nascendo in molti paesi anche una forma spuria di borsa valori, associata a quei titoli approvati e benedetti dai giureconsulti bancari. Purché siano naturalmente banditi tassi d’interesse, profitti individuali, transazioni finanziarie “pure” e vi siano negli istituti creditizi “fondi caritatevoli da destinare ai poveri”. Un criterio che ha ispirato il modello economico del banchiere bengalese Muhammad Yunus cui è stato assegnato nel 2006 il premio Nobel per la pace.

Commenti

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Il 12 Febbraio 2009 alle 16:35 valemeno ha scritto:

mmm..io sto pensando di aprire un conto ma non so ancora a chi santo rivolgermi per fare la scelta giusta..
http://www.conti-corrente.com/

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richard-branson
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rossi-spalla Viviana Da Busti
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